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Oltre il volto: Etienne Fiori

Oggi si parlerà con e di Etienne Fiori, eclettica fotografa e performer, studentessa di Filosofia all’Università Statale di Milano.

 

Il suo modo di esprimersi è ambizioso ed accattivante: fa del volto umano la sua tela; per stracciarlo, modificarlo, destrutturarlo.

Ci incontriamo da California Bakery: ha occhi dal taglio quasi felino, indagatori, ridenti, veste in nero ed i capelli sono raccolti in una treccia sistemata sul capo, come un diadema.

Ci accomodiamo: ordina un tè nero affumicato, io cedo alla tentazione di un Iced Coffee.

L’intervista comincia: lei si piega impercettibilmente in avanti ed il mondo attorno a noi fa calare il sipario.

  Da quale impulso nasce la tua fotografia?

 Non ne ho idea: ho iniziato all’incirca nel 2008, frequentando una scuola di fotografia alle superiori. Lì tuttavia ho appreso veramente poco: non è in quel contesto che la mia ricerca di una concezione dell’immagine di un certo genere si è formata. Io so che questo “impulso” nasce circa cinque anni fa, in maniera completamente indefinita.

Sarebbe una falsità dirti che io abbia iniziato per influenze esterne, seguendo una logica, creando qualcosa di ordinato e preciso, non lo so. È stato qualcosa d’irrazionale e violento: ricordo di aver imbracciato la macchina fotografica, reclutato mia sorella e di averle detto: “adesso tu stai seduta qui, verrai completamente ricostruita”.

Andando avanti con gli anni, captando anche impressioni altrui, ho capito che quantomeno quel che faccio è la ricostruzione simbolica dell’identità umana. Mi concentro prevalentemente sulla parte del viso, mezzobusto al massimo, e di fatto modifico e creo dal nulla il volto. Stravolgo.

 

Credi che lo studio della filosofia ti abbia in qualche modo influenzato?

 

Assolutamente, ha fomentato e promosso largamente questo impulso che c’era e c’è.

In che modo? (tentenna, N.d.R.) è molto difficile razionalizzare questa cosa, perché è tutto un insieme di suggestioni e astrazioni tali da essere fisiche.

Credo che sostanzialmente la speculazione filosofica sia astrazione, come se ci si ponesse da un punto di vista privilegiato e si guardasse dall’alto la questione per quella che è; che sia poi vero o falso, che sia un’illusione o meno, questo non ci interessa e forse non è nemmeno così importante, credo quel che conti realmente sia il sentire.

Questo tipo di astrazione, appunto, credo mi abbia portata a guardarmi in un certo senso “dall’alto”, e quindi a vedere e successivamente a dar forma a quel nucleo strano che sono io.

Io ho capito una cosa: tutto quello che rappresento, non è altro che una declinazione di me stessa, uso sì l’altro, ma è completamente strumentale, l’intenzione non è esaltarlo. Agisco in maniera quasi completamente autocelebrativa.

 

Tre parole che descrivano il tuo modo di fare arte.

 

Guardano le mie opere, quelle parole sono balzate all’occhio, lampanti: è come se per trovarle avessi fatto una specie di analisi della pulsione che ho io nel fare quello che faccio. Più che scegliere tre sole parole, ho cercato di razionalizzare in tre parti distinte.

La prima  parte è assolutamente tribale, primitiva ed arcaica.

La seconda è più barocca, pomposa, ricca ed accurata, profusione di piume, liquidi, particolari, qualche volta quasi pacchiana.

La terza, la conclusione di castrazione e quasi ipocrisia. Come se mi lasciasse un retrogusto d’incompiutezza, come se non fossi arrivata dove volessi.

Ecco, in quel che faccio io ho visto questi tre step.

 

 

 

 

Apollineo e Dionisiaco. Come definiresti te stessa? E la tua pulsione?

