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Questa settimana Claudio Simonetti da shoes designer/illustratore diventa “giornalista" per intervistare una vera e propria icona di stile.

Elegante, mai scontata, sguardo fiero di chi, con tenacia, studio, gavetta e dedizione, ha alimentato i propri sogni. Una voce intima ed intimista, capace di toccare le corde più profonde del cuore. Paola Iezzi, una delle rare artiste italiane che forgiano, con maestria, molteplici linguaggi artistici; nasce così il suo nuovo progetto "i.Love”.

"Insegnami l'arte di creare isole di quiete, Dove assimilare la bellezza delle cose di ogni giorno: Le nuvole, gli alberi, un po' di musica" (M. Stroud)

 

 

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Prendetevi una pausa, magari davanti ad una calda tazza di thè, comodi sul vostro sul divano, per leggere questo tete a tete con Paola Iezzi.

 

Claudio: i.Love e' un'affermazione importante, suona come un atto di fiducia, di consapevolezza e condivisione, in contrapposizione al nostro secolo ricco di individualismo, quali sono gli amori di Paola Iezzi?

Paola: strano a pensarci ma trovo che l’Amore sia oggi un concetto più che moderno. Strano se pensi a questi tempi odierni dove, nel mondo reale e su internet, vedi dilagare l’odio, attraverso messaggi estremi, di intolleranza di rabbia, di continuo nervosismo. Come se vivessimo dentro una pentola a pressione che sta per esplodere… Credo che qui, ora, in questo “point break” di un sistema economico e sociale che sta facendo acqua da tutte le parti, una grande parte di persone, abbia voglia di tornare alla radice dell’esistenza, che è certamente l’Amore. L’Amore che spegne ogni focolaio di odio. E’ difficile combattere questo sentimento quando ti arriva addosso con tutta la sincerità e la potenza che gli sono proprie. Sembra un concetto cattolico-cristiano, e forse in parte lo è. Io non sono credente, ma riconosco che certe cose dette da Gesù Cristo, che fu prima di tutto, un uomo, furono totalmente rivoluzionarie da un punto di vista sia umano che sociale. Totalmente. Per questo il mondo circostante, probabilmente non le accettò. Troppa roba, per quei tempi, mi viene da dire. Oggi forse gli esseri umani sono più pronti ad accogliere un concetto così potente come l’amore. Io ne sono affascinata. Sono anche affascinata dalla deformazione che viene operata sul concetto dell’Amore. Si chiama amore anche ciò che non è. Lo si confonde di continuo. Come si fa con Dio. Fatto sta che è un concetto più che mai moderno che mette al centro l’uomo e le proprie problematiche e poi si espande. Ecco qua, “l’amore si espande” è in espansione , come l’universo. Io oggi identifico il concetto di amore con lo “sforzarsi”. Molti pensano (secondo me erroneamente) che l’amore non implichi sforzo perché “viene da sé”. Io credo che l’amore vero richieda una capacità di sforzarsi grande. Una costanza nel praticarlo, una fatica nel porsi costantemente le domande giuste e nel cercare sempre le risposte che non sempre sono ad un passo da noi. Io amo il fatto di sforzarmi per qualcosa che amo e in cui credo. Ecco cosa amo.

Claudio: Quanto l'amore ha contaminato il tuo modo di fare musica?

Paola: Lo ha contaminato del tutto. Oggi più che mai. Oggi che molte barriere e veli illusori sono crollati, un po’ perché sono più grande, e un po’ perché i tempi sono cambiati e ci chiedono di mutare anche noi con loro, ecco, oggi resistere e produrre musica è un immenso atto d’amore che faccio nei confronti prima di tutto di me stessa e anche di chi ha voglia di ascoltare e guardare quello che faccio.

Claudio: Il talento e' un dono importante, un impegno, non tutti sono in grado di gestirlo, quando hai avuto la consapevolezza di avere talento?

Paola : Io amo il talento nelle persone e so di saperlo riconoscere. Tanto amo il talento quanto non sopporto vederlo sprecato. Dunque spesso il talento senza un impegno costante, una sorta di controllo, di disciplina, rischia spesso di perdersi. Ed è sempre un peccato assistere a questo spreco. Anche se a volte è comprensibile: l’esubero di talento spesso travolge chi lo possiede. Per questo è necessario essere indirizzati, guidati. All’inizio soprattutto. Il talento bisogna amarlo e rispettarlo. Difenderlo con intelligenza. Ma non sempre accade questo. E lì torna in gioco il nostro adorato concetto di “amore”. Per tornare alla tua domanda…io sono un po’ multiforme. E so di avere una “vis” per la creatività e l’arte. Amo molte forme di spettacolo e se c’è un talento che so di avere è quello dell’intuizione. Tutto il resto è frutto di tanto lavoro. Non c’è un momento preciso in cui mi sia effettivamente resa conto di avere del talento…ma se ci penso bene, forse quando ho scritto la mia prima canzone. Non riuscivo neppure a capire da dove fosse arrivata. Una strana sensazione. Sensazione che si ripresenta ogni volta che scrivo una canzone nuova.

Claudio: Com’è cambiata la musica italiana negli ultimi vent'anni?

Paola: uh, ci vorrebbe un esperto in cambiamenti storici. Uno più studioso di me sull’argmento. Un accademico. Poi bisogna capire se per musica intendi il modo di fare la musica, il modo di diffonderla, oppure il modo di veicolarla e venderla. Posso dirti che da quando ho fatto sanremo con mia sorella ,e parliamo del 1997, ad oggi, il mondo grazie alla tecnologia è completamente in rivoluzione. Sembra che si parli di un secolo fa e invece è solo un ventennio. Tutto è mutato. Alcune cose sono molto meglio, altre devono ancora trovare un loro senso e una loro collocazione, ma sono molto positiva su questo. Ogni grande cambiamento storico implica che si guadagni qualcosa e si perda qualcosa. Solitamente dopo un po’ si ritrova un assetto nuovo. Noi ci troviamo nel bel mezzo di una vera e propria rivoluzione. Come fu per l’inizio del ‘900 e le sue invenzioni e novità. Certo, in questo processo avvengono mutamenti che fanno soffrire. Anche parecchio. O che destano una miriade di sospetti. Ma ritengo che si debba sempre guardare al futuro con uno sguardo fiducioso e positivo.

Claudio: Sei una delle pochissime artiste italiane attente all'estetica e alla moda, pensi che il pubblico italiano abbia percepito a pieno questo tuo modo di essere?

Paola: L’immagine e l’estetica delle immagini hanno sempre destato il mio interesse. Fin dall’inizio. Ho sempre fatto in modo che tutto quello che facevo, musicalmente parlando, fosse accompagnato da immagini curate che avessero un senso e fossero interessanti. Anni fa era anche più difficile far capire che era un concetto importante e mi sono trovata più volte a discutere sull’argomento, con persone che non capivano quanto, per me, fosse importante questa cosa. Ho sempre pensato che in Italia dopo gli anni ‘80 si sia iniziato a soffrire di una strana sindrome. Quella della “ragazza della porta accanto” che ha travolto il mondo della comunicazione (e anche della musica) creando una sorta di assioma, per il quale se esibivi una certa sicurezza e cura della performance, di colpo, diventavi stranamente poco credibile. In pratica, se sei graziosa, curi la tua immagine e “spingi” sul look allontanandoti dal modello “preconfezionato” della ragazzina “semplice” carina, senza troppi fronzoli, coi capelli lunghi e un po’ spioventi sulle spalle il jeansettino e la maglietta, e con quell’aria di chi è li per grazia ricevuta e non perché magari ha le capacità per esserci, allora ti allontani troppo dal pubblico, e dunque non vendi i dischi. Per anni e anni ho sentito dire queste stupidaggini. Così dall’estero hanno continuato ad arrivare icone pop e rock curatissime e “donne artiste” con gli attributi. Da noi tutti stranamente idolatrate e promosse, mentre qui eravamo tutti come in ostaggio di questa mentalità un po’ “provinciale” . Io l’ho sempre vista in modo completamente diverso. E a mio modo mi sono sempre ribellata. Credo, anzi sono fermamente convinta che l’artista non debba mai sottomettersi al pubblico. Debba aver grande rispetto del pubblico. Ma sostanzialmente deve seguire ciò che il suo istinto di artista gli suggerisce, sennò non sarà mai credibile fino in fondo, soprattutto con se stesso. Credo fermamente che anni e anni di sottomissione ad una credenza sbagliata e cioè che il pubblico volesse sul palco schiere di artisti e cantanti cosiddetti “normali”, abbiano limitato moltissimo il nostro panorama artistico musicale e in qualche caso lo abbiano addirittura fermato, isolandolo completamente dal resto del mondo. Creando per anni artisti tutti uguali o molto simili. Impauriti dall’ansia che mettersi una parrucca o indossare un paio di tacchi facesse vendere meno dischi. Assurdo. Temo, che per molto tempo questa paura si sia tramutata in realtà e così chi restava dell’idea che rimanere se stesso fosse onesto e “artistico” veniva tacciato di essere un “montato”, o di essere uno che se la tirava o ancora peggio uno che siccome curava troppo il look, non poteva essere credibile come cantante o come musicista. Cosa da pazzi. Oggi le cose stanno un po’ cambiando, ma è dura far capire oggi al pubblico, dopo decenni di martellamento, che stare sul palco è un concetto diverso che andare al supermercato a fare la spesa. E che un artista è un artista e non deve necessariamente essere né buonino né carino, né pulitino, né semplicino. L’artista è artista, fa le sue cose e la sua musica e si esprime al meglio che può. Il pubblico poi decide se comprarlo oppure no e questo è ciò che penso. Nessun atto di sottomissione, nessuna rinuncia a ciò che si vuol dire con la musica e con l’immagine. Sennò che artista sei? Chi sei? Dov’è la tua personalità?

Claudio: Poliedrica e sperimentatrice, non sei rimasta ancorata ad una sola immagine, quanto c'è di Paola sul palco e quanto rimane privato?

Paola : Grazie…è la verità, Io mi ritengo una “multiforme”. Mi piace sperimentare ogni sfaccettatura del mio “fare questo lavoro”. Cerco di seguire un istinto e cerco, nel possibile di fare ciò che mi piace. Credo che se una cosa piace a me e io mi ci sento a mio agio troverò un pubblico disposto a seguirmi. Per lo meno lo spero. Certamente se fai questo mestiere non lo fai solo per esprimere una parte di te ma per trovare anche persone che riconoscano in te lo stesso istinto loro, magari sopito. Lo fai per essere amato e apprezzato artisticamente. Io tendo a dividere molto l’ "io del palco” dall’ “io giù dal palco”. Nella vita sono una persona molto semplice, che fa cose semplici e che ama le cose carine..mantre sul palco amo “spingere”, amo l’esagerazione. E il “carino” non esiste. Esiste il “super” . Amo tirare fuori la parte più forte e invincibile di me. Come se salendo sul palco in qualche modo indossassi un costume da super eroe e diventassi fortissima. Ma è una dimensione. Scesa da lì sono una persona molto mite, ironica, divertente. Sono una che indaga sempre, una semplice, ma che vive le proprie complessità quotidiane, come tutti credo. E non mi sento affatto invincibile. Ma sul palco io sono Super Paola. Ecco! J

Claudio: Sei un'artista attenta alle molteplici forme d'arte, non solo alla musica; un film, un'opera d'arte visiva, una canzone, un libro che avresti voluto dirigere, creare, comporre e scrivere tu stessa.

