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Birdman: la dura vita del famoso incompreso conquista la statuetta più importante

Che il successo senza talento esiste non vi è ombra di dubbio. Anzi spessissimo le due cose non vanno affatto di pari passo. Che si possa essere celebri ma snobbati e incompresi come artisti può succedere altrettanto… Ma qui arrivano gli inconvenienti, perché c’è chi si rassegna, si gode soldi e successo e se ne infischia altamente del resto e chi invece lotta, si logora e si impegna affinché la propria fama non oscuri anche il vero talento che pensa assolutamente di possedere. È successo anche al primo interprete cinematografico di Superman, tale George Reeves, morto per mano di una sua ex fiamma in un albergo di Beverly Hills. George lottò quasi tutta la sua carriera per farsi assegnare altri ruoli e staccarsi dall’interpretazione del supereroe che l’aveva reso famoso ma che alla lunga diventò un vero incubo per la sua carriera di attore e non gli permise di esprimere quel talento, che era convintissimo di possedere, in altri ruoli e altre interpretazioni. Ed è esattamente ciò che succede anche al protagonista della pellicola "Birdman", interpretato da un sempre e ancora bravo ed eclettico Michael Keaton e girato e realizzato da Alejandro González Iñárritu, regista messicano troppo poco commerciale per essere celebre presso il grande pubblico. Questa volta però Iñárritu ci prova a confezionare una pellicola hollywoodiana nel senso più dispregiativo per lui, ma di grande effetto sul pubblico, ricchissima come è di effetti speciali più o meno riusciti, movimenti di macchina classici e abusati e con una recitazione che scimmiotta ripetutamente le grandi produzioni di Broadway. E ci riesce benissimo perché dà vita alla tragicommedia nera che punta il dito sulla vita dei cineasti, degli sceneggiatori e degli studios e paradossalmente convince proprio loro, i membri della Academy che scelgono così di premiare un film che parla di loro stessi, della cultura delle celebrità e che ride dei supereroi che fanno mangiare da decenni tutti loro. Tutto si snoda intorno al desiderio dell’attore Riggan Thomson, divenuto famosissimo nel ruolo appunto di Birdman, supereroe amato e seguito da milioni di spettatori. Riggan però non ci sta più ad essere considerato capace di interpretare solo questo ruolo, a essere sottovalutato e del tutto ignorato dalla critica e dal cinema colto e intellettuale, che non gli affiderebbe mai nessun’altro ruolo impegnato o che preveda una capacità di recitazione molto più alta. Così stabilisce da un giorno all'altro di impegnarsi per realizzare un’impresa quasi impossibile, ovvero scrivere l'adattamento del racconto di Raymond Carver "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore", e non solo: per dimostrare a tutto il mondo le sue doti artistiche, Riggan decreta anche di dirigerlo e metterlo in scena in uno storico teatro di Broadway. Accanto a lui in questa impresa disperata e ambiziosissima vengono coinvolti la figlia ribelle Sam, ex tossica e alcolista, la sua amante Laura, l'amico produttore Jake, un'attrice il cui sogno di bambina era calcare il palcoscenico a Broadway, e un attore di grande talento ma di pessimo carattere, che porterà sulla scena scompiglio e ripetuti cambi di programma. La pellicola è divertente quanto basta e mostra fin nei minimi dettagli quanto può essere dura e insoddisfacente anche l’esistenza delle persone famose, ancor di più se le stesse sono fagocitate dalle luci della ribalta e la ribalta porta i nomi dei grandi Studios della collina di Hollywood. Alejandro González Iñárritu, da parte sua, prova a fare un film solo all'apparenza commerciale, parodiando e mimando i veri film da botteghino, ma essendo lui assai colto non ci riesce, e imbottisce la pellicola di movimenti di macchina esagerati ed esasperati. Il risultato è ancora una meravigliosa interpretazione di Norton, capace da solo di reggere l’intero film e di dimostrare agli spettatori che lui stesso non se la caverebbe per nulla male sulle tavole di un teatro.

Antonia Del Sambro

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Redazione Nerospinto

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