 

Innanzitutto io credo che le due definizioni coincidano assolutamente: non sto raccontando una storia, non faccio critica sociale, non voglio volontariamente spiegare e descrivere qualcosa che sia diverso da me stessa.

Credo che, come ti ho detto, nasca tutto da una dimensione più dionisiaca: selvaggia e tribale, carnale, violenta e passionale, anche se detesto utilizzare questa parola; poi è come se il tutto fosse declinato in una dimensione di spirito apollineo, una ricerca di armonia, bellezza ed equilibrio tra gli oggetti... completamente fallimentare secondo me (ridacchia, N.d.R.).

Per il novanta per cento delle cose che faccio, non c’è alcun tipo di procedimento logico, o razionale. Se viene bene se non viene bene lo stesso, in un certo senso.

 

Dalle tue foto emerge un rapporto controverso con il corpo, come percepisci il tuo, di corpo?

 

Sembra una seduta di psicoanalisi! (ride ancora, ride spesso e con sincerità, N.d.R.) Anche se lo è, in un certo senso.

Il mio rapporto con il corpo è tanto celebrativo quanto conflittuale, in realtà, perché sostanzialmente persiste in me questa costante sensazione di castrazione totale, da ogni punto di vista, ed è poi la dimensione che secondo me viene più fuori nella parte finale di osservazione di ciò che faccio.

La mia dimensione corporea è questo: inespressa, castrata (lo ripete, enfatizzando la parola con un’inflessione particolare della voce. N.d.R. )

 

Com’è fare performances dal vivo?

 

Stancante: alla fine dell’esibizione sono stravolta, mi trovo spesso ad avere l’emicrania.

Nella performance non esiste quella sorta di estasi che tutti ritengono: io sono una specie di artigiano, e l’estasi è ciò che gli altri osservano, la mia opera. Tutto il processo io lo vivo in uno stato di concentrazione performativa, poche storie.

Solo alla fine, quando vedo la mia creatura vivere, ecco, allora è l’estasi.

 

Qual è il tuo colore preferito?

 

Rosso.

 

Guardando la figura umana: quale parte del corpo ti attrae? Quale invece ti repelle?

 

Non mi repelle nulla, assolutamente nulla.

Quel che mi attrae di più è la bocca, totalmente, come se fosse un po’ l’epicentro di tutta la figura umana. La bocca è un canale attraverso il quale ti nutri e vivi, ed attraverso il quale espelli brutalmente quando vomiti.

 

Qual è la tua idea di bellezza, non necessariamente fisica?

 

Oddio: l’armonia mi ha sempre annoiata parecchio, quest’ideale di bellezza comunemente condiviso per cui deve essere qualcosa di perfetto ed equilibrato.

Quello che per me potrebbe essere bello invece è paradossalmente qualcosa di estremamente osceno, morboso, grottesco a tratti, ecco, questo è molto, molto più piacevole. Come se avesse un valore aggiunto rispetto a qualcosa di armonico e di equilibrato. Il grottesco è come se rivelasse una dimensione vera, molto più autentica.

Secondo me l’oscenità ha un valore altissimo: non ha nulla a che fare con la moralità, è una sorta di dimensione rivelatrice, un utile disvalore.

 

Entriamo un po’ nella sfera dell’eros: quali sono i tuoi limiti? Hai limiti, e non solo a livello corporeo, ma anche immaginativo?

 

Sicuramente: è quel senso di castrazione, lo sento in maniera radicale. Forse è anche una delle sensazioni più presenti in tutto quel che mi riguarda. In me il limite è evidente, presente e determinante, perché è come se percepissi quale sia il punto oltre il quale non saprei andare, e ne venissi morbosamente attratta, vorrei sapere cosa ci sia oltre.

È come se intravedessi quello che potrei essere dall’altra parte e volessi carpirlo, mi spaventa a morte, certo.

 

Collegando eros a immagine: quanto ritieni sia importante la carica erotica all’interno di una fotografia, ed ancora, come una foto può divenire erotica?

