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Milano fa sognare: questa sera Milano vista dall'alto, un consiglio per guardare in modo inedito e differente la città

Questa sera alle 18.30 presso il Mondadori Multicenter del Duomo Massimo Beltrame presenta il libro "Milano guarda in alto - 50 anni di grattacieli nel capoluogo lombardo" edito da Edizioni Milano Expo nella collana "Itinerari". Alla scoperta del cielo, il testo indaga l’evoluzione urbanistica della città verticale: il grattacielo nei sogni, l’elevazione del piano dalla materia a quello rarefatto del piano e dello spirito. Massimo Beltrame (Milano, 1975). è laureato in Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano. Dal 1997 al 2002 ha collaborato con il sito NYC Skyscrapers sulla storia dei grattacieli newyorchesi. Nel 1998 con il prof. Giovanni Piana (Filosofia teoretica) ha condotto un lavoro di approfondimento universitario intitolato “La concezione della spazialità nell’architettura contemporanea”, con focus sul concetto di spazio nelle architetture milanesi di Aldo Rossi e Mario Bellini.

MILANO GUARDA IN ALTO 50 anni di grattacieli nel capoluogo lombardo di Massimo Beltrame Edizioni MilanoExpo – Collana Itinerari Prima edizione novembre 2012 Pagine 160 (a 2 colori) – Ricco apparato iconografico Prezzo 12,00 euro

 

Noi di Nerospinto abbiamo scelto una poesia in tema

Il Grattacielo, Carl Sandburg, 1916 Di giorno il grattacielo si staglia nel fumo e nel sole: ha un’anima. Viene dalle praterie e dalle valli, dalle strade delle città, la povera gente che vi si riversa, si mescola tra i suoi venti piani e di nuovo vien rigettata fuori verso le strade, le praterie, le valli. Sono gli uomini e le donne, i ragazzi e le fanciulle, avanti e indietro tutto il giorno, che danno all’edificio un’anima di sogni, di pensieri e di memorie. (sprofondato nel mare o zitto in un deserto, chi si curerebbe del palazzo, o ne direbbe il nome, o chiederebbe ad un poliziotto la via per raggiungerlo ?) Gli ascensori scivolano sui loro cavi, tubi pneumatici afferrano lettere e plichi, condutture di ferro recano gas ed acqua, espellono i rifiuti. Fili e fili si arrampicano in segreto, recano la luce, recano parole, narrano paure, profitti e amori, maledizioni di uomini negli intrighi d’affari, domande di donne in storie d’amore. Ora per ora le fondamenta piantate nelle rocce della terra tengono saldo l’edificio al pianeta roteante. Ora per le travi, come costole, tengono insieme strette le pareti di pietra e i pavimenti. Ora per ora la mano del muratore e la morsa del cemento costringono le parti dell’edificio nella forma che l’architetto ideò. Ora per ora sole e pioggia, aria e ruggine, e il peso del tempo che corre nei secoli, premono dentro e fuori l’edificio, e lo logorano. Gli uomini che piantarono i pilastri e mescolarono il cemento ora giacciono in tombe dove il vento sibila una canzone selvaggia senza parole. E così gli uomini che tesero i fili e fissarono tubi e condutture, e così coloro che lo videro sorgere piano dopo piano. Le loro anime sono tutte qui, anche quella del manovale venuto da centinaia di miglia lontano in cerca di un posto di portatore di calcina, anche quella del muratore che finì in galera per aver ucciso un uomo mentre era ubriaco. (Un uomo cadde dall’impalcatura e si spezzò il collo al termine del tremendo volo: egli è qui – la sua anima è fusa fra le pietre dell’edificio). Sulle porte degli uffici, di piano in piano, spiccano centinaia di nomi. A ogni nome risponde un viso segnato dalla morte di un bimbo, da un amore appassionato, dalla trascinante ambizione di un affare da un milione di dollari, o il viso di chi sta pacifico nel suo guscio. Dietro questi nomi sulla porta, essi lavorano e le pareti l isolano da una stanza all’altra. Stenografi da dieci dollari la settimana scrivono quel che dettano funzionari, avvocati, ingegneri: tonnellate di lettere escono dall’edificio dirette a tutti i luoghi della terra. Sorrisi e lacrime d’ogni impiegatuccia si uniscono all’anima dell’edificio, proprio come accadde per i capomastri che ne diressero la costruzione. E quando gli orologi scoccano il mezzogiorno ogni piano riversa fuori uomini e donne che si allontanano, mangiano, tornano al lavoro. Sul finire del pomeriggio l’attività si rallenta, il lavoro è più fiacco: la gente sente il giorno chiudersi su di sé. Uno ad uno i piani si vuotano... se ne vanno gli uomini in uniforme dell’ascensore... tintinnano secchi. Scope ed acqua detergono dei pavimenti la polvere umana, e gli sputi, spazzando via l’immondizia del giorno. Parole formate da lampadine gridano dal tetto a migliaia di case e di persone quel che dovrebbero acquistare. Parlano così fino a mezzanotte. Ora è buio, nei corridoi. Eco di voci. Il silenzio pesa... le guardie notturne scivolano leggere da piano a piano, tentano le porte. Le pistole rigonfiano le loro tasche sull’anca... casseforti d’acciaio stanno ritte negli angoli. Il denaro sta là dentro, ammucchiato. Un giovane guardiano si appoggia a una finestra: vede luci di chiatte che si aprono la via attraverso il porto, collane di lanterne bianche e rosse nello spiazzo della ferrovia, e l’arco delle tenebre rotto da linee bianche e da incroci a grappoli di lumi sulla città che dorme.

Di notte il grattacielo si staglia tra il fumo e le stelle: ha un’anima.

 

Redazione Nerospinto

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