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Artista Femmina, lavora e Desidera a Genova.
Che cos'è per te l'Erotismo, cosa significa? Che relazioni dirette o perverse assume con l'amore nella tua esperienza?
Io credo che l'erotismo sia fonte di vita, di espressività, di potenziale, di sublimazione necessaria, talora. Una spinta tale da portare molti artisti, e non, a creare per scaricare la propria tensione erotica, in un modo socialmente più accettabile.
Io credo sarebbe per me impossibile vivere senza la mia parte erotica: parte erotica come libido nel senso più ampio del termine, la libido Freudiana che con la sua potenza si oppone all'istinto di morte. La vita, il flusso, l'energia scambiabile e pregna di significati.
In rapporto anche alle tue attività artistiche, qual è il senso, tra i cinque, che utilizzi maggiormente per ricevere vibrazioni erotiche?
Sicuramente la vista: non per niente ho scelto come mezzo espressivo le foto, anche se non posso in realtà, prescindere anche dal tatto: le bambole che fotografo sono bambole erotiche nel mio immaginario e nelle mie mani hanno un peso, nel vero senso della parola; ho la percezione della loro presenza e senza questa percezione credo non riuscirei a fotografarle, sarebbero troppo esteticamente eteree per me. Poi ci sono io, con il mio peso fatto di carne, ossa, muscoli e la mia storia personale, che ha un peso psicologico. Immagine e propriocezione, questi sono i canali che credo usare maggiormente. Il desiderio passa attraverso i miei occhi e dai miei occhi alle mie mani e viceversa, come un cerchio chiuso ma apribile.
Quanto e quali tipo di pulsioni erotiche sublimi nelle tue attività artistiche?
"In talamo omnia licet": nell'erotismo maturo deve esserci un pò di tutti quegli elementi considerati perversi, dal sadismo al masochismo, all'esibizionismo e via dicendo. Credo che, essendo questi tre, i primi elementi pulsionali perversi che mi sono giunti alla mente, forse sono questi i più maggiormente rappresentati nelle mie foto.
Che cosa accende la tua fantasia erotica? Quale particolare ti colpisce di più, eroticamente, in una persona del tuo stesso sesso, e in una del sesso opposto? Oppure si tratta di situazioni particolari?
La mia fantasia erotica è accesa dai particolari, da un'imperfezione, da un ricordo. Nelle donne amo la bocca, la carne: mi piacciono le donne in cui ritrovo un pò me stessa, forse una forma matura di narcisismo, oppure donne totalmente differenti da me, ed allora in quel caso rimango affascinata dall'aspetto più androgino. Più difficile dire cosa accenda la mia fantasia riguardo un uomo: credo che allora la mia fantasia erotica sia più diffusa, più avvolgente, e si fermi su particolari senza permettere a nessuno di loro di sovrastare gli altri: le mani, la voce, la bocca, ma sopratutto la capacità di affascinarmi con il loro pensiero. Rimango una erotica sognatrice: un uomo deve sapermi raccontare delle storie per affascinarmi, e deve sapere muovere le mani, deve essere in grado di nutrire la mia mente e poi il mio corpo.
Hai mai messo in pratica alcune delle tue fantasie più inconfessabili? E come è stato?
Non credo di avere fantasie inconfessabili: il mio lavoro è come una sorta di diario segreto dove le mie fantasie sono messe in bella mostra, tutti, con un occhio un pò attento, possono capire quali possono essere le mie fantasie, più o meno forti, più o meno esagerate per onore d'arte. Più confessate di così credo sia impossibile.
Qual è, secondo te, il rapporto tra erotismo, più cerebrale, e sensualità, più carnale?
Come dico sempre, anche in altre sedi, la testa è attaccata al corpo e viceversa: nessuna delle due parti può vivere senza l'altra, altrimenti sarebbe un rapporto viziato, zoppo, amputato. Il mio primum movens è l'erotismo cerebrale ma quest'ultimo non può fermarsi al pensato esclusivamente, all'immaginato. Il corpo deve seguire e completare. Uno conseguente all'altro, uno che completa l'altro come una danza che, senza musica, ci apparirebbe deficitaria: ecco la danza è la sensualità carnale del corpo, la musica è l'erotismo cerebrale.
Ogni artista è un voyeur: cosa ne pensi?
Un esibizionista, credo sia più corretto. L'artista mostra, se non agli altri, a se stesso. Io credo che prima di fare"vedere" alle altre persone il proprio lavoro, quest'ultimo deve essere visto dall'artista stesso, che posto come figura esterna a se stesso, pensa sul e al suo lavoro artistico.
Quali sono secondo te, le "vere" perversioni erotiche? Di quali subisci il fascino, artisticamente parlando?
