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Nine Inch Nails - Hesitation Marks (Null Corporation / Columbia, 2013)

Quando penso ai Nine Inch Nails mi viene in mente il gran video, del regista Mark Romanek, di “Closer” (conosciuta anche come Closer to God o Halo 9, contenuta in The Downward Spiral del 1994) e il testo incisivo, crudo ed efficace e che diceva così: “I wanna fuck you like an animal, i wanna feel you from the inside, i wanna fuck you like an animal, my whole existence is flawed, you get me closer to God”. Erano gli anni ’90 e i NIN avevano fatto il botto, arraffando sia grandi fette di pubblico che una valanga di complimenti dalla critica specializzata.

Trent Reznor ora è tornato proprio con i suoi Nine Inch Nails lasciandosi però alle spalle gli ultimi lavori davvero deludenti, per non dire di peggio: Year Zero, Ghosts I-IV e The Slip (il primo del 2007 e i successivi datati 2008). Cinque anni di distanza e tanta voglia di pensare, meditare e costruire un album valido, in modo maniacale ma a quanto pare con più leggerezza. Diciamolo subito senza creare false speranze ai fan di vecchia data: Hesitation Marks taglia i ponti con il passato, è semplice e furbetto oltre che molto più elettronico (pronti a ballare?).

Lo si capisce subito dal primo singolo Came Back Haunted ma anche dal secondo Copy of A, che parla appunto della piattezza generale e di come sia difficile uscirne, singolo che può sicuramente trasformarsi in un ottimo traino commerciale per qualsiasi cosa (film, videogioco, scarpe, etc). Le atmosfere dark e l’elettronica, un binomio ottimale oltre che un’arma a doppio taglio, sono inermi davanti alla pochezza di Find My Way; così si prova a inserire una sorta di funk modificato in All Time Low, e in Various Methods of Escape si gioca con i sussurri, i backing vocal e le urla poco convinte. Avevo detto con più leggerezza ma Trent Reznor ha ancora i suoi assi da giocare e li mette sul tavolo per ultimo (o quasi): la voce ritorna importante e fa venire i brividi in I Would For You; funziona anche il nuovo stadio minimale di While I’m Still Here, mentre Black Noise pesca nel pozzo profondo e oscuro ma purtroppo siamo alla fine del disco (nella versione Deluxe ci sono in più tre remix che però non gridano a nessun miracolo).

Voglio credere che questo sia solo un riassestamento e che Trent Reznor stia solo spingendo la sua creatura lungo un binario più vicino agli anni zero e che gli serva solo un altro po’ di tempo (essì, mica bastano cinque anni). Consiglio quindi questo Hesitation Marks a tutti coloro che non erano nati negli anni ’90, con l’obbligo di recuperare i dischi che hanno reso grandi i NIN; per tutti gli altri, è una sufficienza tirata, nulla che possa farvi impazzire, ma al massimo, se proprio volete, ballateci su e non pensateci troppo.

 

Andrea Facchinetti

 

Se qualcuno di voi ha già sentito parlare di industrial metal, un mix ben riuscito di heavy, elettronica e industrial, avrà sicuramente scaricato diversi album dei Nine Inch Nails.

 

Avete capito bene: scaricato, e senza la paura di incorrere in problemi legali o sensi di colpa permanenti, il gruppo dei “chiodi a nove pollici” per chi non lo sapesse è stato una delle prime band che ha permesso di far scaricare in maniera totalmente gratuita le proprie canzoni sul web, tirandosi dietro le ire funeste delle etichette discografiche che potevano solo stare a guardare.

 

Classificati al 94° posto da Rolling Stones nella classifica delle band più influenti di tutti i tempi, il gruppo dalla N rovesciata non è ricordato solo per essere stato uno dei pionieri del filesharing, ma, e sopratutto, per la massiccia dose di emozioni e sudore che hanno fatto sfornare ai fortunati fan di tutto il Mondo negli innumerevoli, sfrontati e distruttivi live che li contraddistinguono.

