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Smarter Porn, Harder Art. #1harder DANCE

Con questo titolo Nerospinto apre le porte ad una  riflessione sui possibili sconfinamenti tra arte e pornografia, scandagliando quella indeterminata zona dove il confine diventa labile, le linee di demarcazione si slabbrano, i contenuti si ammassano e si mescolano rivelandosi in immagini torbide, struggenti e bellissime. Là dove la semiotica si perde nella densità dei gesti e delle azioni  si apre uno spiraglio, una toppa, un orifizio entro cui infilare l'occhio: in questo margine, attraverso un agire quasi voyeuristico, si cercherà di dare spazio alle domande, di creare ponti di conoscenza e spunti di riflessione sul contemporaneo.

Da sempre il dibattito sulla mutevolezza del confine tra arte, erotismo e pornografia ha scosso le coscienze e infervorato gli animi di utenti, critici, artisti e anche di gente a cui di tutto ciò non fregava nulla. Numerosissime sono infatti le opere letterarie, musicali e pittoriche i cui contenuti sono stati spesso assimilati alla pornografia, con conseguente dito puntato da parte dei puritani, e forse qualche volta pure dei puristi.

Ma la danza?

Che ne è di quell'arte in cui la centralità del corpo (come nella pornografia, del resto) è al contempo oggetto di rappresentazione e mezzo attraverso cui rappresentare (o meglio agire)? Che ruolo riveste in questa riflessione aperta, a cui non si vuole certamente qui trovare una risposta puntuale o una collocazione precisa, semmai soltanto aprire ulteriori varchi dando un po' di luce allo sguardo?

C'è da dire che, almeno qui nel Bel Paese, la danza non gode di chissà quale successo, e la popolarità del genere varia secondo i gusti, le mode, il ceto sociale di appartenenza e altri vari innumerevoli fattori. Eppure di artisti validi e geniali ne abbiamo: siamo ben forniti di corpi pensanti e teste interessanti, ma spesso le sale teatrali sono mezze vuote (o mezze piene, dipende dal vostro grado di ottimismo). Ma la danza e le persone che l'hanno agita, diffusa, discussa, ribaltata e ricomposta è stata anche protagonista di importanti virate culturali.

Dalla modern-dance dei primi trent'anni del '900 di Isadora Duncan, Loïe Fuller e Ruth St.Denis, sino alle sperimentazioni di Jacques-Dalcroze e Rudolf von Laban, approdando al  Tanz Theater, fenomeno artistico affermatosi in Germania agli inizi  degli anni Settanta, di cui l'esponente più nota è stata Pina Bausch, possiamo affermare storicamente che la danza è un'arte che si è sempre confrontata e perfettamente inserita nel tessuto socio-culturale e nell'epoca a cui faceva riferimento.

Ma torniamo a noi. Se partiamo dal presupposto che danza e pornografia sono affini nell'utilizzo del medium, e cioè il corpo che diviene portatore di significato, e che dunque l'atto pornografico cela dietro le immagini spinte un possibile aggancio antropologico di studio che incide fortemente sulle vite di uomini e donne, in che modo negli ultimi anni gli artisti della danza hanno smembrato i confini tra queste due modalità espressive rendendo fluido il passaggio da una all'altra?

Possiamo dire con una certa cognizione di causa che l'utilizzo di immagini e pratiche pornografiche all'interno di un contesto teatrale di danza è stato spesso utilizzato come mezzo di provocazione estremo per sollevare questioni altre, più profonde (forse) a detta di critici e coreografi: è questo il caso ad esempio di Jan Fabre, pluripremiato, eclettico e camaleontico artista belga, la cui poetica si colloca in maniera trasversale tra arte visiva e coreografia.

Fabre con il suo Orgy of Tolerance (2009) intende portare lo spettatore in un luogo di discussione,  ponendolo in una condizione scomoda. Facendogli vestire forzatamente i panni del voyeur e provocandolo con immagini estreme che si collocano sul confine di ciò che di regola si accetta di vedere, la mission di Fabre si traduce in una personalissima lotta etico-estetica contro il regime  delle immagini, il tutto condito da un certo piacere iconoclasta nella distruzione dei cliché, pur servendosene personalmente nella composizione registica.

