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Era estate quando conobbi per la prima volta i ragazzi di The Mad. Atomic Bar, caldo torrido, serata in fermento e tante aspettative. Sono arrivati direttamente dall'after del giorno prima, o quasi, in un due macchine. Sgommata di fronte al locale (ndr: la sgommata potrebbe essere frutto della fantasia dell'autore) ed eccoli uscire in strada. Una ciurmaglia di loschi individui si parano davanti a me, giacche di pelle, creste e rasta. Ci salutiamo e già l'alone di cattiveria svanisce, affettuosissimi tutti e soprattutto beneducati, qualità rare ormai. Il dubbio però rimaneva: cosa avrebbero suonato? Già immaginavo una selezione rock duro con picchi di metal e una spruzzata di ska, che non fa mai male. Il pubblico avrebbe apprezzato? Abituato com'è a una serata elettro e turbofunk?

 

Somma gioia e sorpresa nel sentire questo:

 

Quello che avete appena ascoltato è il pezzo di dj EBF edito per la DAM records , tutt'altro che Gun's 'n Roses o Metallica.

I Set dei due dj, EBF e Fist, è stato un misto tra pezzi dubstep, techno, minimaltechno e house, una goduria per le orecchie e, vi posso assicurare, si è sudato molto quella sera.

 Questi sono i ragazzi di The Mad: un'adolescenza passata ad ascoltare il meglio del rock, sui murazzi a far casino con gli amici e trovare un modo per passare le estati. Come idoli James Hetfield, Jimi Hendrix e Jim Morrison, eroi di un tempo in cui si compravano i dischi ed era stupendo trepidare in attesa delle nuove uscite.

Bello direte voi, ma prima o poi deve finire la pacchia e bisogna guardare avanti, un lavoro onesto, in ufficio, sveglia alle sette e cravatta stirata. E invece il bello viene proprio adesso che non sono più ragazzini, ora che hanno fatto del divertimento il loro lavoro e molti amici, da tutte le parti del mondo, si sono uniti alla loro ciurma.

The Mad infatti è un'associazione culturale che promuove a tutto tondo la cultura della musica e delle arti a Torino (e non). The Mad Club, The Mad Live e The Mad Incontra: tre facce della stessa medaglia (paradossale eh?), una medaglia fatta di passione, sudore e tanto divertimento.

Sito Ufficiale

Non c'è modo a Torino di non conoscerli, tra le serate sui murazzi negli storici locali come l'Acua e l'Alcatraz, e i progetti più alternativi come Torino Sotterranea, per le band emergenti.

Da quest'anno preparatevi a vederli sempre più spesso a Milano, perchè i ragazzi hanno sete di conquista e dopo il Piemonte, anche la capitale della moda è sotto attacco.

 

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Il primo appuntamento è lunedì 28 all'Atomic Bar, zona porta Venezia, all'interno della serata Human, per una notte in grande stile.

Evento Ufficiale

Rimanete Umani, rimanete Vivi!

DJ MADEMOISELLE EM

 

Emilie Fouilloux nasce ballerina di danza classica, diplomata presso l’Opera di Parigi. A soli diciassette anni, lavora al Manuel Legris, al Miami City Ballet e dal 2006 presso La Scala di Milano. Inizia la carriera di DJ come Mademoiselle EM_labbra rosso fuoco, onde scure, voce fruttata_ resident al Costes, si confronta subito con DJ quali Tom Costino e Simon Rezlem. A Milano lo scorso settembre il lancio come bellissima DJ per la Vogue Fashion Night Out presso Corso Como 10. Et voilà le fabuleux destin d’Emilie…

 

Da ballerina di danza classica al dj setting, com'è nata questa passione? Mlle EM: Questa passione è nata prestissimo, già da quando ero a scuola, già quando ero piccola facevo le playlist ai miei amici, era una cosa che facevo sempre…

 

In tre parole, come definiresti il tuo stile musicale? Mlle EM: Non ho uno stile musicale, adesso sto facendo playlist per dei negozi di Parigi che vanno dal pezzo classico rock all’hip-hop: è la mia particolarità, faccio un mix di tutto, però quando suono la sera rimango sull’electro.

 

Allora parlaci dei tuoi DJ preferiti… Mlle EM: Mi piacciono un po’ tutti i DJ conosciuti, in particolare sono una gran fan di Erick Morillo.

 

Come definiresti l’esperienza della Vogue Fashion Night Out? Mlle EM: Stupenda, veramente incredibile, perché alla fine della serata tutta la gente si è raccolta a Corso Como 10… Ci siamo divertiti un sacco, è stato bellissimo.

 

Ti piace Milano? Mlle EM: Amo Milano, ho vissuto e studiato a Milano per anni. Abito a Parigi ma appena posso torno qui.

 

Come artista femminile senti di rappresentare qualcosa in particolare? Mlle EM: Me stessa, veramente soltanto me stessa. Faccio le mie cose con amore e funziona.

 

Noi di Nerospinto siamo rimasti incantati da Mademoiselle EM, ci piace perché ha la grazia di una ballerina e lo stile di una DJ alla moda, è genuina e indossa sempre un sorriso, la sua musica è allegra e vivace e dona un tocco di spensieratezza alle nostre serate glamour.

