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“Purity”, il nuovo romanzo di Jonathan Franzen

Nel 1996, Franzen lanciava una sfida alla letteratura contemporanea con un saggio: “Forse sognare: nell’era delle immagini, una ragione per scrivere romanzi” (Einaudi).

Disorientato dallo status quo, dal vivere in un paese come gli Stati Uniti già preda delle più accentuate pulsioni fondamentaliste e neoliberiste, Franzen chiedeva aiuto ai suoi numi, i grandi romanzieri come Melville e Twain, e a coloro che aveva considerato i suoi maestri nella scrittura, sino a trovare, proprio nelle ultime righe del saggio, una bozza di speranza – sotto forma di profezia – racchiusa in una lettera ricevuta da Don DeLillo:
“Il romanzo è qualunque cosa i romanzieri scrivano in un determinato periodo.
Se fra quindici anni non staremo scrivendo il grande romanzo sociale, probabilmente vorrà dire che la nostra sensibilità sarà tanto cambiata da renderlo un lavoro meno impellente – e non che avremo smesso di scrivere perché il mercato si è esaurito. Lo scrittore conduce, non segue.
La forza motrice risiede nella sua testa, non nel numero dei lettori.
E se il romanzo sociale vivrà, ma a fatica, sopravvivendo nelle crepe e nei solchi della cultura, forse verrà preso più sul serio, come uno spettacolo in via di estinzione.
Un contesto ridotto ma più intenso.”
Il confronto che Franzen sentiva di perdere nel saggio citato era quello con i non lettori, con un mondo che non credeva più nella letteratura, con l’egemonia della narrazione per immagini, o persino della non-narrazione dei media.
Ma la verve polemica che può seccare un lettore che si confronti con le sue scudisciate sui mala tempora currunt, nei suoi romanzi risplende e, forse, abbaglia come non mai.
In Purity si incarna in una meravigliosa capacità di allestire una commedia umana come avrebbero potuto fare i granzi romanzieri ottocenteschi.
Tutti i protagonisti hanno tutti almeno una cosa in comune: non gli piace come va il mondo, lo vorrebbero rivoltare dalla testa ai piedi – metaforicamente gli piacerebbe purificarlo – ma poi sono loro stessi a essere i primi a sbagliare di continuo, a comportarsi come dei disastri ambulanti, in preda a sensi di colpa e ansie da prestazione di cui nemmeno loro capiscono bene la provenienza.
La prima di questa parata di idealisti è proprio colei che dà il titolo al romanzo, Purity, detta Pip, 22 anni, figlia di una donna single negli Stati Uniti suburbani.
I loro rapporti erano inquinati dall’azzardo morale, un’utile espressione che Pip aveva appreso al corso di economia del college.
Nel sistema economico di sua madre, lei era una banca troppo grande per poter fallire, un’impiegata troppo indispensabile per poter essere licenziata.
E questa madre ingombrante è capace di un amore esclusivo, ma incapace di finanziare la sua università – Pip ha un debito molto consistente– e di rivelarle chi è il padre.
Ce la farà Pip a sciogliere questo legame penoso senza farle male?
Il brutto è che i destini di Pip sembrano proprio legati ad adulti di questo calibro, tanto brillanti da un punto di vista professionale, quanto rovinosi nella loro capacità relazionale.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                               Chiara Zanetti

Redazione Nerospinto

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