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Intervista all'attrice e regista Lucia Vasini, in scena giovedì 29 febbraio al Teatro Bello con “Travolte da identità nascoste sotto il cielo di Milano”

Giovedì 29 febbraio in scena al Teatro Bello di Milano lo spettacolo teatrale “Travolte da identità nascoste sotto il cielo di Milano”, per la regia di Lucia Vasini, con Eleonora Renaudo, Livia Grossi e Lucia Vasini.
Una giornalista freelance intervista due “signore perbene” sull’identità di genere.


La schiettezza delle domande rompe stereotipie sociali e tabù, infrangendo l'aspetto convenzionale delle relazioni e incentivando una comunicazione diretta e sincera. Uno spettacolo teatrale sull’identità di genere, nel segno di una dichiarata leggerezza, come testimoniato dalla presenza in scena-per la prima volta- dei cagnolini Titti e Blaise.
Nerospinto ha incontrato Lucia Vasini, attrice, regista e insegnante di teatro.
Diplomata presso la scuola del Piccolo Teatro di Milano, ha studiato canto e recitazione con Linda Wise e seguito diversi stage con Judy Weston a Los Angeles.Ha lavorato con i grandi del teatro, da Dario Fo e Franca Rame, passando per Paolo Rossi, che per anni è stato suo compagno di vita e con il quale ha avviato un longevo e felice sodalizio artistico dalla fine degli anni Ottanta.
Ha preso parte a diversi programmi televisivi (tra i quali "Su la testa!", "Proffimamente non stop",  "Diego al 100%", "Colorado", "Blog", "Cantagiro" (1993) e a diverse produzioni cinematografiche, dal cult "Kamikazen - ultima notte a Milano" (1987), per la regia di Gabriele Salvatores, a"Il toro" di Carlo Mazzacurati (1994), fino al più recente “Evelyne tra le nuvole” (2023).


Parliamo di “Travolte da identità nascoste sotto il cielo di Milano”, di cui lei ha firmato la regia.
Un titolo wertmulleriano per uno spettacolo sull’identità di genere? Cosa deve attendersi lo spettatore?

Lo spettatore può aspettarsi uno spettacolo che va dal comico al profondo, con leggerezza…tutti gli argomenti sono trattati con un registro leggero. Il bello è riuscire a far ridere con il cuore e con la mente, ma anche commuovere. L’importante è uscire con la risata! Come diceva Molière quando vai a teatro e vedi una tragedia ti immedesimi, partecipi e piangi, piangi, piangi, poi vai a casa e dici: come ho pianto questa sera! E dormi rilassato. Il discorso politico ti è passato addosso come l’ acqua sul vetro. Mentre invece per ridere ci vuole intelligenza, acutezza. Ti si spalanca nella risata la bocca, ma anche il cervello e nel cervello ti si infilano i chiodi della ragione.
Vogliamo far pensare, ma con leggerezza…e poi bisogna divertirsi! Anche la presenza dei due cagnolini in scena è nel segno della leggerezza! Come faceva Shakespeare.

 


Da attrice di teatro e di cinema con la passione dell’insegnamento (che, tra l’altro, l’ha portata a studiare una pluralità di metodi) come spiegherebbe ad un profano le eventuali differenze tra recitazione cinematografica e teatrale?
La differenza c’è solo in certe situazioni, perché in realtà non dovrebbe esserci. La vera recitazione, che è quella dell’essere e non del rappresentare- dunque parliamo di Stanislavskij e del metodo Strasberg ecc.- è identica, semplicemente in teatro ti devi far “sentire” di più , ma il metodo è lo stesso. C’è differenza quando parliamo di altre tecniche, la tecnica della commedia dell’arte che utilizza il corpo, il ritmo, la musicalità interiore, e poi anche certe tecniche del Novecento come quella del teatro epico di Brecht…
L’attore deve certamente imparare tutto, però, in realtà, è possibile benissimo usare la stessa tecnica sia nel cinema che nel teatro, semplicemente si deve pensare ad essere più “sensoriali” nel cinema.

Tra i suoi mentori Dario Fo, Franca Rame, Enzo Jannacci, Checco Rissone…quali sono gli insegnamenti che hanno maggiormente influenzato la sua ricerca e il suo approccio al teatro?

Gli insegnamenti che hanno influenzato maggiormente la mia ricerca sono quelli della Commedia dell’arte, dunque Franca Rame, Dario Fo, Checco Rissone, volendo anche Jannacci, però i comici italiani del ‘400 e del ‘500 in realtà avevano già inventato tutto, perché usavano tre tecniche recitative: l’immedesimazione e poi l’epico, lo straniamento, e l’affabulazione… c’era già tutto! Poi gli altri, da tutto il mondo, gli americani, copiano…sono bravi perché sono pragmatici, compilano decaloghi, riescono a sintetizzare….ma la parte creativa è italiana. La mia ricerca va avanti perché la sto unendo al percorso, diciamo, più “psicologico” che sto facendo. Ho due vite parallele, una che riguarda la recitazione per gli attori e una che usa queste forme teatrali per la psiche, per sbloccare qualcosa nella vita delle persone. Mi occupo di teatro nel sociale, per dieci anni sono entrata nella storia di persone che hanno avuto una diagnosi psichiatrica, parlo di persone diagnosticate perché in questo periodo ce ne sono tantissime in giro non diagnosticate! (Ride, N.d.R.)