Paola: Oh…wow…che domandone…no…credo nulla…non potrei immaginare di essere stato al posto di chi ha diretto o scritto o composto qualcosa che amo molto…però posso dire che mi sarebbe piaciuto essere presente che ne so, sul set di Barry Lyndon, per esempio o su un qualunque set cinematografico di Stanley Kubrick o di Coppola Oppure su un set fotografico di Helmut Newton o di Peter Lindbegh. Oppure essere un pianoforte mentre John Lennon scriveva imagine o un basso mentre Jackson scriveva Billie Jean…sai…quelle cose cose lì…impossibili… La creazione di un’opera artistica segue processi misteriosi e a volte quasi mistici…una serie di fattori che si combinano grazia alla casualità all’ingegno, alla fortuna, agli incontri. Fatto sta che almeno una volta nella vita si vorrebbe esser stati presenti al momento della creazione di qualcosa che hai amato. E’ un po’ come “toccare il divino”…questo credo sia uno dei motivi principali per i quali si fa un figlio…nell’atto della creazione risiede il segreto e il significato della vita e dell’universo.

Claudio: Appena pubblicato i.Love ha avuto un ottimo feedback di pubblico, ricordando anche il successo del progetto solista "Alone"....c'è in cantiere un progetto di inediti?

Paola: Si Sto dedicandomi alla scrittura di un album da solista. Anche se mi sto prendendo del tempo per capire come lo vorrei, di cosa vorrei effettivamente parlare, in quale lingua…tante cose. Ma non ho obblighi o pressioni. Quindi voglio seguire unicamente il mio ritmo naturale e far emergere le cose migliori. Le canzoni più belle. Che alla fine in un disco contano quelle. Oltre ad una bella copertina ;-)

Claudio: Le versioni proposte nell'Ep i.Love sono molto intimiste, da quali situazioni sono nate?

Paola: Sono nate dalla voglia di fare quello che mi piaceva. Volevo ricantare anche io “get lucky” ritengo sia una delle canzoni più belle degli ultimi dieci anni di musica pop e dance…ha una serie di caratteristiche che me la fanno amare…e che mi hanno spinto a volerla re interpretare, come molti altri cantanti hanno fatto. La chiave di produzione è stata sempre una chiave “funk” ma un funk più anni ’80 che ’70. Dell’arrangiamento si è occupato Michele Monestiroli, con il quale collaboro da anni, prima con Paola &Chiara ora da sola. E’ un produttore e un polistrumentista che stimo moltissimo. Ha grandissime capacità tecniche ed è dotato di un grande talento e sensibilità musicale. Per quello che riguarda gli altri due brani, li volevo rifare in versione “western”. Ero reduce dall’aver seguito tutta la serie di “breakin bad” . Ne ero follemente innamorata. Sono sempre stata una fan di un certo genere musicale legato al country, alle chitarre surf, alla chitarra dobro, a quelle atmosfere un po’ “desertiche” e quando ho visto “breaking bad” volevo fare un disco tutto con quelle sonorità. Poi ovviamente mi sono un po’ “ridimensionata”, ma quando ho avuto l’idea dell’Ep e ho scelto i brani ho deciso che avrei voluto ri arrangiare il pezzo di madonna e quello degli a-ha in quella direzione. Ne ho parlato con gli arrangiatori (Cristiano Norbedo ed Andrea Rigonat) e abbiamo lavorato in quella direzione. Siamo tutti e tre molto soddisfatti del risultato. I brani hanno conservato la loro potenza melodica ma gli abbiamo dato una veste del tutto nuova.

Claudio: Come riesci a dare forma alla tua fantasia? Qual è il tuo percorso creativo?

Paola: Sinceramente non riesco a trovare il “bandolo della matassa”. Parte tutto da un particolare. Da un’intuizione. Dal nulla, apparentemente. Poi se l’intuizione persiste…e continua a far capolino nella mia testa, allora decido che forse è il caso di andarle dietro e di iniziare a costruirle un mondo intorno. Difficilmente lascio che la fantasia resti tale. Cerco sempre di portarla alla luce. Bisogna avere del coraggio in questo, perché il progetto potrebbe anche fallire e quindi bisogna essere disponibili a fare i conti con un eventuale fallimento. Ma a me sta bene. E’ un esercizio che ti aiuta a coltivare l’umiiltà. Io sono affascinata dal processo creativo e dalla costruzione dei progetti. Mi interessa quasi di più quella fase che io chiamo la fase del “tutto possibile” che tutto quello che poi ne consegue.

Claudio: Come uno sciamano contemporaneo , nel video "Get Lucky", vivi una New York sognante, Boetti, artista al quale sono legato, diceva "l'artista e' sciamano e showman", ti ritrovi in questo pensiero?

Paola : Assolutamente si. Boetti ha assolutamente ragione. L’artista è questo. Non conoscevo questa sua definizione, grazie mille. Ora me la rigiocherò da qualche parte di sicuro. Condivido in pieno.

Claudio: Ultima domanda, "Cambiare Pagina", per citare il brano del progetto Paola & Chiara; quanto costa cambiare pagina?

Paola: Voltare pagina è un po’ come abbandonare una parte di sé. Lo si può fare in maniere diverse. A volte non costa moltissimo nel momento in cui lo fai perché hai già elaborato il cambiamento prima, in un lungo processo di distacco, durato magari degli anni, quindi ad un certo punto semplicemente, senza quasi pensarci lo fai, e spesso quell’atto lo vivi come un atto di liberazione e di rinascita. A volte costa moltissimo. A volte non sei assolutamente pronto per abbandonare vecchie parti di te o di altri che senti che in qualche modo ti limitano e ti ostacolano, allora è necessario uno sforzo enorme…a volte devi quasi prescindere da te stesso. A volte devi quasi fingere di essere un altro per non soffrire nel farlo. Ma è spesso necessario. Chi non volta pagina quando è necessario è condannato a vivere nel passato. E’ condannato a far finta di vivere. E’ dolorosissimo cambiare delle cose di noi stessi…ma alcune parti di noi vanno fatte necessariamente morire, se si vuole ricominciare davvero un’esistenza degna di questo nome.

 

Ringraziamo Paola per questa intervista, la ringraziamo per la Ricerca di Bellezza e Verità (cit.) che la contraddistinguono come artista.

Paola: Grazie. Sapete che è una delle cose più belle e che sento più vicine a me che credo mi sia mai stata detta? Vi ringrazio per questo. E per questa meravigliosa e inusuale intervista. Io amo la diversità e le persone che si sforzano di cercare altre strade e altre soluzioni. Infinitamente Grazie

Qui di seguito potrete scaricare e ascoltare i brani dell’E.P

https://itunes.apple.com/it/album/i-love/id935289915

https://play.google.com/store/music/album/Paola_Iezzi_I_Love?id=Bfgnbsdi545j5cey3qdpjztfsuq&hl=it

http://www.youtube.com/watch?v=HreJxxfzrMw

La redazione di Nerospinto.it ringrazia Caudio Francesco Maria Simonetti per la meravigliosa intervista.

Andate a dare un’occhiata al tuo “Tumblr” http://c-f-m-s.tumblr.com

 

 

 

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Foto Paola Iezzi

©  Paolo Santambrogio

©  Marco Piraccini

Le gemelle Giulia e Silvia Provvedi, in arte Donatella, sono identiche ma diversissime, non solo per il colore dei capelli, ma soprattutto per il carattere, decisamente opposto, come dicono loro stesse. Da piccole il loro gioco preferito era travestirsi e cantare a squarciagola nella loro mansarda con tutta la loro famiglia, hobby che le ha portate a sentire indispensabile il bisogno di raccontarsi attraverso la musica. Pur avendo caratteri e interessi molto diversi, hanno sempre condiviso l'obiettivo di diventare delle pop-star.

Nel 2012, all'insaputa di Giulia, Silvia le iscrive ai casting di X-Factor 6. Si presentano alle audizioni con il nome di Provs Destination, e colpiscono i giudici con il loro look, la loro esuberanza e la loro originalità. Sotto la guida della loro coach Arisa, scelgono il nome d'arte Donatella. Il loro stile musicale è un pop di matrice elettronica, solido e raffinato, assemblato con precisione, che punta a varcare i confini nazionali.

Il loro ultimo singolo "Scarpe Diem" è uscito il 19 settembre 2014.

 

Nerospinto: Innanzitutto: chi è Silvia? Chi è Giulia?

Silvia: Io sono Silvia, la mora.

Giulia: Io sono Giulia, la bionda, anche se il nostro colore è in continua evoluzione, in base agli stati d’animo.

 

N.: Ditemi i pregi e i difetti l’una e dell’altra.

Silvia: Quello di Giulia non è propriamente un difetto, però dire che è un po’ troppo istintiva, mentre come pregio, essendo molto solare è sempre l’anima della festa.

Giulia: Silvia invece, è un po’ troppo seria e riflessiva, il suo pregio è la sincerità.

 

N.: Quali caratteristiche mi differenziano oltre ai capelli?

S: Sicuramente il fatto che una sia più impulsiva rispetto all'altra.

 

N.: Vi siete da poco trasferite a Milano, cosa ne pensate?

Ci piace molto, assolutamente.

 

N.: Cosa vi ha lasciato Xfactor? Lo rifareste?

S: Prima di Xfactor il canto era solo un hobby che condividevano con la nostra famiglia: una volta a settimana ci riuniamo e facciamo una serata karaoke. Ci siamo sempre vergognate a cantare in pubblico, per scherzo ci ho iscritte a insaputa di Giulia, anche perché senza di lei non sarei mai andata. Il lavoro che abbiamo fatto durante la trasmissione ci ha aiutato tantissimo a crescere, soprattutto perché abbiamo fatto il percorso al contrario: non siamo arrivate a Xfactor dopo anni di studi e tentativi, ma è stata la nostra prima esperienza.

 

N.: Giulia ti sei arrabbiata quando hai saputo che Silvia vi aveva iscritte?

G: No, perché ero convintissima che non saremmo entrate visto che c’erano altre 60 mila persone. Non credevo che saremmo riuscite a incuriosire i giudici, invece il destino ha voluto così.

 

N.: Che rapporto avete con il vostro coach Arisa?

S: Arisa ha creduto in noi e ci ha indirizzato lei verso il genere pop-dance, e noi ci siamo affidate a lei al 100%

 

N.: Parlatemi del vostro nuovo progetto.

S: Da qui a febbraio, quando uscirà l’album, ci saranno molte novità di cui ancora non possiamo parlare. Il primo singolo che abbiamo voluto far uscire, diciamo che è quello più sperimentale anche grazie alle importanti collaborazioni con Fred De Palma e i Two Fingerz, e ci tenevamo molto perché stimiamo le persone con cui abbiamo collaborato.

 

N.: Con chi vi piacerebbe collaborare?

G: Parlando di artisti italiani, il mio sogno sarebbe cantare con Laura Pausini, il mio idolo da sempre. Invece per quanto riguarda gli artisti internazionali, Rihanna.

S.: Io amo molto artisti come Neffa perché sperimenta molto, o Jovanotti, e anche con i rapper italiani visto che molti sono nostri amici, quindi sarebbe anche una dimostrazione di stima reciproca. Guardando al mondo internazionale, mi piacerebbe cantare con le icone della musica pop come Madonna, Kylie Minogue, Lady Gaga.

