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Fusion: cucina molto vintage

Negli ultimi decenni, in una società sempre più multietnica, la cucina italiana ha conosciuto nuovi impulsi, qualche stravolgimento e anche indubbi arricchimenti dovuti a una disponibilità merceologica sempre più globale. Il mercato offre nuovi prodotti alimentari per soddisfare le esigenze dei consumatori di più recente acquisizione. Molti ristoranti propongono piatti che uniscono ingredienti di più parti del mondo dando a tale abbinamento molta enfasi e visibilità. Ma, più sottotono, anche la cucina casalinga è cambiata ed è considerata ormai abitudine che almeno uno degli ingredienti etnici più radicati rientri di tanto in tanto nei nostri menù. Chi non utilizza, insieme a ingredienti nostrani, prodotti come il couscous, la salsa di soia, le salse piccanti messicane o orientali, il wasabi, le alghe, i nachos, gli spaghettini di soia e via discorrendo? Elenco a cui vanno aggiunti prodotti agricoli di più recente diffusione come quinoa e amaranto, che stanno trovando crescenti consensi e il loro consumo è caldeggiato dalla FAO. Di questo fatto puramente fisiologico da noi si è voluto farne una moda, una sorta di indicatore di cosmopolitanismo, e non trovando un termine italiano che lo indichi al meglio è stato mutuato dall’inglese il termine fusion. Inoltre, nell’interpretazione provinciale italiana, fusion è un fenomeno recente, e pertanto comprende solo piatti di nuova acquisizione, innovativi, di tendenza. Ma quando cime di rapa e broccoli portati dagli immigrati del Mezzogiorno arricchivano le tavole “nordiche” legandosi ai loro ingredienti nessuno ha mai pensato di enfatizzare i nuovi abbinamenti.

E’ che in Italia la visione storica non è un approccio molto diffuso, così come la memoria storica non è dote sempre diffusa. Ma se ci alzassimo sulla punta dei piedi per guardare in direzione del passato, forse sarebbe più facile acquisire una visione più complessiva. La cucina in generale e quella italiana in particolare è “storicamente”, “tradizionalmente” fusion considerato che a ogni scoperta geografica, a ogni inaugurazione di nuova rotta o di percorso mercantile, a ogni invasione e occupazione straniera del territorio, c’è stato un arricchimento di prodotti. Era fusion la cucina speziata medievale, e un apporto notevole, in epoca moderna, è dato dalla scoperta delle Americhe e dal conseguente ingresso di mais, pomodori, patate, fagioli, peperoni… Cosa sarebbe la nostra tavola senza questi ingredienti? Il pomodoro, per esempio, è associato alla dieta mediterranea come se fosse un prodotto autoctono: è ingrediente della celebrata pommarola che circa mezzo millennio fa, abbinata agli spaghetti, diede vita a un piatto fusion, ed è fusion esattamente come un pomodoro affettato e condito con un filo di olio d’oliva, o una pizza margherita. Potremmo continuare con la pasta e fagioli, con gli sformati di patate… Da non trascurare la polenta con il baccalà: questo piatto unisce l’americana farina di mais al baccalà, pesce oceanico conservato sotto sale che veniva, ed è, importato in Italia dal Portolgallo o da altri paesi europei, all’epoca considerati lontani (per cui esotici come le americhe); conseguentemente potremmo considerarlo, per dirla tutta, un piatto fusion vintage very exotic… e sicuramente trendy.

Redazione Nerospinto

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