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Il nero e l’argento, insolubili l’uno nell’altro

 

Non sono una lettrice seriale, mi piace scoprire sempre nuovi autori. Ma ammetto che talvolta mi capiti di leggere più scritti opera di una medesima mano. Ciò, di solito, accade per due semplici motivi. In un caso il primo libro mi ha talmente colpita da non poter fare a meno di lasciarmi deludere, non sempre, dal successivo. Nell’altro caso qualcosa mi sfugge nella storia, nel modo di approcciarsi a taluni aspetti della vita, tanto da spingermi alla ricerca di quel significato recondito, il quale a tratti si palesa per poi celarsi nuovamente tra le trame.

 

 

Tale è la motivazione che mi ha spinto a leggere “Il nero e l’argento”, la terza opera di Paolo Giordano, giovane talento nostrano, venuto alle luci della ribalta con La solitudine dei numeri primi, seguito dal più fievole successo de Il corpo umano. Ciò che cercavo, e di cui ho avuto conferma, è che per lo scrittore torinese i sentimenti, nelle loro forme più disparate, si manifestano all’animo umano solo in seguito alla tragedia. Così la solitudine è strettamente connessa alla scomparsa di una persona cara o alla menomazione fisica, l’amore alla morte in guerra. Qui, di nuovo il lutto. Una tata, la signora A., affetta da quel male che ormai affligge le nostre generazioni, lascia improvvisamente i protagonisti, Nora e suo marito, persi nella loro esistenza. Nel momento in cui vengono a conoscenza della malattia essi comprendono non solo il ruolo della donna nelle loro vite, ossia il vero trait d’union, l’equilibrio in una coppia di giovani sposati, ma soprattutto paiono guardare per la prima volta a loro stessi. E si scoprono come il nero e l’argento, insolubili l’uno nell’altro. La signora A., entrata nelle loro vite a causa di una gravidanza a rischio, ne esce a causa della tragedia. Un personaggio singolare, dalla storia semplice ma intricata. Soprannominata dai coniugi Babette, dall’omonimo romanzo, la sua presenza è stata quasi vitale per il funzionamento della coppia, che ha tratti da amalgamare, tratti da smussare, concretandosi in due mondi opposti, già solo nei mestieri della vita, lui fisico, lei designer. Quasi a dimostrare che perché le giovani coppie di oggi possano sopravvivere abbiano bisogno di una guida, senza la quale non riuscirebbero a solcare i mari in tempesta della vita. Qualcuno che li conduca per mano, prima come singoli, in seguito come coppia, infine come genitori. Un non crescere, un non affrontare insieme le difficoltà della vita, nel cementificare un rapporto che deve nascere ed essere nutrito come famiglia. Così il primo ostacolo, la malattia della signora A. e il suo mancare, costituisce per i protagonisti il primo vero banco di prova, ove scoprirsi quasi come due estranei dopo dieci anni di matrimonio, ognuno con le proprie aspirazioni, nessuna davvero condivisa. Il lutto a risvegliare dei sentimenti, a far sì che le situazioni vengano affrontate, a rendere manifesta la solitudine. A far acquisire la consapevolezza che il nero e l’argento, pure non potendosi confondere, possono convivere, l’uno come sfumatura dell’altro.

 

Angela Migliozzi

Redazione Nerospinto

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