 

N.: A chi vi ispirate?

G: Ci piacciono quegli artisti capaci non solo di lasciare un’impronta nel mondo della musica, ma anche di influenzare mode e tendenze.

 

N.: Come vi vedete tra 20 anni?

S: Sicuramente con i capelli lunghi!

G: Non vivremo più insieme, ma in una casa comunicante.

S: Ovviamente ci auguriamo di essere realizzate e continuare questo percorso.

 

N.: Avete mai pensato a una carriera anche nella moda?

S: Noi studiamo modellismo in un atelier di abiti da sposa qua a Milano, quindi so creare e cucire abiti. Aspettiamo l’occasione giusta per iniziare una carriera anche nell’ambito della moda.

 

N.: Disco e film preferiti?

S: Il mio film preferito “Shutter Island”.

G: “Ghost” è il mio film preferito, l’ultimo disco di Rihanna, devo essere sincera è il più bello che abbia mai sentito.

S: Concordo!

Carlotta Tosoni

 

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Stefano Salvadori incontra Danilo Di Pasquale, casting director per alcune delle più importanti maison e case editrici di moda, per un’intervista a tutto tondo sulla moda.

 

Ciao Danilo, iniziamo con una domanda “rompighiaccio”: dieci parole per definirti

Mi definisco puntuale,ostinato,preciso, sognatore, entusiasta, propositivo, immarcescibile, simpatico, intelligente, collaborativo e (posso aggiungere?) anche modesto.

 

Dalla tua bio: ti sei diplomato all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma, per poi trasferirti a New York dove hai lavorato come assistant producer e casting director. Seguono John Casablancas Modeling, ITACA, fino alla decisione di metterti in proprio e concentrarti sui castings. Il casting è una sorta un palcoscenico su cui la modella mette a nudo sé stessa, esponendosi agli occhi dei selezionatori?

Io credo che i casting siano una vetrina per le modelle/i di fronte ai clienti ma, a volte, bisogna tener conto del fattore umano: un po’ di nervosismo e i tempi brevissimi di durata di un casting non permettono ai modelli di mostrare il meglio e/o a noi di capirlo e afferrarlo.

Talvolta, anche se non dovrebbe accadere, i casting sono un palcoscenico per designer, stylist e casting director. Non dobbiamo infatti dimenticare che la moda è un concentrato di personalità ed ego, difficili da contenere!

 

Quali sono le regole d’oro di un selezionatore?

Questa è la domanda più difficile. Bisogna sempre pensare che il casting non deve raccontare il casting director ma deve bensì interpretare l’idea dello stilista/cliente/fotografo. Spesso devo scegliere una modella che non rientrerebbe nel mio gusto personale ma che identifico come “perfetta” per il cliente che mi ha commissionato il lavoro. Si tratta di mettere da parte il proprio ego per concentrarsi su quello di chi mi paga. E’ una questione di rispetto e di professionalità.

Devo dire che con molti clienti si crea uno scambio di idee creative, molto proficuo: io contamino loro e loro contaminano me. In questi casi si crea una sinergia meravigliosa.

 

“È piccola, ma con quel viso e quella grinta cercheranno di imitarla tutti a New York” disse Sarah Doukas dell’Agenzia Storm di Kate Moss, allora poco più che quattordicenne. Ora a quarant’anni è ancora fra le Top Model più richieste, nonostante gli scandali di cui è stata protagonista. Cosa la rende cosi speciale agli occhi, non solo del pubblico, ma soprattutto degli addetti ai lavori?  

Mi piace Kate Moss ma non è la mia modella preferita. Credo che una parte del suo successo sia legata al “personaggio” Kate Moss. Le aziende che la scelgono come testimonial sanno molto bene quanto lei abbia una grande presa sul pubblico. Un po’ maledetta, stizzosissima, imitata e copiata dalle donne di  tutto il mondo.

E’ un personaggio, e come tale, rende e vale i soldi che le danno.

 

Bellezza? Stile? Fascino? Personalità? Cosa è necessario oggi per essere “Model”?

Fotogenia. E’ l’unica cosa veramente fondamentale per fare la modella. Il resto, dallo stile al fascino (di cui molte,anche famose, sono sprovviste dal vero) lo si apprende lavorando e costruendo la propria carriera. A contatto con i “miti” della moda, si può difatti imparare di tutto.

 

Quali sono oggi le regole dettate dalla moda?

Oggi, forse per fortuna, la regola è non avere regole! Chanel fa sfilare le snickers; Louis Vuitton manda in passerella uno stile da teenager. Credo che l’evoluzione dei tempi e dei costumi sociali abbia sdoganato tutto e tutti. La democrazia esiste anche nella moda!

 

Un tempo le modelle erano indossatrici, ossia si limitavano ad indossare un capo durante una sfilata o uno shooting fotografico. Con il passare del tempo, la modella è diventata parte integrante del sistema moda, volto noto quanto il brand che rappresenta, icona di stile e bersaglio dei paparazzi. Puoi spiegarci il perché di questa evoluzione?

Le modelle hanno colmato un vuoto: quanti stilisti celebri ci sono? Quanti sono famosi come lo erano i designer negli anni ’50/’60/’70/'80? Pochi e di questi pochi la maggior parte sono gli stessi dagli anni ’70. Le modelle hanno portato celebrità e riflettori sulla moda. Oggi i social networks ne hanno fatto delle celebrities 2.0

Esempio: pochissimi sanno chi sia Alexander Wang (nuovo idolo del popolo della moda) ma tantissimi sanno che alcune super top sfilano per lui.

 

Gli anni Novanta sono stati gli anni delle storiche Top Model, come Naomi, Christy, Linda, Cindy, donne che hanno incarnato in pieno lo spirito della moda del tempo, diventando delle vere stelle, paragonabili alle più famose rockstars. Oggi abbiamo Bianca Balti, Cara Delevigne, Maria Carla Boscono, altrettanto famose ed adorate dagli stilisti di riferimento. Quali sono le maggiori differenze tra queste due generazioni di modelle?

Non c’è un paragone tra Cindy, Linda e Claudia e  MariaCarla, Bianca o Cara. Impossibile oggi replicare gli anni ’90. Non esiste più il benessere economico di quegli anni, tanto che, se oggi una top dichiarasse di non alzarsi dal letto per meno di € 10.000 al giorno, la prenderebbero a calci e l’opinione pubblica non ne farebbe un idolo (come fece con Linda Evangelista, artefice di questa famosa affermazione) ma anzi la massacrerebbe mediaticamente.

I ruggenti e floridi anni ’90 sono definitivamente tramontati.

 

La direttrice di Vogue Franca Sozzani, il fotografo fashion Giampaolo Sgura e lo stilista Andrea Incontri sono senza dubbio tre importanti e rappresentativi personaggi della moda oggi. Quale è, secondo te, il legame tra loro e il mondo delle modelle?

Premesso che Franca Sozzani è “La Moda”, sono tutti e 3 grandi professionisti con un preciso stile personale e le modelle che scelgono rappresentano alla perfezione il loro “mondo”. Ovviamente Franca Sozzani, inutile dirlo, ha la competenza e la capacità di scoprire e lanciare nuove modelle.

 

Da qualche anno abbiamo assistito all’ascesa delle figlie e nipoti di cantanti (Georgia May Jagger, Amber Le Bon), politici (Cara Delevigne), attrici (Elettra Rossellini Wiedemann). Pensi che il nome di famiglia le abbia, in qualche modo, facilitate, “imponendone” il volto sulle copertine delle maggiori riviste di moda, nonché delle più prestigiose campagne pubblicitarie? Georgia May sarebbe stata notata senza il suo ingombrante cognome?

Da sempre le “figlie di”, “sorelle di”, “parenti di”, beneficiano di “quel” cognome che le agevola. Non è una tendenza di oggi, esiste da sempre. Ma oggi esse hanno modo di diventare personaggi grazie allo strumento di cui parlavo prima , ossia i social networks !

 

Raccontaci la tua esperienza come coach e giudice di School of Glam-Questione di Stile,  un nuovo format dedicato allo stile e alla moda in onda su FoxLife. Quale messaggio vuoi trasmettere agli spettatori riguardo al mondo della moda? Pensi che lo stile sia una dote innata oppure qualcosa che si possa apprendere, seguendo le dritte giuste?

Purtroppo il messaggio che passa da qualunque programma che si occupa di moda in tv è filtrato dalla penna degli autori che ne scrivono i testi. Nel mio caso, cerco di metterci la credibilità e la professionalità che mi hanno portato dove sono. Credo che i cosiddetti talents, più che insegnare qualcosa, diano allo spettatore la fiducia necessaria per fargli dire “forse potrei provarci (e talvolta riuscirci) anche io”. La famosa democratizzazione di cui ho parlato in precendenza!

 

Per concludere, quali sono i nomi (e i volti) sui cui ti senti di scommettere ?

Sasha Luss, Anna Ewers ed  Elisabeth Erm, tenendo conto che ormai, ogni stagione, la moda ha bisogno di nuove modelle. E forse, si tornerà a parlare di vestiti e stile, anziché di top model .

 

Editing a cura di Letizia Carriero

 

 

Uno scambio di mail, quattro chiacchiere ed ecco un mondo che mi si apre dinanzi agli occhi. L'eroina di questo universo scintillante è Veronika Vesper, performer, cantante, musicista, modella inglese, giunta da un pianeta lontano.

È lei la protagonista di questo incontro, nel quale si parla di moda, musica ma anche di felicità, malattia e di un lungo e tortuoso viaggio, chiamato vita.

 

N-Ciao Veronika, Presentati ai lettori di Nerospinto!

V-Mi chiamo Veronika Vesper e sono una strana creatura creativa giunta dallo spazio. Canto, scrivo canzoni, suono il flauto, amo esibirmi, anche come modella e adoro tutto ciò che ha a che fare con la moda. Credo nell’importanza di seguire i propri sogni, vivere la propria vita senza paura, essere autentici ed avere in mano le redini del proprio destino.

 

N-Dalla tua biografia: “Una bellissima creatura giunta da un altro pianeta. Quale pianeta?Hai una missione qui sulla terra?

V- A dire il vero, anche tu sei una creatura molto particolare :)  Si, la mia missione è ispirare le persone o meglio, incoraggiarle a credere in loro stesse, ad usare il loro potere e a “sguinzagliare” il loro genio. Mi piacerebbe vedere un mondo pieno di gente felice che vive in accordo con il proprio essere. Mi trovo qui anche per divertire e per rendere questo nostro mondo più bello. Che casualità :)

 

N-Hai definito la tua musica “pop spaziale”. In cosa si differenzia dal pop tradizionale, quello che di solito ascoltiamo in radio o su MTV?

V- Ha un sapore più “spaziale” :) Penso che la mia musica abbia sia un qualcosa che appartiene ad un’altra dimensione, sia una qualità cinematografica, e che sia dunque in grado di avvolgere completamente l’ascoltatore, trasportandolo altrove.

 

N-Le tue influenze musicali sono molto eterogenee, giusto per citarne alcune:David Bowie e Nirvana, ma anche Depeche Mode e Bjork. Cosa hai preso da ciascun artista e come hai usato questi “prestiti” nella tua musica?

