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Domenica 5 marzo, nuovo appuntamento con Esperienze di Gusto a Villa Necchi alla Portalupa: lo chef Antonio Danise ha studiato un pranzo in onore di Napoli, sua città di origine.

Pubblicato in Food

Dalla musica agli abiti, dalle mostre al cinema, il decennio più controverso, irreverente e geniale del Novecento sembra un pozzo senza fondo da cui attingere idee, storie e spunti per il rinnovamento o solo per un revival emozionale.

Succede anche al regista David O. Russell che confeziona per questo inizio di 2014 un poliziesco grottesco e irresistibile sulle gesta di due noti truffatori americani degli anni Settanta e di un ambizioso ed egocentrico agente dell’FBI pronto a incastrarli ma altrettanto pronto ad usarli per mettere le manette a molti politici locali e senatori del parlamento degli Stati Uniti.

La storia e la trama di American Hustle sono in realtà parecchio pasticciate e accanto ai quattro bravissimi protagonisti e attori principali ruota un sottobosco di comparse e di personaggi minori che servono al regista per dare alla sua pellicola l’idea della frenesia e dell’improvvisazione che regnava proprio nel periodo storico presentato e per richiamare l’attenzione dello spettatore sul fatto che ogni finale sarà comunque a sorpresa.

Nella sua frenesia creativa Russell non manca di coinvolgere anche un mostro sacro di Hollywood come De Niro a cui affida un cammeo di pochi minuti ma talmente ben riuscito e intenso da farlo ricordare con precisione a chiunque veda la sua pellicola.

Diciamo allora che il copione regge. La storia è improponibile e grottesca ma l’idea finale che resta agli spettatori è quella di un film non commerciale ma geniale e originale quanto le prime pellicole dei fratelli Coen. In realtà American Hustle non ha nulla della pellicola di autore e Russell è un regista da Studios ma il fumo negli occhi che è riuscito a inviare grazie a una ricostruzione minuziosa dei particolari gli regge benissimo il gioco e l’atmosfera del film è da dieci e lode.

Bellissimi i costumi, le pellicce non vere ma molto ben fatte, le complicate acconciature delle protagoniste, le tutine con profondi scolli davanti della bella Amy Adams e i riccioli artificiali e nerissimi del grande Bradley Cooper, quasi irriconoscibile con il look di Tony Manero.

Indovinate anche le ambientazioni disco e il clima italo americano del New Jersey proprio degli anni Settanta dove tra politici, elettori, poliziotti e procuratori i cognomi italiani la facevano da padrone e il senso di piccola comunità si sposava con il patriottismo americano delle seconde generazioni. E così che David O. Russell regala agli spettatori un film quasi da sfogliare come un libro di Ellroy, dove c’è la pupa e il boss, il poliziotto accanito e il politico corrotto ma c’è anche tutto il glamour e il fascino di un decennio che ha inventato la modernità e la trasgressione.

Bellissimo e coraggioso.

 

 

Pubblicato in Cultura
Sabato, 09 Febbraio 2013 11:55

Broken City promosso da Nerospinto

Per una che idolatra Ellroy come me andare al cinema a vedere film noir che parlano di potere, corruzione, polizia e belle donne che tradiscono è praticamente un must.Ci vado a prescindere e senza farmi troppe domande.

È successo anche per Broken City, l’ultima fatica da regista di Allen Hughes, e naturalmente mi è piaciuto. Sicuramente perché è il mio genere di pellicola, certamente perché ci sono andata ben disposta e anche perché il film ha dei punti di forza che lo rendono piacevole e interessante da guardare.

Gli ingredienti affinché una pellicola possa dirsi buona o no sono molti, non sempre combaciano tra loro e non necessariamente devono essere tutti presenti. Broken City è promosso perché gli attori protagonisti, Mark Wahlberg e Russell Crowe, sono bravissimi, molto credibili e sanno dividersi la scena in maniera intelligente e saggia.

In Broken City però c’è molto altro: una fotografia strepitosa. Chi ama il noir come genere non può non farci caso perché il noir è essenzialmente un concetto letterario, ovvero è stato creato mettendo in fila parole che devono dare sensazioni e ricreare atmosfere.

Con le immagini, quindi, dovrebbe essere più facile, invece no: nella pellicola non sfugge niente.

Lo spettatore deve essere catturato anche di più del lettore perché quello che vede deve essere credibile, intenso, seducente. I film gialli non posso prescindere dall’ambientazione e Broken City risulta così anche, e soprattutto, un film di ambientazione dove le scene di azione e di suspense si mescolano e si intersecano a meraviglia con la location naturale data dalla città. La vera coprotagonista della pellicola con cui il detective privato e il sindaco devono fare i conti.

Un altro ottimo motivo per andare a vedere il film è che si tratta di una pellicola trasversale.

Non è I ponti di Madison Country né Il giustiziere della notte, non si deve discutere in famiglia per decidere a chi tocca scegliere il film da andare a vedere nel fine settimana.

Broken City mescola sapientemente azione e sentimento, sesso e potere, attori tenebrosi e attrici sensuali, così come deve fare un vero noir, che sia un libro o un film.

L’elemento meno convincente e debole della pellicola sono sicuramente i dialoghi e di conseguenza la storia del film: troppo semplice, troppo lineare, troppo prevedibile. E così, se lo spettatore si aspetta di rimanere in suspense per una trama che non si decide a decollare, alla fine del film si rende conto che a tenerlo in apprensione sono stati tanti altri elementi, come i movimenti di macchina, le scene di azione e il fatto di non sapere assolutamente se alla fine vincerà il cacciatore o la preda. Certo è che la città descritta e mostrata da Hughes non può indignare e non può sconvolgere più di tanto lo spettatore perché è lo specchio fedele della nostra società dove corrotti e corruttori si scambiano i ruoli e si cambiano di posto a velocità siderale.

Hughes non è ancora Clint Eastwood o Spike Lee, ma la prova di Broken City è buona e merita di essere vista.

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