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Bocciata "La Scelta", l'undicesima prova da regista di Michele Placido

Il cinema italiano e anche quello internazionale sono a un bivio vero e proprio: devono decidere se continuare con lavori scritti e pensati per il teatro e per la letteratura o dare vita a nuove pellicole con sceneggiature originali, prove più fresche e giovani di scrittori attuali e contemporanei. Purtroppo è più facile e anche più comodo, lavorare su testi e scritture già esistenti e magari adattarle alla società e alla vita attuale, ma bisogna essere capaci di fare anche questo, altrimenti, come succede esattamente per il film di Placido, si rischia una melodrammaticità che non sa essere moderna e che non sa neppure essere evocativa di cento anni: tutto resta a metà, sospeso tra il 1919 e il 2015 senza manifestarsi in nessuna completezza.

"La Scelta" avrebbe dovuto essere nei piani del regista e degli sceneggiatori, la versione moderna della novella di Pirandello dello scorso secolo che trattava il difficilissimo e inaccettabile (per l’epoca) tema della donna che mette al mondo il figlio di uno stupro e cerca contemporaneamente di farlo accettare al suo legittimo consorte. Era il 1919 e si comprende bene a cosa andava incontro Pirandello scardinando tabù sulla famiglia, la condizione femminile, il ruolo di padre e uomo nella società del tempo e tutte le implicazioni sociali e religiose che una condizione simile riversava su una famiglia e su un matrimonio. Cosa fa Michele Placido? Lascia intatte queste implicazioni del testo originale e trasporta il tutto nel nostro tempo, presentando una coppia in crisi che non riesce ad avere un figlio proprio e che alla fine deve accettare una creatura nata da uno stupro subito dalla donna e continuare a vivere insieme come se nulla fosse, perché i tempi sono cambiati e i drammi legati a questa condizione possono essere superabili. "La Scelta" però, proprio per questo tentativo di mettere di nuovo nel cinema italiano il ruolo della donna da una parte e quello dell’uomo dall'altra, non regge. Non regge come pellicola e non regge come esperimento sociale. Il fatto è che i maschi restano tali anche dopo la rivoluzione femminile, la modernità dei ruoli appaiati, la possibilità di scelta delle donne moderne e la sensibilità che la nuova società prova ad avere su determinati temi, come questo, appunto, e le donne a loro volta, restano sempre femmine, con tutto il loro mondo fragile e personalissimo dove uno stupro è sempre un dolore, una tragedia e un fatto privato che sconvolge e dilania, anche quando da un atto così crudele ed estremo può nascere e crescere una nuova vita nel ventre delle stesse. Non c’è bisogno di un film per capire cosa succede a famiglie e a coppie che subiscono una tale tragedia, perché anche a distanza di cento anni, alcune cose non cambiano. Una violenza resta sempre tale e il figlio di un altro mette sempre in crisi ogni uomo di qualunque tempo ed età. Placido ci prova a costruire anche un po’ di azione e di pathos nella pellicola, ma rimane un film già visto, un racconto troppo antico, una prova di scarsa originalità completa. Raoul Bova lascia il tempo che trova nel ruolo del padre surrogato e del marito degli anni duemila e Ambra Angiolini ce la mette tutta, ma i ruoli drammatici proprio non le si addicono.

Pazienza Placido… sarà per la prossima.

Antonia del Sambro

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Redazione Nerospinto

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