V- Bjork è la mia più grande fonte di ispirazione. Onestà, il non aver paura di sperimentale musicalmente e la combinazione di suoni sinfonici e musica elettronica; I Depeche Mode mi trasmettono una certa eleganza dark, unita a splendide armonie; I Nirvana per me sono il sentimento, la passione, la sensuale trascuratezza con cui Kurt canta, è qualcosa difficile da descrivere; David Bowie: stile impavido e coraggioso.

 

N-Parliamo della tua immagine: ti descrivi come un incrocio tra Lara Croft e la protagonista del film “Il Quinto Elemento”. Come sei arrivata a creare questo look? Quale messaggio vuoi trasmettere al tuo pubblico?

V-Non si tratta di una scelta pianificata. Sono appassionata di sci-fi e super eroi. Mi piace indossare cose che mi facciano sentire imbattibile. Il mio messaggio è: sii te stesso, non avere paura e fregatene di ciò che la gente dice di te.

 

N-Passiamo allo stile: nella tua bio leggo tre parole chiave, “punk”, “cyber” e “alternativo”. Potresti definirle? In più ti chiedo se sia davvero possibile essere alternativi in questo mondo, dove praticamente tutti si adattano ad un’idea comune di moda e dove l’individualità è quasi una rarità.

V-Penso che sia possibile essere alternativi e con questo intendo dire che è possibile essere creativi e cercare nuovi modi per esprimere sé stessi attraverso la moda. Se non lo facessimo, smetteremmo di sperimentare e di crescere artisticamente. Dal punk ho preso alcuni elementi che adoro, come le teste rasate, le catene, le spille da balia, i vestiti strappati … e l’attitudine all’indifferenza. Il cyber è ciò che mi contraddistingue, tanto argento, vestiti olografici,zeppe, rasta (penso dunque di rientrare in questa categoria), tutine,stampe futuristiche e forme.

 

N-Eccoci al mondo della moda. Nomina almeno tre stilisti che ami.

V- Alexander McQueen, Iris Van Herpen, Hussein Chalayan, Gareth Pugh… tutti super creativi e innovativi.

 

N-Musica contemporanea: cita almeno tre cantanti/band/progetti che ti affascinano e perché.

V- Lana Del Rey: mi piace la complessità della sua musica e il modo in cui si esprime attraverso l’immagine; Grimes: diverso,creativo, bello… in un certo modo mi ricorda Bjork; Angel Haze:una rapper fantastica, è autentica ed è un vero talento.

 

N- Come descriveresti il tuo mondo di icona fashion e cantante?

V- Intenso, eccitante, bello e veloce.

 

N- Il concept del tuo album è “dall’oscurità alla luce”. Penso che esso nasconda anche un messaggio di speranza?

V- Questo è proprio il punto focale del mio album. Ho deciso di raccontare la mia storia attraverso la musica, sperando di ispirare la gente attraverso di essa. Ho voluto sottolineare il fatto che è possibile superare anche le situazioni più difficili e rinascere come uno splendido fiore, come un bocciolo di loto che nasce dal fango.

 

N- Le tue canzoni parlando degli anni bui della tua adolescenza. Pensi che la musica sia un modo per elaborare il passato e per superare un’adolescenza difficile? Parli anche di una malattia mortale. Ti senti una donna più forte? Hai un messaggio che vorresti portare alle donne che stanno vivendo la situazione che tu hai affrontato in passato?

V- La musica può davvero essere terapeutica. Inoltre, più è connessa con le emozioni autentiche dell’artista, più la gente sarà in grado di relazionarsi ad essa. Penso che le difficoltà che incontriamo durante la vita, ci rendano più forti. Se le prendi dal lato giusto, possono insegnarti qualcosa e farti crescere. Si, mi sento più forte e apprezzo di più la mia vita e il tempo che ho a disposizione. Se ho un messaggio da condividere?  Credete in voi stessi e non abbiate paura di vivere e seguire i vostri sogni, date voce alle vostre idee e lottate per esse. Non vi fate carico dei problemi degli altri.

 

N- Scoperte spirituali: ne sono molto affascinata. Penso che gli uomini necessitano di qualcosa o di qualcuno a cui fare riferimento, durante i momenti di difficoltà. Che tipo ci consapevolezza spirituale hai raggiunto?

V-  Ho capito che la mente è tutto, che noi costruiamo le realtà e il sogno attorno a noi stessi e che essi sono connessi all’intero universo. Mi piacerebbe imparare a vivere maggiormente  il momento. È un viaggio lungo una vita intera... o anche di più :)

 

N-La felicità: questa è una grande parola. Mi piacerebbe che mi parlassi della tua idea di felicità. Esiste o si tratta di qualcosa che noi inventiamo per vivere meglio ed affrontare le difficoltà quotidiane?

V- Stiamo andando sul filosofico :) Certamente, la felicità esiste, e ne hai una prova anche dalle reazioni chimiche del nostro corpo. La mia idea di felicità è cioccolato puro  e tanto sesso :)

 

N-Hai in programma una visita a Milano? Cosa sai a proposito di Milano e dell’Italia in generale?

V-È per caso un invito? J Complimenti agli Italiani per aver inventato il pianoforte, il violino e la musica classica. Per aver dato i natali all’Opera! Mio Dio, che musica avremmo senza gli Italiani? Anche le due più grandi popstars hanno sangue italiano. In più, l’essere stati dei pionieri nel mondo della moda e, per finire, il buonissimo gelato e gli uomini passionali. Sono stata a Milano solo una volta, avevo appena preso la patente e devo dire che è stato PAZZESCO :)

 

N-Se ti dico “Nerospinto”, cosa ti viene in mente?

V-Creativo, stimolante, oscuro

Grazie per avermi intervistata, è stato un onore.

 

Per maggiori informazioni:

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Testo originale e traduzione a cura di Letizia Carriero

 

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Non sono una fanatica di cinema; non saprei descrivere le mirabolanti bellezze registiche di film ora sotto l’opinione pubblica, spesso i film culto m’infastidiscono. Mi bastano belle storie e immagini che vibrino, quasi di vita propria viventi.

Per questo intervistare il regista Cosimo Alemà m’ha da subito incuriosita: mi piace vedere ciò che si nasconde sotto un prodotto finito.

Non avendo la possibilità di chiacchierare di persona, lo incontro su Skype: siede comodamente davanti al computer, spesso sorride, ma con discrezione, la voce è sicura e calda.

Di primo acchito, mi sembra una persona che sa ciò che vuole, che punta dritto alla sostanza delle cose. Cominciamo.

 

 

Partiamo dalla più classica delle domande: quando hai maturato l’idea di voler percorrere la strada del cinema? Con che mentalità hai affrontato questo percorso, a quando i primi successi e le prime sconfitte?

 

Cominciai con la musica,: seguendo questo percorso approcciai l’idea del cinema mediante i video musicali, ti parlo di più di vent’anni fa; lavorai per un regista appunto di questo settore, migliorando le mie conoscenze e facendomi, in un certo senso, le ossa.

 Oltre ai video musicali avevo una forte passione per la fotografia, ereditata da mio padre. A diciannove anni mi trovai già con molta voglia di fare, delle esperienze e una discreta attrezzatura fotografica; nel ’92 feci il mio primo set: fu un evento importante, sebbene lavorassi nell’ambiente degli effetti speciali, assieme a Sergio Stivaletti. Mi occupai della produzione di Fantaghirò, non so se hai presente. (eccome, eccome se ho presente. La mia infanzia! N.d.R.).

 Dopo i video musicali lavorai come aiuto in film e pubblicità, sempre portando avanti miei esperimenti in campo registico, dunque, per darti qualche riferimento cronologico direi dal 97/98, ho iniziato a fare il regista full time.

I videoclip musicali sono una categoria registica particolare e complessa: bisogna avere la capacità di raccontare storie o trasmettere sensazioni in un tempo relativamente breve. Qual è la tua poetica a riguardo? E quanto affidi, nelle scelte estetiche e concettuali, al committente? Quanto si estende il tuo margine d’inventiva?

 

In realtà il margine è piuttosto alto: conta che siamo in Italia, un paese dove l’industria musicale è così allo sbando che vi sono delle tematiche che altrove non sarebbero nemmeno prese in considerazione. Già quindici anni fa tuttavia, quando cominciai a realizzare i miei primi lavori, c’era un atteggiamento, da parte dei discografici, molto più attento e simile al mondo pubblicitario.

Il limite sostanziale più grande e gravoso, è quello di dover aver sempre come protagonisti gli artisti, con le quali presenze limitano l’inventiva e la creatività. Del resto l’Italia, in campo musicale, è davvero un paese pavido. Non esiste una poetica unica: mi piace applicarmi in idee e tentare sviluppi sempre nuovi. In 500 video che ho fatto, approcciandomi sempre con una mentalità quasi artigianale, sono riuscito a introdurre una sorta di narrazione cinematografica. Posso vantarmi di essere in un certo senso l’inventore di un certo tipo di regia, nei video: spesso introduco, come testa, coda o intermezzo, dei pezzi di vera e propria fiction, con dialoghi ed effetti sonori.

Hai registi ai quali t’ispiri per le tue scelte stilistiche e sceniche? Hai influenze, preferenze o avversioni?

 

Devo fare un discorso molto separato: essere regista pubblicitario e regista invece di film; tra questi due aspetti v’è una certa attinenza, ma molto labile. Per quanto riguarda i video musicali, mi sono formato con la scuola britannica anni ’90, per intenderci. Un approccio molto english in un paese del terzo mondo qual è l’Italia.

 Parlare di estetica nei video è difficile, non ho mai avuto particolare fascinazione per i registi di spot e video più originali, come Michel Gondry, mi sono formato con un gusto e sapore più cupo e british, con un riferimento al cinema piuttosto forte.

Dal punto di vista cinematografico ho vari cineasti che stimo e seguo moltissimo: sono un patito di Roman Polanski, soprattutto fino alla fine degli anni ’80. Apprezzo Walter Hill, e sempre tra gli americani si confà al mio gusto anche un certo genere di cinema commerciale, sempre negli anni ’80. Qualche esempio? Non solo Spielberg, per dirci.

Sono sempre stato molto attento all’Europa, mentre invece, per quanto riguarda i registi giovani extraeuropei, apprezzo il canadese Reitman, che attua una sorta di commistione tra commedia e dramma, chiamata per questo dramedy, molto interessante e originale.

 Apprezzo anche i film che affrontano tematiche importanti, di politica o di attualità, come Zero Dark Thirty.

Pochi sono i film capaci di essere veramente moderni, sia a livello di tematiche che d’estetica: questo è importante per me, questo sarà il mio leit motiv per i miei prossimi film.

 

 

Vorrei che tu mi parlassi di The Mob: di come sia nato il progetto e di quali difficoltà si siano presentate durante la sua crescita. È faticoso far crescere e prosperare questo genere d’iniziative, in Italia?

 

 

 Dietro a The Mob si nasconde un concetto ben poco romantico: a un certo punto della propria carriera, ciascun regista sente il bisogno di non essere più strapazzato tra cento case di produzione, così abbiamo fatto noi, decidendo di creare una piccola casa di produzione.

Questo discorso procede dal 2001; abbiamo creato una piccola realtà romana dove eravamo capaci di gestirci autonomamente. Lì ho prodotto molti spot e videoclip, ma anche altri registi ne hanno usufruito: penso a Daniele Persica, Romana Maggiolaro e Paolo Marchione.

