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Venerdì, 06 Febbraio 2015 14:18

Intervista a Max Papeschi

Nerospinto ha il piacere di essere partner della mostra personale dell'artista Max Papeschi "Fifty Shades Of Gold", che verrà inaugurata il 12 febbraio 2015 all’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco. Prima della sua partenza per gli USA, siamo riusciti a intervistarlo, per capire meglio la sua arte e il messaggio che vuole trasmettere. Ma chi è Max Papeschi? È un artista contemporaneo che ha fatto della unpolitically correct la sua cifra stilistica. Dopo le esperienze come autore e regista in ambito teatrale, televisivo e cinematografico, raggiunge la notorietà con un'opera mastodontica esposta a Poznan, in Polonia, rendendolo uno dei digital-artist italiani più apprezzati e conosciuti all'estero, realizzando più di un centinaio di mostre in giro per tutto il mondo. La sua carriera di artista-scandalo è nata per caso, quando una gallerista vide quella che doveva essere la locandina di un futuro spettacolo e gli propose una mostra. Un mese dopo tutte le opere erano vendute, e da allora è stato un crescendo: vernissage, copertine, interviste, mostre in tutto il mondo, critiche, contestazioni, dibattiti, e le immancabili minacce di morte (la misura più attendibile della fama). Nel 2014 Sperling&Kupfer ha pubblicato la sua autobiografia "Vendere svastiche e vivere felici. Ovvero: come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell'arte contemporanea": autocelebrativo o la cronaca imparziale della sua ascesa, non smette comunque di dividere le opinioni. A San Francisco si terrà la sua nuova personale, presso l'Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con la McLoughlin Gallery, curata da Giulia Proietti e sponsorizzata da Lumen Group. In mostra ci saranno 40 opere per un'antologica con le opere più famose del'artista, oltre alla programmazione di video e i reading di alcuni pezzi tratti dall'autobiografia dell'artista. Per noi Max, oltre che un artista visionario, rimane innanzitutto un amico, e lo abbiamo incontrato nel suo studio un sabato pomeriggio.

 

Nerospinto: Sei felice? Max: Sì

N.: Qual è il confine tra marketing e arte? M.: Il confine è sempre più sottile. Il mio lavoro spesso parla espressamente dei meccanismi della pubblicità. Talvolta il media è parte fondante del mio messaggio, come nel caso dello scandalo creato intorno al mio matrimonio riparatore con Minnie o alla vendita di mia madre: le notizie sono diventate esse stesse parte dell’opera.

N.: La provocazione è secondo te il mezzo migliore per veicolare il tuo messaggio? M.: La provocazione non ha più tanto senso. È stato esposto un cesso in una galleria d’arte nel 1917, c’è stata la merda in barattolo, ci sono state centinaia di performance basate sul nudo, sul sangue e sull’autolesionismo, hanno torturato e ucciso animali in nome dell’arte di “rottura” e appeso in piazza manichini di bambini morti. A livello di provocazioni, il mondo dell'arte ha già dato abbastanza, secondo me.

N.: Pensi che le tue opere siano state fraintese o che il messaggio non sia stato capito correttamente? M.: All'inizio sono state spesso fraintese, adesso, dopo tutte le interviste che ho rilasciato, almeno in Europa il mio lavoro è abbastanza capito.

N.: Oramai tutto è stato sdoganato e ridicolizzato, i tabù e i dogmi della cultura occidentale pian piano stanno crollando: cosa pensi ci sia ancora di trasgressivo? M.: Niente è più trasgressivo perché le regole son state tutte infrante. Sono curioso di scoprire cosa verrà definito “trasgressivo” dalle generazioni future.

N.: Vuoi prendere le distanze dalla decadenza culturale dei tempi moderni, o senti di esserci dentro e di viverla? M.: Sono decisamente figlio di questi tempi, critico e ridicolizzo cose che fanno comunque parte della mia vita, sarebbe ipocrita prenderne le distanze.

N.: Con chi ti piacerebbe lavorare? M.: Mi piacerebbe lavorare con dei professionisti seri ad un film, magari tratto dai miei lavori.

N.: Una città al mondo dove vorresti esporre? M.: New York.

N.: Ti senti una star? Ti riconoscono? M.: Mi è capitato che qualcuno mi fermasse per strada, ma fortunatamente non faccio televisione e non gioco a calcio, la mia vita e il mio modo di viverla non sono cambiati più di tanto.

N.: Chi compra i tuoi quadri? M.: All'inizio della mia carriera venivano acquistati esclusivamente per piacere estetico, per arredarci le case. Oggi alcuni lo fanno solo per investimento indipendentemente dal fatto che l’opera gli piaccia o meno, fa parte delle regole del gioco.

N.: La prima cosa che fai la mattina appena ti svegli? M.: Controllo il cellulare e le mail dal letto, se non ci sono urgenze me la prendo con molta calma.

N.: L’ultima cosa che fai prima di dormire? M.: Soffro un po’ di insonnia, e faccio piuttosto fatica a prendere sonno, spesso mi addormento guardando documentari. L’idea è che se non riesco a dormire almeno imparo qualcosa.

N.: Cosa si può fare, dal punto di vista di un artista, per l'arte in Italia? M: Farla vedere all’estero.

N.: Quanto contano i compromessi e le pubbliche relazioni? M.: Le pubbliche relazioni contano tantissimo, questo vale per tutti i settori, ma nel mondo dell’arte sono forse ancora più importanti. Quando lavoravo nel mondo dello spettacolo, dove per realizzare le proprie idee serve molto denaro in anticipo, ho dovuto fare enormi compromessi. Per quello che faccio adesso non servono grossi capitali, non sono costretto a mendicare soldi dai produttori e direttori di rete, quindi posso permettermi il lusso di non fare compromessi.

N.: I Nazisti erano abilissimi nella propaganda e nelle pubbliche relazioni, per questo Hitler è così presente nella tua produzione? M.: I regimi totalitari sono stati e sono tuttora abilissimi nella propaganda, fa parte del loro DNA. Hitler è diventato il simbolo del male assoluto, senza le sfumature che hanno avuto altri dittatori, per questo è molto presente nella mia produzione, perché è un archetipo.

N.: Un pregio e un difetto? M.: Il mio peggior difetto, è che sono un inguaribile ottimista, che poi è anche il mio maggior pregio.

N.: Come spende i suoi soldi Max Papeschi? M.: Viaggiando.

 

Carlotta Tosoni

 

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Pubblicato in Cultura

Esce oggi per Garrincha Dischi "Ho messo la sveglia per la rivoluzione", il secondo album dell'Orso, il loro primo LP di inediti. L'album ha esordito nella Top Ten di iTunes già in pre-order e il primo singolo "Giorni Migliori" ha ottenuto il primo posto nella classifica Alternative di iTunes. L'album è da oggi disponibile in tutti gli store, anche digitali e questo è il link per trovarlo su iTunes: https://itunes.apple.com/it/album/ho-messo-la-sveglia-per-la/id954462794

In occasione dell'inizio del loro tour, che farà tappa al Biko di Milano giovedì 5 febbraio, Nerospinto ha avuto il piacere di intervistare la voce della band, Mattia Barro.

Com'è andata la data zero del nuovo tour? Bene, molto bene. Siamo riusciti a portare 200 persone ad un concerto a Ivrea, ed è una cosa bellissima anche perché a Ivrea non c'è un posto per i concerti, è una provincia di discoteche e club. Il live l'abbiamo fatto nel teatro della stazione, una zona molto figa che si sta rivalutando, mio padre dice che sembra di stare a Berlino. Poi c'era la mia famiglia, i miei amici d'infanzia, la ragazza del liceo (ride). No, lei in realtà non è venuta, non ci parliamo più. Ero molto emozionato: ci saremmo esibiti con la band nuova e il disco nuovo a Ivrea, a casa mia. Milano è una parentesi, io sono uno di quelli che arriva dalla provincia, va nella metropoli ma poi tornerà a casa. Per quanto mi piaccia Milano voglio tornare a Ivrea.

[intanto parte il video di If you had my love di Jennifer Lopez] Avrò avuto 12 anni, in questo video lei è abbastanza coperta e questo ci innervosiva tutti. (ride)

Cosa ci puoi dire a proposito dei cambiamenti nella formazione della band? Giulio, il nostro ex batterista, ha scelto di intraprendere la carriera attoriale. Invece con Tommaso c'erano divergenze da un po' di tempo, quindi in un periodo di pausa e di cambiamento della band abbiamo deciso che era inutile continuare a non capirsi. Nella nuova formazione c'è Francesco, che da due anni è anche il mio coinquilino e il fatto di vedersi ogni giorno porta a conoscere meglio i limiti dell'altra persona. Con lui ho già lavorato in altri progetti tipo The Swimmer, così come con Niccolò, il nuovo batterista. Omar l'ho conosciuto a giugno, al Garrincha Loves Bari, tramite Anna dell'Officina della Camomilla. Aveva appena lasciato la sua band e lui è uno che vuole suonare, io cercavo un chitarrista e ci siamo trovati subito, è molto veloce nel capire le cose e probabilmente fra noi è il più bravo a livello tecnico. Sono molto contento delle nuove scelte.

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A proposito di Garrincha, come sono i rapporti con l'etichetta? Abbiamo consolidato i rapporti in questi ultimi mesi. Non tutte le band sono della stessa città, per cui sono stati importanti i Garrincha Loves fatti in questi anni in giro per l'Italia. Per mettere da parte gli egocentrismi di ognuno e mettersi a parlare è necessario vivere delle situazioni insieme. L'anno scorso abbiamo giocato bene i posizionamenti  in cartellone di tutte le band in modo che tutti potessero sentirsi importanti alla stessa maniera, Lo Stato Sociale a parte. È anche giusto rendere merito a un gruppo che fa sempre il pieno, sono i golden boys della scena indipendente italiana ed è sbagliato nasconderli. Garrincha spende Lo Stato Sociale per rafforzare tutte le band, mentre ad esempio la 42 Records con I Cani ha sempre scelto di "proteggerli" e fare una cosa un po' esclusiva, farli suonare poco. È anche grazie a Lo Stato Sociale che L'Orso riesce a farsi conoscere. È un bene quando tutte le band hanno pari dignità e per arrivare a questo punto ci è voluto un po' di tempo. È diventato praticamente un rapporto familiare, per esempio lo studio di registrazione, si trova a casa di Matteo Romagnoli - fondatore della label. La casa si trova in provincia di Bologna, fuori città, a fianco c'è la casa di suo padre, si dorme da lui e si suona nello studio che è poi il soggiorno, è un modo secondo me anche più divertente di lavorare.

Come è stato lavorare all’ultimo album? Io e Francesco abbiamo lavorato insieme, a casa. Poi abbiamo portato in studio le canzoni scritte e con Gaia, Niccolò e Omar le abbiamo decostruite. Le canzoni erano già state scritte prima del cambio di formazione quindi gli altri sono arrivati a metà del processo creativo. Adesso abbiamo tre ragazzi che suonano con i controcoglioni e se ti fidi delle persone con cui lavori anche i risultati sono migliori. Poi con Romagnoli e Carota - Lo Stato Sociale - abbiamo fatto prendere delle derive molto diverse al nuovo disco. Ad esempio abbiamo provato a levare la chitarra, ripartire dalla la sezione ritmica e il cambiamento è stato molto stimolante e mi ha permesso di tirare fuori delle parti di me che generalmente non avrei saputo tirare fuori. Tutto il lavoro di produzione fa intraprendere nuove direzioni e con l'età ho capito che bisogna trovare la giusta ponderazione tra cuore e cervello, non sono per l'attitudine del punk ma nemmeno per il controllo spasmodico dei dettagli.

Sulla pagina facebook dell'Orso hai scritto che "bisogna uccidere i propri padri, per potersi autodeterminare" Sì è vero, lo trovo verissimo. E per fare questo disco abbiamo ucciso tutte le cose che dovevamo uccidere per sopravvivere. Abbiamo stravolto tutto quello che la gente pensava fosse l'Orso: soltanto chitarra acustica, orchestrazioni e canzoni d'amore. I padri erano sia chi eravamo noi, che la formazione. Se non fossimo cambiati avremmo fatto un disco di merda, L'Orso 2; anche il cinema ci ha dimostrato che i sequel non portano benissimo. Quando fai un disco sai che per due anni parlerai solo di quello. Serviva uno stacco, senza sarebbe stato tremendo, ci saremmo annoiati e non saremmo durati. I padri sono anche tanti altri limiti che abbiamo deciso di non imporci, altrimenti nel nuovo album non avremmo potuto mettere l'elettronica e il rap. Io faccio rap da quando ho 15 anni però non avevo mai fatto pezzi rap con L'Orso, in questo disco invece rappo in tre pezzi diversi, senza una vera base hip hop. Abbiamo fatto una bella strage di cose che avremmo dovuto uccidere.