 

Nati nel 1988 per opera di Trent Reznor, voce e frontman del gruppo, i Nine Inch Nails con la loro musica cattiva e spregiudicata vantano la bellezza di più di vent'anni di onorevole carriera, e quest'anno sono pronti per stupirci ancora: ebbene si, i NIN tornano.

 

“Nine Inch Nails are touring this year!” Così attaccava la prima dichiarazione ufficiale fatto da Trent tramite Pitchfork lo scorso Febbraio, e ora che le prime date iniziano a circolare i fan tengono il fiato sospeso.

 

La band statunitense torna dopo quattro anni di assenza a solcare i palchi di tutto il Mondo e contrariamente a quanto facevano pensare le prime voci trapelate sul web, i fan italiani non dovranno aspettare fino al 2014 per vedere i NIN.

 

Il tour infatti farà sosta anche a Milano il prossimo 28 Agosto, unica data italiana dove si potrà scoprire la nuova formazione presentata da Reznor.

 

Sul palco del Mediolanum potremmo gustarci infatti un super gruppo con la “g” maiuscola: Eric Avery dei Jane's Addiction, Adrian Belew dei King Crimson e Josh Eustis dei Telefon Tel Aviv, oltre ai già noti Alessandro Cortini e Ilan Rubin.

 

Il gruppo sarà accompagnato nel live italiano da un ospite speciale: i Tomahawk, la band di Mike Patton, che dopo la pubblicazione del il nuovo disco, “Oddfellows”, è stata scelta come gruppo di apertura.

 

Insomma fan italiani riunitevi, spolverate le bacchette 5B, esercitatevi a rompere la chitarra del fratellino e non prendete impegni per fine Agosto!

 

..E nel caso non abbiate ancora prenotato le vacanze estive ecco un paio di posti dove poterli ascoltare fuori dai confini nazionali:

 

NIN tour date 2013-2014:

 

DATE CITY VENUE 26.07.13 Naeba, Japan Fuji Rock Festival 28.07.13 Ansan, South Korea Ansan Valley Festival 2-4.08.13 Chicago, IL Lollapalooza Festival 9-11.08.13 San Francisco, CA Outside Lands Festival 15.08.13 Hasselt, Belgium Pukkelpop Festival 16.08.13 Biddinghuizen, Holland Lowlands Festival 18.08.13 Hockenheim, Germany Rock'n'Heim Festival 23.08.13 West Yorkshire, UK Leeds Festival 24.08.13 Paris, France Rock en Seine Festival 25.08.13 Reading, UK Reading Festival 28.08.13 Milan, Italy Mediolanum Forum w/ Tomahawk 31 Aug/ 1 Sep.13 Philadelphia, PA Made In America Festival 25-27.10.13 Ashville, NC Mountain Oasis Electronic Music Summit 1-3.11.13 New Orleans, LA Voodoo Festival

Scrivere all'uscita del terzo album di un gruppo che si pensava sarebbe stato una moda passeggera è un bell'impegno. Si potrebbe scrivere della sfida di due giovani di Toronto, di quanto si siano evoluti dal primo anno, dei loro live sempre sorprendenti o delle collaborazioni più varie tra beat chiptune, rubati alle community online, e Robert Smith. Eppure, ascoltando il loro terzo album, sembra che alla fine non siano stati all'altezza delle aspettative, innovativi o almeno pronti a guardarsi in faccia e farsi due calcoli.

 

Non c'è niente che non vada in effetti, forse sono troppo severo, ma dopo due album da cui si poteva estrapolare una sorta di evoluzione verso un sound più definito, questo terzo esercizio di stile proprio non ci voleva (non è un caso che i tre album abbiano lo stesso titolo? - Crystal Castles).