Come si pone rispetto alla tesi secondo la quale il laboratorio teatrale, pur diffusamente impiegato nelle attività riabilitative, continua ad essere “aspecifico”, ancora poco validato sperimentalmente? Sono a suo avviso necessari ulteriori studi e approfondimenti per verificare l’ effettiva efficacia terapeutica nella riduzione dei sintomi e nella cura dei disturbi mentali? Quali miglioramenti ha potuto (nel corso della sua collaborazione decennale col Dipartimento di Psichiatria di Piacenza e il teatro GiocoVita diretto da Diego Maj e nella sua sinergia con la fondazione Lighea, diretta dal dott. Giampietro Savuto) verificare empiricamente?

Insieme agli psichiatri del Dipartimento di Psichiatria di Piacenza e con la fondazione Lighea abbiamo riscontrato molte cose positive, molti progressi in tanti pazienti che non definirei pazienti ma, alla Carl Rogers, clienti. La parola paziente evoca immediatamente malattia, bisogno, dipendenza. La parola cliente suggerisce altro; un cambiamento di lessico apparentemente banale, in realtà significativo. A Piacenza mi divertivo a far recitare gli psichiatri, gli educatori, ma anche le persone con disturbi psichiatrici. Abbiamo fatto uno spettacolo bellissimo sugli archetipi shakespeariani, prendendo spunto dal libro di una scrittrice e psichiatra londinese che sosteneva che lavorare sugli archetipi sarebbe servito tantissimo (a parte che serve a tutti)!
Facevamo, ad esempio Ofelia interpretata da una educatrice, Ofelia interpretata da una paziente psichiatrica… la paziente era era molto molto più brava, perché i pazienti sono molto più liberi, sono nel sé, dove c’è sia il bene che il male, dove si congiunge la risata col pianto.
Loro non hanno il senso della comicità, ma mi chiedevano”Lucia, questo fa ridere?” E gioivano del fatto che il pubblico ridesse, erano più empatici, entravano maggiormente in relazione. Ci sono state delle persone che, dopo anni di esperienza di teatro a Piacenza, hanno preso coraggio, sono andate a vivere da sole. Devi avere persone giuste, che ti aiutino, come ai tempi di Basaglia. Io ho potuto contare su persone illuminate, preparate, tra l’altro anche amici, io avevo il direttore del Teatro GiocoVita e il vice primario (forse anche primario), il dottor Giovanni Smerieri e tutta l’équipe… con il coinvolgimento di attori (come Tommaso Ragno), di cantanti lirici, di musicisti…abbiamo lavorato su L’ opera da tre soldi...il canto è sempre molto importante!
Sono state esperienze grandiose, che penso abbiano dato dei frutti, ogni tanto ricevo ancora delle mail. Ho scelto di lavorare con loro, anche con l’ Associazione balbuzienti, con la quale avevo lavorato in precedenza, ero riuscita a “scardinare” (anche se non è il termine giusto” ) alcune cose con un mio metodo, ad ottenere buoni risultati con una specie di psicodramma che non lavora sul trauma ma sulla commedia, sul quotidiano, facendo riferimento anche all’analisi transazionale, alla vita come un film. Sapendo un po’ di tecniche recitative, facendo lo psicodramma di una scena normale riusciamo a capire tante cose del personaggio, dell’incantesimo che ha il personaggio, come dice la PNL… L’altra professione che mi sarebbe piaciuto tanto fare nella mia vita è la psichiatra! Comunque continuo a studiare, ho un diploma di counselor, ho creato questo metodo, Arte Teatrale Counseling, e vorrei fare una scuola di scrittura sul palco con una grande scrittrice e autrice italiana. Continuo a ricercare come una pazza e sono convinta che il teatro dovrebbe essere inserito come materia di studio obbligatoria nelle scuole, come la matematica, però insegnato bene, con competenza, come avviene in Inghilterra, dove diventi professore di teatro. Non è una materia facile il teatro, devi sapere un po’ di tutto, ricercare continuamente, essere curioso…questo del resto fa parte della vita dell’attore.


Vuole raccontarci l’esperienza “Les italiens”, la compagnia da lei fondata, che ha prodotto spettacoli di successo? (Milanon Milanin,Jubilaum, La Commedia da Due Lire, il Circo di Paolo Rossi e per ultimo “Molière, La recita di Versailles" allo Stabile di Bolzano, nel 2015, N.d.R.)

Proprio il mio maestro Checco Rissone mi ha detto “trovati un gruppo di amici, create una compagnia, cercate una metodologia comune, e non andare a chiedere lavoro nei teatri stabili”. Ho sempre fatto questo, prima con Il Teatro Verticale, dove c’erano anche Daniele Abbado, Maurizio Schmidt…Paolo Grassi ci offrì la possibilità di avere una sede, l’Arsenale, dove c’erano anche gli Stormy Six.
Economicamente però non eravamo pronti e da lì sono andata a lavorare al Teatro Stabile di Torino, poi ho incontrato Dario Fo, ne “L’histoire du soldat”, e Paolo Rossi e ho iniziato a fare cabaret. Ho incontrato anche Giampiero Solari che mi sembrava adattissimo a lavorare con Paolo e abbiamo costruito questo Les Italiens, che io ho sempre pensato andasse avanti, e invece la vita poi ti porta a fare altre scelte… e loro hanno preso altre direzioni. Ci sono rimasta male… abbiamo poi tentato di ricostruire il gruppo ma evidentemente c’era qualcosa di più forte…siamo uniti, ma ognuno per sé.

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione Nerospinto

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