Perché ultimamente tutti i pezzi usciti su YouTube sono inseriti in un lyrics video Perché i video su YouTube solo con la copertina mi uccidono, la pensa così anche Romagnoli. Poi per fare un lyric video non serve tanto né a livello di tempo né a livello economico, quindi per dare pari dignità a tutti i brani abbiamo scelto questa strada. Tra un po’ usciranno anche i video ufficiali del pezzo con Lo Stato Sociale, con i Costa, quello de “Il tempo ci ripagherà” e forse di “Shoegazer”, e quello di “Giorni Migliori” è già uscito invece. Poi la cosa bella che è venuta fuori coi lyrics video è che la gente li ricondivide molto di più, mette su Instagram lo screenshot con il testo, lo rende molto diretto e veloce. È  una cosa che mi è piaciuta molto, il problema è far stare una frase di senso compiuto in un frame. (ride)

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Far uscire le canzoni prima dell'album non è rischioso? Avete persino messo l’album in streaming su Rockit il giorno prima dell’uscita!

In questo periodo storico il "mi metto e ascolto il disco" è una cosa che facciamo in pochi. Il problema era dare dignità a tutte le canzoni al primo disco di inediti, 10 pezzi da far uscire con il loro video e dare a tutti la possibilità di sentirli. Il disco sarà comunque disponibile su YouTube e Spotify già dal 3 febbraio, quindi sarà comunque ascoltabile gratuitamente. Questa scelta è fatta soprattutto per far conoscere tutte le canzoni e non solo le solite due o tre.  E poi l’altro aspetto positivo è che chi verrà alle prime date a sentire il concerto potrà già cantare le canzoni con noi. Altri gruppi fanno qualcosa di più intelligente probabilmente, fanno uscire l'album e iniziano il tour dopo un mese così la gente ha il tempo di metabolizzare il disco. Il nostro disco doveva uscire un mese prima, ma poi sono cambiate le date e comunque abbiamo scelto di non far slittare il tour anche per testare i nuovi pezzi e la nuova formazione direttamente con il live e vedere le reazioni del pubblico. A Ivrea è stato particolare, abbiamo fatto 18 canzoni, di cui 11 uscite da settembre ad ora. Abbiamo scelto di sperimentare, non aver paura che il pubblico non sapesse le canzoni, poi c'erano le prime file coi fan accaniti che le sapevano già tutte.

Ecco appunto, questa sorta di fidelizzazione che sta avvenendo per voi e altre band Garrincha grazie ai social network e soprattutto ai fan club.  Che ne pensi? È quello che avrei voluto avere io da ragazzino. Ho letto una bellissima intervista di Mark Ronson che diceva: "Sono tra  i numeri uno e tutti mi vogliono. Ho fatto duemila cose ma io continuo a scrivere la musica per il quindicenne che ero" e mi ci ritrovo molto. Voglio che qualsiasi cosa faccia con i miei progetti sia di gradimento per quello che ero a 18 anni. È il mio punto di riferimento, quando scrivo devo dare sempre conto al ragazzino che ero, quando ero puro al mille per cento. Ero malato di musica, andavo a 100 concerti all’anno, e mi gasavo, morivo dalla voglia di conoscere le band e avere il loro autografo anche se nessun altro lo voleva ed erano semisconosciuti. È quello il vero giudice cui faccio riferimento. Ora sono cresciuto; ho studiato, ascoltato, letto, girato il mondo, e delle recensioni non me ne frega niente. Io per ora sto scrivendo per quel ragazzino che mi deve dire che sono onesto, ho detto la verità e quello che pensavo, se inizio a cambiare una parola per ammiccare al pubblico penso al ragazzino che mi direbbe che questa cosa all'epoca mi sarebbe andata di traverso. Se Matteo in studio vuole farmi cambiare qualcosa litighiamo come fratello maggiore e minore e ci mettiamo il muso.  Poi è vero che a volte quando scrivi, rivedi, modifichi e cambi la stesura, a volte ci sta, basta che lo faccia per te stesso e non per gli altri perché poi quando la canterai live  ti darà fastidio, mi è successo ad esempio con “Con i chilometri contro”. È ovvio cambiare e fare autocritica: “Ottobre come Settembre” adesso dico "che merda!", la trovo pretenziosa e non mi piace, però all'epoca quando l'ho scritta era perfetta. E questo è il motivo per cui ti evolvi, di base la critica te la fai da solo, senza finisci a fare merda. Fortunatamente il mio giudice ce l'ho ed è ben presente. E questo mi fa odiare metà della scena indie italiana (ride).

Il nuovo album si intitola “Ho messo la sveglia per la rivoluzione”. La rivoluzione ha qualche accezione di carattere politico o no? No, assolutamente no. Di base parlo della rivoluzione interiore. Il problema di chi fa politica con la musica è che pensa sempre che la rivoluzione debba essere imposta, senza neanche sapere cosa rivoluzionare. Io penso che prima della rivoluzione sociale ci sia quella personale, tutti dicono che va di merda e bisogna cambiare le cose, una concezione generale e vaga, noi lo diciamo, il pubblico lo ripete, ma dirlo e basta serve a ben poco soprattutto se non c'è nemmeno una direzione. Quando sei il primo a cambiare allora puoi parlare anche agli altri. Si tratta anche di cose piccole, senza cambiare il mondo. Io odio l'ambiente italiano indipendente, non mi ci trovo, mi sento il bambino povero alla festa dei ricchi, ma non c'è nessun ricco in realtà, anche se l'attitudine è quella. Ad ogni modo “ho messo la sveglia per la rivoluzione” è una frase estratta da “Il tempo ci ripagherà”. È una critica a chi parla ma poi resta a casa, quando siamo a casa iniziamo a lavorare su noi stessi, poi la voglia per il resto viene. Se ci si riempie la bocca di parole belle e poi si rimane sul divano sembra di prendere per il culo un po' tutti.

[prima di salutarci, Mattia riceve un messaggio] Aspetta che c'è una discussione tra mia madre e mia nonna sul numero di persone al concerto. Mia nonna ha misurato quanta gente c'era da quanto è stata in coda per prendere l'acqua al bar.

Canali ufficiali de L'orso: www.facebook.com/lorsoband www.twitter.com/lorsoband www.garrinchadischi.it

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Pubblicato in Musica
Mercoledì, 03 Dicembre 2014 18:08

We.Love… Paola Iezzi

Questa settimana Claudio Simonetti da shoes designer/illustratore diventa “giornalista" per intervistare una vera e propria icona di stile.

Elegante, mai scontata, sguardo fiero di chi, con tenacia, studio, gavetta e dedizione, ha alimentato i propri sogni. Una voce intima ed intimista, capace di toccare le corde più profonde del cuore. Paola Iezzi, una delle rare artiste italiane che forgiano, con maestria, molteplici linguaggi artistici; nasce così il suo nuovo progetto "i.Love”.

"Insegnami l'arte di creare isole di quiete, Dove assimilare la bellezza delle cose di ogni giorno: Le nuvole, gli alberi, un po' di musica" (M. Stroud)

 

 

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Prendetevi una pausa, magari davanti ad una calda tazza di thè, comodi sul vostro sul divano, per leggere questo tete a tete con Paola Iezzi.

 

Claudio: i.Love e' un'affermazione importante, suona come un atto di fiducia, di consapevolezza e condivisione, in contrapposizione al nostro secolo ricco di individualismo, quali sono gli amori di Paola Iezzi?

Paola: strano a pensarci ma trovo che l’Amore sia oggi un concetto più che moderno. Strano se pensi a questi tempi odierni dove, nel mondo reale e su internet, vedi dilagare l’odio, attraverso messaggi estremi, di intolleranza di rabbia, di continuo nervosismo. Come se vivessimo dentro una pentola a pressione che sta per esplodere… Credo che qui, ora, in questo “point break” di un sistema economico e sociale che sta facendo acqua da tutte le parti, una grande parte di persone, abbia voglia di tornare alla radice dell’esistenza, che è certamente l’Amore. L’Amore che spegne ogni focolaio di odio. E’ difficile combattere questo sentimento quando ti arriva addosso con tutta la sincerità e la potenza che gli sono proprie. Sembra un concetto cattolico-cristiano, e forse in parte lo è. Io non sono credente, ma riconosco che certe cose dette da Gesù Cristo, che fu prima di tutto, un uomo, furono totalmente rivoluzionarie da un punto di vista sia umano che sociale. Totalmente. Per questo il mondo circostante, probabilmente non le accettò. Troppa roba, per quei tempi, mi viene da dire. Oggi forse gli esseri umani sono più pronti ad accogliere un concetto così potente come l’amore. Io ne sono affascinata. Sono anche affascinata dalla deformazione che viene operata sul concetto dell’Amore. Si chiama amore anche ciò che non è. Lo si confonde di continuo. Come si fa con Dio. Fatto sta che è un concetto più che mai moderno che mette al centro l’uomo e le proprie problematiche e poi si espande. Ecco qua, “l’amore si espande” è in espansione , come l’universo. Io oggi identifico il concetto di amore con lo “sforzarsi”. Molti pensano (secondo me erroneamente) che l’amore non implichi sforzo perché “viene da sé”. Io credo che l’amore vero richieda una capacità di sforzarsi grande. Una costanza nel praticarlo, una fatica nel porsi costantemente le domande giuste e nel cercare sempre le risposte che non sempre sono ad un passo da noi. Io amo il fatto di sforzarmi per qualcosa che amo e in cui credo. Ecco cosa amo.

Claudio: Quanto l'amore ha contaminato il tuo modo di fare musica?

Paola: Lo ha contaminato del tutto. Oggi più che mai. Oggi che molte barriere e veli illusori sono crollati, un po’ perché sono più grande, e un po’ perché i tempi sono cambiati e ci chiedono di mutare anche noi con loro, ecco, oggi resistere e produrre musica è un immenso atto d’amore che faccio nei confronti prima di tutto di me stessa e anche di chi ha voglia di ascoltare e guardare quello che faccio.

Claudio: Il talento e' un dono importante, un impegno, non tutti sono in grado di gestirlo, quando hai avuto la consapevolezza di avere talento?

Paola : Io amo il talento nelle persone e so di saperlo riconoscere. Tanto amo il talento quanto non sopporto vederlo sprecato. Dunque spesso il talento senza un impegno costante, una sorta di controllo, di disciplina, rischia spesso di perdersi. Ed è sempre un peccato assistere a questo spreco. Anche se a volte è comprensibile: l’esubero di talento spesso travolge chi lo possiede. Per questo è necessario essere indirizzati, guidati. All’inizio soprattutto. Il talento bisogna amarlo e rispettarlo. Difenderlo con intelligenza. Ma non sempre accade questo. E lì torna in gioco il nostro adorato concetto di “amore”. Per tornare alla tua domanda…io sono un po’ multiforme. E so di avere una “vis” per la creatività e l’arte. Amo molte forme di spettacolo e se c’è un talento che so di avere è quello dell’intuizione. Tutto il resto è frutto di tanto lavoro. Non c’è un momento preciso in cui mi sia effettivamente resa conto di avere del talento…ma se ci penso bene, forse quando ho scritto la mia prima canzone. Non riuscivo neppure a capire da dove fosse arrivata. Una strana sensazione. Sensazione che si ripresenta ogni volta che scrivo una canzone nuova.

Claudio: Com’è cambiata la musica italiana negli ultimi vent'anni?

Paola: uh, ci vorrebbe un esperto in cambiamenti storici. Uno più studioso di me sull’argmento. Un accademico. Poi bisogna capire se per musica intendi il modo di fare la musica, il modo di diffonderla, oppure il modo di veicolarla e venderla. Posso dirti che da quando ho fatto sanremo con mia sorella ,e parliamo del 1997, ad oggi, il mondo grazie alla tecnologia è completamente in rivoluzione. Sembra che si parli di un secolo fa e invece è solo un ventennio. Tutto è mutato. Alcune cose sono molto meglio, altre devono ancora trovare un loro senso e una loro collocazione, ma sono molto positiva su questo. Ogni grande cambiamento storico implica che si guadagni qualcosa e si perda qualcosa. Solitamente dopo un po’ si ritrova un assetto nuovo. Noi ci troviamo nel bel mezzo di una vera e propria rivoluzione. Come fu per l’inizio del ‘900 e le sue invenzioni e novità. Certo, in questo processo avvengono mutamenti che fanno soffrire. Anche parecchio. O che destano una miriade di sospetti. Ma ritengo che si debba sempre guardare al futuro con uno sguardo fiducioso e positivo.