 

Sara Negri

 

Emilie Fouilloux dedica ai lettori di Nerospinto questa Compilation ad hoc made by Mademoiselle EM:

 

 

* America, 4:46, K'naan, Mos Def & Chali 2na, Troubadour (Champion Edition)

* The Night Was Young Enough, 3:05, Rush Midnight+1 - EP

* What Wouldn't I Do for That Man?, 2:49, Annette Hanshaw Sita Sings the Blues (Soundtrack)

* Love Is the Drug (Todd Terje Disco Dub), 6:37, Roxy Music

* The World's Gone Mad, 5:24, Handsome Boy Modeling School White People

* Hondo (feat. Becky Ninkovic), 3:19, Beta Frontiers Alternative

* Facing the sun, 5:13, Fritz kalkbrenner

* I Don't Know, 3:40, Wax Tailor, Tales of the Forgotten Melodies

* Losing You, 4:22, Solange

* Il Profumo È Sempre Il Solito, 3:00, Telestar, Telestar

 

LO STRUMENTO UMANO la prima personale di Alessandro Sironi, a cura di Vera Agosti presso il Centro Emmaus Cultura Insieme di Milano.

 

Lo Strumento Umano, raccoglie una collezione di grafiche in bianco e nero definita dallo stesso artista  “… non più la scissione uomo e dio, artista e opera, ma l’unione dei due concetti.” Figure  astratte, pure, essenziali, definite da poche linee nere e decise ispirate alla tecnica dei cartoon. Tema delle sue opere: la musica come rappresentazione visiva e performativa, ma anche come esperienza personale di crescita. Strumenti musicali antropomorfizzati, riassumono l’essenza del divino capace di esplorare il mondo interiore dell’individuo umano.

La sera dell’inaugurazione è prevista lunedì 28 gennaio dalle ore 18.30, ad accompagnare la presentazione di Vera Agosti è previsto l’intervento dello psicoterapeuta Mauro Scardovelli, a fare da sottofondo musicale un breve concerto al pianoforte dell’artista Alessandro Sironi, disponibile ad eseguire a richiesta dei presenti un loro “ritratto sonoro”.

 

Cenni biografici:

 

Alessandro Sironi

Nato a Milano nel 1976, studia al Conservatorio di Parigi, alla scuola civica di jazz di Milano e si diploma in pianoforte al Conservatorio di Brescia. Vive in Francia dal 1997 al 2002. Viaggia per tournées concertistiche in Europa. Nel 2006 fonda l’Officina sonora, un’orchestra di venti elementi con la quale lavora per il cinema  e il teatro. Nello stesso anno porta in scena la sua prima opera musicale: Esercizi di Stile. Pubblica diversi libri e una raccolta di poesie: Confessions d’undiable. Si occupa di musicoterapia e collabora con Mauro Scardovelli.

 

Mauro Scardovelli.

Nato a Genova nel 1948, è violoncellista, musicoterapeuta, psicologo e psicoterapeuta. Dal 1990 è trainer di Pnl ed esperto di ipnosi ericksoniana. Numerosi gli articoli e i volumi pubblicati nel campo della formazione e della terapia. E’ il fondatore di Aleph, un’associazione di pnl umanistica integrata.

 

 

STRUMENTO UMANO di Alessandro Sironi

A cura di Vera Agosti

Inaugurazione: lunedì 28 gennaio ore 18.30

Dal 28 gennaio al 6 febbraio 2013

Spazio Emmaus Cultura Insieme

Galleria dell'Unione 1, Milano (zona Missori)

Mi ritrovo di nuovo a scrivere per questa rubrica, in ritardo sulla consegna, con poche idee, ma tanta musica nella testa. Nell'ultima settimana ho passato in rassegna la discografia di Gesaffelstein, cercato prove sulle sue contaminazioni, da Brodinski a The Hacker, scavato alla ricerca di connessioni più profonde in una Detroit dilaniata dalla recessione, per poi trovare in tutt'altro universo, la Francia dei giorni nostri, il suo spirito più profondo. Perché è proprio questa la peculiarità del grande artista che andiamo ad approfondire questa settimana: la contemporaneità.

 

Ad aiutarmi in questa impresa, Matteo Pepe, in arte Uabos, resident dj di le Cannibale che, con la sua esperienza e cultura in materia, mi ha aperto gli occhi più volte sulle potenzialità di questo artista e che non smetterò mai di ringraziare.

