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Man Ray, l'uomo che si innamorò della luce

Si sa, la luce è amica e nemica del fotografo: intento a creare un’impressione perfetta, essa può determinare la buona riuscita di interi giorni di lavoro. Man Emmanuel Rudnitzky prima se ne innamorò e successivamente fuse il suo nome col suo: così nacque MAN RAY celeberrimo fotografo, che diede il suo cuore non solo all’arte, non solo alla luce, ma soprattutto a Parigi. Amico intimo di Marcel Duchamp, che conobbe in una New York stanca e polverosa, si trasferì nella Ville Lumière in cerca di ispirazione, per conoscere la straordinaria magia che trasformava gli artisti in geni, che vedeva ogni giorno l’aura fatata di Picasso, Dalì, Hemingway, emergere dal buio delle banalità. A Parigi, Man Ray, “torna bambino” come scrive in una lettera al fratello Sam, in questa città “sempre in movimento, sempre gioiosa” trova la sua dimensione di artista, da pittore vicino al cubismo, a fotografo sempre più astratto, dadaista precursore di un surrealismo incombente nei salotti e nelle gallerie della capitale. L’avanguardia diventa il suo terreno di azione, pronto a scardinare qualsiasi canone, qualsiasi regola in campo artistico, ma è la tendenza a pensare a un passato artistico idilliaco e perfetto a renderlo unico: non solo un innovatore pieno di verve antiborghese, ma anche un devoto amante del rinascimento, delle sue forme morbide e armoniche, del suo attento studio sulla luce e la prospettiva. Eleganza, cultura, passione, carica erotica, senso di ribellione convivono nei lavori di Man Ray, quasi bilanciandosi ed equilibrandosi tra loro in un miscuglio accattivante e irresistibile, incomprensibile alla maggior parte del suo pubblico che ad ogni modo lo apprezza e lo ama. Amore che arriva soprattutto dai colleghi artisti e dalla critica. Innovatore nei soggetti e nei contenuti, assoluto maestro del nudo senza pudore, sfacciato e anticlericale, fu soprattutto innovatore nelle tecniche fotografiche: inventò la Raygraphie, quasi per caso, un procedimento per cui l’oggetto viene impresso sulla pellicola senza l’uso della macchina, non una copia fedele, ma l’anima dell’oggetto che si manifesta: dichiarò dopo la scoperta “Gli oggetti non sono mai stati così vicini alla vita vera come nel mio nuovo lavoro.” Fu costretto a tornare negli Stati Uniti a seguito delle leggi razziali che investirono l’intera Europa, ma riuscì a tornare a Parigi nei suoi ultimi anni di vita. Montparnasse era ormai diventata la sua casa ed è lì che decise di farsi seppellire nel 1976 quando morì. La sua lapide riporta un epitaffio emblematico della sua visione artistica e del suo carattere: “Non curante, ma non indifferente.”
Redazione Nerospinto

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