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Morte di Danton al Piccolo Teatro

Combattere per liberare il proprio popolo dall'aggressore aristocratico e morire, pochi anni dopo, per mano di quello stesso popolo.

 

Una fine forse troppo crudele quella toccata in sorte a Georges Jacques Danton, politico e rivoluzionario francese la cui vita George Büchner provò a descrivere nella sua opera Morte di Danton.

Scritto in sole cinque settimane a cavallo tra gennaio e febbraio del 1835 da un ventunenne Büchner in fuga dalle autorità dell’Assia dove era stato coinvolto in una rivolta, l’opera rivive oggi grazie alla regia di Mario Martone al Piccolo Teatro di Milano fino al 13 marzo.

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Siamo negli anni del Terrore e la figura di Danton è in contrapposizione con quello che viene considerato il padre della Rivoluzione Francese, Maximilien Robespierre.

I due uomini, compagni prima e avversari poi, andranno incontro alla stessa fine destinati alla ghigliottina a distanza di pochi giorni l’uno dall'altro.

Che cosa allontana Danton e Robespierre illuminati rivoluzionari tesi ad offrire alla Francia un futuro migliore, libero dalle catene dell’Ancien Règime, in cui il popolo potesse emanciparsi e autodeterminarsi?

È tutta una questione di metodo. Danton non crede che il Terrore sia il mezzo migliore per cambiare il mondo e protende per una visione liberale e tollerante, un pensiero lucido e razionale, mentre Robespierre porta alta la bandiera del pensiero giacobino che opta per una linea intransigente, eroica, rabbiosa.

Come spesso accade il teatro non è solo lo spazio in cui raccontare le storie che compongono il nostro passato ma è anche la casa in cui il tempo non conosce i confini segnati da orologi e stagioni.

Il lavoro di Büchner  segna un percorso che parte dagli anni del terrore e arriva fino a noi attraverso dei temi che appartengono anche alla nostra contemporaneità: la forza della rivoluzione, il rapporto tra uomini e donne, l’amicizia, la classe, il determinismo e il materialismo, la libertà di pensiero.

L’eccesso di etica, l’ubriacatura di morale e di oggettività porta, ieri come oggi, alla perdita di ogni caratteristica distintiva dell’essere umano che spoglio di emozioni e pensiero diventa solo carne e ossa in movimento utile alla causa e se inutile facilmente eliminabile per mezzo di una ghigliottina.

Che ieri era la lama affilata del patibolo e oggi è il pregiudizio perché l’integralismo passa tanto da una mannaia quanto da una parola capace di farci credere che il nostro simile non è come noi; l’amico diventa nemico, costituisce un problema quindi è meglio che perda la testa o resti dall’altra parte di un muro alto che preservi la nostra raziocinante, finta, umanità.

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Il Terrore è un periodo storico a cui guardiamo con distacco poiché lontano da noi, ci toccano le morti feroci che disapproviamo, ci affascinano le figure carismatiche e controverse che lo hanno caratterizzato, seppur dolorosa è un’epoca che giustifichiamo poiché l’esigenza impellente di un cambiamento inevitabilmente è densa del senso di sacrificio umano e ideale.

Resta però affascinante il rapporto che l’uomo intrattiene con la Storia di cui rifiuta l’idea di violenza appartenuta alle guerre di ieri mentre nel terrore di oggi ci sguazza con una spiazzante semplicità.

 

Raffaella Berardi

Redazione Nerospinto

Sito web: www.nerospinto.it Email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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