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Carlo Verdone: apoteosi dell’italiano medio alla ricerca di se stesso

Questa – i lettori di Nerospinto sono avvertiti - è una dichiarazione d’amore. Non è un elogio al regista e attore, interprete della commedia italiana degli ultimi 30 anni, non è il tentativo di tracciare il suo profilo. E’ la precisa volontà di mettere nero su bianco una sfacciatamente arbitraria e incondizionata ammirazione.

 

Quando debutta in teatro prima e in televisione poi, tra le fila dei comici emergenti di “Non stop”, è la fine degli anni Settanta. Il nostro eroe viene da una famiglia imbevuta di cinema fin dalla sua nascita: papà Mario diviene da giovane critico docente di Storia del cinema all’Università La Sapienza, curando numerosi e importanti opere sulla settima arte senza mai tralasciare il contatto con registi come Sergio Leone o Federico Fellini, insieme appassionato e curioso scopritore di avanguardie in tutta Europa. La strada paterna segna la formazione del primogenito di casa Verdone, che alla teoria affianca una pratica quasi naturale dell’arte attoriale, scoperta e testata tra i banchi di scuola, che esplode durante gli studi universitari con le prime esperienze sul palcoscenico. E lì sopra che il timido e ansioso Carlo si lascia andare come un fiume in piena dando vita ad una galleria di personaggi rubati alla vita, trasferiti di lì a poco sul piccolo schermo. Il salto dal cabaret al cinema arriva nel 1979 con “Un sacco bello”, espressione in chiave comica delle aspettative deluse di un’epoca fortemente contraddittoria. Un solo attore per tre protagonisti, e non solo: Verdone firma anche la regia e veste i panni di alcuni personaggi di contorno, bissando il successo televisivo e aprendo la strada ad una carriera ancora densa di successi, riempita da esperienze di regia, scrittura e interpretazione, affiancato da un ventaglio di attrici scoperte o riscoperte nel loro potenziale artistico: Eleonora Giorgi e Ornella Muti, Margherita Buy e Claudia Gerini, fino a Stefania Rocca, Laura Chiatti e Micaela Ramazzotti.

 

Una parabola professionale lunga una vita, rivelatrice del turbine di sentimenti e relazioni caratteristici del costume nazionale, dei profondi cambiamenti che hanno segnato i rapporti sociali: dal ragazzotto con la facci paffuta che piange l’adorata nonna o si stupisce davanti ad uno spogliarello, al male di vivere e l’ostentazione dell’apparire per coprire i vuoti di senso dell’ultimo decennio. Parlare al pubblico con lo stesso linguaggio della vita, fuori da ogni possibile artificio, con lo sguardo clinico di chi coglie l’esilarante normalità di tipi umani assolutamente autentici raccontati con una capacità mimica senza dubbio innata, con la libertà di chi nel lavoro artistico trova un catartico rifugio alle ansie quotidiane diluite nella libertà creativa. Piani sovrapponibili, l’umano Verdone e il Verdone personaggio, come alcune sue pellicole lasciano intuire, sensazione meravigliosamente confermata quando per qualche ora – complice un esame universitario e un professore-critico cinematografico – ci si trova a chiacchierare con lui, senza alcun filtro, come se lo si conoscesse da sempre. Un luogo, sopra ogni altro, lo contiene e lo rappresenta, come si scopre tra le pagine  piene di ricordi de “La casa sopra i portici” (Bompiani Overlook, 2012, p.288, 18€), prima tappa di un percorso sfociato nel documentario “Carlo”, presentato all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma, e nell’omaggio ad Alberto Sordi firmato con il fratello Luca. Un nuovo incontro, intanto, lo porterà in questi giorni a Cannes in vesti assolutamente inedite, immerso nell’amata Roma, città simbolo di glorie e miserie del cinema italiano.

 

Redazione Nerospinto

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