Nel 2009 abbiamo curato la produzione esecutiva del mio primo film, e da lì le cose sono cambiate.

The Mob continua a esistere, ma con i miei soci abbiamo un'altra casa di produzione, chiamata 99.9 Film.

 

 

Come ti sei approcciato, invece, all’horror? E di questo genere, quali sono le caratteristiche che t’incuriosiscono?

 

 

Non sono un grande fan degli horror, né lo sono mai stato: è stata un’esigenza comune, un film con un cast internazionale, in inglese, da esportare in tutto il mondo. Ci siamo detti: “magari a qualche ragazzetto brufoloso dell’Oklahoma potrebbe interessare questo film.” E così è stato.

Abbiamo deciso di realizzarlo dunque quasi più per motivi produttivi che per altro: è stata una grande soddisfazione, sebbene questo fosse un film indipendente, vederlo uscire nelle sale di quasi quaranta paesi. Da un punto di vista più personale, questa è stata una sfida: non mi sento molto portato per la commedia, nemmeno nei miei skills di regista pubblicitario, prediligendo atmosfere più cupe.

Il film in se stesso, At The End Of The Day, è una commistione di istanze americane, ma girato come un qualsiasi film europeo.

Un horror alla luce del sole, questa è l’idea che fa da colonna portante al tutto.

 

 

Potresti riassumermi, in poche parole, l’ambiente del cinema italiano?

 

Guarda, è meno disarmante di quanto io abbia pensato fino a poco fa, qualche film buono esce ancora: ben poca cosa, ma vedo una serie di registi interessanti, sia giovani che meno. Ogni anno mi ritrovo a stilare un elenco di film che ho avuto modo di apprezzare; ad esempio recentemente ho visto “Viva la libertà”, per non parlare poi di Virzì, nutro anche grandi aspettative per la nuova serie televisiva “Gomorra”, di Sollima.

Mi sembra che qualcosa si stia muovendo.

Chiaramente sono molte le cose che mi fanno incazzare: detesto la maggior parte dei film e dell’approccio non solo registico, ma autoriale del cinema più commerciale. I registi in Italia sono perlopiù o attori o autori, e questo a va a discapito della qualità stilistica del lavori.

Molto preoccupante è invece la questione commerciale:film interessanti molto spesso non riescono a raggiungere molte sale, non ottenendo poi cifre buone di botteghino. Stesso problema all’inverso: l’ultimo film di Verdone, un qualcosa di assolutamente indecente, una monnezza integrale, ha un passaparola terribile, ma è uscito quasi in 600 sale.

 

La Santa: un film con una trama insolita. Perché hai scelto proprio il Sud come ambientazione? E perché una Santa? È parto della tua fantasia, o collegato a qualche avvenimento della tua vita?

 

Vorrei specificare innanzitutto che questo film è un lavoro sul quale ho “messo le mani” quando era già ben abbozzato e finanziato dalla Rai: sono stato chiamato a girarlo e ho partecipato ad una riscrittura; la trama tuttavia m’interessava molto, e aveva anche delle inquietantissime analogie con il mio primo film, nonostante si tratti di una cosa completamente diversa. Marco Muller ha apprezzato molto il film e lo ha voluto al Festival del Cinema di Roma, definendolo come un “western meridionale”, in realtà proprio di questo si tratta: piccoli farabutti, uno strano colpo, risvolti inquietanti. Da questo film stiamo traendo tantissime soddisfazioni: nonostante sia un film piccolo, ha una trama incredibilmente originale e una forza visiva pregnante. (e poi questo film, l’ho visto. Scioccante e tetro, getta luce su dinamiche che potrebbero benissimo avvenire in questa nostra Italia, ma che non nemmeno sogneremmo. N.d.R.)

 

Tanto s’è detto e tanto si dirà su La Grande Bellezza, il film di Paolo Sorrentino: cosa pensi a riguardo? Può rappresentare, se non in toto almeno in parte, il panorama cinematografico italiano di questi anni?

 

Premetto che ho apprezzato questo film: non sono un grande patito dei film di Sorrentino, che ovviamente stimo. Non mi piace il suo approccio così manieristico alla realizzazione, mentre le storie che racconta invece sono sempre molto acute e interessanti.

Sono molto stupito da questa polemica: ho avuto l’impressione di vedere un film abbastanza epocale nel suo genere; è imperfetto, con tratti bellissimi e altri molto meno. Sostanzialmente, è incredibilmente interessante. Dunque, da un certo punto di vista mi rallegro dei riconoscimenti che sta ottenendo un po’ ovunque, credo siano molto importanti per l’industria cinematografica italiana, d’altro canto non penso sia un’opera rappresentativa del cinema italiano; non lo è a livello di modernità, se non dal punto di vista strettamente narrativo, con un arco narrativo quasi inafferrabile. È molto difficile che un film solo possa rappresentare un paese intero, come Gomorra, qualche anno fa.

 

Parlami del rapporto regista – attore: come lo gestisci? Che tipo di legame s’instaura con chi veste il ruolo da te scritto? Cosa ne pensi degli attori, in generale?

 

È un rapporto veramente sostanziale: durante la lavorazione di un film questo legame è uno degli elementi più delicati e cruciali per la riuscita dell’opera.

Detto questo, le mie esperienze sono sempre state molto positive, anche se c’è da dire che ho fatto solo due film (ridacchia. N.d.R.).

Una volta ho avuto a che fare con un cast internazionale, ed è stato leggermente più difficile: è nato tuttavia un legame fortissimo, che continua ancora oggi.

Con “La Santa” ero invece molto preoccupato, un po’ per una sfiducia cosmica nei confronti di tutti gli attori italiani. Le mie preoccupazioni si sono rivelate assolutamente infondate: io non riesco a non creare dei legami fortissimi con gli attori, e lavorare diventa qualcosa di davvero creativo ed artistico. A differenza di molti registi, poi, sono anche l’operatore di macchina di tutto ciò che giro: gestisco al 100% le operazioni di ripresa. Per il tipo di storie che racconto sono immerso completamente nella scena, divento quasi uno degli attori, e non posso dunque avere altro che un rapporto viscerale.

 

Cos’è per te il “blocco creativo”, o la fobia da pagina bianca? Se l’hai mai avuto, come l’hai risolto? Sei stato aiutato e supportato nel tuo percorso, o hai dovuto gestire le tue ansie da te?

 

Probabilmente questa domanda la fai alla persona sbagliata: ho un approccio troppo pragmatico e troppo di mestiere per potermi permettere dei blocchi creativi. Non considero la possibilità che esista questo genere di problema in quanto non considero il mestiere di regista come un lavoro artistico, se non in una percentuale variabile.

Sono tantissimi anni che mi sono lasciato alle spalle l’ideale romantico e abbastanza giovanile dell’ispirazione da cogliere: la mia visione è estremamente professionale, se ho da scrivere venti pagine in un giorno, le scrivo, ho un planning di lavoro da rispettare.

Questo discorso non esclude tuttavia che vi siano momenti, settimane, mesi, nelle quali si sia più prolifici ed altri meno. Il discorso però s’incentra più sulla qualità, non sulla produzione.

L’arte è qualcosa d’incredibilmente artigianale, e il blocco creativo, in un regista, credo sia indice di cose ben poco belle.

 

Essere regista, che tipo di lavoro è?

 

È necessaria grande concentrazione e dedizione. È un lavoro di passione pura, talmente totalizzante che può esistere solo se supportato da un amore per il cinema che prevarichi qualunque cosa.

Si tratta di un lavoro impegnativo, soprattutto anche in questione di economia dei tempi.

Una cosa molto importante nel lavoro di regista è la self promotion: bisogna essere capace di vendersi bene, ed è primario.

 

 Immergiamoci in un mondo utopico: se tu non avessi intrapreso questa strada, in che mestiere ti rivedresti?

 

Mi sembra abbastanza improbabile pensarmi in qualcos’altro che non tocchi uno qualsiasi degli aspetti del mio lavoro: la scrittura, la fotografia, musica eccetera. Mi sento incredibilmente proiettato verso questo genere di cose, se penso quando avevo la tua età, per me è quasi pensare alla vita di un’altra persona, ora che ho quarant’anni.

 

Infine, se tu potessi dedicare le tue parole, per chi sarebbero?

 

Per tutte le persone che hanno voglia d’intraprendere un cammino faticoso quale quello che ho intrapreso io.

Dal momento che sono uno che non ha avuto più occasioni di altri, né ricco di famiglia né figlio d’arte, è stata la mia passione e la mia volontà a portarmi qui. Questo basta, anche in un paese terribile come l’Italia.

Io sono la dimostrazione del fatto che se si sbatte il muso su qualcosa che interessa veramente, si riesce.

Se qualcuno dovesse leggere e, incredibilmente, essere così pazzo da voler ascoltare le mie opinioni, deve sapere che questa professione non è impossibile da fare; basta iniziare.

 

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Conobbi Raffaella una sera non qualunque: il primo compleanno di Nerospinto.

Truccatrice per la ballerina Maura di Vietri, la prima volta che la vidi era immersa tra pennelli, spugnette, struccanti e tanti, tanti colori diversi ed emanava energia pura, quasi tangibile.

Accanto a lei, stava la sua creatura: non più Maura, ma un fulgido animale mitologico, colore dei tramonti e delle acque più scure; rimasi affascinata da quel concretizzarsi di un sogno, intessuto sul corpo di una persona che diventa vestigia, immagine, movimento.

Sì, Eleonora, mi farebbe molto piacere fare quattro chiacchiere con te, e così fu.

Il giorno dell’appuntamento, una volta imbracciata penna e taccuino, incontro un paio di occhi profondi e scuri allegri e curiosi: catalizzano su me tutte le loro energie.

Mi sento scrutata oltre le apparenze, le maschere e le armature che la vita ci costringe a indossare.

 

Come hai cominciato questo lavoro? E quali difficoltà hai incontrato?

 

Arrivo da una famiglia di sole donne, ed in questi casi è molto preponderante la figura dell’Amazzone, la donna che non deve chiedere mai. Una commistione di forza e fragilità senza pari.

Da bambina molto timida quale ero, mi rifugiai nel colore come arma per scacciare le mie parole: la materia, la texture, le sfumature, per me erano e sono fondamentali, mi fa vivere bene il mio lavoro.

Andando contro il volere di mia madre, scelsi appunto la strada “artistica”: ho frequentato l’istituto d’arte, una scuola professionale, divenendo così decoratrice.

Uscita da scuola cominciai a lavorare a livello performativo già a scuola, di seguito collaborai con un vetrinista, come costruttrice; dopo la scuola feci esperienza nel laboratorio di un vetrinista, come decoratrice scenografica e per allestimenti, infine quasi per gioco cominciai a lavorare nel turismo, come tour operator, realizzando scenografie teatrali. Viaggiai per quasi 10 anni.

Nel 2001 mi fu proposto, all’interno dell’ultimo tour operator presso il quale svolgevo il mio impego, di rivestire il ruolo di responsabile dei servizi tecnici (teatro, allestimenti costumistici e scenografici.

Decisi dunque di trasferirmi a Milano e colsi l’occasione per frequentare la scuola la BCM, scuola per truccatori, facendo di una passione, nata durante gli anni nei villaggi, il mio lavoro.