La vera perversione erotica per me è il dilagante fare sesso senza compartecipazione emotiva: lo scambio dei corpi, degli umori ma rimanendo in realtà totalmente estranei emotivamente gli uni agli altri. Questa è la perversione, per me, quando vista nell'accezione di un qualche cosa di erroneo. Per quanto riguarda le "altre" perversioni rimango affascinata dal masochismo, dal sadismo e dal feticismo, ma tutto in forma molto sfumata: forse il fascino è proprio in questo: in un sottile velo di tutto che, senza mai raggiungere la dimensione della necessità per poter provare piacere, stimola l'emotività, il piacere e il desiderio.
In quale atmosfera trovi più fecondo creare dal punto di vista artistico e in quale preferisci fare l'amore? Ci sono punti di contatto tra le due o le pulsioni richiedono stimoli differenti?
Creo nella mia camera da letto, altresì per fare l'amore, anche se ho una spiccata propensione per le camere d'albergo. Mi piace la possibilità di lasciare lì il ricordo per recuperarlo tornandoci, o passandoci accanto: faccio foto negli hotel, foto mie e di particolari dell'hotel stesso, credo che vi sia un misto di clima di possibilità rubate, o forse, parafrasando Freud,"il Super Io si lascia al confine" e, forse, negli hotels io lascio fuori dallaporta il mio Super-Io.
Seconde te esiste la volgarità nell'erotismo?
Nell'erotismo no, ma ormai l'erotismo sconfina nella pornografia e la pornografia nella quotidianità. Il vero erotismo non ha nulla di volgare: lascia intendere, lascia immaginare, lascia sognare: i toni forti smorzati e quelli smorzati evidenziati. L'erotismo è il gioco dell'acrobata che cammina su un filo, un passo falso e si scade nella banalità, uno affrettato nel già visto, già vissuto.
Il senso del peccato o, all'opposto estremo, il libertinaggio più sfrenato, rendono la vita erotica e creativa migliori?
Il senso del peccato Parbleu! Il libertinaggio rende la vita erotica piatta, noiosa, ripetitiva. Il collezionismo di uomini e donne non lascia spazio alla dimensione relazionale; una persona è facilmente scambiabile con un'altra, tutti diventiamo sostituibili e questo rende il fruitore dei corpi impoverito, come impoverite sono le vittime, acconsenzienti o meno, dell'amante seriale (maschio o femmina che sia). Seguo le avventure di Don Giovanni sorridendo, in modo picaresco quasi, mi soffermo sulla storia della Monaca di Monza o su Paolo e Francesca con un vago senso di comprensione ed ineluttabilità: il profumo del peccato, Eva e la sua mela, sono imago ancestrali; l'amare eroticamente tutti equivale a non amare nessuno.
Quali credi sia il punto d'arrivo nell'erotismo? Quando ci si può ritenere totalmente soddisfatti? Tu, al momento ti senti soddisfatto/a?
Non credo che l'erotismo abbia un punto di arrivo: l'erotismo è un viaggio magnifico che permette di conoscere luoghi sconosciuti dentro e fuori di noi e nell'altra persona, compagna del viaggio. Con ognuno è diverso, con ognuno gli stessi gesti, le stesse atmosfere assumono aspetti differenti. Il giorno in cui mi riterrò totalmente soddisfatta sarà un giorno triste per me, perché sarà il giorno in cui avrò smesso di cercare e forse di provare a sentire, ogni volta di più, ogni volta diversamente.
Qual è libro più erotico che hai letto? Da cui magari hai tratto ispirazione?
Credo che il sottile erotismo di Anais Nin ne il "Delta di Venere" mi abbia influenzato molto, ma non posso non citare "Emmanuelle", quasi un libro filosofico per me, letto a 15 anni, e "Paura di volare" della Jong: psicoanalisi e sesso, relazioni sull'orlo dell'estasi come della disperazione, tentare, tornare in dietro ed ancora ritentare a spingersi oltre, una vera rivelazione per me. Ho letto De Sade, Apollinaire, Millet ma alla fine è l'erotismo inserito in un contesto relazionale che mi ispira e cosa a cui ho sempre teso nella mia vita, così come nei miei lavori.
C'è qualche scoperta, in termini erotici, che ha cambiato la tua vita privata e artistica?
Non credo, tutto era già contenuto dentro di me, se non in forma di atto, in forma di potenza.
Se dovessi scegliere una città del mondo come capitale dell'erotismo, quale sceglieresti? Perchè?
Molto banalmente Parigi, perché conserva ancora i vecchi fasti decadenti di un erotismo che si sta perdendo ( come dicevo sopra, pre scadere nella pornografia ). Pigalle, con la sua fama, vive sotto una basilica: sacro e profano ancora assieme. Tempo di redenzione e tempo di perdizione, vicini, quasi confusi, separati da una "butte".
Beatrice Morabito ha fatto del suo lavoro un Diario Segreto, dove invece di scrivere sentimenti, desideri, emozioni ed esperienze ( più o meno reali ), congela l'immagine legata ad essi e li fotografa.
