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Sacro Gra, la storia contemporanea che vince alla Mostra del cinema di Venezia

Chi l’avrebbe mai detto che un documentario potesse raccogliere così tanti successi e aggiudicarsi uno dei premi più prestigiosi. Il progetto di Gianfranco Rosi invece ha convinto e appassionato praticamente tutti perché nell’Italia che perde pezzi a ogni spuntar del sole la vita è diventata una vera impresa nel senso più etimologico del termine. Si deve contare su stessi al di là delle difficolta del tempo e dello spazio. E allora anche il Grande raccordo anulare della capitale diventa un luogo misterioso e oscuro, pieno di vita e insieme ghettizzante; una barriera che allontana e che difende.

Rosi, in realtà, fa suo un progetto molto speciale e ambizioso del paesaggista e urbanista Nicolò Bassetti, che poi diventa l’autore del soggetto de documentario e affianca il regista nel percorso della realizzazione e delle tappe del lavoro. Bassetti nel 2008 iniziò a esplorare a piedi i luoghi intorno al Grande Raccordo Anulare, percorrendo 300 chilometri in venti giorni. E Rosi a suo modo ne percorre i passi e le soste dando vita a un film storico completamente inserito nella contemporaneità dove più che in altre pellicole lo spettatore si sente partecipe e simile ai tanti personaggi e alle esistenze presentate. Di grande simbolismo la scelta di Rosi di presentare sette vite differenti e di dare al Grande raccordo anulare l’appellativo di sacro, inteso però come misterioso, un luogo ai margini della vita capitolina, nascosto e sconosciuto dove la realtà avvicina paurosamente la finzione e viceversa.

Sette episodi solcano il documentario presentando a loro volta sette diverse vite.

Quella di un nobile piemontese decaduto che vive con la figlia in un appartamento in periferia e che ha come vicino di casa un dj indiano, la vita di un pescatore d'anguille, di un esperto botanico che combatte per la sopravvivenza delle palme, di un paramedico con una madre affetta da demenza senile, e l’esistenza complicata e irreale delle prostitute transessuali. Inoltre, la vita di un nobile che vive in un castello affittato come set per fotoromanzi, quella di alcuni fedeli che osservano un'eclisse al Divino Amore attribuendola alla Madonna e la vira di alcune ragazze immagine di un bar. Per gli appassionati del realismo italiano il documentario di Gianfranco Rosi potrebbe quasi far pensare agli operai sempre affamati e disoccupati della vecchia Trastevere di De Sica, alle verduraie di Campo de ‘Fiori così ben descritte dalla Magnani e ai ragazzi di strada di Pasolini.

In realtà Rosi non intende affatto realizzare un doc film realista ma semplicemente catturare l’esistenza contemporanea attraverso la macchina da presa. Non c’è una storia comune che attraversa il suo lavoro e che avvicina i vari personaggi del documentario, anzi, la presentazione casuale delle differenti vite e il lasciare che la camera da sola racconti allo spettatore quello che cattura fa sì che la realtà diventi cinematografia trasfigurata. 

L’esistenza di chi vive ai margini di una delle città più famose al mondo diventa così l’essenza dei nostri tempo moderni, quella che attraversa e accomuna le periferie di tutto il mondo.

Un documentario così doveva vincere la Mostra del cinema di Venezia?

Il tempo e gli spettatori decideranno a loro modo.

 

Redazione Nerospinto

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