Claudio: Sei una delle pochissime artiste italiane attente all'estetica e alla moda, pensi che il pubblico italiano abbia percepito a pieno questo tuo modo di essere?

Paola: L’immagine e l’estetica delle immagini hanno sempre destato il mio interesse. Fin dall’inizio. Ho sempre fatto in modo che tutto quello che facevo, musicalmente parlando, fosse accompagnato da immagini curate che avessero un senso e fossero interessanti. Anni fa era anche più difficile far capire che era un concetto importante e mi sono trovata più volte a discutere sull’argomento, con persone che non capivano quanto, per me, fosse importante questa cosa. Ho sempre pensato che in Italia dopo gli anni ‘80 si sia iniziato a soffrire di una strana sindrome. Quella della “ragazza della porta accanto” che ha travolto il mondo della comunicazione (e anche della musica) creando una sorta di assioma, per il quale se esibivi una certa sicurezza e cura della performance, di colpo, diventavi stranamente poco credibile. In pratica, se sei graziosa, curi la tua immagine e “spingi” sul look allontanandoti dal modello “preconfezionato” della ragazzina “semplice” carina, senza troppi fronzoli, coi capelli lunghi e un po’ spioventi sulle spalle il jeansettino e la maglietta, e con quell’aria di chi è li per grazia ricevuta e non perché magari ha le capacità per esserci, allora ti allontani troppo dal pubblico, e dunque non vendi i dischi. Per anni e anni ho sentito dire queste stupidaggini. Così dall’estero hanno continuato ad arrivare icone pop e rock curatissime e “donne artiste” con gli attributi. Da noi tutti stranamente idolatrate e promosse, mentre qui eravamo tutti come in ostaggio di questa mentalità un po’ “provinciale” . Io l’ho sempre vista in modo completamente diverso. E a mio modo mi sono sempre ribellata. Credo, anzi sono fermamente convinta che l’artista non debba mai sottomettersi al pubblico. Debba aver grande rispetto del pubblico. Ma sostanzialmente deve seguire ciò che il suo istinto di artista gli suggerisce, sennò non sarà mai credibile fino in fondo, soprattutto con se stesso. Credo fermamente che anni e anni di sottomissione ad una credenza sbagliata e cioè che il pubblico volesse sul palco schiere di artisti e cantanti cosiddetti “normali”, abbiano limitato moltissimo il nostro panorama artistico musicale e in qualche caso lo abbiano addirittura fermato, isolandolo completamente dal resto del mondo. Creando per anni artisti tutti uguali o molto simili. Impauriti dall’ansia che mettersi una parrucca o indossare un paio di tacchi facesse vendere meno dischi. Assurdo. Temo, che per molto tempo questa paura si sia tramutata in realtà e così chi restava dell’idea che rimanere se stesso fosse onesto e “artistico” veniva tacciato di essere un “montato”, o di essere uno che se la tirava o ancora peggio uno che siccome curava troppo il look, non poteva essere credibile come cantante o come musicista. Cosa da pazzi. Oggi le cose stanno un po’ cambiando, ma è dura far capire oggi al pubblico, dopo decenni di martellamento, che stare sul palco è un concetto diverso che andare al supermercato a fare la spesa. E che un artista è un artista e non deve necessariamente essere né buonino né carino, né pulitino, né semplicino. L’artista è artista, fa le sue cose e la sua musica e si esprime al meglio che può. Il pubblico poi decide se comprarlo oppure no e questo è ciò che penso. Nessun atto di sottomissione, nessuna rinuncia a ciò che si vuol dire con la musica e con l’immagine. Sennò che artista sei? Chi sei? Dov’è la tua personalità?

Claudio: Poliedrica e sperimentatrice, non sei rimasta ancorata ad una sola immagine, quanto c'è di Paola sul palco e quanto rimane privato?

Paola : Grazie…è la verità, Io mi ritengo una “multiforme”. Mi piace sperimentare ogni sfaccettatura del mio “fare questo lavoro”. Cerco di seguire un istinto e cerco, nel possibile di fare ciò che mi piace. Credo che se una cosa piace a me e io mi ci sento a mio agio troverò un pubblico disposto a seguirmi. Per lo meno lo spero. Certamente se fai questo mestiere non lo fai solo per esprimere una parte di te ma per trovare anche persone che riconoscano in te lo stesso istinto loro, magari sopito. Lo fai per essere amato e apprezzato artisticamente. Io tendo a dividere molto l’ "io del palco” dall’ “io giù dal palco”. Nella vita sono una persona molto semplice, che fa cose semplici e che ama le cose carine..mantre sul palco amo “spingere”, amo l’esagerazione. E il “carino” non esiste. Esiste il “super” . Amo tirare fuori la parte più forte e invincibile di me. Come se salendo sul palco in qualche modo indossassi un costume da super eroe e diventassi fortissima. Ma è una dimensione. Scesa da lì sono una persona molto mite, ironica, divertente. Sono una che indaga sempre, una semplice, ma che vive le proprie complessità quotidiane, come tutti credo. E non mi sento affatto invincibile. Ma sul palco io sono Super Paola. Ecco! J

Claudio: Sei un'artista attenta alle molteplici forme d'arte, non solo alla musica; un film, un'opera d'arte visiva, una canzone, un libro che avresti voluto dirigere, creare, comporre e scrivere tu stessa.

Paola: Oh…wow…che domandone…no…credo nulla…non potrei immaginare di essere stato al posto di chi ha diretto o scritto o composto qualcosa che amo molto…però posso dire che mi sarebbe piaciuto essere presente che ne so, sul set di Barry Lyndon, per esempio o su un qualunque set cinematografico di Stanley Kubrick o di Coppola Oppure su un set fotografico di Helmut Newton o di Peter Lindbegh. Oppure essere un pianoforte mentre John Lennon scriveva imagine o un basso mentre Jackson scriveva Billie Jean…sai…quelle cose cose lì…impossibili… La creazione di un’opera artistica segue processi misteriosi e a volte quasi mistici…una serie di fattori che si combinano grazia alla casualità all’ingegno, alla fortuna, agli incontri. Fatto sta che almeno una volta nella vita si vorrebbe esser stati presenti al momento della creazione di qualcosa che hai amato. E’ un po’ come “toccare il divino”…questo credo sia uno dei motivi principali per i quali si fa un figlio…nell’atto della creazione risiede il segreto e il significato della vita e dell’universo.

Claudio: Appena pubblicato i.Love ha avuto un ottimo feedback di pubblico, ricordando anche il successo del progetto solista "Alone"....c'è in cantiere un progetto di inediti?

Paola: Si Sto dedicandomi alla scrittura di un album da solista. Anche se mi sto prendendo del tempo per capire come lo vorrei, di cosa vorrei effettivamente parlare, in quale lingua…tante cose. Ma non ho obblighi o pressioni. Quindi voglio seguire unicamente il mio ritmo naturale e far emergere le cose migliori. Le canzoni più belle. Che alla fine in un disco contano quelle. Oltre ad una bella copertina ;-)

Claudio: Le versioni proposte nell'Ep i.Love sono molto intimiste, da quali situazioni sono nate?

Paola: Sono nate dalla voglia di fare quello che mi piaceva. Volevo ricantare anche io “get lucky” ritengo sia una delle canzoni più belle degli ultimi dieci anni di musica pop e dance…ha una serie di caratteristiche che me la fanno amare…e che mi hanno spinto a volerla re interpretare, come molti altri cantanti hanno fatto. La chiave di produzione è stata sempre una chiave “funk” ma un funk più anni ’80 che ’70. Dell’arrangiamento si è occupato Michele Monestiroli, con il quale collaboro da anni, prima con Paola &Chiara ora da sola. E’ un produttore e un polistrumentista che stimo moltissimo. Ha grandissime capacità tecniche ed è dotato di un grande talento e sensibilità musicale. Per quello che riguarda gli altri due brani, li volevo rifare in versione “western”. Ero reduce dall’aver seguito tutta la serie di “breakin bad” . Ne ero follemente innamorata. Sono sempre stata una fan di un certo genere musicale legato al country, alle chitarre surf, alla chitarra dobro, a quelle atmosfere un po’ “desertiche” e quando ho visto “breaking bad” volevo fare un disco tutto con quelle sonorità. Poi ovviamente mi sono un po’ “ridimensionata”, ma quando ho avuto l’idea dell’Ep e ho scelto i brani ho deciso che avrei voluto ri arrangiare il pezzo di madonna e quello degli a-ha in quella direzione. Ne ho parlato con gli arrangiatori (Cristiano Norbedo ed Andrea Rigonat) e abbiamo lavorato in quella direzione. Siamo tutti e tre molto soddisfatti del risultato. I brani hanno conservato la loro potenza melodica ma gli abbiamo dato una veste del tutto nuova.

Claudio: Come riesci a dare forma alla tua fantasia? Qual è il tuo percorso creativo?

Paola: Sinceramente non riesco a trovare il “bandolo della matassa”. Parte tutto da un particolare. Da un’intuizione. Dal nulla, apparentemente. Poi se l’intuizione persiste…e continua a far capolino nella mia testa, allora decido che forse è il caso di andarle dietro e di iniziare a costruirle un mondo intorno. Difficilmente lascio che la fantasia resti tale. Cerco sempre di portarla alla luce. Bisogna avere del coraggio in questo, perché il progetto potrebbe anche fallire e quindi bisogna essere disponibili a fare i conti con un eventuale fallimento. Ma a me sta bene. E’ un esercizio che ti aiuta a coltivare l’umiiltà. Io sono affascinata dal processo creativo e dalla costruzione dei progetti. Mi interessa quasi di più quella fase che io chiamo la fase del “tutto possibile” che tutto quello che poi ne consegue.

Claudio: Come uno sciamano contemporaneo , nel video "Get Lucky", vivi una New York sognante, Boetti, artista al quale sono legato, diceva "l'artista e' sciamano e showman", ti ritrovi in questo pensiero?

Paola : Assolutamente si. Boetti ha assolutamente ragione. L’artista è questo. Non conoscevo questa sua definizione, grazie mille. Ora me la rigiocherò da qualche parte di sicuro. Condivido in pieno.

Claudio: Ultima domanda, "Cambiare Pagina", per citare il brano del progetto Paola & Chiara; quanto costa cambiare pagina?

Paola: Voltare pagina è un po’ come abbandonare una parte di sé. Lo si può fare in maniere diverse. A volte non costa moltissimo nel momento in cui lo fai perché hai già elaborato il cambiamento prima, in un lungo processo di distacco, durato magari degli anni, quindi ad un certo punto semplicemente, senza quasi pensarci lo fai, e spesso quell’atto lo vivi come un atto di liberazione e di rinascita. A volte costa moltissimo. A volte non sei assolutamente pronto per abbandonare vecchie parti di te o di altri che senti che in qualche modo ti limitano e ti ostacolano, allora è necessario uno sforzo enorme…a volte devi quasi prescindere da te stesso. A volte devi quasi fingere di essere un altro per non soffrire nel farlo. Ma è spesso necessario. Chi non volta pagina quando è necessario è condannato a vivere nel passato. E’ condannato a far finta di vivere. E’ dolorosissimo cambiare delle cose di noi stessi…ma alcune parti di noi vanno fatte necessariamente morire, se si vuole ricominciare davvero un’esistenza degna di questo nome.

 

Ringraziamo Paola per questa intervista, la ringraziamo per la Ricerca di Bellezza e Verità (cit.) che la contraddistinguono come artista.

Paola: Grazie. Sapete che è una delle cose più belle e che sento più vicine a me che credo mi sia mai stata detta? Vi ringrazio per questo. E per questa meravigliosa e inusuale intervista. Io amo la diversità e le persone che si sforzano di cercare altre strade e altre soluzioni. Infinitamente Grazie

Qui di seguito potrete scaricare e ascoltare i brani dell’E.P

https://itunes.apple.com/it/album/i-love/id935289915

https://play.google.com/store/music/album/Paola_Iezzi_I_Love?id=Bfgnbsdi545j5cey3qdpjztfsuq&hl=it

La redazione di Nerospinto.it ringrazia Caudio Francesco Maria Simonetti per la meravigliosa intervista.