Si districa magistralmente tra“vizi” e “perversioni” seguendo un insegnamento di Freud :“ gratta il vizio e troverai la virtù e viceversa” .
La scelta delle bambole, è dettata dal desiderio di poter instillare un'emozione in qualche cosa, che di per se stesso, emozione non può avere, rendendole specchio dell’artista stesso.
Il suo lavoro è stato esposto in diverse gallerie del mondo e pubblicato in varie riviste internazionali.
Dalla Lucania a New York, strimpellando con il mostro sacro Dizzy Gillespie: la storia di Michele Ranauro, eclettico pianista jazz che racconta di sé, ma anche dei suoi vizi e conquiste in un'intervista irriverente
Si firma "The Maestro", nomignolo affibbiato dalla band di quei - come li definisce lui - "guastatori" dei Casinò Royale, e ha dedicato la sua esistenza alla comunicazione, in forme e dimensioni molteplici che si affastellano principalmente sulle note musicali di un pianoforte. Al secolo, Michele Ranauro è uno dei pochi talenti jazz - ma non solo - per versatilità e una buona dose di ecletticità che bazzicano il panorama musicale odierno. Lui, infatti, racconta di sé: «Sono un prolifico pianista, compositore, produttore musicale, arrangiatore, autore, e direttore d'orchestra Italiano». E chi più ne ha più ne metta, perché a scommetterci riuscirà a inventarsi anche qualcos'altro.
Un passo a ritroso. La sua vita, in particolare quella artistica, si materializzò fin dalla tenera età, a nemmeno sei anni compiuti, giocando con la musica «per ammazzare il caldo estivo e seguire il ritmo delle cicale» nell'assolata Lucania, sua terra d'origine, tutt'ora presente nell'intonazione delle sue parole. La scintilla con il jazz scoppiò quando i genitori gli trasmisero la loro passione per quel genere musicale, portandogli in dono un vinile di Miles Davis, "Blue Haze". E dopo 11 anni di severo studio di pianoforte e di armonia, venne iscritto a un workshop di musica jazz, vincendo il primo premio: una borsa di studio per frequentare i corsi del Berklee College Of Music , a Boston . A 16 anni, colse la prima importante occasione e trasvolò l'oceano. «Tutto durò molto poco - ricorda - perché chiesi di disertare il collegio». Il giovanissimo non era a suo agio in quella realtà, così vittoriana, he didn't speak english very well (non parlava molto bene inglese nda) e gli altri studenti lo isolavano. «Ero un fenomeno del pianoforte, tuttavia non stavo bene con me stesso», testimoniato da una forma fisica in sovrappeso. Si allontanò dunque dal collegio e traslocò nel New Jersey, in casa di un parente, a soli 20 minuti da New York City, la città che forse più di ogni altra parla ed esprime lo spirito del jazz. Lì, iniziò a buttarsi nella mischia, a farsi le ossa in jam sessions estenuanti, con una libertà ed emancipazione di espressione, senza troppe storie. A rigor di cronaca va segnalato che Michele Ranauro la spuntò ugualmente sul conseguimento del diploma al Berklee College of Music, nel 1993, preceduto cronologicamente dal diploma di pianoforte al conservatorio di Bari. E tra le altre cose, e collaborazioni con mostri sacri della scena jazzistica, tra cui Tito Puente, Giovanni Hidalgo, Steve Turre, finì per suonare con un mito, Dizzy Gillespie. Negli anni successivi conobbe il musicista e produttore Franco Godi, il quale lo reclutò per la produzioni di alcuni progetti musicali. La carriera era cominciata e si faceva strada.
Arriva l'affermazione. Lungo i sentieri professionali, perennemente in salita, affianca grandi della musica italiana (Articolo 31, Fiorella Mannoia, Casinò Royale, Jovanotti etc.), crea colonne sonore, talvolta impiegate in spot pubblicitari e vanta una partecipazione, come compositore e pianista, al 57° Festival di Sanremo, con la canzone "Amami per sempre". E altro ancora.
Biografia conclusa, adesso è arrivato il momento di conoscerlo meglio, con domande un po' più personali e a tratti irriverenti, in un ordine non-ordine.
Se penso a un romanziere, me lo immagino produrre di notte davanti a una scrivania che batte sui tasti di una macchina da scrivere. Invece, un jazzista? Se pensi a un jazzista, immagina una persona che attinge da tutte le cose che vede e poi le mette insieme per creare un linguaggio trasversale.
Hai avuto la possibilità di lavorare con un grande del jazz, Dizzy Gillespie. Ti anticipo che noi non lo faremo, ma quante volte ti è stato chiesto qualcosa su di lui e sulle sue abitudini? Non ha cominciato ad annoiarti? La noia può essere momentanea, quando senti da parte dell'interlocutore una non motivazione o non profondità. Ad esempio: una stagista 25enne che ti dice: «Raccontaci un po' della tua esperienza con Dizzy Gillespie... figo, vero?». Se una inizia così, io mi srotolo già i "maroni".