Gesa2 © Elina Kechicheva

Mike Levy, questo il suo vero nome, esordisce, alla tenera età di 23 anni, con un ep chiamato Vengeance Factory (OD records), titolo che lascia poco spazio all'immaginazione: raffinato, cattivo, con una storia, forse terribile dietro. Ad un primo ascolto potrebbe sembrare un disco degli inizi Ottanta, figlio di una Germania dai grossi sintetizzatori analogici, batterie campionate e suoni alieni pungenti come spilli. Ma c'è qualcosa che non va, il suono è pulito, veloce, ipnotico, ha qualcosa che sfugge, che va oltre: è techno. Techno come non si sentiva da tanto tempo.A The Hacker si deve il merito della sua scoperta, che con la sua Goodlife records produce i due album successivi. Non sorprende che sia proprio lui a lanciarlo vista l'affinità tra i loro pezzi, combinando anche un remix con Marc Houle per aprire uno spiraglio a un techno minimal ancora più raffinata se possibile.Uabos puntualizza: “[...] apprezzo sicuramente moltissimo il fatto che lui sia stato capace di evolvere quello stile che tanto amavo di The Hacker rendendolo molto più attuale e funzionale, cosa che quest'ultimo non è riuscito a fare.” Che l'allievo abbia superato il maestro?In meno di due anni si ritrova a spadroneggiare nella scena underground, le sue produzioni, ritmate e cupe, iniziano a distinguersi e a concretizzarsi in uno stile inconfondibile.

Gesa1 © Elina Kechicheva

 

Mera di essere citata la collaborazione con Brodisnki in un progetto che li lega a doppiofilo: Bromance. Letteralmente Bromance è una relazione molto forte tra due amici, non sessuale, attenzione, per le nostre orecchie è una collaborazione che unisce due DJ francesi in una danza frenetica per un clubbing underground di cui sentivamo la mancanza, speriamo solo che non esploda in una bolla di sapone. E se anche fosse, avremmo passato sicuramente dei bei momenti sentendoci un po' come bambini in una casa dell'orrore, prima o poi la corsa finisce, ma toccando la pelle d'oca sulle braccia avremo la certezza che quel che abbiamo visto e sentito è stato reale, almeno per noi.

Gesaffelstein è una macchina instancabile, gli ep e i remix continuano a susseguirsi in un vortice di produttività e concretezza: in meno di quattro anni sette ep e più di venti remix.

 

 

Analizzandoli si può estrapolare una visione d'insieme che si sintetizza in qualcosa di non detto, di oscuro, di grottesco.

Gesa3 © Elina Kechicheva

Se la musica di Gesafellstein dovesse essere un genere letterario, probabilmente sarebbe il cyberpunk di Gibson, o il distopismo di Orwell e Huxley, tra rabbia e impotenza, un tocco di gotico e la sensazione che ci sia qualcosa oltre, oltre la musica, oltre le parole, oltre al ritmo ossessivo, oltre... Infatti ascoltare le sue sinfonie è immergersi in un altro universo.

Spero con questo articolo di aver suscitato la vostra curiosità e vi do appuntamento al Tunnel Club, domani sera con gli amici di Le Cannibale, special guest: Gesaffelstain!

http://soundcloud.com/bromancerecords/gesaffelstein-depravity-1

Party harder, but party well!

Tell the stars who are Telestar

A fine anno Nerospinto ha avuto modo di intervistare i Telestar, la band emergente che nel 2008 ha chiuso il 'Cornetto Freemusic Audition', aperto un concerto di Zucchero e ottenuto la vittoria all’Heineken Jammin’ Festival del 2011, e Emilie Fouilloux, in arte Mademoiselle Em, giovane dj parigina resident a Le Germain, al Montana e al No Comment di Parigi, collaboratrice di Simon Reziem e Gilbert Costes.

Nonostante l’eterogeneità delle sue componenti Telestar appare come un gruppo compatto, personalità non convenzionali quelle di Remo Morchi, Edoardo Bocini, Marco Tesi e Francesco Baiera; lo si capisce al primo sguardo: look e gestualità totalmente differenti. Band made in Italy, genere indie/pop/rock, nel 2011 pubblicano il primo videoclip del singolo Il profumo è sempre il solito: sobrio, istantaneo, emotivo. L’omonimo album d’esordio arriva dopo un’esperienza musicale decennale, nove sono i brani scelti <<ma ce n’erano tanti altri, abbiamo dovuto fare una scrematura>> appartengono quasi tutti al passato, all’età acerba, dicono, eppure i motivi hanno tanto di attuale, non si distaccano molto dall’idea di musica cantautorale "grass roots" che si ha oggi in Italia; se pensiamo a Dente o agli Amour Fou, potremmo allora azzardare a dire che in parte sono stati precursori e che se finora si sono mossi per vie trasversali, dopo questo disco, li vedremo guadagnare rilievo sulla scena nazionale. Ecco allora un’intervista per chi ancora non li conosce.

 

Perché il nome Telestar?

Edoardo (voce): Non ha un perché, lo trovammo scritto sul brano di un mood degli anni 70 e ci sorprese perché non era ancora stato usato. Abbastanza nerd, è un po’ intrigante, ce l’abbiamo da sempre, quasi dieci anni.

Cos’è la musica per voi?

Remo (chitarra): Per me la musica è  qualcosa di primitivo, che mi accende, come mangiare, bere, dormire, per me è tutto. Se potessimo vivere di musica faremmo quello …

Marco (batteria): Quello che ho sempre fatto fin da bambino, è una parte di me, non potrei pensarmi senza il mio strumento, la mia musica, per cui non ti posso dire che è tutto, perché non è tutto, però è una parte molto importante della mia vita.