Andate a dare un’occhiata al tuo “Tumblr” http://c-f-m-s.tumblr.com

 

 

 

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Foto Paola Iezzi

©  Paolo Santambrogio

©  Marco Piraccini

Pubblicato in Musica
Giovedì, 09 Ottobre 2014 15:05

Intervista alle Donatella

Le gemelle Giulia e Silvia Provvedi, in arte Donatella, sono identiche ma diversissime, non solo per il colore dei capelli, ma soprattutto per il carattere, decisamente opposto, come dicono loro stesse. Da piccole il loro gioco preferito era travestirsi e cantare a squarciagola nella loro mansarda con tutta la loro famiglia, hobby che le ha portate a sentire indispensabile il bisogno di raccontarsi attraverso la musica. Pur avendo caratteri e interessi molto diversi, hanno sempre condiviso l'obiettivo di diventare delle pop-star.

Nel 2012, all'insaputa di Giulia, Silvia le iscrive ai casting di X-Factor 6. Si presentano alle audizioni con il nome di Provs Destination, e colpiscono i giudici con il loro look, la loro esuberanza e la loro originalità. Sotto la guida della loro coach Arisa, scelgono il nome d'arte Donatella. Il loro stile musicale è un pop di matrice elettronica, solido e raffinato, assemblato con precisione, che punta a varcare i confini nazionali.

Il loro ultimo singolo "Scarpe Diem" è uscito il 19 settembre 2014.

 

Nerospinto: Innanzitutto: chi è Silvia? Chi è Giulia?

Silvia: Io sono Silvia, la mora.

Giulia: Io sono Giulia, la bionda, anche se il nostro colore è in continua evoluzione, in base agli stati d’animo.

 

N.: Ditemi i pregi e i difetti l’una e dell’altra.

Silvia: Quello di Giulia non è propriamente un difetto, però dire che è un po’ troppo istintiva, mentre come pregio, essendo molto solare è sempre l’anima della festa.

Giulia: Silvia invece, è un po’ troppo seria e riflessiva, il suo pregio è la sincerità.

 

N.: Quali caratteristiche mi differenziano oltre ai capelli?

S: Sicuramente il fatto che una sia più impulsiva rispetto all'altra.

 

N.: Vi siete da poco trasferite a Milano, cosa ne pensate?

Ci piace molto, assolutamente.

 

N.: Cosa vi ha lasciato Xfactor? Lo rifareste?

S: Prima di Xfactor il canto era solo un hobby che condividevano con la nostra famiglia: una volta a settimana ci riuniamo e facciamo una serata karaoke. Ci siamo sempre vergognate a cantare in pubblico, per scherzo ci ho iscritte a insaputa di Giulia, anche perché senza di lei non sarei mai andata. Il lavoro che abbiamo fatto durante la trasmissione ci ha aiutato tantissimo a crescere, soprattutto perché abbiamo fatto il percorso al contrario: non siamo arrivate a Xfactor dopo anni di studi e tentativi, ma è stata la nostra prima esperienza.

 

N.: Giulia ti sei arrabbiata quando hai saputo che Silvia vi aveva iscritte?

G: No, perché ero convintissima che non saremmo entrate visto che c’erano altre 60 mila persone. Non credevo che saremmo riuscite a incuriosire i giudici, invece il destino ha voluto così.

 

N.: Che rapporto avete con il vostro coach Arisa?

S: Arisa ha creduto in noi e ci ha indirizzato lei verso il genere pop-dance, e noi ci siamo affidate a lei al 100%

 

N.: Parlatemi del vostro nuovo progetto.

S: Da qui a febbraio, quando uscirà l’album, ci saranno molte novità di cui ancora non possiamo parlare. Il primo singolo che abbiamo voluto far uscire, diciamo che è quello più sperimentale anche grazie alle importanti collaborazioni con Fred De Palma e i Two Fingerz, e ci tenevamo molto perché stimiamo le persone con cui abbiamo collaborato.

 

N.: Con chi vi piacerebbe collaborare?

G: Parlando di artisti italiani, il mio sogno sarebbe cantare con Laura Pausini, il mio idolo da sempre. Invece per quanto riguarda gli artisti internazionali, Rihanna.

S.: Io amo molto artisti come Neffa perché sperimenta molto, o Jovanotti, e anche con i rapper italiani visto che molti sono nostri amici, quindi sarebbe anche una dimostrazione di stima reciproca. Guardando al mondo internazionale, mi piacerebbe cantare con le icone della musica pop come Madonna, Kylie Minogue, Lady Gaga.

 

N.: A chi vi ispirate?

G: Ci piacciono quegli artisti capaci non solo di lasciare un’impronta nel mondo della musica, ma anche di influenzare mode e tendenze.

 

N.: Come vi vedete tra 20 anni?

S: Sicuramente con i capelli lunghi!

G: Non vivremo più insieme, ma in una casa comunicante.

S: Ovviamente ci auguriamo di essere realizzate e continuare questo percorso.

 

N.: Avete mai pensato a una carriera anche nella moda?

S: Noi studiamo modellismo in un atelier di abiti da sposa qua a Milano, quindi so creare e cucire abiti. Aspettiamo l’occasione giusta per iniziare una carriera anche nell’ambito della moda.

 

N.: Disco e film preferiti?

S: Il mio film preferito “Shutter Island”.

G: “Ghost” è il mio film preferito, l’ultimo disco di Rihanna, devo essere sincera è il più bello che abbia mai sentito.

S: Concordo!

Carlotta Tosoni

 

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Pubblicato in Musica

Stefano Salvadori incontra Danilo Di Pasquale, casting director per alcune delle più importanti maison e case editrici di moda, per un’intervista a tutto tondo sulla moda.

 

Ciao Danilo, iniziamo con una domanda “rompighiaccio”: dieci parole per definirti

Mi definisco puntuale,ostinato,preciso, sognatore, entusiasta, propositivo, immarcescibile, simpatico, intelligente, collaborativo e (posso aggiungere?) anche modesto.

 

Dalla tua bio: ti sei diplomato all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma, per poi trasferirti a New York dove hai lavorato come assistant producer e casting director. Seguono John Casablancas Modeling, ITACA, fino alla decisione di metterti in proprio e concentrarti sui castings. Il casting è una sorta un palcoscenico su cui la modella mette a nudo sé stessa, esponendosi agli occhi dei selezionatori?

Io credo che i casting siano una vetrina per le modelle/i di fronte ai clienti ma, a volte, bisogna tener conto del fattore umano: un po’ di nervosismo e i tempi brevissimi di durata di un casting non permettono ai modelli di mostrare il meglio e/o a noi di capirlo e afferrarlo.

Talvolta, anche se non dovrebbe accadere, i casting sono un palcoscenico per designer, stylist e casting director. Non dobbiamo infatti dimenticare che la moda è un concentrato di personalità ed ego, difficili da contenere!

 

Quali sono le regole d’oro di un selezionatore?

Questa è la domanda più difficile. Bisogna sempre pensare che il casting non deve raccontare il casting director ma deve bensì interpretare l’idea dello stilista/cliente/fotografo. Spesso devo scegliere una modella che non rientrerebbe nel mio gusto personale ma che identifico come “perfetta” per il cliente che mi ha commissionato il lavoro. Si tratta di mettere da parte il proprio ego per concentrarsi su quello di chi mi paga. E’ una questione di rispetto e di professionalità.

Devo dire che con molti clienti si crea uno scambio di idee creative, molto proficuo: io contamino loro e loro contaminano me. In questi casi si crea una sinergia meravigliosa.

 

“È piccola, ma con quel viso e quella grinta cercheranno di imitarla tutti a New York” disse Sarah Doukas dell’Agenzia Storm di Kate Moss, allora poco più che quattordicenne. Ora a quarant’anni è ancora fra le Top Model più richieste, nonostante gli scandali di cui è stata protagonista. Cosa la rende cosi speciale agli occhi, non solo del pubblico, ma soprattutto degli addetti ai lavori?  

Mi piace Kate Moss ma non è la mia modella preferita. Credo che una parte del suo successo sia legata al “personaggio” Kate Moss. Le aziende che la scelgono come testimonial sanno molto bene quanto lei abbia una grande presa sul pubblico. Un po’ maledetta, stizzosissima, imitata e copiata dalle donne di  tutto il mondo.

E’ un personaggio, e come tale, rende e vale i soldi che le danno.

 

Bellezza? Stile? Fascino? Personalità? Cosa è necessario oggi per essere “Model”?

Fotogenia. E’ l’unica cosa veramente fondamentale per fare la modella. Il resto, dallo stile al fascino (di cui molte,anche famose, sono sprovviste dal vero) lo si apprende lavorando e costruendo la propria carriera. A contatto con i “miti” della moda, si può difatti imparare di tutto.

 

Quali sono oggi le regole dettate dalla moda?

Oggi, forse per fortuna, la regola è non avere regole! Chanel fa sfilare le snickers; Louis Vuitton manda in passerella uno stile da teenager. Credo che l’evoluzione dei tempi e dei costumi sociali abbia sdoganato tutto e tutti. La democrazia esiste anche nella moda!

 

Un tempo le modelle erano indossatrici, ossia si limitavano ad indossare un capo durante una sfilata o uno shooting fotografico. Con il passare del tempo, la modella è diventata parte integrante del sistema moda, volto noto quanto il brand che rappresenta, icona di stile e bersaglio dei paparazzi. Puoi spiegarci il perché di questa evoluzione?

Le modelle hanno colmato un vuoto: quanti stilisti celebri ci sono? Quanti sono famosi come lo erano i designer negli anni ’50/’60/’70/'80? Pochi e di questi pochi la maggior parte sono gli stessi dagli anni ’70. Le modelle hanno portato celebrità e riflettori sulla moda. Oggi i social networks ne hanno fatto delle celebrities 2.0

Esempio: pochissimi sanno chi sia Alexander Wang (nuovo idolo del popolo della moda) ma tantissimi sanno che alcune super top sfilano per lui.

 

Gli anni Novanta sono stati gli anni delle storiche Top Model, come Naomi, Christy, Linda, Cindy, donne che hanno incarnato in pieno lo spirito della moda del tempo, diventando delle vere stelle, paragonabili alle più famose rockstars. Oggi abbiamo Bianca Balti, Cara Delevigne, Maria Carla Boscono, altrettanto famose ed adorate dagli stilisti di riferimento. Quali sono le maggiori differenze tra queste due generazioni di modelle?

Non c’è un paragone tra Cindy, Linda e Claudia e  MariaCarla, Bianca o Cara. Impossibile oggi replicare gli anni ’90. Non esiste più il benessere economico di quegli anni, tanto che, se oggi una top dichiarasse di non alzarsi dal letto per meno di € 10.000 al giorno, la prenderebbero a calci e l’opinione pubblica non ne farebbe un idolo (come fece con Linda Evangelista, artefice di questa famosa affermazione) ma anzi la massacrerebbe mediaticamente.

I ruggenti e floridi anni ’90 sono definitivamente tramontati.

 

La direttrice di Vogue Franca Sozzani, il fotografo fashion Giampaolo Sgura e lo stilista Andrea Incontri sono senza dubbio tre importanti e rappresentativi personaggi della moda oggi. Quale è, secondo te, il legame tra loro e il mondo delle modelle?

Premesso che Franca Sozzani è “La Moda”, sono tutti e 3 grandi professionisti con un preciso stile personale e le modelle che scelgono rappresentano alla perfezione il loro “mondo”. Ovviamente Franca Sozzani, inutile dirlo, ha la competenza e la capacità di scoprire e lanciare nuove modelle.

 

Da qualche anno abbiamo assistito all’ascesa delle figlie e nipoti di cantanti (Georgia May Jagger, Amber Le Bon), politici (Cara Delevigne), attrici (Elettra Rossellini Wiedemann). Pensi che il nome di famiglia le abbia, in qualche modo, facilitate, “imponendone” il volto sulle copertine delle maggiori riviste di moda, nonché delle più prestigiose campagne pubblicitarie? Georgia May sarebbe stata notata senza il suo ingombrante cognome?

Da sempre le “figlie di”, “sorelle di”, “parenti di”, beneficiano di “quel” cognome che le agevola. Non è una tendenza di oggi, esiste da sempre. Ma oggi esse hanno modo di diventare personaggi grazie allo strumento di cui parlavo prima , ossia i social networks !