Così, alla fine anche noi, implicitamente e senza cadere nel banale riusciamo a scucire un suo ricordo. Non mi rimane tanto linguaggio musicale quanto l'umiltà della persona che si riassume nel modo in cui la prima volta si è rivolto a me, con questa domanda: "Do you wanna play with us?" (vorresti suonare con noi?).
Usciamo subito dagli schemi: durante questa intervista hai già fumato una sigaretta (sono passati 10 minuti di colloquio), quante in un giorno? Troppe! Siccome è rimasta praticamente l'unica esperienza tossicomanica che ho, mi sento motivato a continuarla. Ho pensato diverse volte di smettere, poi però mi consulto con l'altra parte del mio cervello, quella più dedicata alle attività razionali, che mi consiglia di seguitare perché sto facendo delle buone cose, e quindi è meglio aspettare ancora un po'.
Altri vizi? Ho un peccato di gola incredibile... ve lo dico, ma che rimanga tra noi (Inizialmente abbiamo promesso l'omissione, ma alla fine siamo riusciti a estorcere il permesso alla pubblicazione). Sono un "feticista" del caciocavallo. Vado così nel dettaglio che la parte di questo specifico formaggio che mi piace è una sola: la testa. Quando sono in Lucania tutti sanno - riferendosi ai titolari delle attività commerciali relative - che mangio solo la porzione superiore.
Dopo il cibo... Hai fatto jingle per lo Jagermeister e per il Mirto Zedda Piras, ti ci sei mai ubriacato? No, con questi alcolici mai. Ma dal punto di vista dell'ubriacatura la mia esperienza mi ha portato oltre il 3D. Sono riuscito a toccare la 7° e l'8° dimensione, ho raggiunto Andromeda e tanti altri pianeti.
Domanda intima, un po' da giornale trash, sei single o... ? (Risponde enigmaticamente) Sono single, sono double.
Parliamo di donne: quanto successo hai avuto, in questo campo, grazie alla tua carriera? È un quesito che mi ero già posto. Per rispondere ho realizzato un file che riporta tutti i nomi delle partners con cui sono stato a letto.
Tante o poche? Dacci una stima! Un file .doc di medie dimensioni. Non dico altro. Potrebbero essere tante, oppure una semplice foto che appesantisce il tutto. Questa, comunque, è comunicazione da 2030! Attenti a sviscerarla. (Infatti, non lo facciamo lasciando libera interpretazione al lettore!).
Passiamo ad altro. Attualmente, nel Paese c'è un gran trambusto circa la questione politica. Che cosa vota un jazzista tipo? Ci sono degli schieramenti precostituiti? Io credo che i musicisti appartenenti al "quadretto" jazz siano tradizionalmente di sinistra: si fanno crescere la barba, girano con giacche i cui gomiti sono coperti da pezze e l'Unità in tasca.
E tu? (Se la scampa con un Gaber, senza attribuzione di genitorialità). Io non so cos'è la sinistra né cos'é la destra.
Noi non l'abbiamo chiesto, ma è venuto fuori lo stesso, come forma di espressione alternativa, e soprattutto in esclusiva! Michele Ranauro si scopre... La Maga Maurina, è un personaggio da me inventato, che sta per impazzare. Un canale televisivo importante si è interessato per fare uno show... ma non mi voglio svelare troppo. (Poi si sbottona). Si tratta di una cartomante che legge i tarocchi in tivù, che ha origine calabrese con la residenza a Dubai. (E ci offre anche un assaggio, con tanto di interpretazione e sdoppiamento della voce. Per visionare una sua performace:
Attraverso essa metto in atto le mie convenzioni mentali, quando non posso e non voglio farlo in musica. Altrimenti verrebbe fuori qualcosa tipo Benny Hill.
Un po' di promozione: cosa mettiamo per fare un approfondimento sul tuo conto? Hai un sito web? Il sito non è stato mai completato, è una scelta estetica. Non so che contenuti inserire. Io sono un guastatore perciò potrei mettere un redirect per convogliare gli utenti dal mio sito a uno porno, e con un altro redirect far loro scaricare un virus. Una sorta di performance virtuale! Se volete, invece, sapere qualcosa di più andate a cercarmi in Facebook.
Neanche a farlo apposta e adesso capirete il perché: quanto sono importanti le mani per un musicista? Mai pensato di assicurarle come fanno alcuni personaggi famosi? Ma voi lo sapete con quante mani suono io? (In effetti, ammettiamo che dai filmati visionati, avevamo intravisto un tocco inconsueto, non convenzionale, credendo che fosse una cosa voluta, un vezzo di virtuosismo). In verità, ho avuto un incidente nel 1999 e sono stato privato della funzionalità principale della mano sinistra. Questo mi ha messo di fronte alla problematica di dover trovare una maniera di suonare ed esprimermi con una limitazione. Per certi versi è stata una fortuna perché mi ha permesso di approfondire il linguaggio, a prescindere dall'aspetto tecnico che non è stato trascurato.