Edoardo: Per noi la musica è un hobby, ci ritroviamo a suonare dopo il lavoro da più di dieci anni e ce la teniamo come grande passione. La viviamo come un grandissimo impegno, perché tutti lavoriamo, abbiamo vite parallele, quindi diventa sempre più una sfida mantenerla così, per ora ce la stiamo facendo, nonostante viviamo in posti diversi. Abbiamo voluto buttar fuori questo disco perché ce l’avevamo addosso da troppo tempo; ci sono infatti dei brani che suonano momenti diversi da quello che viviamo adesso, però non potevamo non pubblicarlo: è un po’ un regalo che  dovevamo a noi stessi.

Cosa ne pensate della musica oggi, è più semplice o difficile lavorare nel mondo della digitalizzazione? 

Remo: Io credo che la differenza sostanziale fra prima dagli 90 ed oggi sia la capacità che ha avuto il computer di mettersi nel mezzo tra il musicista e il suo strumento, avvicinandolo per certi versi alla conclusione del progetto musicale, però d’altro canto allontantanandolo dalla musica, perché ormai non si fanno più delle mani come quelle dei musicisti di una volta; si sbaglia e si corregge, e l’errore può diventare anche qualcosa di comunicativo; io non posso neanche giudicare perché ne sono dentro, lo faccio e nel frattempo mi sono cambiati i parametri.

Marco: Sicuramente è più facile avere un contatto col pubblico, è più alla portata di tutti, però c’è anche un approccio un pochino più superficiale, più freddo e, proprio perché alla portata di tutti, è sicuramente meno preciso: meno concentrazione, meno a pensare alle cose. Sicuramente è comunque una cosa positiva perché permette a tante persone di fare musica, di sperimentare, non posso dire il contrario.

Quali i temi frequenti nelle vostre canzoni?

Edoardo: noi parliamo solo di amore, cerchiamo di trovare sottili differenze, ma parliamo solo d’amore perché non credo ci siano argomenti più interessanti di cui parlare.

Remo: L’amore indiscutibilmente, sì, perché in Italia per arrivare alla gente per il 99% delle volte torni sugli anni ‘60, gli anni di Mogol, di Battisti, di Tenco, di Paoli.. Io credo che l’amore sia uno dei temi più importanti che una band possa trattare, di conseguenza abbiamo fatto un disco di quest’intensità. È una cosa che nel mondo di oggi stenta ad esserci, perché nessuno ci pensa quasi più quanto questo mondo stia diventando un melting pot di esistenze, quindi questo è stato il motivo base. Le liriche sono un po’ adolescenziali per questo motivo, perché trattando d’amore negli anni passati era questo il vissuto, ma oggi potrai sentire già canzoni con molto più pathos e romanticismo.

Quali sono le band alle quali vi ispirate, ma anche artisti e autori?

Edoardo: A tutto quello che è stata la musica degli degli anni ‘90, infatti si sente nel disco; c’è una forte influenza di quello che è stato il primo british pop degli anni ‘90, poi ora le cose nuove che stiamo scrivendo sono molto più personali.

Remo: A livello di reazione, prendo in mano la chitarra, parto con quello che è successo nella mia vita privata e da qui scatta la scintilla per esprimermi in maniera più estesa. Se fossi un quadro sarei un Pollock, nei momenti in cui scrivo, se fossi un libro, vorrei essere un Cesare Pavese, in cui c’è questa distanza dell’amore impossibile da vivere. È un paragone troppo grande però.

Edoardo: E poi, soprattutto, le nostre famiglie. Siamo sempre italiani eh? Anche se nella musica possono esserci influenze inglesi, americane, ci piace tornare a casa.

Mentre quale considerate essere il vostro tratto distintivo?

Remo: La nostra musica è molto semplice, in un modo sempre più complicato di sperimentazione noi ci ispiriamo sempre alla canzone, a scrivere la canzone. Quando c’è la struttura, lo scheletro di questo essere allora diamo vita a questa creazione e nasce la nostra musica. I riferimenti sono sempre gli stessi, la musica inglese, anche perché siamo nati ascoltando il brit-pop o ancor prima i Beatles, gli Stones, potrei mettere anche gli Smiths, il new wave anni 80, oppure anche nuove cose che mi piacciono molto come gli XX; comunque prevale l’importanza della canzone rispetto al progetto, perché un gruppo può avere anche una sonorità molto innovativa, particolare, con un nuovo stile, una nuova attitudine, ma se non hai la canzone, scomparirai, quindi puntiamo a questo: a fare delle belle canzoni, che è una cosa molto difficile nel 2012.

Marco: Il nostro tratto distintivo, ti potrei dire che… Quindi il genere che facciamo? Allora noi siamo un gruppo di ragazzi vicino ai 30, che per dieci anni ha suonato insieme, ha passato tante fasi della musica,  cambiato anche modi di suonare, cercato di sperimentare, fino a sentirci amalgamati bene solo noi quattro...prima c’erano anche altre persone… Abbiamo deciso di suonare, abbiamo realizzato e pubblicato il nostro primo disco e la nostra musica è una musica molto diretta, direi anche per certi versi semplice ma non superficiale, ascoltabile da tutti, anche per un orecchio non tecnico può sembrare molto diretta, però se si presta attenzione si ritrovano arrangiamenti molto particolari; c’è molto lavoro sugli arrangiamenti, uno stare molto tempo sulle canzoni, che può essere una cosa negativa e positiva, forse un po’ troppo perfezionisti...stiamo lavorando sull’essere più spontanei.

