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To this purpose only.

 Ovvero, la danza contemporanea vista dagli occhi di una “non addetta ai lavori”.

 

Non ho mai apprezzato la danza contemporanea.

Mi spiego meglio: non ho mai trovato nella danza contemporanea la stessa perfezione ed eleganza della danza classica, il ritmo e la tenacia della danza moderna, la sensualità perfetta e le forme circolari della danza del ventre.

Credo che il corpo, privato di voce, possa a fatica esprimere per ed attraverso sé stesso dei concetti complessi.

Il corpo è la rappresentazione fisica della nostra animalità e, per quanto si cerchi di scamparne, è difficile elevarlo ad un grado puramente cognitivo e concettuale (o concettualizzato?).

 

Sono stata invitata da Maura di Vietri, ballerina, ad assistere al suo spettacolo, tenutosi dal 13 al 15 dicembre; Fattoria Vittadini i ballerini, Matanicola i coreografi, Teatri del tempo Presente il tetto sotto il quale si consumerà l’event.

To this purpose only, il titolo.

Decido di andare proprio per sfatare questi miei preconcetti, perché il peggior modo di parlare di qualcosa è farlo senza sapere nulla a riguardo.

Fare i tuttologi, questo mai.

Lo spettacolo comincia con il solito abbassarsi delle luci.

Sei personaggi scivolano sul palco: riconosco Maura, altre due ragazze e tre ragazzi a me sconosciuti, indossano chi l’intimo, chi un costume, chi una canottiera.

Sono immobili, ed osservano il pubblico, inespressivi.

Non li fissiamo di rimando.

E poi, con estrema semplicità, si spogliano integralmente, ci guardano, come fossimo noi lo spettacolo e loro gli spettatori, come fossimo noi quelli nudi e loro vestiti al completo.

E poi, cominciano a danzare.

 

Ci metto un po’ di tempo ad accettare le loro nudità: rifletto sul loro coraggio e sulla libertà espressiva mentre li osservo muoversi leggeri, nel primo atto di tre nei quali descrivono l’Italia vista da occhi esterni, occhi di chi in Italia non vive, e vede.

Nella prima parte, i danzatori raccontano l’Italia come un paese dai grandi prodigi artistici, da Dante, alla Pietà, alla storia di Roma.

I loro corpi sono forme perfette, serrati in una sinergia che non lascia scampo alle inesattezze, la loro gestualità precisa, la sincronia, un incanto.

 

Secondo atto, l’Italia di oggi: un’Italia fatta d’italiani indecisi, frustrati, consumisti. Una borghesia che si fregia solo delle sue bellezze, senza ascoltare le bombe cadere, spot televisivi nei quali è obbligatorio essere felici.

Ma l’Italia no, l’Italia non è felice, ed anche gli occhi altrui riescono a cogliere questo malessere.

Un’escalation di urla, gestualità improvvise, scene simpatiche ed altre raccapriccianti, mimica e rabbia, protezione e violenza.

Una seconda parte che ricorda come gli italiani sappiano sorridere di sé, e con il sorriso magari inabissare certe problematiche  che invece andrebbero risolte “tout court”.

 

Terzo atto, una nebbia incensata ci avvolge, trasportandoci in una dimensione onirica e irreale, astratta dal tempo presente e proiettata in un (forse)spazio futuro, nel quale tre monaci, incarnazione di tutte le religioni, ma con la precisione ed il rigore che la nostra, quella Cattolica, è andata perdendo con l’acquisire dei poteri temporali.

Tre monaci dunque, costretti a confrontarsi con tre banshee moderne, volti coperti da maschere e seni esageratamente prosperosi, querule e inopportune.

Un ultimo atto che non sembra voler mettere la parola fine sulla storia dell’Italia, ma che piuttosto pare voler segnare un oneroso ma necessario punto e a capo, lettera maiuscola.

 

Sono uscita dal teatro leggermente frastornata, cogitabonda.

Ho trovato la produzione di questi artisti giovani, promettente e piena di possibilità, sicuramente energica e viva.

Mi sono sentita costretta a ricredermi sul mio preconcetto: la danza contemporanea e concettuale è forte, colpisce lo spettatore come un pugno ben assestato, è fuori dagli schemi e dalle imposizioni dettate da secoli e secoli di arte già scritta.

L’unico appunto che mi sento in dovere di muovere, ma che va preso con le pinze in quanto detto da una “profana”, è la fatica che l’Arte Contemporanea ha nel comunicare.

Amo e trovo, in un certo senso, educativo, il fatto che le nuove forme espressive vogliano spingere le menti degli spettatori al ragionamento, evitando una contemplazione acefala.

Un sentimento che, tuttavia, provo spesso, e che ho in parte provato anche durante questa rappresentazione, è stato quello di essere messa di fronte a delle idee ottime, ma affumicate da certe pretenziosità intellettualistiche ed esageratamente metaforizzate, senza riuscire a stabilire con l’osservatore un legame di totale comprensione, di complicità quasi.

A mio parere, la danza contemporanea, così come tutte le arti dalle seconde avanguardie in poi, sono state capaci di abbattere le barriere del palco e della tela, ma ne hanno create di nuove, a tratti più fitte o più estranianti.

 

Quindi, Fattoria Vittadini, Matanicola, ottimo lavoro.

Per quanto riguarda il resto, l’Arte è in completa evoluzione, e affrettarne i processi sarebbe decretarne la morte.

 

 

 

Redazione Nerospinto

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