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Grand Budapest Hotel: omaggio al pacifismo e ai coraggiosi

Wes Anderson prova l’impossibile. Prova a far sorridere e divertire lo spettatore con una commedia che parla in realtà di razzismo, di sospetto per il diverso e di intransigenza contro tutto ciò che non si conosce e che non si desidera approfondire.

Il regista è bravo a richiamarsi alla commedia corale, alla struttura narrativa classica e alla creazione di tanti personaggi quante sono le storie e gli ambienti raccontati o solo presentati nella pellicola.

È onestamente un azzardo quello di Anderson perché lo spettatore moderno se non è un appassionato del cinema classico dei pionieri hollywoodiani rischia di perdersi e di non carpire fino in fondo lo scopo reale della narrazione filmica.

Scopo che è invece importante da cogliere e da assaporare perché Grand Budapest Hotel è la commedia dove più ci si può indignare per quei comportamenti, quelle azioni e quelle scelte che ancora persistono nell’Europa attuale e che tanto strazio e dolore hanno portato nei secoli più bui del nostro continente. E pensare con forza e coraggio: mai più.

La trama del film è complicata e semplice allo stesso tempo, il direttore dell’hotel è un uomo affabile e servizievole e per questo gode delle simpatie e delle confidenze di molte delle clienti più mature del Grand Budapest, tanto che una di loro gli lascia in affidamento un prezioso quadro.

Quando la donna muore, però, il figlio della stessa accusa il direttore di furto e lo fa imprigionare.

Ad aiutarlo e assisterlo in questo difficile momento è un suo dipendente straniero e immigrato, Zero, che pur neoassunto e poco pratico delle questioni che si svolgono nell’hotel farà qualsiasi cosa per salvare il suo datore di lavoro, dimostrando un attaccamento e una riconoscenza davvero esemplari. Wes Anderson oltre a costruire la pellicola in questione richiamandosi alle commedie più classiche del cinema internazionale fa della stessa anche un omaggio importante e significativo a uno dei pacifisti più convinti e attivi degli anni Venti e Trenta del secolo scorso, lo scrittore Stefan Sweig, ebreo austriaco a cui i nazisti hanno bruciato tutte le opere nel 1933.

Per questo Grand Budapest Hotel diventa un modo per riflettere ancora su a che punto siamo. Quanti passi avanti abbiamo fatto come società e come individui dal 1933, dall’orrore delle leggi razziali, dalla paura dello straniero e dall’accettazione del diverso?

L’Europa è cambiata, è più pronta, è più matura?

Quando la commedia corale, divertente e un po’ irreale diventa un momento e una occasione per parlare e riflettere sulle frontiere geografiche, mentali e culturali allora il cinema diventa arte educativa e vale sempre la pena di essere visto.

Indira Fassioni

 

Redazione Nerospinto

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