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Pussy Riot: punk against Putin

L'Aministia dell 23 dicembre 2013 ha liberato le Pussy Riot Maria Alekhina e Nadia Tolokonnikova - 24enne, madre di una bambina che si è ammalata di tubercolosi a seguito di due scioperi della fame – concessa in occasione dei 20 anni della Costituzione russa.

Un’odissea iniziata il 3 marzo 2012, quando le due attiviste (tre con Yekaterina Samutsevitch che ha scontato 6 mesi) furono arrestate dopo aver inscenato una “preghiera punk” nella cattedrale di Mosca,  un’invocazione, una preghiera punk che recitava più o meno "Madre liberaci da Putin".

 

Performance "blasfema" che è costata loro due anni di reclusione per teppismo e istigazione a delinquere. Una condanna estremamente severa, che in molti hanno inteso come l’ennesimo schiaffo dell’oligarchia russa alle voci di dissenso, compresa quella tutto sommato innocua e artistica delle Pussy Riot, collettivo punk nato da una costola del collettivo art-situazionista Voinà (in russo: guerra), finito sulle cronache nel 2011 per aver proiettato un gigantesco membro maschile sulla facciata del palazzo dei servizi segreti a San Pietroburgo.

 

Certo l’intento dichiarato del collettivo delle PR è sempre stato quello di spiazzare, dissacrare e rompere le regole dell'establishment attraverso arti performative. Gli strumenti sono semplici: musica punk, slogan d’effetto, il tutto inscenato a sorpresa in luoghi pubblici filmando le performance che diventano video virali su internet. Genere musicale e cliché propri del proto punk di fine anni ’70 nato in Inghilterra. Ma se nel punk inglese è la Regina – e in generale tutto l’establishment conservatore – che ispira sentimenti di ribellione, nel mirino delle Pussy Riot c’è Putin l’oligarca, il manovratore di un sistema spietato e corrotto, colpevole di annientare le minoranze.

 

Nadia, già prima dell'incarcerazione, aveva definito le Pussy Riot come «parte del movimento anti capitalistico globale, formato da anarchici, trotzkisti, femministe e autonomisti che pratica arte dissidente, un'azione politica che coinvolge l’arte. Una forma di attività civica nel mezzo delle repressione di un sistema politico che usa il suo potere contro i diritti umani,  le libertà civili e politiche».

La dura prigionia non ha spento lo spirito barricadero di questo gruppo di donne che ha unito tutto il mondo al grido di “Free Pussy Riot“. Maria Alyokhina, 25 anni, appena rilasciata, ha denunciato come una “farsa” l’amnistia concessa da Vladimir Putin. Qual è ora il futuro delle PR? «Il gruppo, naturalmente, esiste ancora», ha detto Maria non appena liberata. E potrebbe riprendere la propria azione di denuncia. L’obiettivo dichiarato è sempre quello della “preghiera punk” che le ha portate in carcere nel 2012: cacciare Putin dal Cremlino.

 

Redazione Nerospinto

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