Nel salutarvi, ci prendiamo la libertà di segnalarvi la melodia che più ci è rimasta impressa di "The Maestro", buttateci un'occhiata perché merita:
La Regina Elisabetta II incontra l’intramontabile attrice inglese Joan Collins in occasione di un Vernissage nel Regno.
Insieme contano 165 anni (86 la prima, 79 la seconda) e sono bellissime in questa coreografia plastica.
Gli abbinamenti, per chiunque e ovunque improbabili, in questo caso risultano coerenti e armonici: i capelli cromati della Regina con l’abito, le rughe del vestito dorato dell’attrice con la sua stessa pelle.
Un unico dubbio si insinua: che ne sarà stato del femore di Joan Collins dopo questo slancio in sforbiciata? Chissà.
Il suo volto a tratti è più sinistro del plastico della casa di zio Michele di Avetrana a Porta a Porta.
Il tentativo di evocare contemporaneamente Eva Kant, Cat Woman e una bambola gonfiabile pensiamo sia più azzardato che eroico. Un tripudio di pelle nera, cerniere fetish, trucco marcato, parrucco posticcio e accessori da bancarelle sadomaso vengono miscelati con incontenibile esagerazione facendo ipotizzare una clinica ossessione.
Ed è per questo che, guardandola parlare, non ci chiediamo come lei vorrebbe: “chi è il colpevole? Dimmelo esimia criminologa.”. La domanda a cui pensiamo è più semplicemente: ”ma perché ti conci così?” E soprattutto: “Ma tu, Ivana Spagna e Paola Ferrari, siete tre personalità borderline della stessa figura?”.
La risposta è misteriosamente sempre la stessa: di fronte ad un delitto c’è sempre un colpevole. Ed in questo caso viene da supporre che sia lo stesso chirurgo. O la stessa madre.
Dalla decostruzione degli abiti alla decostruzione del brand.
Martin Margiela, designer belga, simbolo della moda concettuale senza tempo e di uno stile pulito, esce dalle vetrine esclusive delle aristocratiche maisons per portare le sue iconiche creazioni destrutturate sugli stand del più grande magazzino low cost, offrendosi così, per la prima volta, ad un bacino di consumatori ampio e popolare.
Dopo altri casi di indiscutibile successo, anche la Maison Margiela si attesta tra i migliori esempi di “mass-tige”, termine che sottende l’unione di una logica distributiva mass market al concetto di “prestige”. Ed è subito delirio di pubblico e incremento di notorietà.
Tra i primi esempi di questo trend crescente ci fu Karl Lagerfeld, che qualche anno fa presentò la prima capsule collection in partnership con H&M.
Donne che fino a quel momento ignoravano l’esistenza dello stilista di Chanel, sentirono il bisogno di avere un suo capo nel guardaroba, a costo di montare una tenda la sera prima del lancio davanti ad uno store H&M, così da avere la certezza di potersi accaparrare un “pezzetto” di quel sogno che lo stilista aveva prima realizzato solo per un’élite di dame facoltose.
Karl Lagerfeld intuì, pioneristicamente e non senza critiche da parte di chi poi lo avrebbe emulato, come la moda, in un’epoca permeata da accelerate trasformazioni sociali, di crescenti orientamenti etici dei consumatori e di continue oscillazioni economiche, fosse costretta ad abbandonare le proprie stanze dorate nelle vie noiose e solitarie dello shopping, per calarsi tra i comuni mortali nei quartieri più popolari e in fermento.
Questa scelta non fu dettata da un nuovo impulso magnanimo di cui la moda, per sua definizione, ne è esente. Fu, al contrario, una strategia vincente legata alla florida sopravvivenza di un brand.
La cultura popolare e giovanile infatti, insieme alle suggestioni degli stilemi passati, da sempre rappresentano le fonti di ispirazione sull’impulso creativo di un designer.
Si rende così necessario restituire alle stesse fonti creative il risultato del proprio lavoro.
Per incrementare la notorietà, per elevare gli utili su altri canali di distribuzione, per dialogare con i corpi e il mondo da cui traggono ispirazione. Il pop è l’imprescindibile linfa vitale che alimenta il successo di una griffe, indipendentemente dal suo posizionamento su fasce di prezzo elitarie.
Non sorprende, infatti, come la ricerca degli stilisti che precede la gestazione di una collezione avvenga sempre più tra le bancarelle dei mercatini in giro per il mondo.
Il concetto di esclusività si toglie, dunque, la corona e si cala nel pop-olare. Non vige più il dogma secondo cui “esclusivo” sia per pochi perché costoso, si fa sempre più spazio la tendenza per la quale l’esclusività sia frutto di una scelta estetica personale e originale, espressione di un messaggio di chi indossa. Un paradosso necessario: i grandi imperatori della moda trovano la salvezza del proprio regno solo se sono in grado di conquistare – anche – una larga adesione popolare.
