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Swinging thirty del cinema italiano: Michele Riondino, un animale da palcoscenico prestato al grande schermo

La televisione lo ha introdotto con discrezione al grande pubblico ma è in teatro che si è sudato il mestiere di attore, professato più che svolto sul fronte del puro utilitarismo. Michele Riondino parte da Taranto non con una valigia piena di sogni e in cerca di fortuna nella capitale, ma arriva a Roma deciso a rimanerci per studiare recitazione, e per ottenere un posto alla prestigiosa Accademia Silvio D’Amico si prepara con quella dedizione che gli permette di superare le selezioni e respirare finalmente l’odore del palcoscenico.

L’impegno nei primi ruoli teatrali diventa fertile terreno per coltivare il talento, per curare dettagli e sfumature esplorando con curiosità artistica diverse strade, tra laboratori e training per educare corpo e voce alle più svariate tradizioni espressive. Oltre a fondare una propria compagnia, l’inarrestabile Michele intraprende collaborazioni con registi d’impatto come Emma Dante e Marco Baliani mentre si affaccia alla televisione tra fiction come Incantesimo e Distretto di Polizia, dove la carica di pathos profusa a teatro deve essere contenuta nei ranghi di personaggi di ben altro spessore.

Ma è un passaggio quasi obbligato per arrivare con maggiore consapevolezza al cinema, scegliendo di stare davanti la macchina da presa solo per interpretare ruoli di estrema qualità, anche subendo una maggiore “invisibilità” rispetto ad altri colleghi impegnati in pellicole di più largo consumo. Una scelta o un modo di fare necessità virtù? Il crescendo anche cinematografico del giovane Riondino dimostrerebbe la prima ipotesi, perché partendo da film come “Il passato è una terra straniera”, diretto da Daniele Vicari, passando per la regia di Mario Martone in “Noi credevamo” sino agli ultimi “Bella addormentata” e “Acciaio”, con un ventaglio interpretativo quasi sempre tendente all’inquieto – declinato verso il rabbioso, lo sfuggente, il cupo e l’irrisolto – non ci sono sbavature né scivoloni ma un climax direttamente proporzionale alla maturità raggiunta dopo un decennio di gavetta soprattutto teatrale.

Come un fulmine a ciel sereno, eccolo tornare in tv e sfoderare un’inedita veste ironica come protagonista del prequel della storica e seguitissima serie dedicata al Commissario Montalbano: sfida difficile quella di conquistare milioni di telespettatori abituati ad identificare il rude paladino della giustizia uscito dalla penna di Andrea Camilleri con il volto di Luca Zingaretti. Una grande iniezione di fiducia ripagata brillantemente dal nostro Michele, arrivato con convinzione al mestiere di attore e arrivato in alto pur rimanendo ancorato a terra, quasi a non voler staccare i piedi dalle tavole polverose e affascinanti del palcoscenico che ha dato forza e spina dorsale ai personaggi arrivati dopo sul piccolo e sul grande schermo.

 

Redazione Nerospinto

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