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Mancano ancora pochi giorni- fino al 6 dicembre- per poter visitare presso lo Studio Museo Francesco Messina di Milano la mostra Non Abbandonarmi! di Franco Mazzucchelli, la quale rappresenta una riflessione sul ruolo dell'arte nella società contemporanea, costituendo un appello al pubblico affinché non abbandoni l'arte e la curiosità di scoprire il nuovo e il diverso.

Biografia dell'autore Franco Mazzucchelli è uno dei Maestri dell'arte contemporanea nazionale e internazionale, collabora dal 2013 con il progetto cramum. Alla sua 4' edizione, il premio promuove il dialogo tra generazioni d'artisti e valorizza le giovani eccellenze artistiche in Italia e nella Svizzera di lingua italiana. Franco Mazzucchelli prende parte al progetto in qualità di giurato. L'artista nasce a Milano il 24 gennaio 1939, si diploma nel 1963 in pittura e nel 1966 in scultura allAccademia di Belle Arti di Brera, dove da quell'anno ricopre il ruolo della cattedra. Nel 1976 partecipa alla Biennale di Venezia. Mazzuchelli è uno scultore sui generis, che ha scelto di modellare un elemento che ci dà la vita: l'aria. I suoi lavori fanno parte di performances rese possibili dall'invenzione dei nuovi materiali, in particolare il polivinilcloruro, il pvc, leggero, gonfiabile e modellabile a piacere. Nel corso della sua carriera, Mazzucchelli dà vita a lavori giganteschi, altissime sculture d'aria, fino a trenta, quaranta metri, a forme geometriche come la spirale e il cubo, oppure ancora immensi tubi dentro cui poter camminare e giocare. Il fatto di occupare questi spazi in realtà ha un significato profondo. Reca in sé un interrogativo: per chi realizza opere d'arte l'artista del XX secolo? Chi ne è il fruitore? La risposta di Franco Mazzucchelli è che l'artista ha una funzione sociale e deve scendere in strada per rivolgersi alla gente normale. Tutto ha inizio col ciclo “Abbandoni” strutture gonfiabili in PVC, lasciate in luoghi pubblici, ideate per interagire con la gente. Con le “Sostituzioni” la natura artificiale dell'opera (enormi bolle di polietilene sottilissimo) ribalta la normale fruibilità di un interno obbligando le persone a rimediare e reinventare lo spazio domestico e la sua agibilità. Le “Riappropriazioni” della metà degli anni Settanta ripropongono in esterno la problematica delle sostituzioni, favorendo la riscoperta dei luoghi pubblici perché siano vissuti a partire da angolature inedite. In modo analogo le numerose scenografie teatrali di Mazzucchelli, partendo dall'illusorietà della rappesentazione, giocano, favorite dal fascino sintetico dei materiali plastici, sul rapporto di ambiguità tra dentro e fuori, tra natura ed artifizio. Ma Mazzucchelli ha sentito anche l'esigenza di cimentarsi a fare il pittore, ossia di lavorare anche con i colori, con i materiali, e di realizzare dei quadri che si possono appendere. I suoi però sono, ovviamente, quadri gonfiabili. Sabino Maria Frassà, curatore della mostra, scrive: “ partire dagli ultimi anni '90 tuttavia, qualcosa si inceppa: la popolazione non è più la massa di lavoratori che non ha accesso all'arte e alla cultura. L'artista constata come il crescente benessere, la comunicazione di massa e le sempre più veloci forme di socializzazione non hanno néelevato le persone all'arte, néavvicinato la cultura alle persone. Franco Mazzucchelli percepisce anzi un generale allontanamento, che si esprime attraverso il disinteresse generale ad ascoltare e capire il messaggio dellarte contemporanea, sempre più autoreferenziale. Agli “Abbandoni” si affiancano (anni 2000) il ciclo di opere “Art on Art” i graffiti che da sempre il pubblico fa sui gonfiabili, diventano essi stessi opere d'arte. L'artista diventa sempre più veicolatore, stimolatore e interprete di un sentimento collettivo più o meno consapevole. Con “Non abbandonarmi!” formalizza questi ultimi anni di lavoro e riflessione. Noi siamo la gente e non c'è differenza tra gli artisti e il pubblico. L'artista perciò non condanna l'abbandono dell'arte, ponendosi però un nuovo ambizioso obiettivo: reagire all'impigrimento generale e fare qualcosa per convincere il pubblico, le persone ad abbracciare (di nuovo) l'arte e la cultura. L'occasione è rappresentata dall'allestimento di una mostra all'interno della Chiesa Barocca milanese di San Sisto, per anni studio, ora studio-museo dello scultore Francesco Messina. (Messina e Mazzuchelli si sono conosciuti personalmente all'Accademia di Brera). Quel che si vede però non è un dialogo, e nemmeno un tributo, ma uno scontro tra due grandi Maestri e due modi differenti di concepire l'arte. Se le opere di Messina significano Barocco, mimesi e compiacimento del pubblico, quelle di Mazzucchelli sono invece minimalismo, astrazione, confronto.