 

Raccontaci la tua esperienza come coach e giudice di School of Glam-Questione di Stile,  un nuovo format dedicato allo stile e alla moda in onda su FoxLife. Quale messaggio vuoi trasmettere agli spettatori riguardo al mondo della moda? Pensi che lo stile sia una dote innata oppure qualcosa che si possa apprendere, seguendo le dritte giuste?

Purtroppo il messaggio che passa da qualunque programma che si occupa di moda in tv è filtrato dalla penna degli autori che ne scrivono i testi. Nel mio caso, cerco di metterci la credibilità e la professionalità che mi hanno portato dove sono. Credo che i cosiddetti talents, più che insegnare qualcosa, diano allo spettatore la fiducia necessaria per fargli dire “forse potrei provarci (e talvolta riuscirci) anche io”. La famosa democratizzazione di cui ho parlato in precendenza!

 

Per concludere, quali sono i nomi (e i volti) sui cui ti senti di scommettere ?

Sasha Luss, Anna Ewers ed  Elisabeth Erm, tenendo conto che ormai, ogni stagione, la moda ha bisogno di nuove modelle. E forse, si tornerà a parlare di vestiti e stile, anziché di top model .

 

Editing a cura di Letizia Carriero

 

 

Pubblicato in Lifestyle

Uno scambio di mail, quattro chiacchiere ed ecco un mondo che mi si apre dinanzi agli occhi. L'eroina di questo universo scintillante è Veronika Vesper, performer, cantante, musicista, modella inglese, giunta da un pianeta lontano.

È lei la protagonista di questo incontro, nel quale si parla di moda, musica ma anche di felicità, malattia e di un lungo e tortuoso viaggio, chiamato vita.

 

N-Ciao Veronika, Presentati ai lettori di Nerospinto!

V-Mi chiamo Veronika Vesper e sono una strana creatura creativa giunta dallo spazio. Canto, scrivo canzoni, suono il flauto, amo esibirmi, anche come modella e adoro tutto ciò che ha a che fare con la moda. Credo nell’importanza di seguire i propri sogni, vivere la propria vita senza paura, essere autentici ed avere in mano le redini del proprio destino.

 

N-Dalla tua biografia: “Una bellissima creatura giunta da un altro pianeta. Quale pianeta?Hai una missione qui sulla terra?

V- A dire il vero, anche tu sei una creatura molto particolare :)  Si, la mia missione è ispirare le persone o meglio, incoraggiarle a credere in loro stesse, ad usare il loro potere e a “sguinzagliare” il loro genio. Mi piacerebbe vedere un mondo pieno di gente felice che vive in accordo con il proprio essere. Mi trovo qui anche per divertire e per rendere questo nostro mondo più bello. Che casualità :)

 

N-Hai definito la tua musica “pop spaziale”. In cosa si differenzia dal pop tradizionale, quello che di solito ascoltiamo in radio o su MTV?

V- Ha un sapore più “spaziale” :) Penso che la mia musica abbia sia un qualcosa che appartiene ad un’altra dimensione, sia una qualità cinematografica, e che sia dunque in grado di avvolgere completamente l’ascoltatore, trasportandolo altrove.

 

N-Le tue influenze musicali sono molto eterogenee, giusto per citarne alcune:David Bowie e Nirvana, ma anche Depeche Mode e Bjork. Cosa hai preso da ciascun artista e come hai usato questi “prestiti” nella tua musica?

V- Bjork è la mia più grande fonte di ispirazione. Onestà, il non aver paura di sperimentale musicalmente e la combinazione di suoni sinfonici e musica elettronica; I Depeche Mode mi trasmettono una certa eleganza dark, unita a splendide armonie; I Nirvana per me sono il sentimento, la passione, la sensuale trascuratezza con cui Kurt canta, è qualcosa difficile da descrivere; David Bowie: stile impavido e coraggioso.

 

N-Parliamo della tua immagine: ti descrivi come un incrocio tra Lara Croft e la protagonista del film “Il Quinto Elemento”. Come sei arrivata a creare questo look? Quale messaggio vuoi trasmettere al tuo pubblico?

V-Non si tratta di una scelta pianificata. Sono appassionata di sci-fi e super eroi. Mi piace indossare cose che mi facciano sentire imbattibile. Il mio messaggio è: sii te stesso, non avere paura e fregatene di ciò che la gente dice di te.

 

N-Passiamo allo stile: nella tua bio leggo tre parole chiave, “punk”, “cyber” e “alternativo”. Potresti definirle? In più ti chiedo se sia davvero possibile essere alternativi in questo mondo, dove praticamente tutti si adattano ad un’idea comune di moda e dove l’individualità è quasi una rarità.

V-Penso che sia possibile essere alternativi e con questo intendo dire che è possibile essere creativi e cercare nuovi modi per esprimere sé stessi attraverso la moda. Se non lo facessimo, smetteremmo di sperimentare e di crescere artisticamente. Dal punk ho preso alcuni elementi che adoro, come le teste rasate, le catene, le spille da balia, i vestiti strappati … e l’attitudine all’indifferenza. Il cyber è ciò che mi contraddistingue, tanto argento, vestiti olografici,zeppe, rasta (penso dunque di rientrare in questa categoria), tutine,stampe futuristiche e forme.

 

N-Eccoci al mondo della moda. Nomina almeno tre stilisti che ami.

V- Alexander McQueen, Iris Van Herpen, Hussein Chalayan, Gareth Pugh… tutti super creativi e innovativi.

 

N-Musica contemporanea: cita almeno tre cantanti/band/progetti che ti affascinano e perché.

V- Lana Del Rey: mi piace la complessità della sua musica e il modo in cui si esprime attraverso l’immagine; Grimes: diverso,creativo, bello… in un certo modo mi ricorda Bjork; Angel Haze:una rapper fantastica, è autentica ed è un vero talento.

 

N- Come descriveresti il tuo mondo di icona fashion e cantante?

V- Intenso, eccitante, bello e veloce.

 

N- Il concept del tuo album è “dall’oscurità alla luce”. Penso che esso nasconda anche un messaggio di speranza?

V- Questo è proprio il punto focale del mio album. Ho deciso di raccontare la mia storia attraverso la musica, sperando di ispirare la gente attraverso di essa. Ho voluto sottolineare il fatto che è possibile superare anche le situazioni più difficili e rinascere come uno splendido fiore, come un bocciolo di loto che nasce dal fango.

 

N- Le tue canzoni parlando degli anni bui della tua adolescenza. Pensi che la musica sia un modo per elaborare il passato e per superare un’adolescenza difficile? Parli anche di una malattia mortale. Ti senti una donna più forte? Hai un messaggio che vorresti portare alle donne che stanno vivendo la situazione che tu hai affrontato in passato?

V- La musica può davvero essere terapeutica. Inoltre, più è connessa con le emozioni autentiche dell’artista, più la gente sarà in grado di relazionarsi ad essa. Penso che le difficoltà che incontriamo durante la vita, ci rendano più forti. Se le prendi dal lato giusto, possono insegnarti qualcosa e farti crescere. Si, mi sento più forte e apprezzo di più la mia vita e il tempo che ho a disposizione. Se ho un messaggio da condividere?  Credete in voi stessi e non abbiate paura di vivere e seguire i vostri sogni, date voce alle vostre idee e lottate per esse. Non vi fate carico dei problemi degli altri.

 

N- Scoperte spirituali: ne sono molto affascinata. Penso che gli uomini necessitano di qualcosa o di qualcuno a cui fare riferimento, durante i momenti di difficoltà. Che tipo ci consapevolezza spirituale hai raggiunto?

V-  Ho capito che la mente è tutto, che noi costruiamo le realtà e il sogno attorno a noi stessi e che essi sono connessi all’intero universo. Mi piacerebbe imparare a vivere maggiormente  il momento. È un viaggio lungo una vita intera... o anche di più :)

 

N-La felicità: questa è una grande parola. Mi piacerebbe che mi parlassi della tua idea di felicità. Esiste o si tratta di qualcosa che noi inventiamo per vivere meglio ed affrontare le difficoltà quotidiane?

V- Stiamo andando sul filosofico :) Certamente, la felicità esiste, e ne hai una prova anche dalle reazioni chimiche del nostro corpo. La mia idea di felicità è cioccolato puro  e tanto sesso :)

 

N-Hai in programma una visita a Milano? Cosa sai a proposito di Milano e dell’Italia in generale?

V-È per caso un invito? J Complimenti agli Italiani per aver inventato il pianoforte, il violino e la musica classica. Per aver dato i natali all’Opera! Mio Dio, che musica avremmo senza gli Italiani? Anche le due più grandi popstars hanno sangue italiano. In più, l’essere stati dei pionieri nel mondo della moda e, per finire, il buonissimo gelato e gli uomini passionali. Sono stata a Milano solo una volta, avevo appena preso la patente e devo dire che è stato PAZZESCO :)

 

N-Se ti dico “Nerospinto”, cosa ti viene in mente?

V-Creativo, stimolante, oscuro

Grazie per avermi intervistata, è stato un onore.

 

Per maggiori informazioni:

https://www.facebook.com/veronikavesperofficial

http://veronikavesper.com/

http://www.youtube.com/user/veronikavesper

https://twitter.com/VeronikaVesper

http://instagram.com/veronikavesper

https://soundcloud.com/veronikavesper

 

 

Testo originale e traduzione a cura di Letizia Carriero

 

Pubblicato in Musica

Non sono una fanatica di cinema; non saprei descrivere le mirabolanti bellezze registiche di film ora sotto l’opinione pubblica, spesso i film culto m’infastidiscono. Mi bastano belle storie e immagini che vibrino, quasi di vita propria viventi.

Per questo intervistare il regista Cosimo Alemà m’ha da subito incuriosita: mi piace vedere ciò che si nasconde sotto un prodotto finito.

Non avendo la possibilità di chiacchierare di persona, lo incontro su Skype: siede comodamente davanti al computer, spesso sorride, ma con discrezione, la voce è sicura e calda.

Di primo acchito, mi sembra una persona che sa ciò che vuole, che punta dritto alla sostanza delle cose. Cominciamo.

 

 

Partiamo dalla più classica delle domande: quando hai maturato l’idea di voler percorrere la strada del cinema? Con che mentalità hai affrontato questo percorso, a quando i primi successi e le prime sconfitte?

 

Cominciai con la musica,: seguendo questo percorso approcciai l’idea del cinema mediante i video musicali, ti parlo di più di vent’anni fa; lavorai per un regista appunto di questo settore, migliorando le mie conoscenze e facendomi, in un certo senso, le ossa.

 Oltre ai video musicali avevo una forte passione per la fotografia, ereditata da mio padre. A diciannove anni mi trovai già con molta voglia di fare, delle esperienze e una discreta attrezzatura fotografica; nel ’92 feci il mio primo set: fu un evento importante, sebbene lavorassi nell’ambiente degli effetti speciali, assieme a Sergio Stivaletti. Mi occupai della produzione di Fantaghirò, non so se hai presente. (eccome, eccome se ho presente. La mia infanzia! N.d.R.).

 Dopo i video musicali lavorai come aiuto in film e pubblicità, sempre portando avanti miei esperimenti in campo registico, dunque, per darti qualche riferimento cronologico direi dal 97/98, ho iniziato a fare il regista full time.

I videoclip musicali sono una categoria registica particolare e complessa: bisogna avere la capacità di raccontare storie o trasmettere sensazioni in un tempo relativamente breve. Qual è la tua poetica a riguardo? E quanto affidi, nelle scelte estetiche e concettuali, al committente? Quanto si estende il tuo margine d’inventiva?

 

In realtà il margine è piuttosto alto: conta che siamo in Italia, un paese dove l’industria musicale è così allo sbando che vi sono delle tematiche che altrove non sarebbero nemmeno prese in considerazione. Già quindici anni fa tuttavia, quando cominciai a realizzare i miei primi lavori, c’era un atteggiamento, da parte dei discografici, molto più attento e simile al mondo pubblicitario.

Il limite sostanziale più grande e gravoso, è quello di dover aver sempre come protagonisti gli artisti, con le quali presenze limitano l’inventiva e la creatività. Del resto l’Italia, in campo musicale, è davvero un paese pavido. Non esiste una poetica unica: mi piace applicarmi in idee e tentare sviluppi sempre nuovi. In 500 video che ho fatto, approcciandomi sempre con una mentalità quasi artigianale, sono riuscito a introdurre una sorta di narrazione cinematografica. Posso vantarmi di essere in un certo senso l’inventore di un certo tipo di regia, nei video: spesso introduco, come testa, coda o intermezzo, dei pezzi di vera e propria fiction, con dialoghi ed effetti sonori.