Parlateci un po’ del video del singolo ‘Il profumo è sempre il solito’…

Marco: Sono legato forse in maniera più profonda a Il profumo è sempre il solito, il primo singolo, il primo video, è stata la prima canzone scelta per entrare nel disco, il nostro pezzo di lancio e sicuramente, venuta in maniera spontanea da un’improvvisazione, fatta da tutti. Il video è molto interessante, particolare, realizzato molto bene. Abbiamo lasciato  fare al regista, però ci siamo messi subito in sintonia con lui, e alla fine il concetto finale è stato giusto e positivo.

Francesco (basso): La nostra scelta è stata quella di realizzare un video prettamente visivo, che desse un’immagine forte, a prescindere dalla storia, ma proprio una sensazione di un momento preciso tra queste due persone, e quindi la cosa migliore ci è sembrata dilatare questo momento per tutto il video, contrapponendo la velocità della musica con la lentezza delle immagini, con l’attenzione per ogni dettaglio, ogni mossa.

L’intro della canzone ricorda un po’ i Placebo…

Francesco: Sì diciamo che ci hai azzeccato, perché sicuramente fanno parte dei nostri ascolti come moltissimi altri artisti… I Placebo sono stati tra i più ascoltati insieme a molti altri e ci sta tutto sicuramente per il tempo di batteria… Sì, te lo approvo, si!

La distanza è il titolo di un vostro brano, è anche un tema molto trattato in musica, secondo voi perché?

Francesco: Perché la distanza è più trattata? Perché è un argomento che affascina e fa soffrire, come diceva Bruno Lauzi quando gli chiedevano perché faceva canzoni così tristi. Spesso testi rabbiosi o di fondo con tracce di malinconia uniti al fascino di luoghi lontani è una buona base per scrivere un testo.

Remo: L’ho scritta io, parla della distanza in ogni suo aspetto non solo quello dell’amore, quando l’ho scritta pensavo anche alla distanza a livello sociale, e anche proprio l’amore che nel ritornello spicca, però diciamo ci sono anche delle metafore attinenti alla vita di tutti i giorni che ti possono far pensare a qualsiasi altro tipo di argomento non solo quello, e l’ho scritta credo 3-4 anni fa, non ricordo mai esattamente, ci ha fatto arrivare all’Heineken Jamming Festival perché piacque a Mario Risolo e di conseguenza è stata una sorta di trampolino di lancio per quell’annata lì. A livello di sonorità per quanto riguarda le chitarre si rifà agli anni 80 new wave, dai primi Smiths ai Cure,  a quel bagaglio culturale musicale della Manchester degli anni d’oro, della factory, di qualsiasi cosa che partiva dall’Inghilterra, quando l’Inghilterra faceva ancora musica spettacolare. Poi il testo è in italiano perché come band ci teniamo a scrivere canzoni in italiano, ci hanno accusato di essere forse a volte un po’ vuoti nelle liriche , ma è anche un atteggiamento nostro riguardo a questo primo disco che si rifà a un nostro modo di essere di molto tempo fa, perché la realizzazione dell’album è avvenuta in una decade, sono dieci canzoni che si rifanno a quando eravamo teenager e quindi hanno queste sonorità un po’ naive, un po’, si può dire, anche vuote; ora siamo diventati grandi e nel secondo disco ci esporremo di più.

La traccia numero 8, “In Viaggio” parla della stradail viaggio e lo spazio, il video è girato a New York…E’ forse la città che più amate?

Edoardo: Il video è un montaggio tra immagini prese da un amico a New York e la sala prove in cui registriamo. New York è un po’ il sogno, ma siamo anche legati alla nostra casa, alla toscana.

Francesco: La storia del video nata un po’ così: un video fatto tra amici, le parti della sala fatte con dei nostri amici fotografi che fanno anche video e così ci siamo detti “Proviamo a fare qualcosa anche di documentaristico mentre noi suoniamo”, abbiamo fatto le registrazioni, che sono rimaste un po’ lì, senza uno scopo preciso, poi un nostro amico, anche lui cantante e compositore, cui piaceva molto questa canzone, ha fatto un viaggio in solitaria a NY e ha tenuto addirittura un vlog, un video-blog su Youtube,  in cui ha infilato questa nostra canzone che lui riteneva proprio ispiratoria anche per questo suo viaggio, e così ci siamo detti “Perché non unire queste due cose e mostrare questo viaggio? Facciamoci ispirare anche noi da lui e creiamo questo montaggio” e vedendolo tutto ci tornava, a prescindere dal significato delle immagini, c’era il senso di quello che volevamo dire. Il viaggio a New York è il viaggio per antonomasia, e quindi abbiamo detto “Ok! Bello, ci piace! Va bene!”.

I vostri sogni e le vostre ambizioni in campo musicale?

