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Torna Soderbergh…ma non convince

Dietro i candelabri è un film difficile da comprendere anche se facile da guardare perché la trama è semplice ma l’intento del regista di raccontare lo show bussiness attraverso la vita privata e pubblica di una icona dello spettacolo americano degli anni Settanta non si realizza appieno e non porta lo spettatore dove la sceneggiatura vorrebbe arrivare.

Il protagonista Liberace è probabilmente il pianista e intrattenitore più importante e celebre della sua epoca, fa ascolti altissimi, il pubblico l’adora e guadagna molti soldi, solo che le regole ferree del mondo dello spettacolo degli anni Settanta l’impongono di non rivelare la propria omosessualità e di continuare una messinscena perenne fuori e dentro il palcoscenico.

Strana cosa davvero, perché a prescindere dalla pellicola di Soderbergh, a chiunque capiti di osservare qualche filmato dell’epoca su Liberace, ovvero sul vero artista americano Valentino Liberace, non può sfuggire il fatto che lui ce la mette propria tutta, dagli abiti, ai candelabri vistosi, alla scenografia e alle performance dei suoi lavori a far capire alla gente e al suo pubblico come stanno sul serio le cose.

E allora quale rimane lo scopo della pellicola di Soderbergh?

Raccontare l’ipocrisia e le piccolezze di un mondo fatto di lustrini e spettacoli dal vivo dove anche l’evidenza sembra essere soggetta e ancella di uno scopo ultimo più importante e fondamentale, quello di fare soldi e di avere successo.

Nel mezzo, certo, c’è anche la relazione più importante del protagonista non più giovanissimo con un bel ragazzo che gli ruba il cuore e l’anima.

Però questo è secondario. E quindi lo spettatore non ha né il tempo né la possibilità di parteggiare per questa relazione o per il sentimento tra i due perché l’attenzione è perennemente richiamata su dialoghi, azioni e scenografia che nulla hanno a che vedere con Liberace e il suo giovane amante Scott Thorson.

Nel pieno dei suoi voli cinematografici Soderbergh opta anche per un cast del tutto incredibile, affidando il ruolo di protagonisti a Michael Douglas e Matt Damon.

Che per carità, sono bravissimi ma talmente poco credibili da costringere il regista a imbalsamarli in una recitazione serratissima e nervosa.

Scelta da autore sicuramente. Prova da cineasta consumato. Sì e ancora sì.

Il pubblico però si annoia perché non trova il pathos della tormentata storia d’amore sulla quale non si può fare outing e fa fatica a comprendere lo scopo reale della pellicola, che rimane la denuncia dello show business ma talmente mischiata e amalgamata con tutto il resto da risultare oscura.

Unica vera nota positiva l’effetto glamour. Quello vero, degli anni Settanta, dove il bianco, l’argento, le luci e l’eccesso erano inspiegabilmente di buon gusto.

Tempi passati. Guardiamoli con affetto…non possiamo fare altro.

 

 

 

Redazione Nerospinto

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