 

Con gli anni ho scoperto di non fare fotografia: non sono una fotografa, non è il mio ambito. Quello che è evidente è che la mia è un’arte, se così si può definire, la quale ha come fine ultimo non la fotografia, ma l’espressione performativa dell’idea che ho in testa.

Quello che conta è il processo, mettere le mani addosso (mima il gesto con le mani, intenta nella spiegazione. N.d.R.). È molto fisica come cosa, il contatto, l’odore, la sensazione, quello è il punto.

La fotografia è aulica, astratta, non è il mio ambito: è solo un documentare quello che ho fatto.

Alla fine è la mia stessa performance ad essere, dall’inizio alla fine, una faccenda sessuale: da quando faccio sedere il soggetto a quando lo aiuto a levarsi la pittura di dosso. È intrisa di sessualità, ecco.

 

Il rapporto tra fotografo e modella/o è molto particolare: quasi come un rapporto amoroso. Che sensazioni provi nei confronti delle persone che posano per te?

 

È strano, perché è quasi irrilevante chi vada a scegliere o chi si proponga: quel che succede è una sorta d’innamoramento, vero, a posteriori.

Accade un momento in cui per un attimo, e mi è successo sempre, il soggetto è quasi completo e si sta delineando quel che avevo in testa, ed è assurdo, provo realmente un amore nei confronti di chi posa per me, perché è diventato una mia creatura. Un trasporto emotivo totale che rende la cosa assolutamente simbiotica, come se aderissimo e combaciassimo.

Ad un certo punto i soggetti perdono voce, mimica personale, stanno dicendo quel che io voglio dire; è molto egoista come discorso, ma accade come se diventassero dei manichini animati, hanno una specie di valore aggiunto.

 

Una figura che per te rappresenti la sensualità e la sessualità incarnata

 

Francis Bacon, un quadro che si chiama: testa d’uomo.

È un quadro contenuto in un’opera di Vargas Llosa che si intitola “Elogio della matrigna”.

Quel quadro è di una sessualità assoluta, è meraviglioso. C’è tantissimo di quel che sento dentro me: è vorace, brutale, questa faccia spalancata, deforme, a tratti molto oscena...in qualche modo ha dei rimandi a quel che faccio.

 

 

 

Una figura che per te rappresenti la purezza

 

(Riflette a lungo, sorridendo con labbra appena increspate).

Mia madre, lei insegna alla scuola materna, e lo fa in maniera vera e sincera. Non può dunque che essere lei, il candore.

 

Ti senti amata?

 

Mi sento solo formalmente amata: non per sminuire il sentimento, ma credo che all’interno di chiunque vi sia un nucleo inconoscibile ed incomprensibile; per quanto l’altro si possa sforzare di amare, questo sentimento rimarrà solo ad uno strato superficiale, per quanto esso possa essere vero e profondo.

Credo che vi sia molta incapacità di amare, per il fatto che si ami troppo sé stessi, semplicemente.

 

Che progetti hai in mente?

 

Ho un’idea: voglio fare una coppia, in un certo modo... ma in realtà ho solo in mente questo concetto base, poi quando avrà voglia di costruirsi l’immagine, lo farà da sè.

 

Se tu dovessi dedicare queste tue parole, per chi sarebbero?

 

A me stessa.

 

 

Sorridiamo entrambe: l’intervista è finita, il registratore si spegne, le bocche si chiudono ed il sipario della vita si rialza, facendoci balzare all’improvviso nella realtà quotidiana.

Etienne si è mostrata, senza svelarsi completamente. Un personaggio indubbiamente interessante, capace di confondere ed incantare.

Per quanto esaurienti siano state le sue parole, ciò che in lei è più capace di esprimere non solo sé stessa, ma anche quella dimensione insondabile, primitiva e carnale insita in ogni uomo, rimangono le sue opere. Oltre la fotografia, oltre le forme imposte.

 

 

Redazione Nerospinto

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