Marco: Il mio sogno è quello di continuare a suonare, portare in giro il più possibile la nostra musica, impegnandoci. Viviamo molto alla giornata, il nostro disco piace, piace alla gente.

Remo: Fare un disco a NY sarebbe un bel sogno, riuscire ad arrivare non solo nel nostro paese, arrivare quindi a più persone, a più cuori sarebbe un grande sogno. Riuscire anche ad arrivare ad altre nazionalità sarebbe una cosa fantastica. E riuscire anche a fare un grande tour, perché in video è una cosa, dal vivo è un’altra: c’è l’intensità, suonando on the road.

Edoardo: le nostre ambizioni come musicisti sono quelle di fare quello che ci pare, il principio che deve rimanere una cosa nostra svincolata da qualsiasi meccanismo noioso, palloso, furbone… La musica è cambiata, fortunatamente si può fare anche così al giorno d’oggi, ci si può pubblicare, ci si può far sentire, fare dei concerti che danno soddisfazione, non dover rendere conte ai personaggi "che contano" del settore.

Quindi senza compromessi diciamo…

Edoardo: No, noi vogliamo fare quello che ci pare (ndr. sorride), già la vita ci porta delle regole, se non possiamo fare quello che ci pare della musica è finita!

 

Alt-J: quando la musica folgora

Ci sono cose che non puoi ignorare, musicalmente parlando. Ti puoi dimenticare di quella conversazione in cui il tuo amico musicofilo ti cita un gruppo e tu te ne dimentichi subito dopo, poi, chissà come, quel nome ti ritorna alla mente, perché viene scandito da più bocche, simulacro di una verità assoluta: non sei nessuno se nessuno parla di te.

E così è successo con questo gruppo inglese, gli Alt-J. Rimani, confinato nella tua beata ignoranza, quando segui il link di facebook e ti ritrovi con le orecchie attizzate per l'ascolto appena concluso. Nello specifico si trattò di Fitzpleasure che mi rapì come un mantra. Da allora nacque il mio amore per questo gruppo, tramutato in adulazione subito dopo, quando mi procurai l'intero album di debutto: An Awesome Wave.

E' folk, mi dico, ma c'è l'elettronica cupa e minimale dei Radiohead che spezza la polifonia delle voci; i sintonizzatori sono onnipresenti, come un tappeto sonoro che costruisce trame a più strati; si trovano elementi che richiamano il folk di Fleet Foxes, Lambchop, ma il tutto si mescola a pulsazioni elettroniche, sintetiche, che rimandano ai Wild Beast, Grimes ed Everything Everything. Il risultato di questo mix è degno di ascolti ripetuti.

[soundcloud]https://soundcloud.com/alt-j[/soundcloud]

Dopo aver concluso la stagione dei festival estivi sui grandi palchi di tutta Europa, da debuttanti, gli Alt-J ritornano sui palchi dei club europei, sicuramente la situazione migliore dove apprezzare il suono che riescono a generare.

Hanno appena calcato il palco di quel merdosissimo posto che sono i Magazzini, il posto con l'acustica peggiore della città. Eppure se la sono cavata benissimo, hanno retto aspettative altissime e un sold out che è arrivato a quasi un mese di anticipo dalla data.

La musica è a volte anche questo: un successo folgorante, che arriva immediato. E quando fai centro al primo tentativo, diventa forse tutto più difficile.

 

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Cindy Lauper, da ispiratrice e icona dello stile punk rock, oggi sembra più la testimonial di un concentrato di pomodoro.

Lontani i tempi in cui cantava con voce roca e struggente “true colors” raccontando la storia di un ragazzo che voleva farla finita e che lei invitava a mostrarle il suo sorriso.

Se quel ragazzo potesse vederla ora, forse morirebbe ugualmente, ripensando a come la vita, a volte, sia davvero crudele.

 

Funeral Party

Muore Etta James, cantante jazz statunitense e riferimento musicale di moltissime pop star.

La sempiterna ugola d'oro Christina Aguilera canta di fronte alla salma e a numerose altre salme ancora non trapassate uno dei pezzi più celebri della defunta.

Tutto molto commovente, se non fosse per un dettaglio:

“Ma chè ci si presenta con tutte le zizze di fuori a un funerale?"

 

Michele Ranauro

Dalla Lucania a New York, strimpellando con il mostro sacro Dizzy Gillespie: la storia di Michele Ranauro, eclettico pianista jazz che racconta di sé, ma anche dei suoi vizi e conquiste in un'intervista irriverente

Si firma "The Maestro", nomignolo affibbiato dalla band di quei - come li definisce lui - "guastatori" dei Casinò Royale, e ha dedicato la sua esistenza alla comunicazione, in forme e dimensioni molteplici che si affastellano principalmente sulle note musicali di un pianoforte. Al secolo, Michele Ranauro è uno dei pochi talenti jazz - ma non solo - per versatilità e una buona dose di ecletticità che bazzicano il panorama musicale odierno. Lui, infatti, racconta di sé: «Sono un prolifico pianista, compositore, produttore musicale, arrangiatore, autore, e direttore d'orchestra Italiano». E chi più ne ha più ne metta, perché a scommetterci riuscirà a inventarsi anche qualcos'altro.