Intervista a Franco Mazzucchelli

CZ: Ho letto diverse cose sul suo conto, che intendo utilizzare come cappello di questo articolo e di questa intervista al fine di introdurre ai nostri lettori il suo percorso artistico. Ad ogni modo, mi piacerebbe fin da subito che fosse lei a parlarmi un po' delle sue opere. Mi sembra che i pilastri delle sua produzione siano gli “Abbandoni” Le Sostituzioni” e “Le Riappropiazioni”. Vuole dirmi qualcosa in merito?

FM: Stavo frequentando l'Accademia di Brera, quando ho avuto la fortuna di andare a Parigi, ospite di un famoso artista italiano. Pensi che l'ho aiutato a realizzare 60 quadri in un giorno e mezzo.... (Sospira) Ho visto l'artista in vesti di operaio artigiano, che deve ottimizzare i tempi, badare alla velocità di esecuzione.... “Io abbandono -mi sono detto- voglio abbandonare l'arte.” Ma poi mi sono posto una domanda: “Come faccio a dargli un senso, a dirlo a me e agli altri?” E la mia soluzione è stata andare fuori dai circuiti delle gallerie; altro non era che la strada. Prima realizzavo le mie opere da dilettante, poi ho conosciuto un grande intellettuale, Luciano Inga Pin e insieme abbiamo deciso di codificare le cose e poi registare i commenti della gente. Il tutto è stato raggruppato in una piccola pubblicazione casalinga. Alla mostra nella galleria di San Fedele c'erano solo i filmati, le fotografie e le considerazioni della gente comune. Ha avuto un gran successo!

Le “Sostituzioni” nascono da un'occasione particolare: ero stato invitato a partecipare alla triennale del '75, ove mi avevano messo a disposizione un piccolo spazio. Mi sono rifiutato. Salvo poi il fatto che mi hanno ricontattato e mi hanno proposto di usufruire dello spazio che necessitavo. Mi sono preso l'ingresso! Con polietilene ho bloccato tutto! Chi entrava si sentiva in una sorta di placenta... Enrico Cattaneo ha documentato con delle foto bellissime. Le “Riappropiazioni” sono invece tubolari enormi con cui invadevo piazze, porticati. Stupenda l'opera collocata a Volterra, nel '73. E' diventata in seguito zona pedonale.

CZ: Mi corregga se sbaglio, ma la mostra “Non abbandonarmi1” nelle sue intenzioni nasce dalla constatazione che il progresso, almeno qui in Italia, non sia andato di pari passo con una più ampia fruizione dell'arte in genere. Insomma, i nostri tempi sembrano un po' escludere quest'aspetto dalla vita quotidiana, vuoi perchè l'arte qui è ancora in un certa misura elitaria, vuoi perché la gente comune- ma questo è punto di vista estremante personale e, come tale, condivisibile o meno- si fa venire la pelle d'oca quando si parla di mostre, di teatro, di letteratura. É d'accordo? E in caso di risposta affermativa, come si spiega questo basso livello di sinergia tra arte e persone? E soprattutto, c'è un rimedio?

Sono assolutamente d'accordo. Ma il rimedio c'è, e consiste nello studiare e nell'essere sempre, constantemente informati. È un fatto politico, capisce... L'arte contemporanea si è staccata dai canoni tradizionali, dove la figura era il primo approccio. La gente comune è abituata a giudicare opere figurative, un aspetto che nell'arte di questi tempi non c'è più- nelle Tombe Medicee per dire, c'era tutto, i materiali erano nobili... È difficile per la gente comune discostarsi da questa concezione, per questo non va più alle mostre. Io invece cerco di andare incontro a questa cosa partendo dal gioco, dal senso ludico, mi pongo l'obiettivo di fare riflettere le persone partendo da aspetti semplici.

