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Il mestiere di tradurre

Michela Finassi Parolo è una signora vivace e spiritosa con gli occhiali e i capelli ricci, di professione è insegnante di spagnolo in una scuola superiore di Vercelli, ma il suo primo mestiere in realtà è un altro: Michela è una traduttrice letteraria da molti anni.

Come è nata questa tua vocazione?

Io ho frequentato il liceo classico ed ero un’allieva molto “normale”, ma tradurre dal latino e dal greco mi piaceva, mi piaceva l’idea di trasferire un testo da una lingua all’altra. Dopo la maturità mi sono iscritta alla facoltà di lingue e appena laureata ho cominciato a girare per le case editrici con il mio curriculum sotto il braccio…

E come ti accoglievano?

All’inizio è  stata dura! Andavo alle fiere dell’editoria in tutta Italia anche a quelle di libri per ragazzi e mi proponevo come traduttrice. Offrivo loro di fare delle traduzioni di prova, mi facevo lasciare il biglietto da visita, portavo personalmente le mie traduzioni agli editor, insomma avevo una buona dose di faccia tosta! Poi anche la fortuna ci ha messo lo zampino. Grazie a un collega di mio marito, amico di uno dei direttori editoriali di Garzanti, ho avuto la possibilità di tradurre un breve libro di saggi di Octavio Paz. Il lavoro era venuto particolarmente bene, e nel frattempo Paz ha ricevuto il premio Nobel per la Letteratura. Da lì è partito tutto quanto…

Quindi alla fine ce l’hai fatta!

Sì, ho cominciato ad avere incarichi da case editrici nazionali, da Feltrinelli, da Giunti, Salani, Mondadori Ragazzi, Frassinelli per tradurre libri dallo spagnolo e dal francese e poi quando si comincia a far conoscere il proprio lavoro e questo piace agli editor allora è tutto più facile. Comunque ha vinto la mia grande passione, perché questo è un lavoro che si fa per passione non certo per soldi!

Come definiresti il mestiere di traduttore?

E’ un mestiere delicato perché devi riprodurre in un’altra lingua qualcosa che uno scrittore ha pensato e scritto in una lingua diversa e in una cultura diversa dalla lingua di arrivo. Bisogna saper riconoscere tutto: citazioni, massime, canzoni, persino slogan pubblicitari. Adesso nell’era di Internet è più facile, ma io ho cominciato quando Internet non c’era ancora, comunque bisogna avere una conoscenza approfondita non solo della lingua, ma anche della cultura straniera e poi si può sempre chiedere all’autore, se è vivente! E ovviamente è fondamentale avere un ottimo dominio sulla lingua italiana, perché alla fine quello che il pubblico legge è quello che è stato scritto dal traduttore. Una cattiva traduzione può fare un sacco di danni, non solo al traduttore ma anche allo scrittore e alla sua opera.

Siamo abituati ad immaginare gli scrittori come tipi schivi e anche un po’ snob, tu come fai a metterti in contatto con loro?

Alcuni scrittori – e comunque una netta minoranza tra quelli che traduco sono  poco disponibili, ma in casa editrice ti dicono già che quelli è meglio non disturbarli. italiani In realtà, la maggior parte degli autori che ho contattato per motivi “tecnici “ - ma non solo - hanno manifestato una grande gioia nell’essere tradotti in italiano: e non si tratta soltanto di una questione puramente economica, perché anche se magari noi non ne siamo consapevoli, la nostra bella lingua nell’immaginario collettivo è la lingua della cultura, dell’arte, quindi gli autori stranieri sono felici  di parlare anche con il loro traduttore. Adesso con la posta elettronica è molto semplice e veloce contattare l’autore se si ha qualche dubbio. Nella mia carriera io ho stretto ottimi rapporti con  Carmen Martín Gaite, Rosa Montero, Alejandro Jodorowsky, Marcela Serrano…

Come imposti il tuo lavoro?

Prima leggo da cima a fondo il libro che devo tradurre sfrozandomi di non pensare che ci devo lavorare su, assaporandolo il più più possibile, poi annoto ogni spunto che mi viene in mente e infine comincio il lavoro vero e proprio imponendomi un certo numero di cartelle al giorno. E poi ci sono le letture, le riletture, le ri-riletture, le revisioni con l’editor della casa editrice, la correzione delle prime bozze…

Non  hai mai paura di scrivere qualcosa che lo scrittore non ha veramente pensato?