Hai registi ai quali t’ispiri per le tue scelte stilistiche e sceniche? Hai influenze, preferenze o avversioni?

 

Devo fare un discorso molto separato: essere regista pubblicitario e regista invece di film; tra questi due aspetti v’è una certa attinenza, ma molto labile. Per quanto riguarda i video musicali, mi sono formato con la scuola britannica anni ’90, per intenderci. Un approccio molto english in un paese del terzo mondo qual è l’Italia.

 Parlare di estetica nei video è difficile, non ho mai avuto particolare fascinazione per i registi di spot e video più originali, come Michel Gondry, mi sono formato con un gusto e sapore più cupo e british, con un riferimento al cinema piuttosto forte.

Dal punto di vista cinematografico ho vari cineasti che stimo e seguo moltissimo: sono un patito di Roman Polanski, soprattutto fino alla fine degli anni ’80. Apprezzo Walter Hill, e sempre tra gli americani si confà al mio gusto anche un certo genere di cinema commerciale, sempre negli anni ’80. Qualche esempio? Non solo Spielberg, per dirci.

Sono sempre stato molto attento all’Europa, mentre invece, per quanto riguarda i registi giovani extraeuropei, apprezzo il canadese Reitman, che attua una sorta di commistione tra commedia e dramma, chiamata per questo dramedy, molto interessante e originale.

 Apprezzo anche i film che affrontano tematiche importanti, di politica o di attualità, come Zero Dark Thirty.

Pochi sono i film capaci di essere veramente moderni, sia a livello di tematiche che d’estetica: questo è importante per me, questo sarà il mio leit motiv per i miei prossimi film.

 

 

Vorrei che tu mi parlassi di The Mob: di come sia nato il progetto e di quali difficoltà si siano presentate durante la sua crescita. È faticoso far crescere e prosperare questo genere d’iniziative, in Italia?

 

 

 Dietro a The Mob si nasconde un concetto ben poco romantico: a un certo punto della propria carriera, ciascun regista sente il bisogno di non essere più strapazzato tra cento case di produzione, così abbiamo fatto noi, decidendo di creare una piccola casa di produzione.

Questo discorso procede dal 2001; abbiamo creato una piccola realtà romana dove eravamo capaci di gestirci autonomamente. Lì ho prodotto molti spot e videoclip, ma anche altri registi ne hanno usufruito: penso a Daniele Persica, Romana Maggiolaro e Paolo Marchione.

Nel 2009 abbiamo curato la produzione esecutiva del mio primo film, e da lì le cose sono cambiate.

The Mob continua a esistere, ma con i miei soci abbiamo un'altra casa di produzione, chiamata 99.9 Film.

 

 

Come ti sei approcciato, invece, all’horror? E di questo genere, quali sono le caratteristiche che t’incuriosiscono?

 

 

Non sono un grande fan degli horror, né lo sono mai stato: è stata un’esigenza comune, un film con un cast internazionale, in inglese, da esportare in tutto il mondo. Ci siamo detti: “magari a qualche ragazzetto brufoloso dell’Oklahoma potrebbe interessare questo film.” E così è stato.

Abbiamo deciso di realizzarlo dunque quasi più per motivi produttivi che per altro: è stata una grande soddisfazione, sebbene questo fosse un film indipendente, vederlo uscire nelle sale di quasi quaranta paesi. Da un punto di vista più personale, questa è stata una sfida: non mi sento molto portato per la commedia, nemmeno nei miei skills di regista pubblicitario, prediligendo atmosfere più cupe.

Il film in se stesso, At The End Of The Day, è una commistione di istanze americane, ma girato come un qualsiasi film europeo.

Un horror alla luce del sole, questa è l’idea che fa da colonna portante al tutto.

 

 

Potresti riassumermi, in poche parole, l’ambiente del cinema italiano?

 

Guarda, è meno disarmante di quanto io abbia pensato fino a poco fa, qualche film buono esce ancora: ben poca cosa, ma vedo una serie di registi interessanti, sia giovani che meno. Ogni anno mi ritrovo a stilare un elenco di film che ho avuto modo di apprezzare; ad esempio recentemente ho visto “Viva la libertà”, per non parlare poi di Virzì, nutro anche grandi aspettative per la nuova serie televisiva “Gomorra”, di Sollima.

Mi sembra che qualcosa si stia muovendo.

Chiaramente sono molte le cose che mi fanno incazzare: detesto la maggior parte dei film e dell’approccio non solo registico, ma autoriale del cinema più commerciale. I registi in Italia sono perlopiù o attori o autori, e questo a va a discapito della qualità stilistica del lavori.

Molto preoccupante è invece la questione commerciale:film interessanti molto spesso non riescono a raggiungere molte sale, non ottenendo poi cifre buone di botteghino. Stesso problema all’inverso: l’ultimo film di Verdone, un qualcosa di assolutamente indecente, una monnezza integrale, ha un passaparola terribile, ma è uscito quasi in 600 sale.

 

La Santa: un film con una trama insolita. Perché hai scelto proprio il Sud come ambientazione? E perché una Santa? È parto della tua fantasia, o collegato a qualche avvenimento della tua vita?

 

Vorrei specificare innanzitutto che questo film è un lavoro sul quale ho “messo le mani” quando era già ben abbozzato e finanziato dalla Rai: sono stato chiamato a girarlo e ho partecipato ad una riscrittura; la trama tuttavia m’interessava molto, e aveva anche delle inquietantissime analogie con il mio primo film, nonostante si tratti di una cosa completamente diversa. Marco Muller ha apprezzato molto il film e lo ha voluto al Festival del Cinema di Roma, definendolo come un “western meridionale”, in realtà proprio di questo si tratta: piccoli farabutti, uno strano colpo, risvolti inquietanti. Da questo film stiamo traendo tantissime soddisfazioni: nonostante sia un film piccolo, ha una trama incredibilmente originale e una forza visiva pregnante. (e poi questo film, l’ho visto. Scioccante e tetro, getta luce su dinamiche che potrebbero benissimo avvenire in questa nostra Italia, ma che non nemmeno sogneremmo. N.d.R.)

 

Tanto s’è detto e tanto si dirà su La Grande Bellezza, il film di Paolo Sorrentino: cosa pensi a riguardo? Può rappresentare, se non in toto almeno in parte, il panorama cinematografico italiano di questi anni?

 

Premetto che ho apprezzato questo film: non sono un grande patito dei film di Sorrentino, che ovviamente stimo. Non mi piace il suo approccio così manieristico alla realizzazione, mentre le storie che racconta invece sono sempre molto acute e interessanti.

Sono molto stupito da questa polemica: ho avuto l’impressione di vedere un film abbastanza epocale nel suo genere; è imperfetto, con tratti bellissimi e altri molto meno. Sostanzialmente, è incredibilmente interessante. Dunque, da un certo punto di vista mi rallegro dei riconoscimenti che sta ottenendo un po’ ovunque, credo siano molto importanti per l’industria cinematografica italiana, d’altro canto non penso sia un’opera rappresentativa del cinema italiano; non lo è a livello di modernità, se non dal punto di vista strettamente narrativo, con un arco narrativo quasi inafferrabile. È molto difficile che un film solo possa rappresentare un paese intero, come Gomorra, qualche anno fa.

 

Parlami del rapporto regista – attore: come lo gestisci? Che tipo di legame s’instaura con chi veste il ruolo da te scritto? Cosa ne pensi degli attori, in generale?

 

È un rapporto veramente sostanziale: durante la lavorazione di un film questo legame è uno degli elementi più delicati e cruciali per la riuscita dell’opera.

Detto questo, le mie esperienze sono sempre state molto positive, anche se c’è da dire che ho fatto solo due film (ridacchia. N.d.R.).

Una volta ho avuto a che fare con un cast internazionale, ed è stato leggermente più difficile: è nato tuttavia un legame fortissimo, che continua ancora oggi.

Con “La Santa” ero invece molto preoccupato, un po’ per una sfiducia cosmica nei confronti di tutti gli attori italiani. Le mie preoccupazioni si sono rivelate assolutamente infondate: io non riesco a non creare dei legami fortissimi con gli attori, e lavorare diventa qualcosa di davvero creativo ed artistico. A differenza di molti registi, poi, sono anche l’operatore di macchina di tutto ciò che giro: gestisco al 100% le operazioni di ripresa. Per il tipo di storie che racconto sono immerso completamente nella scena, divento quasi uno degli attori, e non posso dunque avere altro che un rapporto viscerale.

 

Cos’è per te il “blocco creativo”, o la fobia da pagina bianca? Se l’hai mai avuto, come l’hai risolto? Sei stato aiutato e supportato nel tuo percorso, o hai dovuto gestire le tue ansie da te?

 

Probabilmente questa domanda la fai alla persona sbagliata: ho un approccio troppo pragmatico e troppo di mestiere per potermi permettere dei blocchi creativi. Non considero la possibilità che esista questo genere di problema in quanto non considero il mestiere di regista come un lavoro artistico, se non in una percentuale variabile.

Sono tantissimi anni che mi sono lasciato alle spalle l’ideale romantico e abbastanza giovanile dell’ispirazione da cogliere: la mia visione è estremamente professionale, se ho da scrivere venti pagine in un giorno, le scrivo, ho un planning di lavoro da rispettare.

Questo discorso non esclude tuttavia che vi siano momenti, settimane, mesi, nelle quali si sia più prolifici ed altri meno. Il discorso però s’incentra più sulla qualità, non sulla produzione.

L’arte è qualcosa d’incredibilmente artigianale, e il blocco creativo, in un regista, credo sia indice di cose ben poco belle.

 

Essere regista, che tipo di lavoro è?

 

È necessaria grande concentrazione e dedizione. È un lavoro di passione pura, talmente totalizzante che può esistere solo se supportato da un amore per il cinema che prevarichi qualunque cosa.

Si tratta di un lavoro impegnativo, soprattutto anche in questione di economia dei tempi.

Una cosa molto importante nel lavoro di regista è la self promotion: bisogna essere capace di vendersi bene, ed è primario.

 

 Immergiamoci in un mondo utopico: se tu non avessi intrapreso questa strada, in che mestiere ti rivedresti?

 

Mi sembra abbastanza improbabile pensarmi in qualcos’altro che non tocchi uno qualsiasi degli aspetti del mio lavoro: la scrittura, la fotografia, musica eccetera. Mi sento incredibilmente proiettato verso questo genere di cose, se penso quando avevo la tua età, per me è quasi pensare alla vita di un’altra persona, ora che ho quarant’anni.

 

Infine, se tu potessi dedicare le tue parole, per chi sarebbero?

 

Per tutte le persone che hanno voglia d’intraprendere un cammino faticoso quale quello che ho intrapreso io.

Dal momento che sono uno che non ha avuto più occasioni di altri, né ricco di famiglia né figlio d’arte, è stata la mia passione e la mia volontà a portarmi qui. Questo basta, anche in un paese terribile come l’Italia.

Io sono la dimostrazione del fatto che se si sbatte il muso su qualcosa che interessa veramente, si riesce.

Se qualcuno dovesse leggere e, incredibilmente, essere così pazzo da voler ascoltare le mie opinioni, deve sapere che questa professione non è impossibile da fare; basta iniziare.

 

Pubblicato in Tête-à-tête
Mercoledì, 29 Gennaio 2014 18:31

Tête á tête con il Colore – Raffaella Fiore

Conobbi Raffaella una sera non qualunque: il primo compleanno di Nerospinto.

Truccatrice per la ballerina Maura di Vietri, la prima volta che la vidi era immersa tra pennelli, spugnette, struccanti e tanti, tanti colori diversi ed emanava energia pura, quasi tangibile.

Accanto a lei, stava la sua creatura: non più Maura, ma un fulgido animale mitologico, colore dei tramonti e delle acque più scure; rimasi affascinata da quel concretizzarsi di un sogno, intessuto sul corpo di una persona che diventa vestigia, immagine, movimento.

Sì, Eleonora, mi farebbe molto piacere fare quattro chiacchiere con te, e così fu.

Il giorno dell’appuntamento, una volta imbracciata penna e taccuino, incontro un paio di occhi profondi e scuri allegri e curiosi: catalizzano su me tutte le loro energie.

Mi sento scrutata oltre le apparenze, le maschere e le armature che la vita ci costringe a indossare.

 

Come hai cominciato questo lavoro? E quali difficoltà hai incontrato?