Questa strategia non sembra nuova e fa pensare ad una regina che dal palazzo lancia croissant per avere salva la testa; seguendo il parallelismo, la storia ci ricorda che tale gesto non è automaticamente salvifico. Ma per fortuna loro, in questo caso non ci sono le teste degli stilisti a correre il rischio di sanguinare, ma le griffes e i gruppi finanziari proprietari che ne stanno a capo e non comprendono il fenomeno; e dall’altra parte ci siamo noi, un popolo non affamato di pane ma con il mesto desiderio di poter vestire nel modo che meglio ci rappresenta. Operazione in ogni caso possibile, senza scomodare nessuno dai palazzi dorati.
Ed ecco quindi, subito dopo una discutibile collezione di accessori di Anna Dello Russo, il nuovo regnante democratico che si aggira tra i sobborghi della città in cerca di consensi e riconoscibilità:
Martin Margiela, un genio indiscusso che resta fedele al proprio dogma. Per H&M ritroviamo una collezione iconica e d’avanguardia che rappresenta appieno il suo stile: decostruzione delle forme classiche degli abiti per una nuova concezione dei volumi e delle linee; cura apparentemente sartoriale nei dettagli e nell’esposizione dell’anima dei capi: le fodere emergono e si fanno visibili, mostrando la struttura, le maniche si staccano, si allungano, si rimontano in modo originale. Questo modus operandi riprende una pratica non nuova nella moda. Già nei fenomeni punk e street si tagliavano tshirt e si strappavano jeans con l’idea di infondere un nuovo impatto a capi già confezionati, per dargli un nuovo volto più attuale e per trasformarli in un veicolo del messaggio generazionale.
L’unico elemento che manca, è la qualità dei tessuti: il mass market impone dei limiti e la realtà emerge al tatto.
Il risultato è quello atteso: una grande opera di stile, frutto di una personalità geniale a poco prezzo. Da guardare, apprezzare e indossare con cautela.
"(…) if I had to call it something, I’d called it something like dreamy folktronica".
Mikey Maramag ha ragione da vendere. E io voglio comprarla tutta questa ragione.
Il suo ultimo progetto, Blackbird Blackbird - Boracay Planet, è esattamente questo:
un paesaggio sonoro raffinato, costruito con arrangiamenti gentili che non mancano di carattere.
Boracay Planet è un luogo fatto di suggestioni, estatico e senza materia, dove forme e contorni si sciolgono, districandosi in un incalzare fiero di chitarre, archi e tamburelli baschi.
Voci - poche - e suoni - tanti, un mix perfetto di accordi e beat sincopati - evocano ricordi di spazi lontani e sconosciuti, così familiari al tempo stesso.
È l'eco di un incubo sottile e la promessa di un paradiso artificiale, "It's a war".
E' un luogo dove esiste qualsiasi cosa, è "All". Suona come un mantra, trasforma le coscienze, le riveste d’ovatta e le trasporta in uno spazio abitato da sirene.
Boracay Planet è un EP imperdibile.
Musica per astronauti.
[soundcloud]https://soundcloud.com/blackbirdblackbirdsf/its-a-war[/soundcloud]
[soundcloud]https://soundcloud.com/blackbirdblackbirdsf/all[/soundcloud]
"Io esco.
Anzi no. Che qui fa freddo, e io il freddo lo soffro.
Sigarette.
Mandarini rigorosamente senza semi.
Combo killer calzedilana-pavimentoscivoloso.
Foto istagrammate di gente cristallizzata sulla neve.
Altre sigarette.
Tazze fumanti in cucina.
Tazze ibernate in bagno.
Ancora sigarette."
Musica.
Per spiare gennaio dalla finestra di casa.
Iniziamo dai giorni nostri. Partiamo pure dalla fine, andando poi a ritroso, e citiamo il nome di una donna, Lulù, che è anche il nome di un disco. Lou Reed con i Metallica (2011), non è uno scherzo e non so quanti tra i rispettivi fan abbiano gridato allo scandalo. Magari gli adepti del newyorkese hanno addirittura pensato: “Ancora? Dai, basta con queste cose folli, rimani per un po’ te stesso”. Il Problema è che Lou Reed ama questi giochini, desidera ardentemente fare qualcosa di diverso, cambiare e trasformarsi – da solo o grazie ad altri – per creare qualcosa di cui parlare. Sì, perchè le sue molteplici facce non sono state apprezzate da tutti, c’è chi storceva il naso e chi lo avrebbe adorato comunque, anche se avesse deciso di musicare un film Disney.