Nel 2008 cominciò la crisi del tour operator nel quale prestavo servizio, si pose davanti a me l’occasione per concretizzare il mio sogno.

 Senza pari è l’approcciarsi al trucco come creazione di un’opera d’arte che sia unicamente incentrata sul corpo, e sulla caducità ed unicità del momento e della mia creazione.

All’inizio, è molto difficile: nulla e nessuno aiuta, ed è necessario capire cosa davvero piaccia e su cosa ci si possa rivolgersi. Io mi sono incentrata sul make up, moda, eventi e TV, parallelamente al concetto di “Costume scultura”.

 

Quali influenze mitologiche, fantastiche, storiche e contemporanee hai avuto, nella formazione del tuo stile personale?

 

Io credo in più maestri: un esempio calzante è Klimt, con i suoi colori, che ho cercato di assimilare reinterpretandoli con applicazioni differenti nei costumi scultura.

Sono molto legata alla preziosità di questi colori: non tanto come ricchezza, ma come calore e forza, rappresentano la mia forza personale.

Poi ancora la fotografia, il cinema, soprattutto i film in costume come “Elizabeth”, e poi must, come “Dracula”, di Coppola, e poi ancora la danza, le produzioni di costumi teatrali e tutta la tradizione pittorica: molto influsso ha la mitologia intesa come scelta coloristica, associata all’espressività del colore come devozione verso una divinità, come racconto di fatti fantastici.

Il colore esprime l’anima delle persone, dei popoli: colori caldi e freddi si mescolano e intrinsecano, creando unità grandiose.

 

Descrivimi un trucco ben fatto.

 

Tecnicamente un trucco ben fatto è nella base del viso, una volta creata, si ha raggiunto il 90% di un buon trucco. Il segreto del trucco è non mascherarsi, ma dare un valore aggiunto alla propria personalità. Con un’autoanalisi allo specchio si possono scoprire realtà sorprendendo di sè, individuando i pregi e valorizzandoli. Ad esempio, in te vedo bellissime sopracciglia, magari con qualche imperfezione, ma di base belle ed equilibrate. Questo noto, la bellezza del particolare inserito nel suo contesto. (Arrossisco: la mattina stessa mi ero impegnata, forse non tanto lucidamente, a sistemarmi le sopracciglia. Raffaella sorride. N.d.R.).

Il trucco è come un vestito: se non lo si sente proprio, sarà impossibile da indossare. Deve essere la bellezza della donna a risaltare, non il trucco in sé.

Emotivamente, per me un bel trucco è una coccola: egoisticamente sembra sia fatto per se stesse, ma in realtà è ancora per gli altri; regalare bellezza è sempre un bel gesto.

 

Nel lavoro del Make Up Artist, si viene a contatto con moltissimi prodotti, quale è il tuo favorito?

 

Ombretto e fondotinta: il primo e giocoso, atto a creare le sfumature, a divertisti con il colore. Il primo è quasi magia e mistero: si creano delle sfumature invisibili agli altri, ma estremamente valorizzanti.

 

Il tuo concetto di “costume scultura”?

 

Nacquero dieci anni fa: ne portai uno al mio esame, alla BCM di Milano, ispirato alle isole Galapagos; era completamente riciclato, utilizzando dei tubi di flebo.

Da allora, coltivai maggiormente questo discorso, ad oggi ne conto circa dieci, adatti sia per istallazioni che per performances.

Il 'Costume Scultura' è una creazione artistica che sposa materiali innovativi, oppure materiali comuni che utilizzati in modo diverso possono vivere una seconda volta ...una spugnetta in ferro, una fotografia ,dei vecchi orecchini ,bottiglie di plastica scarti di filo tessile oppure di tessuto. Cercare l'armonia tra tutti questi materiali attraverso l'originalità è l'obiettivo principale, il tutto può essere unito o supportato dall’espressività di una performance di altre discipline artistiche.

Il costume che feci indossare a Maura, quando la conobbi, fu un costume da geisha, ispirato al libro “Memorie di una geisha”. Un costume molto complesso, realizzato con anelli di fogli in acetato, trasparenti, tagliati ed intrecciati in questa cascata, sposato ad un body painting completamente bianco, collegato al discorso del dolore e della morte, in coesistenza con la purezza.

Maura l’interpretò divinamente, quasi danzando e raccontando le varie fasi per diventare geisha durante uno shooting fotografico, che quasi fu performance, raccontata attraverso scatti rubati.

 

Molto interessante è il concetto di trucco come creatura: come hanno genesi le tue “maschere pittoriche”?

 

Il bello del trucco artistico, è che si ha la possibilità di spaziare tantissimo di ambito in ambito: lavoro in televisione, trucco fotografico e poi, il trucco artistico.

Nel trucco artistico si ha la possibilità di esprimersi anche mediante tratti concettuali; nel Bennu, il concept per lo spettacolo di Maura, i colori Rosso e Blu erano abbinati alla nascita ed alla conservazione, alla forza ed a una sorta di genesi ancestrale.

Io tendo a partire da delle ricerche figurative ed iconografiche; una volta trovati i “retroscena” alla mia idea, mi concentro sulla scelta dei colori: parto dal viso, tracciando un’idea completa, per poi spostarmi ai capelli e, infine, al body painting e alle vesti.

Amo quando i materiali riescono a ricreare degli effetti sonori, in modo tale da dare alla mia creatura una materialità molto più viva e presente.

È da aggiungere che ho la tendenza a non rispettare mai il mio piano originale: quando mi trovo sul momento di realizzare in maniera concreta la mia opera, riverso anche le mie emozioni e le mie suggestioni.

 

Che rapporto hai con le tue creazioni, una volta che le performance si sono concluse?

 

Tendo all’ipercritica, con una vena di timidezza che molti non sospetterebbero: guardo alle mie opere del passato con un’acquisita maturità e una sorta di tenerezza. Fino a qualche anno fa, avrei cambiato ogni cosa, ora le lascerei intatte, perché le mie opere rappresentano anche ciò che ero in quel determinato momento della mia vita, e cambiarle sarebbe come cambiare me stessa.

Sai, io ho quarant’anni, e sono molte le cose a cambiare dai trenta in poi. Si matura con una velocità impressionante. (Sorride, sorride sempre, Raffaella, e non ha paura di mostrarsi. N.d.R.).

 

Com’è vissuto, a parer tuo, il body painting, in Italia?

 

Ahimè, si guarda al body painting con sguardo retrogrado, forse un po’ troppo “prude”.

Il fatto che comunque si vada a dipingere su e con la nuda pelle, viene associato ad un discorso di nudità e quindi di volgarità.

Bisognerebbe tralasciare la fisicità intesa come tale: il corpo può dar vita, effettivamente, al colore, ed è qualcosa di stupendo.

Da un po’ di anni a questa parte in Italia si sta organizzando qualche festival di body painting, ma è ancora poca cosa rispetto all’innovazione e all’apertura mentale estera: più importante tra tutti è il “Word Body Painting Festival” che si tiene in Austria; è bellissimo, si svolge in una settimana intera, ed è tutto incentrato su un’accettazione completa della nudità, anche completa, vista come opera d’arte.

 

 

Una domanda forse scontata, ma comunque importante: colore preferito?

 

Tecnicamente: oro e bronzo.

Emotivamente: rosso.

E poi, a seconda dei periodi, mi affeziono ad un colore: ora sono molto legata a colori naturali, legati alla natura ed alla terra (marrone, beige etc.), ma cambio spesso.

 

A livello tattile, tessuto preferito?

 

Passo da un estremo all’altro: amo la seta, con la sua fragilità e la tela, con la sua ruvidità grezza e malleabile. Adoro anche la carta, così fine e cangiante.

 

Un metallo, prezioso o non, che possa rappresentarti?

 

L’argento: trovo in esso una forza elegante e calibrata alla quale non so resistere. Nelle mie opere ho un moto d’amore verso l’oro, ma su me stessa, sempre l’argento.

 

Si è parlato tanto del tuo trucco su visi di altri, ma sul tuo, come trucchi?

 

Prima utilizzavo il Colore in sé e per sé, senza mai sfociare nella volgarità, sia chiaro, ma ero molto legata all’impatto visivo di toni sgargianti. Ora gestisco il trucco con praticità, senza però trascurare il fattore di tonalità, per me sempre molto importante: sono un po’ di anni nei quali sono estremamente affezionata ai rossetti. Tendo ad avere un trucco nude, e vestire le labbra con colori sempre diversi.

Per me il rossetto è l’accessorio imprescindibile, con qualsiasi look.

 

Infine, se tu potessi dedicare le tue parole a qualcuno, per chi sarebbero?

 

Le dedicherei a mia madre, con la donna che sono diventata, avrei avuto la possibilità di dirle molte cose che non ha forse avuto il tempo di conoscere in me.

 

 

Ci congediamo, e mi avvio verso casa, pensierosa; Raffaella possiede un dono che si ottiene con il tempo: guardare, nelle minuzie e nei particolari.

Perché guardare e vedere non sono sinonimi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Reddit, per chi non lo conoscesse, è un social network in cui gli utenti possono postare collegamenti ipertestuali o post testuali. I contenuti sono organizzati in aree di interesse e una di queste, uno dei più popolari subreddit, è l'IamA usato soprattutto per post AMA, ask me anything, in cui un utente deve rispondere a tutte le domande degli altri utenti.

Anche molte celebrità hanno iniziato post AMA, come Barack Obama, Al Gore, Madonna, Dave Grohl, e altri (la lista completa qui!) Venerdì scorso, il diciassette Gennaio, anche Bill Murray si è prestato a questo gioco, per promuovere il nuovo film in uscita il 7 Febbraio: Monuments Men.

Non c'è dubbio che un attore del suo calibro, così stravagante, ormai diventato una figura cult grazie alla sua comicità eccentrica, al suo stile schizzofrenico e i suoi colpi di testa, possa regalare grandi emozioni in un Ask Me Anything. Infatti Bill non delude e, anche se alcune domande sono proprio scadenti, si possono trovare retroscena interessanti su Monuments Men, piuttosto che sul suo rapporto con Wes Anderson o del perchè secondo lui non ci sarà un Garfield 3.

Quindi se volete scoprire qual'è stata l'esperienza più strana che ha vissuto in Giappone, cosa pensa della marijuana a scopi ricreativi o cosa ha sussurrato all'orecchio di Scarlett Johansson alla fine di Lost in Translation, fate un salto su reddit: l'AMA di Bill Murray! 

Di seguito, per voi, la traduzione di alcune delle tante domande a lui poste:

 

- Bill, qual'è il miglior panino che hai mai mangiato nella tua vita e dove è stato fatto?

- Sai, c'è un posto non lontano dalla Warner Brothers, penso si chiami The Godfather?, dove fanno tutti i tipi di panini con l'avocato schiacciato, germogli e robba del genere. E sono davvero buoni. Quando hai una giornata no, mi ricordo un film particolarmente impegnativo, vai a prendere un panino in questo posto. Sono superfarciti e molto saporiti, e poi ti dimentichi della tua mattinata.

 

- Com'è essere così incredibile?

- Bhè, nessuno mi ha preparato per essere così incredibile. è una specie di schock. è una specie di shock svegliarsi la mattina ed essere immerso in questa luce viola.

