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Il Cammello (ustrasana), la psicologia e la Divina Commedia

Gli atteggiamenti che abbiamo all'esterno, come ci muoviamo o apriamo il petto o il torace, la dicono lunga sui nostri stati d'animo interiori.

Non ne faccio una questione prettamente yogica in quanto anche la fisiognomica ci dice che ogni postura e ogni atteggiamento fisico rivela stati d'umore, mentali e caratteriali di qualunque individuo. È ovvio che consideriamo il nostro corpo come una specie di cartina tornasole che è la prova del 9 del nostro tumulto o quiete interiore.

 

Il corpo e gli atteggiamenti fisici hanno molto da dire.

 

Perché?

 

A lungo andare l'atteggiamento fisico diventa una caratteristica saliente dell'individuo che influenza emozioni, pensieri e il  "modo di affrontare la vita".

Abituandosi a certe posture si genera così una spirale che trascina l'uomo in un vortice di emozioni negative da cui diventa molto difficile uscire.

 

Quindi, se in un primo momento sono certe emozioni e pensieri ad influenzare gli atteggiamenti fisici, ad un certo punto, e qui bisogna osservarsi con onestà, accade paradossalmente il contrario: sono gli atteggiamenti fisici ad influenzare l'umore.

 

Lo schema immaginario che possiamo tracciare è: l'interno influenza l'esterno per poi diventare esterno che influenza l'interno. Spero di non portarvi in una spirale troppo contorta, io amo la filosofia.

 

Ma cosa vuol dire che i nostri atteggiamenti fisici influenzano l'interno mentale/emozionale dell'uomo?

Sono un chiaro esempio di ciò che sto dicendo il classico portare la testa china o le spalle chiuse e incurvate quando si è abbattuti o giù di tono. Le implicazioni "negative" di questi due atteggiamenti sono veramente enormi.

Come mi disse una volta Lella, una delle maestre del centro Yoga Parsifal specializzata in riflessologia e in medicina cinese Do-In: “portare la testa troppo chinata in avanti espone le vertebre cervicali al peso della gravità portandole  anche a un disarmonico equilibrio tra la terra e il cielo”.

 

Divenire consapevoli di quante implicazioni hanno questi due atteggiamenti nella nostra vita di tutti i giorni, nelle nostre relazioni col mondo e con gli altri è il primo passo per liberarsene.

 

Il secondo passo consiste nel "correggere" le posture indesiderate.

Come? La risposta è semplice e immediata: bisogna partire dal proprio corpo per guarire dentro.

 

Rifacendomi alle 4 nobili Verità del Buddhismo per la liberazione dalla sofferenza, da cui ho tratto spunto per il percorso che ho descritto, bisogna riconoscere la sofferenza (I) , riconoscerne le cause (II), avere il desiderio di far cessare la sofferenza (III) e intraprendere una via che porta alla sua cessazione (IV).

 

Ecco che lo Yoga ci viene in aiuto divenendo lo strumento e la via che ci libera.

Partendo dalla correzione posturale, uno dei pilastri yogici, la pratica ci "corregge" anche all'interno.

 

Esistono Asana nel mondo dello Yoga che ben si prestano a questo fine: Bhujangasana, Salabhasana, Dhanurasana, Rajakapotasana, Natarajasana, Urdhva Mukha Svanasana, Ustrasana ed altre ancora.

Naturalmente esistono differenze sostanziali tra una Asana e l'altra e i benefici variano da posizione a posizione.

 

Tutte queste Asana hanno in comune il fatto che rinforzano i muscoli dorsali, sciolgono e rinforzano il bacino, raddrizzano la colonna vertebrale, aprono il torace ed altro ancora.

 

Ustrasana, in particolare, è una di quelle posizioni yogiche veramente odiose per chi è "abituato" a curvarsi in avanti o ha il petto chiuso. Solo chi ha veramente compreso a fondo l'importanza di partire dal corpo per correggere il proprio carattere e cambiare il modo di sentirsi nel mondo è disposto ad affrontare la pratica di questa posizione.

 

Il torace, in Ustrasana, si apre completamente, le scapole si avvicinano tra loro, le spalle si aprono lasciando cadere il capo e le braccia all'indietro aprendo il petto verso l'alto, verso una dimensione al di là della terra e quasi divina. Trovo affascinante la metafora che possiamo cogliere dietro questo gesto: aprire il petto in alto vuol dire anche avere un atteggiamento più disponibile e aperto verso il mondo esterno, sia fisicamente che a un livello più profondo, interiore. Senza aver paura delle situazioni ma affrontando tutto “di petto” come si suol dire.

 

Nella posizione di Ustrasana (o del cammello) la colonna vertebrale viene allungata e il bacino spostato in avanti facendo diventare la respirazione uno strumento che aiuta a lasciarsi andare all'indietro e ad aprire il petto durante la fase di inspiro. Trovo poeticamente affascinante anche il concetto del lasciarsi andare all'indietro facendo affidamento sulle proprie ginocchia: da un punto di vista psicologico si impara a fidarsi di più di se stessi e delle proprie potenzialità...è un po' come il gioco che facevamo per la fiducia verso gli altri, in cui ci buttavamo all'indietro a peso morto sperando che i nostri amici ci afferrassero non facendoci cadere a terra, ma in questo caso giochi una partita da solo in cui i tuoi alleati sono il respiro, il tuo atteggiamento psicologico nei confronti dell'Asana e il tuo corpo.

 

Le Asana sono strumenti psicologici dotate di un percorso raffinatissimo e di un'eleganza filosofica fuori da tempo e dallo spazio. Le paragono ai livelli di lettura e interpretazione della Divina Commedia dantesca: si parte dallo strato più superficiale (la posizione che assume il corpo) per arrivare poi a uno stato di lettura più profondo che nasconde allegorie, metafore e una riscoperta psicologica profondamente d'aiuto per l'essere umano che fa espandere i propri orizzonti e punti di vista.

 

Ustrasana è come un verso della Divina Commedia: la vedi o la leggi all'esterno come un piegamento all'indietro con la colonna vertebrale ma poi scopri che dietro c'è un mondo intero.

 

Namasté,

Vittorio Pascale

 

Allievo praticante di Yoga Integrale presso il Centro Parsifal Yoga, Milano

Fondatore della pagina Fb: Yogamando

Studioso e praticante di Buddhismo Tibetano

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Redazione Nerospinto

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