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IN(H)Ospital

Ormai ne sono convinto, la vita è qui e ora. Non in nessun altro posto, ma qui, ora. Mentre scorro la pagina di Facebook che ritrae gli amici del social alle prese con le vacanze vorrei essere li con loro. Mare, montagna, posti esotici. Invece sono qui, sdraiato in un letto di ospedale nel deserto dei tartari, la Milano agostiana, aspettando che qualcuno arrivi, proprio come accadeva nel racconto di Buzzati, in eterna costante attesa del nemico che arrivasse. Dalla finestra accanto al mio letto riesco a scrutare il cielo, costantemente vitreo. Sono ormai diversi giorni che giaccio su questo letto, in attesa di un'operazione. Una fatalità, una caduta come altre. Un'operazione di routine. Ma io, sfortuna ha voluto, devo attendere che la pelle guarisca da una fittosi, così la chiamano i medici. Io vedo solo pus che esce copioso, come una crema viscosa che esce da un tubetto schiacciato troppo violentemente.

L'ospedale, etimologicamente, deriva dal latino ospitalità. Un luogo accogliente e protetto. Non si può dire che qui dove alloggio non lo sia. Il personale è gentile e premuroso, i dottori esaustivi per ogni domanda, anche le più stupide. D'altronde uno dei vantaggi di abitare in una grande città del nord è anche questo: potere scegliere dove curarsi. Pensare che alcune strutture del sud non hanno neanche l'aria condizionata ti fa pensare di essere fortunato. Nascere in posto piuttosto che in altro è una lotteria inconsapevole. Come diceva Forrest Gump: la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti può capitare. Bella cagata Forrest. Chissà quanto si sono arrovellati gli sceneggiatori per giungere ad una tale perla di saggezza.

Metafore a parte, qui davvero non si sta maluccio. Il cibo non è male, dicevo dell'aria condizionata e dei numerosi benefit, tipo amici che ti regalano libri e fumetti. Una rassegna stampa quotidiana e le chiacchiere con il cappellano, sempre impagabili.

Fa il giro la mattina, si avvicina ed entra subdolo nelle camere. Fingendo di interessarsi alla tua condizione, inizia a sproloquiare senza sosta. Alla fine la discussione si riduce ad un monologo, che sul finale si trasforma in sermone: “la malattia arriva a cavallo e se ne va a piedi”. Ecco un'altra massima capace di farmi contorcere il fegato. Lo scopo è quello di far riflettere sulla condizione di malattia, intesa nel sua accezione di purgatorio. Un momento di riflessione forzata che dovrebbe indurre a pensare alla vita e alla sua caducità. Il prete però è furbo. Evita di nominare il suo principale. Piu che per timore reverenziale, per un senso del pudore che sublima con il suo sguardo vacuo, sempre alla ricerca di qualcos'altro da guardare. Scusate, ma ero rimasto al predicatore vecchio stampo, quello che per convincerti della bontà delle proprie affermazioni ti guarda negli occhi per cercare un'intesa.

Ma il corollario umano contempla altre bellissime sorprese. Come il mio compagno di letto. Cesare all'anagrafe, Isabelle nella vita. E dire che non mi ero accorto di nulla. Nessuno mi aveva spiegato perchè mi misero insieme ad una donna, anziana per giunta. Proprio perchè non è una donna, realizzai poi parlando con l'infermiera, che fece allusioni strane che io non avevo colto, tipo il pappagallo sul comodino. Sono proprio tonto. C'e da dire, a mia discolpa, che proprio un uomo non sembra. Al contrario: una settantenne in buono stato di conservazione, con una voce non marcata, con il vezzo del trucco e dei perizomi. Eccentrica, pensavo. Di sicuro non così tanto. Certo in confidenza mi disse che in vita sua unì l'utile al dilettevole, soprattutto l'utile. “hai capito la meritrice”, pensai. Ormai in pensione, si sollazza nel tepore della casa, comprata con il frutto della suo lavoro di anni e anni di prestazione d'opera. E così è stato, sempre prestazioni d'opera, ma con uno strumento in più. Certo la cosa è piuttosto boccaccesca. La diversità è come la malattia, quando scopri di averla te la tieni e diventa parte di te stesso. E così accade quotidianamente con Isabelle che si sveglia con qualcosa che vorrebbe non avere. Il diniego di una tua parte. Un rapporto castrante, di sicuro.

Eppure avrei dovuto intuirlo. Prima di scoprire la vera identità di Cesare, mi parlò della sua frequentazione con Amanda Lear. Mi confidò che entrambe facevano le maschere al teatro Piccolo e che nuda Amanda mostrava in privato un imperioso membro che la elevava a dea risoluta e androgina. Soffermandosi sulla sua generosità, Isabelle o Cesare, mi disse che una volta a ristorante con Amanda pagò lasciando una cospicua mancia al cameriere, come lei usava sempre fare. Una volta alzatisi, Amanda le restituì il danaro dicendo di non dover sprecare il danaro in quel modo. Da quel momento Isabelle decise di interrompere i rapporti con la vamp, rea di essere troppo avida e tirchia. D'altronde la generosità apre la porte del paradiso e per Isabella ci sarà un portone spalancato. Grazie al capitale raccolto negli anni ha potuto aiutare tutta la famiglia, amici, conoscenti e perfino qualche mascalzone che si approfittava di lei. Una santa uomo.

Oggi il cappellano è passato a farmi un saluto, ma parlavo al cellulare. Mi salutava augurandomi buon weekend. Rimasi perplesso. Fece qualche chiacchiera di circostanza anche con Isabelle, ma si vedeva che ne era spaventato, quasi infastidito. D'altronde non deve essere facile rapportarsi, per un uomo di curia, alla rappresentazione del diavolo in persona. Nella sua testa è come avere una specie di guerra intestina. La pulizia etnica perpetrata all'interno del suo pensiero deve aver offuscato il concetto di misericordia, che pure fa parte del pensiero unico cattolico. Ma a spaventare, a mio parare, è quello che una persona così rappresenta: libertà di espressione a tutti i costi, ostinatamente in direzione opposta e con vento sfavorevole.

Ci sono cose indigeribili. Isabelle è per molti così, un errore da nascondere e fuggire. A me invece incuriosisce la sua storia. Voglio saperne di più: il rapporto con la sua numerosissima famiglia, gli strascichi e la decenza nella vecchiaia, quando tutto si rallenta e la vita passata appare distante e in bianco e nero. Ci sarà occasione. Qua il tempo non passa mai e sopravvivere allo scandire delle lancette significa anche questo: farsi travolgere dalle storie e ricavane diletto.

Redazione Nerospinto

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