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Dallas Buyers Club: una sentenza di morte per scoprire la vita

L’AIDS al cinema ha negli anni Novanta il volto emaciato del Tom Hanks di “Philadelphia”, premio Oscar nel 1994 come miglior attore protagonista. Esattamente vent’anni dopo, un altro interprete di un personaggio segnato dalla scandalosa malattia ottiene la statuetta dorata: è Mattew McConaughey, quasi irriconoscibile nel ruolo di Ron Woodroof, protagonista di “Dallas Buyers Club”, firmato dal regista canadese Jean-Marc Vallée. I toni del racconto non potrebbero essere più diversi dal precedente e famosissimo film sullo stesso tema, trattato qui con ruvidità e senza concessioni ai buoni sentimenti. Siamo a Dallas a metà degli anni Ottanta: Ron è il prototipo del texano un po’ bifolco e razzista, convinto che il senso ultimo della vita si consumi nello spazio di un rodeo innaffiato di alcool e festini erotici. Il vero toro, quello che non si può dominare con la forza mascolina, arriva all’improvviso nella sua vita: si chiama AIDS, una condanna a morte ancora poco conosciuta, ma abbastanza da sapere che quella sigla è abbinata allo status di omosessuale.

Impossibile crederci, impossibile far credere agli pseudo-amici del bar che quell’infame destino non è arrivato dal rapporto con un altro uomo. Quella che si sarebbe potuta trasformare in una deriva esistenziale, nella resa assoluta di fronte a un nemico impossibile da sconfiggere secondo la medicina ufficiale – che offre solo terapie palliative e consolatorie – si converte in occasione di riscatto e di crescita umana. Il cambiamento passa attraverso la sofferenza e diventa rivoluzione non solo individuale, ma sociale e collettiva, con la possibilità per gli spettatori di seguire un destino che si allarga e include un fenomeno di più ampia portata.

Le cure approvate negli Stati Uniti guardano forse più al profitto che alla salute dei pazienti, ma la speranza per un esercito di sieropositivi oltrepassa i confini con Ron deciso a fare della battaglia contro la lobby delle case farmaceutiche un business utile e vivacemente gestito. Hai un’alternativa per lottare contro l’AIDS, ce l’hai però solo se hai contanti a sufficienza per pagarla. Una buona dose di cinismo e di diffidenza verso il prossimo accompagnano Ron nel suo viaggio, lungo molto più del previsto, attraverso un virus colorato di passione e di sentimenti, in forma assolutamente nuova per lui, pronto a rinnegare la vecchia vita di cowboy per un’amicizia autentica.

Un racconto asciutto e misurato, riempito completamente dalla recitazione e in particolare dalla prova d’attore di McConaughey e di Jared Leto, che si è aggiudicato l’Oscar come miglior attore non protagonista. Per entrambi il lavoro è partito dalla preparazione fisica per il film, in cui appaiono fortemente dimagriti e portatori di una bellezza lontanissima dai canoni estetici hollywoodiani. La metamorfosi permette di dimenticare i loro volti patinati e sorridenti per identificarli completamente con i personaggi, realmente esistiti ma caratterizzati dalla sceneggiatura con qualche differenza rispetto alla realtà, almeno a sentire chi Ron lo ha conosciuto davvero.

“Dallas Buyers Club” ha avuto una genesi produttiva lunghissima: si parla di un soggetto già pronto vent’anni fa, quindi in un periodo ancora molto vicino ai fatti raccontati, rifiutato più di cento volte prima di arrivare nelle sale. C’è da chiedersi quale sarebbe stata la percezione della storia allora rispetto ad oggi, considerando il mutato scenario intorno al problema dell’AIDS, grazie alla maggiore consapevolezza e agli strumenti di prevenzione che hanno normalizzato il fenomeno riducendo pregiudizi e discriminazioni.

Le dubbie politiche messe in atto dalle multinazionali farmaceutiche con l’avallo delle Agenzie nazionali per il Farmaco rimangono di bruciante attualità e rappresentano probabilmente il cuore della pellicola, che rende onore a un uomo normale divenuto eccezionale quando di fronte alla morte ha scoperto quanta forza e bellezza fosse ancora possibile trovare nella pochezza del vivere.

Elisabetta La Micela

 

 

Redazione Nerospinto

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