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Il lato umano del male. viaggio nell’“immoralità” delle serie televisive americane.

Il male è il bene. Fino a che punto la cosiddetta morale può essere messa in discussione, tanto da sovrapporre e confondere la bontà con la cattiveria, il delitto con la giustizia?

La domanda sorge spontanea nel momento in cui si diventa spettatori di alcune tra le fiction made in USA più geniali degli ultimi anni.

Sembrano ormai storia vecchia i piccoli mafiosi di periferia (The Soprano’s) che facevano del crimine e delle ruberie la loro routine, inquadrando il male solo da un punto di vista “lavorativo” e prettamente malavitoso. Ora, a calcare le scene del piccolo schermo sono personaggi completamente diversi. Geni del male cattivi in tutti i sensi, uomini in grado di svelare il loro lato oscuro in maniera totale e, finalmente, priva di striature moralistiche.

Ed è dalla mente brillante di sceneggiatori come James Manos o Vince Gilligan che nascono due tra gli antieroi più riusciti e amati di tutti i tempi: Dexter Morgan e Walter White.

Il primo, Dexter, da il titolo all’omonima serie, arrivata oggi alla settima stagione.

Dexter Morgan (Michael C. Hall) è un ematologo in forza alla polizia di Miami. Prende molto seriamente il suo lavoro, è preparato e attento, tanto da capire com’è avvenuto un crimine semplicemente dalla disposizione delle macchie di sangue, dalla loro forma. Ma non è tutto qui. Dexter Morgan è anche un serial killer, ma non è un pazzo maniaco qualunque, è un omicida che segue un “codice”, poiché è un assassino di assassini. Le sue vittime sono le persone più spregevoli, che riescono in un modo o nell’altro a sfuggire alla mano della giustizia, continuando a perpetrare i loro crimini o nascondendosi dietro figure di padri di famiglia.

Ma Dexter non uccide per vendetta o per un’innata sete di giustizia: l’unica motivazione che lo guida è il bisogno, un bisogno senza possibilità di redenzione, che lo spinge a versare sangue fin dalla sua tenera infanzia. Un bisogno certamente pericoloso, ma reso più accettabile e persino controllabile dal padre, un poliziotto. Egli, decise di crescerlo non sopprimendo i suoi istinti, ma incanalandoli all’interno di un codice, facendo sì che la sua sete di sangue non colpisse vittime innocenti. E certo, questa sua doppia vita lo porterà spesso a dover mentire e imbrogliare persone a lui care e vicine (la sorella, anche lei poliziotta, i colleghi, la fidanzata…) Ma il rimorso scivola via nel momento in cui il suo “dark passenger” prende il sopravvento, trascinando anche il pubblico in un buio mentale senza via d’uscita.

Il nostro secondo antieroe, Walter White (Bryan Cranston), protagonista della serie Breaking Bad, sembra inizialmente diverso.

Conduce una vita ordinaria nell’afosa Albuquerque, è il padre di un adolescente disabile e marito di una splendida donna. Mantiene la famiglia con il suo stipendio da professore di chimica e, per racimolare qualche dollaro in più, è impiegato in un autolavaggio. Tutto cambia quando, il giorno del suo cinquantesimo compleanno, scopre di avere un cancro incurabile ai polmoni. Disperato per la precaria situazione economica, sapendo di dover affrontare spese enormi per le sue cure e per una nuova bimba in arrivo, sembra aver perso ogni speranza del futuro. Attraverso suo cognato Hank, che lavora alla DEA, scopre che gli spacciatori di metanfetamine guadagnano un sacco di soldi, se nessuno li scopre, è in quel momento che decide di contattare un suo ex alunno, Jesse, che sa essere nel giro delle droghe, per fare un accordo: Walter, grazie alle sue conoscenze di chimica, cucinerà cristalli mentre Jesse li spaccerà.

Inizierà in questo modo l’evoluzione del personaggio verso i più oscuri abissi dell’animo umano. Inizialmente pervaso da sensi di colpa e spinto a delinquere solo dal bisogno di soldi, pian piano emergerà un uomo completamente diverso, nel quale la sete di potere e la voglia di superare ogni limite si farà largo così naturalmente da portaci a giustificare ogni suo crimine più efferato.

Sarà forse proprio la naturalezza e l’esattezza con cui i due registi ci mostrano la dinamica dei crimini (non sembra poi così spaventoso pugnalare al cuore un uomo e nemmeno cucinare droghe dal potenziale mortale), sarà forse la novità di trovarci a seguire delle vicende umane atipiche o sarà piuttosto un’ innata propensione verso il male, insita in ognuno di noi, che spingono queste serie verso un successo mondiale?

Infatti non si può non provare simpatia per il giovane assassino di assassini, e, sotto sotto, non si può non parteggiare per lui, nonostante si tratti, in fin dei conti, di un serial killer. Così come risulta impossibile non sperare che Walter riesca a farla franca ancora una volta, tifando per il suo cinismo pragmatico.

Perché la vera lezione, tremenda, è che in fondo personaggi come Dexter o Walt White sono le persone che tutti vorremmo essere, il lato oscuro che ci portiamo dentro ma a cui solo loro danno sfogo. Loro incarnano la vera redenzione dal “peccato” degli uomini comuni e la tendenza innata che ci distingue da ogni altro animale: il male può diventare un bene.

 

Redazione Nerospinto

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