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Quello che (Muccino) sa sull’amore

È sempre difficile parlare male degli italiani, soprattutto dei registi italiani e in particolar modo di quelli che sembrano possedere un certo credito all’estero.

È il caso di Gabriele Muccino, che con la sua ultima fatica cinematografica Quello che so sull’amore ha lasciato molto tiepidi gli spettatori americani e deluso davvero tanto quelli italiani.

Sarà che in Italia siamo abituati bene. Registi autorevoli e pellicole importanti non ci mancano.

E così possiamo permetterci di bocciare in tronco filmetti da seconda serata.

Eppure il regista ce l’ha messo tutta. Ha chiamato un cast di grandi nomi femminili e un protagonista maschile di vero talento e ha cercato di imbastire una sceneggiatura che richiamasse molto da vicino la vita reale di tante famiglie moderne.

E allora cosa non ha funzionato?

Semplicemente non è stato bravo a commuovere e a emozionare. Gli ingredienti all’apparenza ci sono tutti, ma dosati male e con scarsa capacità di chi doveva confezionare la “pietanza”; il risultato è che lo spettatore si annoia dopo dieci minuti scarsi di film e una pellicola che avrebbe dovuto, nelle intenzioni del suo creatore, far riflettere e intenerire, fa ridere.

Non sorridere. Ridere per l’incapacità del regista e per alcune scene affidate, in particolar modo al cast femminile. Jessica Biel, nella vita reale fresca sposa del bel Justin Timberlake, è troppo giovane e poco credibile nei panni della moglie divorziata e della mamma matura e adulta e di rimando Uma Thurman e Catherine Zeta Jones appaiono troppo rifatte e troppo anziane per giocare ancora a interpretare le donne fatali che partono alla conquista di un padre giovane e di nuovo single e pensano di sedurlo.

Insomma, un vero disastro di pellicola. La trama è scontata e noiosa. Le attrici appena mediocri e il film non presenta nulla che possa essere ricordato o citato dopo la prima visione da parte dello spettatore. Quello che so sull’amore non merita di essere visto neppure in televisione. Figuriamoci sul grande schermo!

Gabriele Muccino sembra essersi dimenticato della strana magia che deve accogliere ogni spettatore quando si siede nel buio della sala cinematografica.

Non è solo una questione di effetti speciali o di grandi scene difficili e complicate, che però fatte bene rendono le pellicole immortali, è anche e soprattutto feeling. È questa la magia del cinema: Quanto mi sento simile al protagonista di ciò che sto guardando e quanto la storia raccontata è anche solo in parte uguale alla mia, o a quella di qualcuno che conosco.

Sono davvero così come li presenta Muccino i padri separati? Ogni spettatore si è dato una risposta e lo scarso entusiasmo con cui è stato accolto il film potrebbe far immaginare quale essa sia. E pensare che Gabriele Muccino era partito così bene negli Stati Uniti, aveva messo in scena tematiche sociali di grande importanza e conquistato premi e consensi. Probabilmente l’insuccesso del suo ultimo lavoro potrebbe essere racchiuso nel titolo stesso della pellicola: Muccino dell’amore sa poco. O peggio non sa proprio come raccontarlo.

 

Antonia del Sambro

Redazione Nerospinto

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