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La spessa sottigliezza dell'immobilità della pratica

Essere immobili è una condizione che pare non appartenga all'essere umano, o meglio, è così che l'uomo Occidentale vuole credere da quando abbiamo fatto di tutto per far sì che non ci fermassimo un momento.

 

Il risultato? Beh, fate una lista di cose che non vanno o di comportamenti strani e otterrete quasi sempre come risultato una frase del tipo: “se ci avesse pensato di più”, “se non avesse agito d'impulso”, “se non fosse stato troppo avventato nella parola e nei pensieri” e così discorrendo.

Il tutto per la mancanza di un piccolo istante in cui semplicemente si è immobili, con un atteggiamento di disarmante leggerezza, ma che risulta molto spesso tutto il contrario solo perché non ci appartiene o non ci è stato insegnato a scuola.

 

Non bisognerà mai dimenticare che la difficoltà maggiore per noi Occidentali è la capacità di fermarci in maniera "stabile e piacevole", sia a livello fisico che a livello psicologico.

 

Un'Asana è un prezioso strumento che ci stabilizza comodamente nel momento in cui viene realizzata appieno.

Non dobbiamo replicare necessariamente una forma (non siamo delle fotocopiatrici con un modello di corpi uguali tra loro), ma ricercare uno stato in cui il nostro corpo diventa “silenzioso” a livello emotivo e muscolare: noteremo che il corpo non farà più i capricci e che, anzi, sarà felice di rimanere anche per molto tempo in una posizione.

 

Provate a poggiarvi sul tavolo con la faccia tra le mani: bene la qualità di questa comodità deve appartenere anche nel momento in cui realizziamo un'Asana ricercando allo stesso tempo immobilità e stabilità. Una bella sfida aggiungerei, ma nessuno ha mai affermato che lo Yoga sia una passeggiata da vecchi invasati New Age: è un continuo e serio match tra corpo, mente e respiro.

 

Nel cammino yogico è importante, dunque: lo studio di se stessi (svadhyaya), il conoscere i propri limiti, l'accettazione di essi e i mezzi regolatori, cioè gli adattamenti che ci permettono di farci approdare a una condizione migliore.

A questo punto vi domando: potete applicare questi principi secolari alla vostra vita quotidiana e contemporanea? A voi la risposta.

 

L'idea sviluppata in "Sthira Sukha" è che la pratica dello Yoga deve condurre l'allievo a padroneggiare il suo corpo in maniera tale che il "sedersi" avvenga naturalmente, cioè senza sforzo e nello stesso tempo in modo stabile e piacevole.

 

L'obbiettivo dello Yoga e dell'Asana è, quindi, quello di portare il corpo alla perfetta condizione di immobilità e di equilibrio, di comodità e di piacevolezza. Una volta sciolte le tensioni attraverso l'abbandono e la controllata respirazione si raggiungerà il vuoto e il silenzio interiore.

 

Molti abbandonano lo Yoga perché le posizioni diventano un esercizio di mortificazione del proprio corpo iniziando a pensare: “devo starci chissà per quanto, che palle”. E si inizia a provare un senso di frustrazione sul “non esser abbastanza per” o addirittura di noia se non correttamente seguiti da un saggio insegnante.

Complici anche alcune immagini della rete e dei giornali che fanno vedere Asana complicatissime che non fanno altro che innescare un sentimento di inferiorità a chi le guarda o fanno nascere un desiderio di competizione per riuscire ad eseguire quella determinata postura, trasformando lo Yoga più in una sfida che in una ricerca sperimentale con il proprio corpo accompagnato da una mente salda.

 

La posizione deve essere, invece, un grande piacere, bisogna poter sentire un profondo beneficio essendo contenti di avere la possibilità di rimanere per un certo tempo fermo, immobile. Ripetendo mentalmente, come dice Thich Nhat Hanh: "Sono arrivato. Questa è la mia casa".

 

"Sukha" esprime questa idea dell'essere felici. Solo in questo caso il corpo accetta di essere silenzioso, immobile. Immobilità che riponiamo anche nella nostra mente considerando che la comprensione dei concetti degli Asana interessa anche il nostro stato mentale.

 

L'immobilità è allo stesso tempo un'azione/non-azione che deriva prima di tutto da un atteggiamento mentale che stabilisce un legame con il corpo: portate quest'atteggiamento nelle vostre vite e noterete dei cambiamenti, delle differenze, un'immobilità che vi servirà a “mettere gli occhiali” nelle situazioni in cui c'è bisogno di stare fermi, anche per un momento, per comprenderle appieno...e per amare gli istanti preziosi che ormai ci sfuggono sempre più dalle dita.

 

Namasté,

Vittorio Pascale | Responsabile Sezione Sesto Senso

Allievo praticante di Yoga Integrale presso il Centro Parsifal Yoga, Milano

Fondatore della pagina Fb: Yogamando

Studioso e praticante di Buddhismo Tibetano

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Redazione Nerospinto

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