Un passo a ritroso. La sua vita, in particolare quella artistica, si materializzò fin dalla tenera età, a nemmeno sei anni compiuti, giocando con la musica «per ammazzare il caldo estivo e seguire il ritmo delle cicale» nell'assolata Lucania, sua terra d'origine, tutt'ora presente nell'intonazione delle sue parole. La scintilla con il jazz scoppiò quando i genitori gli trasmisero la loro passione per quel genere musicale, portandogli in dono un vinile di Miles Davis, "Blue Haze". E dopo 11 anni di severo studio di pianoforte e di armonia, venne iscritto a un workshop di musica jazz, vincendo il primo premio: una borsa di studio per frequentare i corsi del Berklee College Of Music , a Boston . A 16 anni, colse la prima importante occasione e trasvolò l'oceano. «Tutto durò molto poco - ricorda - perché chiesi di disertare il collegio». Il giovanissimo non era a suo agio in quella realtà, così vittoriana, he didn't speak english very well (non parlava molto bene inglese nda) e gli altri studenti lo isolavano. «Ero un fenomeno del pianoforte, tuttavia non stavo bene con me stesso», testimoniato da una forma fisica in sovrappeso. Si allontanò dunque dal collegio e traslocò nel New Jersey, in casa di un parente, a soli 20 minuti da New York City, la città che forse più di ogni altra parla ed esprime lo spirito del jazz. Lì, iniziò a buttarsi nella mischia, a farsi le ossa in jam sessions estenuanti, con una libertà ed emancipazione di espressione, senza troppe storie. A rigor di cronaca va segnalato che Michele Ranauro la spuntò ugualmente sul conseguimento del diploma al Berklee College of Music, nel 1993, preceduto cronologicamente dal diploma di pianoforte al conservatorio di Bari. E tra le altre cose, e collaborazioni con mostri sacri della scena jazzistica, tra cui Tito Puente, Giovanni Hidalgo, Steve Turre, finì per suonare con un mito, Dizzy Gillespie. Negli anni successivi conobbe il musicista e produttore Franco Godi, il quale lo reclutò per la produzioni di alcuni progetti musicali. La carriera era cominciata e si faceva strada.

Arriva l'affermazione. Lungo i sentieri professionali, perennemente in salita, affianca grandi della musica italiana (Articolo 31, Fiorella Mannoia, Casinò Royale, Jovanotti etc.), crea colonne sonore, talvolta impiegate in spot pubblicitari e vanta una partecipazione, come compositore e pianista, al 57° Festival di Sanremo, con la canzone "Amami per sempre". E altro ancora.

Biografia conclusa, adesso è arrivato il momento di conoscerlo meglio, con domande un po' più personali e a tratti irriverenti, in un ordine non-ordine.

Se penso a un romanziere, me lo immagino produrre di notte davanti a una scrivania che batte sui tasti di una macchina da scrivere. Invece, un jazzista? Se pensi a un jazzista, immagina una persona che attinge da tutte le cose che vede e poi le mette insieme per creare un linguaggio trasversale.

Hai avuto la possibilità di lavorare con un grande del jazz, Dizzy Gillespie. Ti anticipo che noi non lo faremo, ma quante volte ti è stato chiesto qualcosa su di lui e sulle sue abitudini? Non ha cominciato ad annoiarti? La noia può essere momentanea, quando senti da parte dell'interlocutore una non motivazione o non profondità. Ad esempio: una stagista 25enne che ti dice: «Raccontaci un po' della tua esperienza con Dizzy Gillespie... figo, vero?». Se una inizia così, io mi srotolo già i "maroni".

Così, alla fine anche noi, implicitamente e senza cadere nel banale riusciamo a scucire un suo ricordo. Non mi rimane tanto linguaggio musicale quanto l'umiltà della persona che si riassume nel modo in cui la prima volta si è rivolto a me, con questa domanda: "Do you wanna play with us?" (vorresti suonare con noi?).

Usciamo subito dagli schemi: durante questa intervista hai già fumato una sigaretta (sono passati 10 minuti di colloquio), quante in un giorno? Troppe! Siccome è rimasta praticamente l'unica esperienza tossicomanica che ho, mi sento motivato a continuarla. Ho pensato diverse volte di smettere, poi però mi consulto con l'altra parte del mio cervello, quella più dedicata alle attività razionali, che mi consiglia di seguitare perché sto facendo delle buone cose, e quindi è meglio aspettare ancora un po'.

Altri vizi? Ho un peccato di gola incredibile... ve lo dico, ma che rimanga tra noi (Inizialmente abbiamo promesso l'omissione, ma alla fine siamo riusciti a estorcere il permesso alla pubblicazione). Sono un "feticista" del caciocavallo. Vado così nel dettaglio che la parte di questo specifico formaggio che mi piace è una sola: la testa. Quando sono in Lucania tutti sanno - riferendosi ai titolari delle attività commerciali relative - che mangio solo la porzione superiore.

