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Il Giocatore - Ieri come oggi

Il Teatro Franco Parenti porta in scena il Giocatore di Dostoevskij nell’adattamento di Vitaliano Trevisan.

Da martedì 30 gennaio a domenica 4 febbraio, la rilettura affidata alla regia di Gabriele Russo reinterpreta il grande romanzo facendo luce sulla seduzione senza tempo del gioco.

Sul palco prende corpo la storia di Aleksej e del suo amore per Polina. Un amore che si nutre di debolezze, giochi di potere e seduzione, che spingerà il giovane protagonista al tavolo da gioco, al quale rimarrà avvinghiato fino ad immolare quello stesso amore. Attorno alla sua, si tessono le storie degli altri personaggi, che prendono vita in una ricercata contaminazione tra dramma e farsa, espressa magistralmente dal linguaggio volutamente ironico e sarcastico.

Ciò che emerge dall’intreccio è l’attualità della rappresentazione. Il romanzo nasce da una reale vicenda personale del suo autore: la potenza dell’influsso autobiografico si perde e si riverbera nel mare del genere umano, e si incarna sfaccettato e amplificato nei diversi personaggi.

Il brillante cast cattura così il pubblico all’interno di una scena che appare antisoggettivistica e antiumanistica, capace di creare al contempo un’atmosfera sinistramente familiare negli spazi di un vero e proprio non-luogo. La condizione di attesa - la sensazione di essere in sospeso - è ricreata sia dalla scelta di un’ ambientazione a-temporale, data da una continua commistione tra passato e presente, sia dalla presenza pervasiva del gioco, come metafora o allusione, che si insidia nelle parole, nei gesti, nelle relazioni e negli atteggiamenti dei personaggi, nessun escluso.

È proprio l’alone di non-risolto che avvolge la fine della vicenda a rendere possibile un’immediata trasposizione sul piano attuale, senza necessità di manifestarlo con un’esplicita rilettura in chiave moderna. Lo spettatore, trascinato dal delirio autocosciente dei personaggi, è portato automaticamente a ritrovarsi nella messinscena.

Il gioco, che si manifesta in una sfida costante tra vincita e perdita, che rende ebbri e al contempo febbrilmente coscienti i suoi soggiogati, si rivela nell’opera come specchio dell’amore. Passioni affini, dove l’oggetto non è mai posseduto concretamente, e quando lo è perde di interesse, e porta a ributtarsi a capofitto nell’incertezza che tiene vivi.

Al termine, la redenzione è rimandata. Non c’è risposta, non c’è fine. Né lieto, né funesto.
Emblema dell’assoggettamento in cui non è difficile leggere l’annichilimento contemporaneo.

Chiara Barbieri

Redazione Nerospinto

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