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Gay Street di Expo: un salto in avanti o 100 all’indietro?

Mi è saltata subito all’occhio, stamane, la notizia che Rosaria Iardino, consigliera comunale di zona 2 con  residenti, commercianti e assessori competenti sta lavorando per riqualificare il quartiere di Via Sammartini e trasformarlo nel quartier generale del mondo «Lgbt» (lesbo-gay-bisex-transgender) in vista del 2015.

Trovo il tutto abbastanza arrogante e mi domando: stiamo facendo un passo in avanti o 100 all’indietro rischiando di romperci anche il collo?

Una città quando è considerata friendly? Non di certo ufficializzando un quartiere gay ma promuovendo una via che porti i cittadini ad adottare un punto di vista che comprenda e accetti anche altre realtà alternative. E, ovviamente, non basta ospitare il gay pride che, ahimé, da un’idea completamente sbagliata del mondo gay. Ma poi cosa mai si dovrà spiegare sul mondo gay? Siamo tutti esseri umani e come tali mangiamo, dormiamo e, udite udite, facciamo anche la cacca!!!

Una città è friendly quando una persona passeggia davvero tranquilla mano nella mano con l’altro o si scambia un bacio di saluto la mattina senza che ci siano i soliti commenti o sguardi perplessi con stampato a caratteri cubitali: GIUDIZIO. Non mi riferisco solo ai gay ma anche a una ragazza in minigonna o con le calze rotte perché stamattina si sentiva di andare in giro così.

Qualcuno ha mai chiesto un quartiere gay ad hoc? Ma soprattutto in una zona così degradata da anni? Consiglierei alla signora Iardino un bel piano di riqualificazione, onesto, che non si nasconda dietro la scusa del “perché deve esser il nuovo polo per gli omosessuali dell’Expo”. E poi, si sa, Milano non è mai riuscita, grazie a persone non qualificate, a trasformare i quartieri periferici in centri di interesse (vedi esempio di Bovisa e l’esperimento Triennale. Dopo le 18,00 non c’è anima viva).

La cosa che infastidisce di più di tutta la faccenda è usare il mondo gay come scusa di riqualificazione. Ma soprattutto come business di turismo. Si muovono tanti soldi con il turismo gay ma è altrettanto vero che i paesi che sono mete omosessuali hanno lavorato molto per educare i propri cittadini ad esser “open mind”.

Possiamo davvero pensare di avere un quartiere gay quando accadono ancora episodi come lanci di bottiglie piene di pipì davanti al Mono? Quando all’una di notte in colonne arrivano ragazzini di 16 anni e ti dicono: sei gay e lo pigli in culo, ti spacco la faccia?

Arroganti si, e anche un po’ ignoranti: i signori dimostrano che sono completamente ignari della vita quotidiana delle persone (problema che ahimé sembrano avere tutte le persone che abbiamo deciso di eleggere).

Le realtà friendly nascono spontaneamente, non perché il Comune ha deciso che tutti i gay devono andare la poiché tutte le vie della città sono per eterosessuali, omosessuali, lesbiche, gay, trans.

Il quartiere gay sembra una scelta vecchia già in partenza. Aveva senso negli anni 80 o 90 ma adesso odora pesantemente di “old style”.

Piuttosto: abbiamo mai visto delle pubblicità dell’Expo che mirano ad aprire le porte anche ai gay con slogan del tipo: “Expo is for everyone” con una bella immagine di un lui e lei, lui e lui, lei e lei mano nella mano modello pubblicità dell’Ikea di qualche stagione fa? Pensiamoci.

Namaste, Vittorio Pascale, Allievo praticante di Yoga Integrale presso il centro Parsifal Yoga di Milano Studioso e praticante di Buddhismo Tibetano, Fondatore della pagina Fb: Yogamando hai domande? Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Redazione Nerospinto

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