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Dentro "La Testa Aspra" di Filippo Parodi- Nerospinto Magazine

Oggi Nerospinto ha voluto fare due chiacchiere con un giovane scrittore,Filippo Parodi, genovese di nascita, ma milanese d’adozione, che ci parlerà del suo primo libro, La Testa Aspra, edito da Gorilla Sapiens.

Il libro si presenta come una serie di racconti, tutti apparentemente diversi fra loro, ma uniti da un filo rosso che l’autore ci aiuterà ad evidenziare.

Sulla scena si incontrano personaggi diversi, o forse un unico soggetto chiamato in molti modi differenti, che rivivono le esperienze vissute dall’autore, che, a volte, si gettano in conversazioni al limite fra il filosofico e lo psichedelico con altri personaggi/alterego, che fanno un viaggio dentro se stessi e ci invitano ad iniziarne uno anche dentro di noi, aprendoci la strada dove forse non ci eravamo mai resi conto che ne esistesse una.

Come nasce “La testa aspra”?

La collaborazione con la casa editrice Gorilla Sapiens è nata nel 2012, in occasione di un concorso per scrittori di racconti per la pubblicazione di un'antologia dal titolo Urban Noise, dove appunto è presente un mio racconto, Il proprietario. Sono stato scelto insieme ad altri 16 scrittori emergenti. In seguito mi è stato chiesto altro materiale, e dato che la casa editrice pubblica principalmente libri di racconti (il racconto, tra l'altro, è un genere a me molto congeniale), ho continuato a scrivere e ho sviluppato altre storie, partendo anche dalle tematiche di quella che avevo precedentemente inviato, e così è nata La testa aspra. Ogni racconto è una verità frammentata ed ha la volontà di rivolgersi al lettore per offrirgli uno spunto di riflessione

Qual è il fil rouge che collega tutti i racconti, se ne esiste uno?

Tutto il libro racconta di come sia difficile diventare “proprietari” del proprio corpo. Io sollevo una domanda che lascio però aperta: nella costante dicotomia fra corpo e mente, il corpo è uno strumento di cui la mente si serve, oppure è il corpo stesso a sottometterci e noi non possiamo fare niente per dominarlo? Parto da un tema che trovo molto attuale: quello della somatizzazione. Essendo innanzitutto io una persona che tende a somatizzare ogni tipo di problema, iniziando dalla pelle, la deglutizione, fino ad arrivare al comunissimo mal di testa, sono giunto naturalmente a scrivere su queste tematiche, senza per altro approdare ad una vera e propria conclusione, solo cercando di suscitare delle riflessioni. Come si può uscire da questo corpo/ gabbia, che ci costringe a sottostare ai suoi ritmi e non ci permette di prendere il volo? Ho provato ad identificare alcune soluzioni, passando dalla mistica alla meditazione, fino all'approccio opposto della psicoanalisi. Avverto sempre in me la tensione tipica dell’uomo a volersi liberare dal corpo/campo di concentramento, da questo involucro/castigo che sembra inesorabilmente appartenergli, per raggiungere finalmente una dimensione extracorporea.

Ma, perché allora questa testa sarebbe aspra?

Aspra perché complicata, tortuosa, per noi stessi indecifrabile, siamo schiacciati da una razionalità che spesso ci limita senza pietà: forse dovremmo imparare a ridimensionarla, riuscire a farla diventare nostra complice, questa testa aspra.

Quindi, a volte bisogna liberare la mente dal corpo, ma se si obbedisce solo alla propria testa si rischia di vivere una vita complicata, infelice, aspra per l’appunto? Senza un minimo di dolcezza? Cosa dobbiamo fare di questo corpo?

Spesso la testa procede rispetto al corpo nella direzione opposta. Parlo per esperienza personale quando dico che a volte capita che sia proprio il corpo a prendere il sopravvento e ad arrivare a fermare la corsa della testa, costringendola a rallentare, attraverso una serie di sintomi fisici che segnalano che c’è qualcosa che non va in quello che si sta facendo. La prima volta che mi sono davvero trovato in una simile situazione, ho odiato il mio corpo. L’ho odiato perché non mi permetteva più di fare quello che volevo fare, anche se mi rifiutavo in ogni maniera di ascoltarlo, mi stava dando tutti i segnali possibili per dirmi che stavo prendendo delle strade sbagliate. Mi limitava, provocandomi dolore e rabbia. Ora, al contrario, lo ringrazio. E' stato il corpo, in un certo senso, interrompendo la mia vita di un tempo, a portarmi a scrivere questo libro. Pare che il corpo, a volte, comprenda prima della testa!

Ma, esiste una connessione fra il corpo e la testa?