Lou non arrivò a tanto nemmeno con i Metallica. Forse l’opera più discussa e distante da tutto ciò che ha fatto è stata Metal Machine Music (sottotitolo: An Electronic Instrumental Composition, 1975): cacofonie, distorsioni, rumori e riff messi insieme a differenti velocità. C’è ben poco di melodico o di classic, anche se, in un’intervista a Lester Bangs, il musicista dichiarò che nella cagnara dell’album erano stati inseriti appositamente dei rimandi a composizioni di musica classica. Cosa significa questo lavoro? Si tratta di una voglia di mandare a quel paese la casa discografica o i fan che richiedevano sempre le stesse canzoni? La RCA Records ha avuto le sue colpe, è vero, chiedendo al musicista di fare un album commerciale (Sally Can’t Dance, 1974) e un Live, in seguito alla pubblicazione di Berlin (1973) imposta da Lou Reed stesso. Berlin risulta essere troppo difficile, anarchico, triste e non ha riscontri di pubblico e di critica anche se si tratta di un lavoro elevatissimo, ovvero uno dei dischi fondamentali di Lou Reed.
Ma cosa ci fu prima di questi album e dopo che Lou Reed ebbe abbandonato i Velvet Underground (durante le registrazioni di Loaded, 1970), per ritirarsi in disparte a “leccarsi le ferite”? Dopo il suo primo e omonimo disco da solista (un flop), la stessa RCA gli presentò David Bowie (divenuto famosissimo all’epoca), proponendogli di farsi produrre il disco con Mick “Ronno” Ronson: due pesi massimi della musica, in pieno periodo glam. Lou accettò, l’affinità con loro cresceva di giorno in giorno e iniziò anche a collaborare con i musicisti (assolutamente degli estranei per lui, non aveva più un gruppo al suo fianco). Lou Reed cambiò in qualcosa di più glam, molto più vicino all’immagine del periodo di Bowie: trucco pesante giapponese, contorno occhi neri e sbrilluccichini vari.
Siamo nella Londra degli anni settanta ma il mondo della Factory e la persona di Andy Warhol non scomparirono, anzi, furono d’ispirazione per i testi delle canzoni di Tranformer (1972). La copertina del disco è un chiaro riferimento al decadentismo del periodo, i testi portano alla luce alcune zone, alcuni personaggi e delle tematiche che difficilmente resisterebbero in classifica: Lou assieme ai due produttori riuscì a fare questo ed altro. “Vicious” è nata da una richiesta di Warhol che voleva un testo per parlare del vizio e del rapporto tra amanti, un rapporto sado dove si picchia il partner con un fiore (cantato ambiguamente su un rock gaio: Vicious, you hit me with a flower, You do it every hour oh baby, you’re so vicious); “Andy’s Chest” è una filastrocca piena d’amore e d’odio, dedicata sempre a Warhol dopo che rischiò di morire per mano della femminista Valerie Solanas. La jazzy song “Perfect Day” è perfetta sul serio, tanto da ritornare in classifica, al numero uno, anche dopo venticinque anni (nel 1997, fu scelta dalla BBC come singolo in favore dell’UNICEF e cantata da diversi artisti).
“Satellite of Love” è la ballata glam per eccellenza, David è straordinario e il suo accompagnamento vocale è da brivido; il testo è ironico e beffardo e parla fondamentalmente di gelosia, ma di quella pesante. “Make Up” è l’inno al travestitismo sostenuto dalla tuba di Herbie Flowers e da queste semplici parole: Now, we’re coming out of our closets, Out on the streets. “New York Telephone Conversation” è in presa diretta: assieme alla voce di Reed c’è quella di Bowie e l’atmosfera è frivola, quasi si fosse in un cabaret, dove le persone non smettono un secondo di chiacchierare sui pettegolezzi del momento.
“Walk On The Wild Side” è il singolo, e un pezzo enorme nella sua semplicità, con un contrabbasso e un basso che, assieme a una batteria suonata con le spazzole, formano lo scheletro portante e ritmico. Lou Reed doveva fare delle canzoni per adattare il libro di Nelson Algren, A Walk on the Wild Side (1956), che Andy Warhol voleva trasportare a teatro; non se ne fece più nulla ma a Reed rimase questo brano che raccontava di spacciatori, attori, travestiti e drogati che giravano attorno alla Factory. Insomma, ha fregato tutti anche la BBC, che la fece passare parecchio senza capire fino in fondo il testo, forse perché sedotta dal sax finale di Ronnie Ross: una bomba.
Che sia stato tutto un compromesso, un travestitismo per diventare famoso o che sia solo l'inizio dell'evoluzioni di Lou Reed, cosa importa? Lui stesso, davanti alle telecamere disse: “E’ solo un album. Sono solo canzoni su un semplice album. Si fa un album e si ha tutta la vita d’avanti”.
Andrea Facchinetti
Ed il tam tam cadenzato del tacco 10 che scandisce il tempo impietoso che vola, trascinandosi con sé la piega fresca della mattina, il trucco ben definito e magari la gonna che, a forza di correre a destra e a manca si disfa un po'.
