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Caro George

A Milano, al Teatro Elfo Puccini il regista Antonio Latella porta in scena Caro George.

Siamo nel 1971, sullo sfondo l’atmosfera magica che solo una città come Parigi è in grado di garantire.

Francis Bacon è in attesa che la retrospettiva organizzata in suo onore lo consacri come uno dei più grandi pittori del suo tempo. Ma qualcosa sconvolge i piani. George Dyer, modello e amante del pittore, alla vigilia della mostra si toglie la vita nella stanza d’albergo che li ospitava. Un cocktail di barbiturici e alcool sono sufficienti per scrivere la parola fine. Ma quello che George cercava era solo scivolare nell’oblio? O il suo era il tentativo estremo di rubare la scena al famoso amante? Dal 2 all’8 maggio il regista Antonio Latella con Caro George porta in scena al Teatro Elfo Puccini la storia di Francisc e George provando a cercare la risposta a una morte che forse, in qualche modo, era già stata annunciata.

Mentre davanti ai dipinti che raffigurano l’amante ormai morto Bacon rivive la relazione con il suo compagno, il suicidio di George ci sembra essere un’ultima disperata richiesta d’attenzione in quello che impariamo a conoscere come un rapporto profondo e viscerale, dove sofferenze e problemi vengono riprodotti su tela. Sono infatti molti i ritratti e gli studi che vedono Dyer protagonista del lavoro di Bacon ed è inevitabile che la vita stessa dell’artista debba essere scandagliata per comprendere in profondità quale fosse il legame tra i due. Omosessuale con una personalità complessa che sembra scivolare pericolosamente sul confine del disturbo psichico, Francis Bacon mostra sin da giovane uno spiccato interesse per l’arte.

Negli anni la sua firma sono quei volti trasfigurati, deformi, che diventano l’eco espressivo di un’anima costantemente preda di caos sentimentali e pensieri altalenanti.

L’opera di Bacon sembra essere pervasa da una costante ambiguità che sfocia in quadri dalle espressioni quasi violente, orrori fiche, angosciose che segnano un percorso di analisi dell’interiorità umana. Anche nella sua vita privata energia e afflizione si mescolano influenzando inevitabilmente i rapporti con chi lo circondava, George compreso. E’ proprio nel rivivere la relazione con il suo amante che Bacon crea un ulteriore ibrido confondendo il trionfo artistico con il fallimento esistenziale e facendone materia del dipingere. In scena Federico Bellini, autore dello spettacolo, esprime questo binomio magistralmente non separando i due ruoli ma affidandoli alla sola figura dell’attore Giovanni Franzoni.

Franzoni fa rivivere sul palco ora Francis ora George raccontandoci un rapporto sadomasochistico che Bacon alimentava con invidie e gelosie tanto che alla fine Dyer non riesce più a sostenerne il peso e decide di togliersi la vita. Un gesto estremo ma forse anche una punizione nei confronti dell’egocentrismo di Bacon, che addolorato per la morte del compagno continuerà a farne oggetto dei suoi dipinti “Black Triptychs”. Quasi a voler espiare una colpa che lo segnerà non solo come persona ma anche come artista.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                            Raffaella Berardi

Redazione Nerospinto

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