E a questa presa di posizione (sorvolate, prego, sul gioco di parole) si avvicina anche Dave St. Pierre, coreografo canadese definito l'infant terrible della danza contemporanea, la cui mise en scène de La pornographie des âmes (2006) risulta più poetica rispetto a Fabre, legata ad una volontà di andare oltre i corpi sfacciati per guardare ad un'umanità che si mostra in tutta la sua crudele verità. E così le masturbazioni, i cunnilingus, gli organi genitali, i nudi integrali sono lì a porci di fronte alla questione “che cosa è pornografico?”. Forse non l'esibizione di corpi e azioni, bensì una più pericolosa prostituzione del pensiero a cui siamo quotidianamente esposti? O piuttosto una certa attitudine nei modi?

Anche gli italiani non si esulano dallo sperimentare questo territorio: Cristina Rizzo con Ex-porno (2010), una conferenza autobiografica in forma di performance, come si legge dalla presentazione scritta dall'artista, è un tentativo di analisi, una ricerca personale attorno alle espressioni del corpo  che utilizza il linguaggio pornografico come via di accesso per l'osservazione del reale contingente.

Valutando i lavori di questi artisti parrebbe scontato arrivare alla conclusione che la pornografia viene utilizzata come mero espediente scenico per un'arte che ambisce ad una sorta di catarsi poetica, dunque qualcosa di secondario, di accessorio, forse non totalmente assunto nella sua vera natura. Diversa è l'operazione che un giovanissimo (e squattrinato) coreografo berlinese, David Bloom, sta tentando di mettere in pratica: la produzione di un vero e proprio porno-dance film.

Bloom, che nel video per la ricerca di fondi per la produzione del proprio film sceglie come location una zona di archeologia industriale di un quartiere di Berlino che potrebbe essere Kreuzberg, Neu-Kölln o Schöne-Berg (non a caso a fianco di una ciminiera dall'evidente simbologia fallica), spiega molto semplicemente che cosa gli piace della danza contemporanea e della pornografia e perché ha deciso di unire le due cose. Ne esce un desiderio onesto e puro di andare a fondo di questioni legate al ruolo del performer, del pubblico e della possibilità di creare bellezza.

Contrario alla danza come mezzo per rappresentare qualcos'altro, Bloom, predilige l'hic et nunc dell'azione performativa, e cioè il miracolo e l'unicità dell'azione che agìta dai corpi accade in un determinato luogo in un preciso momento.  Il sesso dunque come serio processo creativo attraverso cui creare un prodotto di qualità, un elemento questo di cui troppo spesso il porno non tiene in considerazione dando vita a prodotti caratterizzati da poca cura nelle inquadrature, immagini fuori fuoco e zoom impazziti che fanno scendere la libido e salire un certo senso di nausea.

È forse dunque soltanto una questione di forma? Il porno potrebbe assurgere a diventare arte a tutti gli effetti se solo ci si curasse di impacchettare meglio i prodotti? Il performativo Trentalance potrebbe essere citato tra le muse d'artista insieme a Gala e le altre e Hustler potrebbe essere utilizzato come testo scolastico durante i corsi di educazione artistica. Di certo dichiarare apertamente di essere attratti da un certo tipo di immagini è un'operazione che emancipa da tutta una serie di pregiudizi che ancora ad oggi limitano la libertà di uomini e donne.

C'è aria di cambiamento, dunque, sotto al cielo berlinese, la gente arriva da tutto il mondo per esplorare la propria sessualità , la propria spiritualità, l'arte; Bloom con il suo film non vuole far altro che cogliere l'atmosfera di questo momento. Un po' come Parigi nei primi anni del '900 o New York negli anni '60, ci troviamo forse di fronte all'inizio di una nuova rivoluzione culturale.

Redazione Nerospinto

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