Ci sto lavorando: cerco di vivere molto il mio corpo, di “trattarlo bene”, sentire cosa ha da dirmi, ascoltarlo se pone delle resistenze, fare in modo che la testa aspra non lo manovri eccessivamente, che non mi determini del tutto. Se viviamo troppo con la testa, rischiamo di perdere tante esperienze nella vita. Il corpo può essere uno strumento che ci aiuta ad orientarci sul presente, permettendoci di vivere il momento nella sua preziosa irripetibilità.

Da dove nasce ogni racconto?

Fondamentalmente da dentro. Ma allo stesso tempo sono molto aperto all’esterno: sono per natura un vagabondo, di giorno scrivo, ma la notte sento quasi sempre la necessità di uscire, vedere persone, è da lì che spesso prendo la mia ispirazione. Amo la conversazione con i miei amici e le persone che conosco, ma anche con uno sconosciuto o col fiorista sotto casa, ogni spunto può essere utile per scrivere, ogni esperienza può dare origine ad una storia. Anche la psicanalisi, che pratico da diversi anni, costituisce una grossissima fonte di ispirazione: il lavoro che da tempo porto avanti insieme alla mia analista ha dato vita a molti dei miei racconti. Per scrivere non ho bisogno per forza di isolamento, per esempio di rinchiudermi mesi in montagna per trovare la concentrazione: scrivo soprattutto nei luoghi affollati, nei bar, il Cape Town in via Vigevano, per citarne uno, quasi una seconda casa dove in parte ha preso forma questo mio lavoro.

Cosa significa per te scrivere?

Scrivere, nel caso di questo libro, è stato un po' come esplodere, o meglio smettere di implodere: alcune esplosioni portano vita, premettono all'individuo di esprimersi, e credo che questo possa portare a una grandissima gioia.

Che tipo di scrittore sei? Sei uno che scrive di getto, che scrive di notte o uno che pondera molto?

Sono uno scrittore metodico, direi. Scrivere per me è un lavoro quotidiano: punto la sveglia, scrivo soprattutto al mattino e nel pomeriggio. Ho molta disciplina. Ogni racconto, di media, viene sottoposto a quindici stesure, impiego circa una decina di giorni per concluderlo, mi soffermo molto sulla sintassi, sulla ricerca della parola, dell'aggettivo.

Hai sempre voluto fare lo scrittore?

Si. Avrei voluto fare anche il cantante, ho scritto tantissime canzoni.

E hai sempre ammesso di volerlo fare?

In verità no, la conferma mi è venuta dopo. Penso che scrivere, complessivamente, sia la forma di espressione più congeniale per il mio carattere: rispetto alla musica che ti costringe solitamente a collaborare con qualcuno, la scrittura, almeno nella fase di produzione, può rappresentare una sorta di progetto più autonomo, non bisogna però mai scordarsi che fin dall'inizio non si è da soli, che ci si sta rivolgendo al mondo esterno, prima di tutto a un lettore.

Quindi alla fine cos’è più importante per te: musica o scrittura?

Io trovo che siano due forme molto legate fra loro. Ho iniziato a scrivere canzoni a diciassette anni. Anche adesso sto collaborando con Gino Lucente, affermato pittore, ma anche grandissimo musicista. Abbiamo registrato insieme delle musiche per dei brani del mio libro e adesso stiamo progettando di fare un disco.

Che musica ascolti? Ascolti qualcosa mentre scrivi, magari per trovare l’ispirazione?

Ascolto molta musica strumentale; in particolare, il genere che preferisco ascoltare per scrivere è il Krautrock, una corrente musicale nata in Germania a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta. Alcuni pezzi durano anche 20 o 30 minuti e conciliano perfettamente la scrittura. E’ un tipo di musica per certi versi psichedelico, ipnotico, evocativo, apre la mente.

Hai dei modelli letterari?

Moltissimi … ne cito solo alcuni: Kerouac e tutta la poesia Beat, Manganelli, Buzzati, Saramago, Cortazàr…

Cosa vorresti che rimanesse in chi legge il tuo libro?

Vorrei far pensare, magari lanciare un messaggio, aprire dei passaggi. Vorrei anche che, leggendo il mio libro, altri provassero quella sensazione che a mia volta ho provato io, per esempio con i Sessanta racconti di Buzzati, hai presente quando rimani folgorato da una frase e pensi: “è esattamente quello che avrei voluto esprimere io!”

Nel tuo racconto “La chiave di vuoto” tu parli della ricerca di una chiave che possa aprire tutte le serrature che contengono le risposte alle domande che ci poniamo nel corso della nostra vita. Una chiave che risolva tutti i nodi spinosi. Parli della chiave di pane, della chiave di musica, della chiave di vino, della chiave di abitudine e di tante altre, ma, in conclusione, qual è per te questa chiave?

E' proprio La chiave di vuoto la vera conquista, il vero apri-porta sarebbe non pensare più che debba esistere una serratura e una chiave, non angosciarsi più nel cercarla, un po' come dire vivere il momento, esattamente come ti si presenta davanti.

Redazione Nerospinto

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