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Hungry Hearts e il risveglio delle coscienze sulle vite degli altri

Saverio Costanzo torna sul grande schermo per proporre ancora una volta una pellicola drammatica che spinge lo spettatore a una lunga e profonda riflessione sul mondo consumistico di oggi, sulla necessità di imporre la propria volontà sugli altri e sul sempre più complicato ruolo dei genitori, figli a loro volta di un’epoca malata e perversa, psicotica ed egoista.

È quando succede in Hungry Hearts, dove l’unica vera vittima della nostra società sembra essere il bambino di Mina, protagonista della pellicola e madre ossessiva e ossessionata che da ragazza innamorata e piena di vita e di energia si trasforma in un genitore possessivo e incosciente tanto da mettere in serio pericolo proprio la vita del suo bambino.

Mina e Jude all’inizio sembrano una normale coppia di giovani innamorati che arrivano a coronare il loro sogno di famiglia con la nascita del loro primo figlio, ma Mina è in realtà una ragazza fragile e sola, da tempo orfana di madre e con un padre mai stato presente. E così quando sta per nascere il bambino la giovane donna si rivolge a una maga che le profetizza cose straordinarie sulla creatura che sta per nascere. Il fatto, insieme alla sua fragilità mentale ed emotiva, porta Mina a creare intorno a suo figlio una gabbia dorata, una prigione fisica e mentale dove il bambino si spegne ogni giorno un po’ di più, stretto da un isolamento malato e dalla somministrazione di cibi che pur se naturali ne impediscono la crescita e lo rendono debole e dalla salute delicata.

Jude allora decide di intervenire non solo per salvare il proprio bambino ma per porre fine a questo legame esclusivo, morboso e malato che la propria compagna ha instaurato con la loro creatura.

Ed è qui che il dramma del film si palesa in ogni sua forma.

Le vittime sono molte di più. Oltre al piccolo della coppia ci sono i suoi stessi genitori, le persone che ruotano attorno a loro e soprattutto l' società intera che risulta manifestamente vittima di se stessa, delle proprie psicosi moderne e collettive e della più infelice delle passioni, quella del possesso che dalle cose passa alle persone, con conseguenze drammatiche e fatali.

La bravura di Costanzo in questa ultima pellicola è quella di essere solo l’occhio della macchina da presa che racconta una storia e si sofferma sulle emozioni individuali e sui drammi collettivi; non c’è morale, né condanna, né la volontà di ergersi a giudice e inquisitore.

Il problema della scelte alimentari e della nuove tendenze nutritive è solo accennato e preso a pretesto per descrivere e puntare il dito su una malattia molto più pericolosa e crudele: quella di dimenticarsi in questa società che non siamo padroni se non di noi stessi e della nostra vita.

Le vite degli altri sono sacre e anche se non possono piacerci comunque non ci appartengono.

Capire questo è superare il dramma.

 

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Redazione Nerospinto

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