 

Arrivo da una famiglia di sole donne, ed in questi casi è molto preponderante la figura dell’Amazzone, la donna che non deve chiedere mai. Una commistione di forza e fragilità senza pari.

Da bambina molto timida quale ero, mi rifugiai nel colore come arma per scacciare le mie parole: la materia, la texture, le sfumature, per me erano e sono fondamentali, mi fa vivere bene il mio lavoro.

Andando contro il volere di mia madre, scelsi appunto la strada “artistica”: ho frequentato l’istituto d’arte, una scuola professionale, divenendo così decoratrice.

Uscita da scuola cominciai a lavorare a livello performativo già a scuola, di seguito collaborai con un vetrinista, come costruttrice; dopo la scuola feci esperienza nel laboratorio di un vetrinista, come decoratrice scenografica e per allestimenti, infine quasi per gioco cominciai a lavorare nel turismo, come tour operator, realizzando scenografie teatrali. Viaggiai per quasi 10 anni.

Nel 2001 mi fu proposto, all’interno dell’ultimo tour operator presso il quale svolgevo il mio impego, di rivestire il ruolo di responsabile dei servizi tecnici (teatro, allestimenti costumistici e scenografici.

Decisi dunque di trasferirmi a Milano e colsi l’occasione per frequentare la scuola la BCM, scuola per truccatori, facendo di una passione, nata durante gli anni nei villaggi, il mio lavoro.

Nel 2008 cominciò la crisi del tour operator nel quale prestavo servizio, si pose davanti a me l’occasione per concretizzare il mio sogno.

 Senza pari è l’approcciarsi al trucco come creazione di un’opera d’arte che sia unicamente incentrata sul corpo, e sulla caducità ed unicità del momento e della mia creazione.

All’inizio, è molto difficile: nulla e nessuno aiuta, ed è necessario capire cosa davvero piaccia e su cosa ci si possa rivolgersi. Io mi sono incentrata sul make up, moda, eventi e TV, parallelamente al concetto di “Costume scultura”.

 

Quali influenze mitologiche, fantastiche, storiche e contemporanee hai avuto, nella formazione del tuo stile personale?

 

Io credo in più maestri: un esempio calzante è Klimt, con i suoi colori, che ho cercato di assimilare reinterpretandoli con applicazioni differenti nei costumi scultura.

Sono molto legata alla preziosità di questi colori: non tanto come ricchezza, ma come calore e forza, rappresentano la mia forza personale.

Poi ancora la fotografia, il cinema, soprattutto i film in costume come “Elizabeth”, e poi must, come “Dracula”, di Coppola, e poi ancora la danza, le produzioni di costumi teatrali e tutta la tradizione pittorica: molto influsso ha la mitologia intesa come scelta coloristica, associata all’espressività del colore come devozione verso una divinità, come racconto di fatti fantastici.

Il colore esprime l’anima delle persone, dei popoli: colori caldi e freddi si mescolano e intrinsecano, creando unità grandiose.

 

Descrivimi un trucco ben fatto.

 

Tecnicamente un trucco ben fatto è nella base del viso, una volta creata, si ha raggiunto il 90% di un buon trucco. Il segreto del trucco è non mascherarsi, ma dare un valore aggiunto alla propria personalità. Con un’autoanalisi allo specchio si possono scoprire realtà sorprendendo di sè, individuando i pregi e valorizzandoli. Ad esempio, in te vedo bellissime sopracciglia, magari con qualche imperfezione, ma di base belle ed equilibrate. Questo noto, la bellezza del particolare inserito nel suo contesto. (Arrossisco: la mattina stessa mi ero impegnata, forse non tanto lucidamente, a sistemarmi le sopracciglia. Raffaella sorride. N.d.R.).

Il trucco è come un vestito: se non lo si sente proprio, sarà impossibile da indossare. Deve essere la bellezza della donna a risaltare, non il trucco in sé.

Emotivamente, per me un bel trucco è una coccola: egoisticamente sembra sia fatto per se stesse, ma in realtà è ancora per gli altri; regalare bellezza è sempre un bel gesto.

 

Nel lavoro del Make Up Artist, si viene a contatto con moltissimi prodotti, quale è il tuo favorito?

 

Ombretto e fondotinta: il primo e giocoso, atto a creare le sfumature, a divertisti con il colore. Il primo è quasi magia e mistero: si creano delle sfumature invisibili agli altri, ma estremamente valorizzanti.

 

Il tuo concetto di “costume scultura”?

 

Nacquero dieci anni fa: ne portai uno al mio esame, alla BCM di Milano, ispirato alle isole Galapagos; era completamente riciclato, utilizzando dei tubi di flebo.

Da allora, coltivai maggiormente questo discorso, ad oggi ne conto circa dieci, adatti sia per istallazioni che per performances.

Il 'Costume Scultura' è una creazione artistica che sposa materiali innovativi, oppure materiali comuni che utilizzati in modo diverso possono vivere una seconda volta ...una spugnetta in ferro, una fotografia ,dei vecchi orecchini ,bottiglie di plastica scarti di filo tessile oppure di tessuto. Cercare l'armonia tra tutti questi materiali attraverso l'originalità è l'obiettivo principale, il tutto può essere unito o supportato dall’espressività di una performance di altre discipline artistiche.

Il costume che feci indossare a Maura, quando la conobbi, fu un costume da geisha, ispirato al libro “Memorie di una geisha”. Un costume molto complesso, realizzato con anelli di fogli in acetato, trasparenti, tagliati ed intrecciati in questa cascata, sposato ad un body painting completamente bianco, collegato al discorso del dolore e della morte, in coesistenza con la purezza.

Maura l’interpretò divinamente, quasi danzando e raccontando le varie fasi per diventare geisha durante uno shooting fotografico, che quasi fu performance, raccontata attraverso scatti rubati.

 

Molto interessante è il concetto di trucco come creatura: come hanno genesi le tue “maschere pittoriche”?

 

Il bello del trucco artistico, è che si ha la possibilità di spaziare tantissimo di ambito in ambito: lavoro in televisione, trucco fotografico e poi, il trucco artistico.

Nel trucco artistico si ha la possibilità di esprimersi anche mediante tratti concettuali; nel Bennu, il concept per lo spettacolo di Maura, i colori Rosso e Blu erano abbinati alla nascita ed alla conservazione, alla forza ed a una sorta di genesi ancestrale.

Io tendo a partire da delle ricerche figurative ed iconografiche; una volta trovati i “retroscena” alla mia idea, mi concentro sulla scelta dei colori: parto dal viso, tracciando un’idea completa, per poi spostarmi ai capelli e, infine, al body painting e alle vesti.

Amo quando i materiali riescono a ricreare degli effetti sonori, in modo tale da dare alla mia creatura una materialità molto più viva e presente.

È da aggiungere che ho la tendenza a non rispettare mai il mio piano originale: quando mi trovo sul momento di realizzare in maniera concreta la mia opera, riverso anche le mie emozioni e le mie suggestioni.

 

Che rapporto hai con le tue creazioni, una volta che le performance si sono concluse?

 

Tendo all’ipercritica, con una vena di timidezza che molti non sospetterebbero: guardo alle mie opere del passato con un’acquisita maturità e una sorta di tenerezza. Fino a qualche anno fa, avrei cambiato ogni cosa, ora le lascerei intatte, perché le mie opere rappresentano anche ciò che ero in quel determinato momento della mia vita, e cambiarle sarebbe come cambiare me stessa.

Sai, io ho quarant’anni, e sono molte le cose a cambiare dai trenta in poi. Si matura con una velocità impressionante. (Sorride, sorride sempre, Raffaella, e non ha paura di mostrarsi. N.d.R.).

 

Com’è vissuto, a parer tuo, il body painting, in Italia?

 

Ahimè, si guarda al body painting con sguardo retrogrado, forse un po’ troppo “prude”.

Il fatto che comunque si vada a dipingere su e con la nuda pelle, viene associato ad un discorso di nudità e quindi di volgarità.

Bisognerebbe tralasciare la fisicità intesa come tale: il corpo può dar vita, effettivamente, al colore, ed è qualcosa di stupendo.

Da un po’ di anni a questa parte in Italia si sta organizzando qualche festival di body painting, ma è ancora poca cosa rispetto all’innovazione e all’apertura mentale estera: più importante tra tutti è il “Word Body Painting Festival” che si tiene in Austria; è bellissimo, si svolge in una settimana intera, ed è tutto incentrato su un’accettazione completa della nudità, anche completa, vista come opera d’arte.

 

 

Una domanda forse scontata, ma comunque importante: colore preferito?

 

Tecnicamente: oro e bronzo.

Emotivamente: rosso.

E poi, a seconda dei periodi, mi affeziono ad un colore: ora sono molto legata a colori naturali, legati alla natura ed alla terra (marrone, beige etc.), ma cambio spesso.

 

A livello tattile, tessuto preferito?

 

Passo da un estremo all’altro: amo la seta, con la sua fragilità e la tela, con la sua ruvidità grezza e malleabile. Adoro anche la carta, così fine e cangiante.

 

Un metallo, prezioso o non, che possa rappresentarti?

 

L’argento: trovo in esso una forza elegante e calibrata alla quale non so resistere. Nelle mie opere ho un moto d’amore verso l’oro, ma su me stessa, sempre l’argento.

 

Si è parlato tanto del tuo trucco su visi di altri, ma sul tuo, come trucchi?

 

Prima utilizzavo il Colore in sé e per sé, senza mai sfociare nella volgarità, sia chiaro, ma ero molto legata all’impatto visivo di toni sgargianti. Ora gestisco il trucco con praticità, senza però trascurare il fattore di tonalità, per me sempre molto importante: sono un po’ di anni nei quali sono estremamente affezionata ai rossetti. Tendo ad avere un trucco nude, e vestire le labbra con colori sempre diversi.

Per me il rossetto è l’accessorio imprescindibile, con qualsiasi look.

 

Infine, se tu potessi dedicare le tue parole a qualcuno, per chi sarebbero?

 

Le dedicherei a mia madre, con la donna che sono diventata, avrei avuto la possibilità di dirle molte cose che non ha forse avuto il tempo di conoscere in me.

 

 

Ci congediamo, e mi avvio verso casa, pensierosa; Raffaella possiede un dono che si ottiene con il tempo: guardare, nelle minuzie e nei particolari.

Perché guardare e vedere non sono sinonimi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in Tête-à-tête
Lunedì, 20 Gennaio 2014 18:58

Ask Me Anything - Bill Fucking Murray

Reddit, per chi non lo conoscesse, è un social network in cui gli utenti possono postare collegamenti ipertestuali o post testuali. I contenuti sono organizzati in aree di interesse e una di queste, uno dei più popolari subreddit, è l'IamA usato soprattutto per post AMA, ask me anything, in cui un utente deve rispondere a tutte le domande degli altri utenti.

Anche molte celebrità hanno iniziato post AMA, come Barack Obama, Al Gore, Madonna, Dave Grohl, e altri (la lista completa qui!) Venerdì scorso, il diciassette Gennaio, anche Bill Murray si è prestato a questo gioco, per promuovere il nuovo film in uscita il 7 Febbraio: Monuments Men.

Non c'è dubbio che un attore del suo calibro, così stravagante, ormai diventato una figura cult grazie alla sua comicità eccentrica, al suo stile schizzofrenico e i suoi colpi di testa, possa regalare grandi emozioni in un Ask Me Anything. Infatti Bill non delude e, anche se alcune domande sono proprio scadenti, si possono trovare retroscena interessanti su Monuments Men, piuttosto che sul suo rapporto con Wes Anderson o del perchè secondo lui non ci sarà un Garfield 3.

Quindi se volete scoprire qual'è stata l'esperienza più strana che ha vissuto in Giappone, cosa pensa della marijuana a scopi ricreativi o cosa ha sussurrato all'orecchio di Scarlett Johansson alla fine di Lost in Translation, fate un salto su reddit: l'AMA di Bill Murray! 

Di seguito, per voi, la traduzione di alcune delle tante domande a lui poste:

 

- Bill, qual'è il miglior panino che hai mai mangiato nella tua vita e dove è stato fatto?

- Sai, c'è un posto non lontano dalla Warner Brothers, penso si chiami The Godfather?, dove fanno tutti i tipi di panini con l'avocato schiacciato, germogli e robba del genere. E sono davvero buoni. Quando hai una giornata no, mi ricordo un film particolarmente impegnativo, vai a prendere un panino in questo posto. Sono superfarciti e molto saporiti, e poi ti dimentichi della tua mattinata.

 

- Com'è essere così incredibile?