CZ: Una domanda ostica, ma che sono molto curiosa di farle. Mi ha colpito molto ciò che ha detto in un'itervista con il curatore di questa mostra, Sabino Maria Frassà, in cui si riferiva al fatto che per andare oltre gli schemi bisogna conoscerli alla perfezione. In questo senso, la tecnica è importante, la cultura altrettanto. Ma nella mia esperienza, ho conosciuto tanti giovani pittori talentuosi che non hanno avuto modo o voglia di farsi una cultura. È lecito parlare di arte in questo caso?

È chiaro che no. Io, nel corso della mia esperienza formativa, sono andato anche alla Cattolica a seguire un corso di sociologia, ho comprato l'Enciclopedia Universale dell'Arte. Ho visitato tutti i musei europeei. Seguivo un gruppo di filosofi.... E poi c'è la tecnica, non si può prescindere da essa. Una lezione l'ho ricevuta dal grande Marino Marini. Ero a un suo corso con una bellissima studentessa americana. La prima settimana la ragazza ha realizzato un cavallino. Il maestro l'ha spronata a cercare la sua forma di espressione.... La seconda settimana, l'ha fatto più grosso e ancora Marini l'ha rimproverata. La terza settimana si è limitata ad aggiungere il cavaliere. Il Maestro ha chiamato il direttore amminitrativo e l'ha fatta espellere.

Poi c'è da dire che tanti professionisti, come avvocati, dottori, medici si sono buttati nel campo dell'arte, alcuni ottenendo un notevole successo. Ne consegue che chi ha una preparazione di base, può accostarsi all'arte, anche se alla volte è un po' riduttivo.

CZ: Io non ho studiato arte. Mi sono occupata di Lingue e Letterature Straniere. Per questo le propongo un'associazione che per me è stata sin da subito vivida, ma non so se azzecata, tra le sue opere e l'avanguardia catalana di Dau al set. Mi riferisco a Joan Brossa in particolare e alle sue installazioni barcellonesi. Nelle sue opere si confondono un po' i confini tra irriverenza e sperimentazione. É un discorso valido anche per lei?

(Mi guarda dritto negli occhi) Senta....Ogni cosa che facevo da ragazzo, c'era subito chi pensava a un riferimento a qualcos'altro. Per questa ragione ho sentito il bisogno di escludere tutto e tutti e buttarmi da un'altra parte. Un conto è l'arte passata, un conto quella contemporanea. Ho avuto un vuoto culturale “voluto” proprio per non essere influenzato da altri.

CZ: La sua arte nasce come abbandono dell'arte mercificata. Questo mi pare bellissimo. Più volte si è stagliato contro la mercificazione, ci vuol dire qualcosa in merito?

Io non ho mai fatto opere vendibili, perchè non mi è mai interessato. Ho realizzato quadri gonfiabili solo ed esclusivamente per benificenza. A un certo punto sono arrivato a definire la mia arte una bieca decorazione - i galleristi inoridiscono tutte le volte, ma le cose che si appendono sono decorazione! (Sorride). Semplicemente, mi sentivo represso perchè ciò di cui mi occupavo abitualmente, non lo facevo tutti i giorni, con i quadri ho trovato un modo di dare sfogo alla mia creatività.

CZ: Mancano ancora 4 giorni, 5 con oggi, alla fine di questa esperienza al Museo Messina. Cosa direbbe ai nostri lettori per invogliarli a visitare la mostra?

Giocherei la carta del confronto. Gli direi che è una bellissima occasione per ragionare sul fatto che due realtà così diverse, così contrastanti possono convivere. Vige ovviamente una forte contrapposizione tra mondi diversi, culture ed esperienze artistiche dfferenti.

INFORMAZIONI UTILI: “Non abbandonarmi!” Mostra-appello del Maestro Franco Mazzucchelli a cura di Sabino Maria Frass Studio Museo Francesco Messina Dal 18 Novembre al 6 dicembre 2015 La visita è gratuita ORARI:Dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 17.30 Lunedì chiuso.

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