Dopo il cibo... Hai fatto jingle per lo Jagermeister e per il Mirto Zedda Piras, ti ci sei mai ubriacato? No, con questi alcolici mai. Ma dal punto di vista dell'ubriacatura la mia esperienza mi ha portato oltre il 3D. Sono riuscito a toccare la 7° e l'8° dimensione, ho raggiunto Andromeda e tanti altri pianeti.

Domanda intima, un po' da giornale trash, sei single o... ? (Risponde enigmaticamente) Sono single, sono double.

Parliamo di donne: quanto successo hai avuto, in questo campo, grazie alla tua carriera? È un quesito che mi ero già posto. Per rispondere ho realizzato un file che riporta tutti i nomi delle partners con cui sono stato a letto.

Tante o poche? Dacci una stima! Un file .doc di medie dimensioni. Non dico altro. Potrebbero essere tante, oppure una semplice foto che appesantisce il tutto. Questa, comunque, è comunicazione da 2030! Attenti a sviscerarla. (Infatti, non lo facciamo lasciando libera interpretazione al lettore!).

Passiamo ad altro. Attualmente, nel Paese c'è un gran trambusto circa la questione politica. Che cosa vota un jazzista tipo? Ci sono degli schieramenti precostituiti? Io credo che i musicisti appartenenti al "quadretto" jazz siano tradizionalmente di sinistra: si fanno crescere la barba, girano con giacche i cui gomiti sono coperti da pezze e l'Unità in tasca.

E tu? (Se la scampa con un Gaber, senza attribuzione di genitorialità). Io non so cos'è la sinistra né cos'é la destra.

Noi non l'abbiamo chiesto, ma è venuto fuori lo stesso, come forma di espressione alternativa, e soprattutto in esclusiva! Michele Ranauro si scopre... La Maga Maurina, è un personaggio da me inventato, che sta per impazzare. Un canale televisivo importante si è interessato per fare uno show... ma non mi voglio svelare troppo. (Poi si sbottona). Si tratta di una cartomante che legge i tarocchi in tivù, che ha origine calabrese con la residenza a Dubai. (E ci offre anche un assaggio, con tanto di interpretazione e sdoppiamento della voce. Per visionare una sua performace:

Attraverso essa metto in atto le mie convenzioni mentali, quando non posso e non voglio farlo in musica. Altrimenti verrebbe fuori qualcosa tipo Benny Hill.

Un po' di promozione: cosa mettiamo per fare un approfondimento sul tuo conto? Hai un sito web? Il sito non è stato mai completato, è una scelta estetica. Non so che contenuti inserire. Io sono un guastatore perciò potrei mettere un redirect per convogliare gli utenti dal mio sito a uno porno, e con un altro redirect far loro scaricare un virus. Una sorta di performance virtuale! Se volete, invece, sapere qualcosa di più andate a cercarmi in Facebook.

Neanche a farlo apposta e adesso capirete il perché: quanto sono importanti le mani per un musicista? Mai pensato di assicurarle come fanno alcuni personaggi famosi? Ma voi lo sapete con quante mani suono io? (In effetti, ammettiamo che dai filmati visionati, avevamo intravisto un tocco inconsueto, non convenzionale, credendo che fosse una cosa voluta, un vezzo di virtuosismo). In verità, ho avuto un incidente nel 1999 e sono stato privato della funzionalità principale della mano sinistra. Questo mi ha messo di fronte alla problematica di dover trovare una maniera di suonare ed esprimermi con una limitazione. Per certi versi è stata una fortuna perché mi ha permesso di approfondire il linguaggio, a prescindere dall'aspetto tecnico che non è stato trascurato.

Nel salutarvi, ci prendiamo la libertà di segnalarvi la melodia che più ci è rimasta impressa di "The Maestro", buttateci un'occhiata perché merita:

facebook

 

 

If I had to call it something

"(…) if I had to call it something, I’d called it something like dreamy folktronica".

Mikey Maramag ha ragione da vendere. E io voglio comprarla tutta questa ragione.

Il suo ultimo progetto, Blackbird Blackbird - Boracay Planet, è esattamente questo:

un paesaggio sonoro raffinato, costruito con arrangiamenti gentili che non mancano di carattere.

Boracay Planet è un luogo fatto di suggestioni, estatico e senza materia, dove forme e contorni si sciolgono, districandosi in un incalzare fiero di chitarre, archi e tamburelli baschi.

Voci - poche - e suoni - tanti, un mix perfetto di accordi e beat sincopati - evocano ricordi di spazi lontani e sconosciuti, così familiari al tempo stesso.

È l'eco di un incubo sottile e la promessa di un paradiso artificiale, "It's a war".

E' un luogo dove esiste qualsiasi cosa, è "All". Suona come un mantra, trasforma le coscienze, le riveste d’ovatta e le trasporta in uno spazio abitato da sirene.

Boracay Planet è un EP imperdibile.

Musica per astronauti.

 

Bandcamp

[soundcloud]https://soundcloud.com/blackbirdblackbirdsf/its-a-war[/soundcloud]

[soundcloud]https://soundcloud.com/blackbirdblackbirdsf/all[/soundcloud]

 

 

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Se vuoi scriverle: direttore@nerospinto.it

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