 

-Se potessi tornare indietro nel tempo e avere una conversazione con una persona, chi sarebbe e perchè?

- Una gran bella domanda. Mi piacciono gli scienziati, in uno strano modo. Albert Einstein era un tipo cool. Einstein era un fisico teorico, quindi le sue erano tutte teorie. Era solo un ragazzo intelligente. Ma sono anche interessato di genetica. Penso che mi piacerebbe incontrare Gregor Mendel. Perchè era un monaco che ha capito tutta quella robba da solo. è una mente superiore, una mente connessa. Loro hanno avuto una visione, hanno visto certe cose perchè erano connessi intellettualmente, meccanicamente e spiritualmente, loro potevano accedere a una mente superiore. Non so molto su Mendel, ma so che Einstein ha compiuto tutto il suo lavoro sulle montagne della Svizzera. Penso che l'altitudine abbia avuto effetto nel modo in cui parlavano e pensavano. Ma vorrei scoprire di più su Mendel, perchè ricordo di esser andato nelle Filippine e aver pensato "questo è il giardino di Mendel", perchè sono state invase da così tanti paesi nel corso degli anni che si possono vedere i bambini condividere i tratti genetici di tutti gli invasori, e questo ha creato un bellissimo giardino variegato.

 

 

 

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Incontro Albert Hofer, uno dei due organizzatori della serata milanese Le Cannibale, a casa sua, come concordato in precedenza.

Per giungervi, marcio con passo spedito e contemplativo in zona navigli: la pioggia ticchetta sull’ombrello e sembra accompagnarmi, suonando per me.

Case di ringhiera, belle e labirintiche come non ce ne sono più.

Dopo poche rampe di scale, mi scopro persa davanti a porte tutte uguali: sbaglio il campanello, scorgo una sagoma qualche uscio più in là, è Albert.

Mi piace quello sguardo intelligente che ha; sotto la coltre di cortesia imposta dalle circostanze, affiora qualcosa di sagace e acuto, di deciso.

Mi fa accomodare in una casa densa, tappezzata di poster, dipinti, ricordi e memento. Una grande libreria, un divano coperto da un telo maculato, noto con piacere una macchina da scrivere, Olivetti, Lettera 22.

E noto anche cinque gatti che mi fanno quasi morire di tenerezza.

Aplomb professionale.

 

 

Come hai intrapreso la strada che ti ha portato a Le Cannibale?

 

È una strada che intrapresi 17, 18 anni fa.

Come diversi adolescenti, iniziai a suonare, volendo fare il DJ e organizzando le mie seratine in baretti fiorentini; verso il 2003/04, ho capito come il mio fare il DJ non sarebbe stato ciò per cui avrei vissuto, per varie ragioni.

Decisi dunque di dedicarmi solo alla parte organizzativa: all’inizio non pensavo che questo avrebbe potuto essere il mio lavoro. Firenze anni ’90 non lasciava immaginare ad un futuro da promoter, anzi, già il discorso della discoteca era vissuto in maniera conflittuale (provengo dai centri sociali, puoi valutare tu la differenza), e non si pensava assolutamente di poterne vivere.

Il mio desiderio sarebbe stato quello di fare carriera accademica, ma una decina di anni fa, quando mi trasferii a Milano, la questione clubbing si fece seria: mi accorsi che, a Milano iniziavo a impegnarmi in serate più importanti, con spese considerevoli. Valutai dunque se quello dell’organizzatore sarebbe stato per me hobby o lavoro.

Interruppi il discorso accademico e mi volsi verso la vita notturna: feci tre anni in diverse serate (Rebel Motel, Rongwrong, Subterfuge, Carousel), e ora seguo pienamente Le Cannibale, con tutto ciò che ruota attorno ad esso.

Siamo due soci, e facciamo quasi tutto da soli. Abbiamo persone che ci danno una mano, ma tendiamo a seguire tutti gli aspetti di persona: dall’ufficio stampa alla contrattistica. Non ci sono mansioni definite o separate, né aspetti che si possano delegare completamente: è un lavoro nel quale ci si muove improvvisando, in un certo senso. Spesso emergono delle problematiche, e sul momento, bisogna essere capace di gestirle.

Il caso è una componente essenziale, nel mio lavoro.

 

Dimmi tre fatiche e tre gioie di lavorare a strettissimo contatto con il pubblico.

 

Le prima delle tre fatiche riguarda le persone, nel momento nel quale sono al loro peggio, la notte: anche la miglior persona, quando va a ballare, diventa tendenzialmente quindici volte peggiore.

Altro aspetto, il personale: inizialmente feci molta fatica a reclutare una gran batteria di collaboratori. Con il passare del tempo mi sono accorto che lavorare con meno persone responsabilizza di più, ora sono molto soddisfatto dei miei collaboratori.

Il mio è un ambiente che spesso viene vissuto senza serietà: io lo faccio come lavoro, ma ho potuto notare che tante persone lo prendono molto, anzi, troppo alla leggera, tirando in ballo tematiche completamente folli di comportamento che, in un ufficio, sicuramente non avverrebbero.

Terzo aspetto, il booking: può capitare che gli artisti all’ultimo momento non siano disponibili, che i voli siano cancellati, che si abbia un improvviso cambio nel programma prestabilito, ed allora bisogna sapersi adattare.

Per quanto riguarda le gioie: la prima è fare bene il proprio lavoro, creare un evento che funzioni.

In secondo luogo, ma forse più forte tra tutti, è per me seguire quelle persone il cui lavoro io stimo: non mi reputo assolutamente un artista, sono molto contento dunque quando ho a che fare con persone talentuose, anche se un talento in nuce magari, e vederle sbocciare.

Come esempio, direi la collaborazione con Uabos. È come essere un professionista di successo e vedere il figlio andare bene a scuola, è una gioia superiore. Magari lui si troverà un po’ stranito di questo paragone, ma per me è così. (sorride, sinceramente.)

Terzo aspetto: sentire come alcuni degli artisti che invitiamo ci diano atto di fare le cose fatte bene, noi di Le Cannibale cerchiamo sempre di fare la nostra parte, ed è appagante percepire soddisfazione nei fruitori.

 

Non ti senti mai “soffocato” dal sovrabbondare di persone?

 

Sempre.

È un lavoro molto invasivo, e, potendo, cerco sempre di separare nettamente l’ambito lavorativo con quello privato, a volte esagerando.

Ponendo che non credo di essere una persona chiusa, tendo a curare con molta attenzione quelle poche cose totalmente mie.

Per assurdo, secondo gli altri io starei sempre lavorando, quando magari non lo sto facendo: se dei conoscenti m’incrociano per strada, si sentono sempre in dovere di dirmi qualcosa, commentare le serate e soprattutto criticarmi.

 

Potresti descrivermi il cosiddetto “Popolo della Notte”?

 

Come già ho accennato, nella notte le persone paiono risvegliare gli istinti più bassi che possiedano: viene fuori una sorta di compensazione che porta il singolo, magari stimabilissimo, a estraniarsi, agendo solo con la volontà di divertirsi.

Il clubbing viene vissuto con grande ansia e prepotenza.

Giudico le persone a 360°, ma la notte non noto grandi bellezze; non lavoro nemmeno in un contesto particolarmente vizioso.

Vi sono cose apparentemente semplici che non riesco ad accettare, come non fare la fila, ed il vippismo è dilagante.

Mi tengo abbastanza lontano da molti aspetti del night life, i quali potrebbero esularmi da qualcosa che non sia prettamente necessario: non potrei mai dirti che il clubbing sia la mia vita, lo vivo più come uno strumento.

 

Maschere: su chiunque, create da chiunque a misura di ciò che si vorrebbe essere. Quante maschere vedi, attorno a te?

 

Una quasi totalità: apprezzo circondarmi di persone diverse tra loro, non amo un target identificabile.

Credo comunque vi sia un’enorme omologazione, e la tendenza ad andare verso una costruzione del sé molto spesso estraniata ed estraniante, che avviene solo di notte.

Secondo me, vi sono delle ansie che si generano,  come bisogno di essere in un luogo, apprezzare qualcosa anche se non lo si vorrebbe davvero.

Uno scollamento completo tra i desideri e le aspettative delle persone, che spesso non collimano.

 

E tu, indossi maschere?

 

Per quanto riguarda questo discorso: va bene, Pirandello ha ragione, ma spesso non si ha nemmeno bisogno d’indossare una maschera perché già gli altri te la mettono in dosso. C’è un grande istinto, secondo me, che porta a voler anticipare ciò che le persone sono, ottenendo risultati a dir poco fantozziani.

Questo aspetto l’ho sempre vissuto in maniera molto forte: l’aspettativa che da me e di me si ha.

Sulla necessità della maschera posso essere anche d’accordo, ma in questo senso sono abbastanza genuino; sono gli altri ad intessermi addosso un personaggio complicato, ombroso e darkeggiante, e poi ancora omosessuale, stizzito, filosofico.

Quando mi vedono fuori dal contesto che loro s’immaginano di me, sono basiti.

Per dire: Alber Hofer, secondo la vox populi è un nome d’arte, quando in realtà mi chiamo semplicemente così.

 

Quanta diplomazia è necessaria nel tuo lavoro?

 

Tanta, tantissima. (risposta secca, immediata e precisa. Questa volta a sorridere sono io.)

Sono una persona che s’innervosisce facilmente, con tendenze alla franchezza assoluta, quindi ho dovuto operare molto su me stesso per evitare i cosiddetti “incidenti diplomatici”.

Mi sono accorto che certe dinamiche sono insite nel mio lavoro: non litigare è impossibile, quindi cerco di comportarmi con professionalità e massima sincerità. Il mio moto emotivo personale è tuttavia grandissimo, e cerco di dominarmi.

Ho la gentilezza, quella per forza, ma bisogna anche riconoscerne il valore. Cerco di essere educato con tutti, vengo visto come incredibilmente paziente, ma è tutta una capacità di autocontrollo e valutazione oggettiva.

 

Quante persone valide hai conosciuto, durante il tuo percorso?

 

Tantissime: molte sono le persone che operano nel mio campo, ed ho avuto il piacere di incontrarne di valide e meritevoli.

Sono a contatto con un ambito lavorativo molto ampio, la night life la facciamo quasi tutti, ed ho potuto incontrare persone capaci, decise.

 

Qual è l’ora migliore della notte?

 

Io lavoro tutti i giorni per Le Cannibale: quando poi si arriva al giorno dell’evento, il lavoro è pesantissimo, ma quando ho la sicurezza di una bella serata, non mi rilasso, ma mi sento forte.

L’ora migliore in assoluto, e ora ti metterai a ridere, è poco prima della fine, quando sono sicuro che sia andato tutto per il verso giusto e penso bene, adesso potrei cominciare a divertirmi, quando immancabilmente succede qualche imprevisto.

Le tre e un quarto, ecco, in quel momento mi dico, sarebbe bello andasse avanti, poi niente, si chiude.

 

Per l’opinione pubblica, chi lavora nella vita nottura è, in un certo senso, inferiore di grado rispetto agli altri. Come ti poni nei confronti di queste insinuazioni?

 

Neanche frustrazione, disgusto.

Credo che le persone non riescano a concepire il mio come lavoro per il fatto che i ruoli non siano perfettamente definiti: se dicessi che sono il direttore di un club, già verrei inquadrato, ma non è propriamente così.

Le persone credono io faccia il PR, e ciò non è assolutamente vero.