Guardiamo l'orologio ed in quel breve attimo stiliamo una lunga lista di "cose da fare": passare dalla tintoria, fare benzina, chiamare quella tua amica che ti dice sempre "non ti fai mai sentire" (che ti verrebbe da voler avere poteri telepatici così, mentre comunichi con chi vuoi solo col pensiero, puoi fare altre mille faccende, magari anche metterti lo smalto decentemente).
Ti sei dimenticata di andare in palestra!? Poco male, magari consideri ' idea di stare un po' con te stessa a casa , col tutone e una tee comoda sotto un cardigan maschile.
Magari, prima passi in libreria…
Questo luogo che ti abbraccia, ti rilassa il cuore e ti coccola con parole giuste lette aprendo un libro preso a caso dallo scaffale.
Non sei sazia, rimarresti in quel luogo tutto il giorno, ma non sarebbe mai abbastanza il tempo per scoprire tutti i tesori che ne cela.
Edith Piaf di sottofondo, ti catapulti ad immaginarti a Parigi, magari ti vedi specchiata sulla vetrina di un qualsiasi negozio degli Champs Elisée con l'anima leggera, due belle decolté rosse ai piedi ed una Cloche che non ti guasta la piega fresca di coiffeur.
Andar troppo di corsa crea languore, torni alla realtà scoprendoti nel reparto cucina, attirata da una copertina che profuma di Baguette, le pagine sfogliate che sanno di coque au vin, pain pardu e crème brulée, il tutto accompagnato da un corposo Syrah della valle del Rodano.
E' uno di quei ricettari che non puoi non mettere nella libreria, perché fa parte di quelli che saziano gli occhi oltre che lo stomaco.
Rallenta il tempo pagina dopo pagina, perché anche le foto meritano l'attenzione di uno sguardo meno fugace.
Niente di meglio, allora, che portarselo a casa, mettersi sul divano, e con una buona tazza di tisana fumante, gustarselo avvolte da un morbido plaid.
Autore:
Rachel Khoo Foto di David Loftus 32,00 €
288 pagine Formato: 189 x 246 mm Edizione rilegata con copertina rigida e sovraccoperta a colori
Bonne Lecture
Monia Rossi
Perché entrare in una libreria in cui si vendono solo libri scritti da sole donne?
Perché entrare alla Libreria delle Donne?
Perché entrare in un luogo nato per l’esigenza sovversiva (nel 1975, anno di fondazione) di aprire una libreria esclusiva per il sesso “senza scrittura e assente dalla storia”?
Tralasciando discorsi di politica del sé e schieramenti di sorta, il perché lo scelgo nel viso androgino, malinconico ed elegante della scrittrice Annemarie Schwarzenbach.
Eclettica, errabonda, controcorrente, contestata, Annemarie, nata in una famiglia di industriali svizzeri facoltosi nei primi anni del secolo scorso per il quale il “buono”, come lo intendeva Nietzsche, era rappresentato dalla forma, dalla rigidità dell’educazione imposta alla figlia terzogenita, dal regime autoritario e repressivo e dalle forti simpatie naziste.
Il senso di colpa di Annemarie, parlando sempre in termini nietzschiani, scaturito dalla “morale del risentimento” verso un nucleo familiare così ossessivo ed ipocrita (la madre Renée perfetta padrona di casa, ma con una relazione mai ostacolata, né da marito né dai figli, con la cantante wagneriana Emmy Kruger che viveva in casa Schwarzenbach e alla quale venivano riservate attenzioni da ospite speciale), ha partorito una delle più grandi personalità innovative del secolo scorso.
I viaggi, in Afghanistan, Persia, America e Africa, sempre documentati da scritti e perfette fotografie del bel volto serioso della scrittrice-fotografa, si intrecciano in un concerto di turbolente vicende omosessuali, vissute apertamente, mai pienamente ricambiate: Erika Mann (figlia del ben più noto Thomas) che la iniziò alla dipendenza dalla morfina, la compagna di viaggio Ellie Maillart, l’americana Contessa Margot Von Opel, per citare gli amori più contrastati ed importanti, arrivando ad un matrimonio di copertura con l’effemminato, amico e diplomatico, Claude Clarac.
La solitudine di Annemarie arriva a farle valicare ostacoli geografici e culturali, documentati da scritti il cui leit-motiv di tristezza e riflessione esistenziale vengono incarnati da un suo alter ego maschile, somigliante a lei nei lineamenti e nelle esperienze di vita, il quale cerca, nella “purezza” della semplicità dei popoli visitati, una panacea allo spleen e l’oblio che libera dalla “cattiva coscienza” radicata nella memoria.
Questo il motivo per entrare in un luogo tutto al femminile ed essere inevitabilmente attratti da un volto, da una storia, e preferirla alle altre narrate delle autrici presenti in questa libreria.
Nelle nostre esistenze, maschili o femminili, siamo stati tutti, almeno una volta, Annemarie Schwarzenbach: lo sguardo attraverso l’obiettivo rivela la propria estraneità.
Libreria delle Donne via Pietro Calvi 29 Milano.
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