 

Andiamo con ordine, cerchiamo di capire meglio cosa è successo. I Crystal Castles nascono per caso. Leggenda vuole che, dopo aver rilasciato online una prova di registrazione dell'attuale cantante, Alice Glass, diverse case discografiche li abbiano contattati proponendo un contratto. Vinse la Lies Record che produsse una raccolta di singoli già rilasciati con l'aggiunta di un paio di canzoni registrate per l'occasione. E la storia puzza subito di bruciato, sia per i premi e i riconoscimenti avuti, sia per la curiosa storia dell'immagine di copertina: l'opera dell'artista Trevor Brown, la Madonna con l'occhio nero, utilizzata senza permessi con un'attitudine da “bhè, che problema c'è?”. Il problema è stato risolto con l'acquisto dei diritti dell'opera. Sembra strano, però, che un'etichetta spenda tanti soldi per finanziare un gruppo al primo album, ma non facciamo i maliziosi e proviamo a pensare che magari i giovani, ai tempi poco più che ventenni, erano talmente promettenti da giustificare un'azione del genere.

Purtroppo non è questo l'unico caso di infrazione di copyright, si parla anche di beat rubati per la realizzazione di Insectica e  Love and Caring, ma tutto si è risolto felicemente (per i Crystal Castles) e i due hanno continuato indisturbati a vendere dischi e magliette, una bella soddisfazione per la Lies.

 

Nonostante questi problemucci il prodotto è andato alla grande e si è conquistato un posto nel cuore di giovani troppo punk per ascoltare techno e troppo radical chich per i Bad Religion, ma pieni di entusiasmo per le droghe chimiche e i rave.

 

Incredibilmente in un paio di anni Alice Glass e Ethan Kath raccolgono sempre più seguaci grazie alle loro performance esplosive tra batterie distrutte e stage diving e con partecipazioni mirate a festival e seguendo in tuor band come, tra i più famosi, i Nine Inch Nails.

 

Il secondo album del 2010 (Fiction Records) è, però, nettamente più maturo e sembra che i due stiano per fare il salto di qualità per essere santificati a un pubblico meno drogato e più interessato alla musica. Il caotico miscuglio di synth e voci distorte viene organizzato in pezzi più strutturati e le melodie frenetiche si trasformano in un omaggio alle atmosfere eurodance e eighty. Ma anche a due anni di distanza le mosse di marketing non mancano e la featuring di Robert Smith in Not In Love fa riflettere. Ci sarebbe anche da chiedersi a chi è servita questa partecipazione del gigante dei The Cure, ai Crystal Castles per darsi un tono da musicisti navigati o al ciccione (emo) per riconquistarsi una fetta di mercato più giovane?

 

Ed arriviamo, infine, al terzo album che ci regala tracce che proseguono per il filone synthpunk e chiptune, con qualche richiamo al secondo album in tracce come Wrath of God con dei bei tastieroni europei. Il tutto è condito con una buona dose di impegno sociopolitico dalla copertina di Samuel Aranda, fotoreporter d'assalto, che immortala una madre che abbraccia il figlio piegato in due dai gas lacrimogeni durante le manifestazioni in Yamen, a canzoni di protesta adolescenziale come Child I will hurt you. Il tutto sembra voler dire: il mondo è un posto brutto e cattivo, ma nasconde tante bellezze e noi sintentizziamo questo spirito, ravers cattivi, incazzati, stronzi, ma dall'animo tenero e coccoloso. Violent Youth è proprio un manifesto a questa predisposizione con un bel beat rimato e il testo snocciolato come una ninna nanna, una cantilena in cui questa generazione di hipster-indie, stronzi ma alla ricerca della vera bellezza (quelli che vanno alle feste dei crookers già vomitati), potranno riconoscersi.

 

Unica nota positiva le basi, soprattutto quella di Insulin, canzone dalle distorsioni poderose, forse troppo break, e troppo breve un minuto e quarantasette secondi di confusione che richiamano un po' i primi pezzi come Excuse Me del primo album che visto da questa prospettiva sembra il più autentico e originale dei tre.

 

I Crystal Castles, nonostante tutte queste critiche, rimangono un pezzo della storia della musica contemporanea, un piccolo tuffo nell'adolescenza disperata della periferia distrutta di una grande città in decadenza. Un ritorno alla piccola guerra interiore di tutti i giorni. Se non costassero trenta euro andrei anche a vederli all'Alcatraz il 24 febbraio, di sicuro ne varrebbe la pena, anche solo per le acrobazie dell'Alice che rimane comunque un gran bell'animale da palco.

Crystal Castles all'Alcatraz 

 

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