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Yoga “useful things”: la Consapevolezza

Tra i molteplici atteggiamenti che rubiamo dalla sala di pratica uno a cui tengo particolarmente è la consapevolezza, punto sul quale, molti dei maestri che ho intervistato ( es. Sw. Virananda o la mia maestra di Yoga Manuela Leoni) hanno posto un accento decisamente “accentuato” .

Ma cosa si intende per consapevolezza?

Facciamola breve: sapere esattamente cosa si sta facendo o dicendo coordinando armonicamente la mente con il corpo. “ Eh, facile”...iniziamo a pensare. Ma andiamo un attimo oltre. Abbiamo la sicurezza che tutto ciò che diciamo sia assolutamente e consapevolmente sotto il nostro controllo? Quante volte agiamo seguendo in automatico il modello ON-OFF di un interruttore elettrico? Ammetto che, oggigiorno, siamo tutti un po' lobotomizzati e in modalità pilota automatico. Basta pensarci e rifletterci: è il primo passo verso la consapevolezza che abbraccia azioni e parole; e che comunque dovrebbe estendersi anche in azioni inconsapevoli come il sonno, durante il quale, in teoria, noi non agiamo. Vi rimando, in questo caso, e per approfondimenti, all'articolo “Il bello (finto) addormentato: Lo Yoga Nidra o sonno consapevole.

La mente si coordina con il corpo: un elemento non-concreto e invisibile agisce con un elemento concreto e tangibile che ha in sé il set completo dei 5 sensi. E' questo che fa lo Yoga ponendosi come lo “start” del viaggio verso la consapevolezza. Ovvio, dopo una lezione non si vedono gli effetti nella nostra vita quotidiana della pratica; un po' come pretendere che un medicinale sia un “pronti, via, assunto, malattia passata”. Ogni cura, breve o lunga che sia, ha il suo tempo di fioritura e osservare la sua evoluzione con pazienza e costanza fa sbocciare in noi altre qualità utili da riversare nella quotidianità.

Tuttavia, posso assicurare, che dopo la prima lezione di Yoga si esce leggeri, rilassati ma “stanchi” allo stesso tempo. Perché? Oltre all'utilizzo di fasce muscolari che non pensavamo neanche di avere, e che si rispolverano come le vecchie argenterie della nonna, il punto focale della stanchezza mentale e fisica è proprio la circostanza di essersi trovati a dover far collaborare la nostra capoccia con il sistema muscolare per raggiungere un Asana. E non è una questione da poco perché si tende a considerare il corpo e la mente come due entità separate che non hanno nulla in comune: peccato che la mente risieda nel nostro corpo da quando siamo nati e normalmente la si lascia “cazzeggiare” un po' troppo. Non ci si rende conto, invece, che la mente non è altro che un corrispettivo di un braccio o di una gamba, un arto: quindi quando non c'è bisogno di utilizzarla semplicemente si lascia a riposo...ma tutto ciò accade? Normalmente no.

Iniziando a prender atto della felice collaborazione che ci può essere tra il corpo e la mente si inizia poco a poco a rendersi conto di cosa sia la consapevolezza rubandola dalla sala di pratica e portandola via via nella nostra vita. Si comincia a osservare consapevolmente, a camminare consapevolmente, ad agire consapevolmente e a compiere molte altre azioni a cui posso abbinare la parola “consapevolmente”. La mente è più allineata e snella e tende a non ingolfarsi diventando un elefante in uno spazio di 1 cm quadrato. Il corpo si muove con più disinvoltura ed eleganza poiché, durante una Sadhana (pratica Yoga), lo sfidiamo mettendo a nudo le nostre paure di muoversi o assumere determinate posizioni, gioendo anche del limite superato o del raggiungimento di un grado di osservazione più profondo del sistema muscolare o respiratorio.

Riappropriandosi del corpo, il primo strumento che in assoluto controlliamo, ma che paradossalmente muoviamo in automatico senza cognizione di causa, non è altro che l'effetto di agire con una consapevolezza che concilia corpo e mente. La mente collabora con una qualità diversa con il corpo e quest'ultimo ci libera da limiti o da blocchi che di solito ci autoimponiamo per assurde e inconsistenti idee di non riuscire a fare determinate cose.

Riprendendo la natura etimologica della parola Yoga, “unione”, il processo che mette in atto la consapevolezza è proprio questo: unire il corpo assieme alla mente facendo tornare l'essere umano ad essere un unicuum continuo. Un insieme omogeneo e non un minestrone che ribolle e trapela da una pentola a pressione pronta a scoppiare da un momento all'altro: c'è sempre stata una bella differenza tra minestrone e passata di verdure!

Lasciando la pratica dello Yoga sfidatevi in questo modo: provate, da quando vi svegliate a quando andate a dormire, a pensare e a rendervi conto di ogni azione che fate: dal prender il caffé al percorso che fate andando a lavoro, a quando camminate, ecc ecc. Alla fine della giornata la mia domanda è: siete riusciti a mantenere una consapevolezza costante delle vostre azioni e parole senza cadere in automatismi o perdervi a un certo punto? Tutto ciò è alquanto stancante, no? (Nel Buddhismo questo esercizio viene chiamato “meditazione consapevole”).

Namasté, Vittorio Pascale

Allievo praticante di Yoga Integrale presso il Centro Parsifal Yoga, Milano Fondatore della pagina Fb: Yogamando Studioso e praticante di Buddhismo Tibetano hai domande? Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Redazione Nerospinto

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