- Bhè, nessuno mi ha preparato per essere così incredibile. è una specie di schock. è una specie di shock svegliarsi la mattina ed essere immerso in questa luce viola.

 

-Se potessi tornare indietro nel tempo e avere una conversazione con una persona, chi sarebbe e perchè?

- Una gran bella domanda. Mi piacciono gli scienziati, in uno strano modo. Albert Einstein era un tipo cool. Einstein era un fisico teorico, quindi le sue erano tutte teorie. Era solo un ragazzo intelligente. Ma sono anche interessato di genetica. Penso che mi piacerebbe incontrare Gregor Mendel. Perchè era un monaco che ha capito tutta quella robba da solo. è una mente superiore, una mente connessa. Loro hanno avuto una visione, hanno visto certe cose perchè erano connessi intellettualmente, meccanicamente e spiritualmente, loro potevano accedere a una mente superiore. Non so molto su Mendel, ma so che Einstein ha compiuto tutto il suo lavoro sulle montagne della Svizzera. Penso che l'altitudine abbia avuto effetto nel modo in cui parlavano e pensavano. Ma vorrei scoprire di più su Mendel, perchè ricordo di esser andato nelle Filippine e aver pensato "questo è il giardino di Mendel", perchè sono state invase da così tanti paesi nel corso degli anni che si possono vedere i bambini condividere i tratti genetici di tutti gli invasori, e questo ha creato un bellissimo giardino variegato.

 

 

 

Pubblicato in 16mm
Sabato, 04 Gennaio 2014 10:00

Meglio di uno specchio: Albert Hofer

Incontro Albert Hofer, uno dei due organizzatori della serata milanese Le Cannibale, a casa sua, come concordato in precedenza.

Per giungervi, marcio con passo spedito e contemplativo in zona navigli: la pioggia ticchetta sull’ombrello e sembra accompagnarmi, suonando per me.

Case di ringhiera, belle e labirintiche come non ce ne sono più.

Dopo poche rampe di scale, mi scopro persa davanti a porte tutte uguali: sbaglio il campanello, scorgo una sagoma qualche uscio più in là, è Albert.

Mi piace quello sguardo intelligente che ha; sotto la coltre di cortesia imposta dalle circostanze, affiora qualcosa di sagace e acuto, di deciso.

Mi fa accomodare in una casa densa, tappezzata di poster, dipinti, ricordi e memento. Una grande libreria, un divano coperto da un telo maculato, noto con piacere una macchina da scrivere, Olivetti, Lettera 22.

E noto anche cinque gatti che mi fanno quasi morire di tenerezza.

Aplomb professionale.

 

 

Come hai intrapreso la strada che ti ha portato a Le Cannibale?

 

È una strada che intrapresi 17, 18 anni fa.

Come diversi adolescenti, iniziai a suonare, volendo fare il DJ e organizzando le mie seratine in baretti fiorentini; verso il 2003/04, ho capito come il mio fare il DJ non sarebbe stato ciò per cui avrei vissuto, per varie ragioni.

Decisi dunque di dedicarmi solo alla parte organizzativa: all’inizio non pensavo che questo avrebbe potuto essere il mio lavoro. Firenze anni ’90 non lasciava immaginare ad un futuro da promoter, anzi, già il discorso della discoteca era vissuto in maniera conflittuale (provengo dai centri sociali, puoi valutare tu la differenza), e non si pensava assolutamente di poterne vivere.

Il mio desiderio sarebbe stato quello di fare carriera accademica, ma una decina di anni fa, quando mi trasferii a Milano, la questione clubbing si fece seria: mi accorsi che, a Milano iniziavo a impegnarmi in serate più importanti, con spese considerevoli. Valutai dunque se quello dell’organizzatore sarebbe stato per me hobby o lavoro.

Interruppi il discorso accademico e mi volsi verso la vita notturna: feci tre anni in diverse serate (Rebel Motel, Rongwrong, Subterfuge, Carousel), e ora seguo pienamente Le Cannibale, con tutto ciò che ruota attorno ad esso.

Siamo due soci, e facciamo quasi tutto da soli. Abbiamo persone che ci danno una mano, ma tendiamo a seguire tutti gli aspetti di persona: dall’ufficio stampa alla contrattistica. Non ci sono mansioni definite o separate, né aspetti che si possano delegare completamente: è un lavoro nel quale ci si muove improvvisando, in un certo senso. Spesso emergono delle problematiche, e sul momento, bisogna essere capace di gestirle.

Il caso è una componente essenziale, nel mio lavoro.

 

Dimmi tre fatiche e tre gioie di lavorare a strettissimo contatto con il pubblico.

 

Le prima delle tre fatiche riguarda le persone, nel momento nel quale sono al loro peggio, la notte: anche la miglior persona, quando va a ballare, diventa tendenzialmente quindici volte peggiore.

Altro aspetto, il personale: inizialmente feci molta fatica a reclutare una gran batteria di collaboratori. Con il passare del tempo mi sono accorto che lavorare con meno persone responsabilizza di più, ora sono molto soddisfatto dei miei collaboratori.

Il mio è un ambiente che spesso viene vissuto senza serietà: io lo faccio come lavoro, ma ho potuto notare che tante persone lo prendono molto, anzi, troppo alla leggera, tirando in ballo tematiche completamente folli di comportamento che, in un ufficio, sicuramente non avverrebbero.

Terzo aspetto, il booking: può capitare che gli artisti all’ultimo momento non siano disponibili, che i voli siano cancellati, che si abbia un improvviso cambio nel programma prestabilito, ed allora bisogna sapersi adattare.

Per quanto riguarda le gioie: la prima è fare bene il proprio lavoro, creare un evento che funzioni.

In secondo luogo, ma forse più forte tra tutti, è per me seguire quelle persone il cui lavoro io stimo: non mi reputo assolutamente un artista, sono molto contento dunque quando ho a che fare con persone talentuose, anche se un talento in nuce magari, e vederle sbocciare.

Come esempio, direi la collaborazione con Uabos. È come essere un professionista di successo e vedere il figlio andare bene a scuola, è una gioia superiore. Magari lui si troverà un po’ stranito di questo paragone, ma per me è così. (sorride, sinceramente.)

Terzo aspetto: sentire come alcuni degli artisti che invitiamo ci diano atto di fare le cose fatte bene, noi di Le Cannibale cerchiamo sempre di fare la nostra parte, ed è appagante percepire soddisfazione nei fruitori.

 

Non ti senti mai “soffocato” dal sovrabbondare di persone?

 

Sempre.

È un lavoro molto invasivo, e, potendo, cerco sempre di separare nettamente l’ambito lavorativo con quello privato, a volte esagerando.

Ponendo che non credo di essere una persona chiusa, tendo a curare con molta attenzione quelle poche cose totalmente mie.

Per assurdo, secondo gli altri io starei sempre lavorando, quando magari non lo sto facendo: se dei conoscenti m’incrociano per strada, si sentono sempre in dovere di dirmi qualcosa, commentare le serate e soprattutto criticarmi.

 

Potresti descrivermi il cosiddetto “Popolo della Notte”?

 

Come già ho accennato, nella notte le persone paiono risvegliare gli istinti più bassi che possiedano: viene fuori una sorta di compensazione che porta il singolo, magari stimabilissimo, a estraniarsi, agendo solo con la volontà di divertirsi.

Il clubbing viene vissuto con grande ansia e prepotenza.

Giudico le persone a 360°, ma la notte non noto grandi bellezze; non lavoro nemmeno in un contesto particolarmente vizioso.

Vi sono cose apparentemente semplici che non riesco ad accettare, come non fare la fila, ed il vippismo è dilagante.

Mi tengo abbastanza lontano da molti aspetti del night life, i quali potrebbero esularmi da qualcosa che non sia prettamente necessario: non potrei mai dirti che il clubbing sia la mia vita, lo vivo più come uno strumento.

 

Maschere: su chiunque, create da chiunque a misura di ciò che si vorrebbe essere. Quante maschere vedi, attorno a te?

 

Una quasi totalità: apprezzo circondarmi di persone diverse tra loro, non amo un target identificabile.

Credo comunque vi sia un’enorme omologazione, e la tendenza ad andare verso una costruzione del sé molto spesso estraniata ed estraniante, che avviene solo di notte.

Secondo me, vi sono delle ansie che si generano,  come bisogno di essere in un luogo, apprezzare qualcosa anche se non lo si vorrebbe davvero.

Uno scollamento completo tra i desideri e le aspettative delle persone, che spesso non collimano.

 

E tu, indossi maschere?

 

Per quanto riguarda questo discorso: va bene, Pirandello ha ragione, ma spesso non si ha nemmeno bisogno d’indossare una maschera perché già gli altri te la mettono in dosso. C’è un grande istinto, secondo me, che porta a voler anticipare ciò che le persone sono, ottenendo risultati a dir poco fantozziani.

Questo aspetto l’ho sempre vissuto in maniera molto forte: l’aspettativa che da me e di me si ha.

Sulla necessità della maschera posso essere anche d’accordo, ma in questo senso sono abbastanza genuino; sono gli altri ad intessermi addosso un personaggio complicato, ombroso e darkeggiante, e poi ancora omosessuale, stizzito, filosofico.

Quando mi vedono fuori dal contesto che loro s’immaginano di me, sono basiti.

Per dire: Alber Hofer, secondo la vox populi è un nome d’arte, quando in realtà mi chiamo semplicemente così.

 

Quanta diplomazia è necessaria nel tuo lavoro?

 

Tanta, tantissima. (risposta secca, immediata e precisa. Questa volta a sorridere sono io.)

Sono una persona che s’innervosisce facilmente, con tendenze alla franchezza assoluta, quindi ho dovuto operare molto su me stesso per evitare i cosiddetti “incidenti diplomatici”.

Mi sono accorto che certe dinamiche sono insite nel mio lavoro: non litigare è impossibile, quindi cerco di comportarmi con professionalità e massima sincerità. Il mio moto emotivo personale è tuttavia grandissimo, e cerco di dominarmi.

Ho la gentilezza, quella per forza, ma bisogna anche riconoscerne il valore. Cerco di essere educato con tutti, vengo visto come incredibilmente paziente, ma è tutta una capacità di autocontrollo e valutazione oggettiva.

 

Quante persone valide hai conosciuto, durante il tuo percorso?

 

Tantissime: molte sono le persone che operano nel mio campo, ed ho avuto il piacere di incontrarne di valide e meritevoli.

Sono a contatto con un ambito lavorativo molto ampio, la night life la facciamo quasi tutti, ed ho potuto incontrare persone capaci, decise.

 

Qual è l’ora migliore della notte?

 

Io lavoro tutti i giorni per Le Cannibale: quando poi si arriva al giorno dell’evento, il lavoro è pesantissimo, ma quando ho la sicurezza di una bella serata, non mi rilasso, ma mi sento forte.

L’ora migliore in assoluto, e ora ti metterai a ridere, è poco prima della fine, quando sono sicuro che sia andato tutto per il verso giusto e penso bene, adesso potrei cominciare a divertirmi, quando immancabilmente succede qualche imprevisto.

Le tre e un quarto, ecco, in quel momento mi dico, sarebbe bello andasse avanti, poi niente, si chiude.

 

Per l’opinione pubblica, chi lavora nella vita nottura è, in un certo senso, inferiore di grado rispetto agli altri. Come ti poni nei confronti di queste insinuazioni?

 

Neanche frustrazione, disgusto.

Credo che le persone non riescano a concepire il mio come lavoro per il fatto che i ruoli non siano perfettamente definiti: se dicessi che sono il direttore di un club, già verrei inquadrato, ma non è propriamente così.

Le persone credono io faccia il PR, e ciò non è assolutamente vero.

È un discorso che esce spesso, con i miei colleghi: le persone non si rendono conto della fatica, dell’impegno e della serietà con la quale noi ci poniamo.

La gente s’indigna quando oso dire di essere stanco o frustrato dal mio lavoro, perché il mio, a detta altrui, non è un lavoro.

Parlane con un operaio, mi dicono. Se l’operaio fa 8 ore sicure, io ne lavoro altrettante, con ritmi e tempi diversi. In una serata che va male, posso lasciarci dei soldi, l’operaio ha la sicurezza dello stipendio. Non dico che il mio lavoro sia migliore o peggiore di un posto impiegatizio, è solo diverso, ma pur sempre un lavoro.

 

Infine, se tu potessi dedicare le tue parole a qualcuno, per chi sarebbero?

 

Al mio socio, che sottoscriverebbe ogni mia parola.

 

 

 

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