Ho sempre paura di scrivere stupidaggini, infatti il lavoro di traduzione è anche e soprattutto lavoro di lettura e rilettura. Ed è importante farsi venire i dubbi. Professionalmente ho adottato il doppio cognome Finassi Parolo anche per riconoscere a mio marito l’importanza del suo ruolo di “lettore critico” nei miei confronti: , all’inizio della mia carriera lo costringevo ad ascoltare quello che traducevo per avere rassicurazioni e snidare i calchi linguistici-  uno degli spauracchi di noi traduttori - poi col tempo si diventa più sicuri, comunque il problema che il traduttore diventi troppo invadente esiste. Esiste anche il problema opposto, cioè che il traduttore sia troppo debole e si lasci trasportare dalla lingua che deve tradurre, due lingue non sono mai sovrapponibili, ritmo, sintassi, costruzione della frase sono peculiari per ogni lingua anche se sono entrambe neolatine come italiano e spagnolo.

Insomma si tratta di rispettare sia ciò che ha scritto l’autore sia la lingua italiana.

Sì, è un lavoro un po’ complicato!

Hai mai conosciuto personalmente qualcuno degli autori che hai tradotto?

Sì, qualcuno l’ho conosciuto, per esempio Marcela Serrano, in occasione della presentazione del suo libro Dieci donne al Festivaletteratura di Mantova. Lei ha letto in italiano qualche brano del suo libro e il pubblico è stato ben impressionato. Ne ho tratto una grande soddisfazione: “Allora quello che scrivo non è proprio male!” ho pensato tra me e me.

Ho letto Dieci donne qualche tempo fa, l’ho trovato molto interessante.

Secondo me è uno dei libri più coinvolgenti della Serrano, i ritratti che le dieci donne fanno di sé sono veramente delle stupende pennellate. A proposito di quanto siano rivelatori della personalità femminile questi dieci ritratti voglio raccontare un aneddoto. Quando Feltrinelli mi affidò la traduzione di Diez Mujeres ero in un periodo di superlavoro e siccome per la sua struttura (si tratta di dieci monologhi)  il libro si presta bene ad essere  tradotto da più persone con stili diversi, con il mio editore abbiamo concordato di di dividere il lavoro: cinque donne a me e cinque ad una giovane ma espertissima traduttrice, Tiziana Gibilisco. Ognuna delle due avrebbe scelto le cinque più vicine a sé, e caso strano non ci sono state sovrapposizioni. Ci siamo spartite il lavoro così, spontaneamente, senza esserci messe d’accordo prima. Una delle tante felici coincidenze che capitano quando si traduce.

E la decisione di fare anche l’insegnante? Un ripensamento sulla professione di traduttore?

Nessun ripensamento! Avevo fatto il concorso  all’inizio degli anni novanta, mentre stavo scrivendo una grammatica per l’editore Petrini, poi me ne ero dimenticata, avevo dieci libri da tradurre quando mi hanno comunicato che avrei avuto una cattedra a Torino. Il primo anno di insegnamento è  stato uno shock, mi sono sentita come un marziano catapultato sulla terra. Adesso sono sei anni che insegno, mi piace tanto insegnare lo spagnolo ai giovani vercellesi e non, mi sono abituata a fare un po’ di salti mortali,  faccio anche cose carine come organizzare stage linguistici in Spagna per i miei allievi.  E soprattutto non ho mai smesso di tradurre, perché il mestiere di insegnante mi consente comunque di continuare a coltivare la mia passione.

Vuoi dare qualche consiglio di lettura ai nostri lettori?

Volentieri. Vorrei consigliare due autrici di lingua spagnola: Claudia Pineiro, argentina che ha scritto Tua,  (edito da Feltrinelli, come tutti i suoi libri più recenti) un giallo non tradizionale e un po’ grottesco e Le vedove del giovedì (pubblicato da Il Saggiatore) e tutti i libri di Rosa Montero, (pubblicata da Frassinelli e Salani) una giornalista spagnola che ha scritto tra l’altro La pazza di casa (Frassinelli), una via di mezzo tra un romanzo e un libro di memorie scritto in modo molto vivace e arguto.

Redazione Nerospinto

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