È un discorso che esce spesso, con i miei colleghi: le persone non si rendono conto della fatica, dell’impegno e della serietà con la quale noi ci poniamo.

La gente s’indigna quando oso dire di essere stanco o frustrato dal mio lavoro, perché il mio, a detta altrui, non è un lavoro.

Parlane con un operaio, mi dicono. Se l’operaio fa 8 ore sicure, io ne lavoro altrettante, con ritmi e tempi diversi. In una serata che va male, posso lasciarci dei soldi, l’operaio ha la sicurezza dello stipendio. Non dico che il mio lavoro sia migliore o peggiore di un posto impiegatizio, è solo diverso, ma pur sempre un lavoro.

 

Infine, se tu potessi dedicare le tue parole a qualcuno, per chi sarebbero?

 

Al mio socio, che sottoscriverebbe ogni mia parola.

 

 

 

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Oggi Nerospinto ha voluto fare due chiacchiere con un giovane scrittore,Filippo Parodi, genovese di nascita, ma milanese d’adozione, che ci parlerà del suo primo libro, La Testa Aspra, edito da Gorilla Sapiens.

Il libro si presenta come una serie di racconti, tutti apparentemente diversi fra loro, ma uniti da un filo rosso che l’autore ci aiuterà ad evidenziare.

Sulla scena si incontrano personaggi diversi, o forse un unico soggetto chiamato in molti modi differenti, che rivivono le esperienze vissute dall’autore, che, a volte, si gettano in conversazioni al limite fra il filosofico e lo psichedelico con altri personaggi/alterego, che fanno un viaggio dentro se stessi e ci invitano ad iniziarne uno anche dentro di noi, aprendoci la strada dove forse non ci eravamo mai resi conto che ne esistesse una.

Come nasce “La testa aspra”?

La collaborazione con la casa editrice Gorilla Sapiens è nata nel 2012, in occasione di un concorso per scrittori di racconti per la pubblicazione di un'antologia dal titolo Urban Noise, dove appunto è presente un mio racconto, Il proprietario. Sono stato scelto insieme ad altri 16 scrittori emergenti. In seguito mi è stato chiesto altro materiale, e dato che la casa editrice pubblica principalmente libri di racconti (il racconto, tra l'altro, è un genere a me molto congeniale), ho continuato a scrivere e ho sviluppato altre storie, partendo anche dalle tematiche di quella che avevo precedentemente inviato, e così è nata La testa aspra. Ogni racconto è una verità frammentata ed ha la volontà di rivolgersi al lettore per offrirgli uno spunto di riflessione

Qual è il fil rouge che collega tutti i racconti, se ne esiste uno?

Tutto il libro racconta di come sia difficile diventare “proprietari” del proprio corpo. Io sollevo una domanda che lascio però aperta: nella costante dicotomia fra corpo e mente, il corpo è uno strumento di cui la mente si serve, oppure è il corpo stesso a sottometterci e noi non possiamo fare niente per dominarlo? Parto da un tema che trovo molto attuale: quello della somatizzazione. Essendo innanzitutto io una persona che tende a somatizzare ogni tipo di problema, iniziando dalla pelle, la deglutizione, fino ad arrivare al comunissimo mal di testa, sono giunto naturalmente a scrivere su queste tematiche, senza per altro approdare ad una vera e propria conclusione, solo cercando di suscitare delle riflessioni. Come si può uscire da questo corpo/ gabbia, che ci costringe a sottostare ai suoi ritmi e non ci permette di prendere il volo? Ho provato ad identificare alcune soluzioni, passando dalla mistica alla meditazione, fino all'approccio opposto della psicoanalisi. Avverto sempre in me la tensione tipica dell’uomo a volersi liberare dal corpo/campo di concentramento, da questo involucro/castigo che sembra inesorabilmente appartenergli, per raggiungere finalmente una dimensione extracorporea.

Ma, perché allora questa testa sarebbe aspra?

Aspra perché complicata, tortuosa, per noi stessi indecifrabile, siamo schiacciati da una razionalità che spesso ci limita senza pietà: forse dovremmo imparare a ridimensionarla, riuscire a farla diventare nostra complice, questa testa aspra.

Quindi, a volte bisogna liberare la mente dal corpo, ma se si obbedisce solo alla propria testa si rischia di vivere una vita complicata, infelice, aspra per l’appunto? Senza un minimo di dolcezza? Cosa dobbiamo fare di questo corpo?

Spesso la testa procede rispetto al corpo nella direzione opposta. Parlo per esperienza personale quando dico che a volte capita che sia proprio il corpo a prendere il sopravvento e ad arrivare a fermare la corsa della testa, costringendola a rallentare, attraverso una serie di sintomi fisici che segnalano che c’è qualcosa che non va in quello che si sta facendo. La prima volta che mi sono davvero trovato in una simile situazione, ho odiato il mio corpo. L’ho odiato perché non mi permetteva più di fare quello che volevo fare, anche se mi rifiutavo in ogni maniera di ascoltarlo, mi stava dando tutti i segnali possibili per dirmi che stavo prendendo delle strade sbagliate. Mi limitava, provocandomi dolore e rabbia. Ora, al contrario, lo ringrazio. E' stato il corpo, in un certo senso, interrompendo la mia vita di un tempo, a portarmi a scrivere questo libro. Pare che il corpo, a volte, comprenda prima della testa!

Ma, esiste una connessione fra il corpo e la testa?

Ci sto lavorando: cerco di vivere molto il mio corpo, di “trattarlo bene”, sentire cosa ha da dirmi, ascoltarlo se pone delle resistenze, fare in modo che la testa aspra non lo manovri eccessivamente, che non mi determini del tutto. Se viviamo troppo con la testa, rischiamo di perdere tante esperienze nella vita. Il corpo può essere uno strumento che ci aiuta ad orientarci sul presente, permettendoci di vivere il momento nella sua preziosa irripetibilità.

Da dove nasce ogni racconto?

Fondamentalmente da dentro. Ma allo stesso tempo sono molto aperto all’esterno: sono per natura un vagabondo, di giorno scrivo, ma la notte sento quasi sempre la necessità di uscire, vedere persone, è da lì che spesso prendo la mia ispirazione. Amo la conversazione con i miei amici e le persone che conosco, ma anche con uno sconosciuto o col fiorista sotto casa, ogni spunto può essere utile per scrivere, ogni esperienza può dare origine ad una storia. Anche la psicanalisi, che pratico da diversi anni, costituisce una grossissima fonte di ispirazione: il lavoro che da tempo porto avanti insieme alla mia analista ha dato vita a molti dei miei racconti. Per scrivere non ho bisogno per forza di isolamento, per esempio di rinchiudermi mesi in montagna per trovare la concentrazione: scrivo soprattutto nei luoghi affollati, nei bar, il Cape Town in via Vigevano, per citarne uno, quasi una seconda casa dove in parte ha preso forma questo mio lavoro.

Cosa significa per te scrivere?

Scrivere, nel caso di questo libro, è stato un po' come esplodere, o meglio smettere di implodere: alcune esplosioni portano vita, premettono all'individuo di esprimersi, e credo che questo possa portare a una grandissima gioia.

Che tipo di scrittore sei? Sei uno che scrive di getto, che scrive di notte o uno che pondera molto?

Sono uno scrittore metodico, direi. Scrivere per me è un lavoro quotidiano: punto la sveglia, scrivo soprattutto al mattino e nel pomeriggio. Ho molta disciplina. Ogni racconto, di media, viene sottoposto a quindici stesure, impiego circa una decina di giorni per concluderlo, mi soffermo molto sulla sintassi, sulla ricerca della parola, dell'aggettivo.

Hai sempre voluto fare lo scrittore?

Si. Avrei voluto fare anche il cantante, ho scritto tantissime canzoni.

E hai sempre ammesso di volerlo fare?

In verità no, la conferma mi è venuta dopo. Penso che scrivere, complessivamente, sia la forma di espressione più congeniale per il mio carattere: rispetto alla musica che ti costringe solitamente a collaborare con qualcuno, la scrittura, almeno nella fase di produzione, può rappresentare una sorta di progetto più autonomo, non bisogna però mai scordarsi che fin dall'inizio non si è da soli, che ci si sta rivolgendo al mondo esterno, prima di tutto a un lettore.

Quindi alla fine cos’è più importante per te: musica o scrittura?

Io trovo che siano due forme molto legate fra loro. Ho iniziato a scrivere canzoni a diciassette anni. Anche adesso sto collaborando con Gino Lucente, affermato pittore, ma anche grandissimo musicista. Abbiamo registrato insieme delle musiche per dei brani del mio libro e adesso stiamo progettando di fare un disco.

Che musica ascolti? Ascolti qualcosa mentre scrivi, magari per trovare l’ispirazione?

Ascolto molta musica strumentale; in particolare, il genere che preferisco ascoltare per scrivere è il Krautrock, una corrente musicale nata in Germania a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta. Alcuni pezzi durano anche 20 o 30 minuti e conciliano perfettamente la scrittura. E’ un tipo di musica per certi versi psichedelico, ipnotico, evocativo, apre la mente.

Hai dei modelli letterari?

Moltissimi … ne cito solo alcuni: Kerouac e tutta la poesia Beat, Manganelli, Buzzati, Saramago, Cortazàr…

Cosa vorresti che rimanesse in chi legge il tuo libro?

Vorrei far pensare, magari lanciare un messaggio, aprire dei passaggi. Vorrei anche che, leggendo il mio libro, altri provassero quella sensazione che a mia volta ho provato io, per esempio con i Sessanta racconti di Buzzati, hai presente quando rimani folgorato da una frase e pensi: “è esattamente quello che avrei voluto esprimere io!”

Nel tuo racconto “La chiave di vuoto” tu parli della ricerca di una chiave che possa aprire tutte le serrature che contengono le risposte alle domande che ci poniamo nel corso della nostra vita. Una chiave che risolva tutti i nodi spinosi. Parli della chiave di pane, della chiave di musica, della chiave di vino, della chiave di abitudine e di tante altre, ma, in conclusione, qual è per te questa chiave?

E' proprio La chiave di vuoto la vera conquista, il vero apri-porta sarebbe non pensare più che debba esistere una serratura e una chiave, non angosciarsi più nel cercarla, un po' come dire vivere il momento, esattamente come ti si presenta davanti.

ALEXIS KNOX IN ESCLUSIVA PER NEROSPINTO

Il dado è tratto, il giorno è giunto.  Alphabet riapre il sipario per una nuova stagione. La serata electrochic per eccellenza di Milano ritorna dall'8 novembre ogni venerdì notte nella nuova sede del Rocket.

La prima volta, si sa, non si scorda mai e Alphabet lo sa bene: per questo motivo, la prima serata della nuova stagione sarà resa ancora più indimenticabile dalla presenza di una guest star d'eccezione.

Stiamo parlando di Alexis Knox,celebrity fashion stylist e collaboratrice di brand come Adidas, dj e vera e propria icona del nightclubbing londinese. Alexis è pronta a farvi ballare al ritmo della sua personale selection "Ilovethissong", insieme alla dj resident di Alphabet, Enza Van De Kamp.

Nerospinto ha avuto l'onore di intervistarla in esclusiva.

Vi regaliamo così un assaggio di Alexis, in attesa di vederla live domani [da leggere tutta d'un fiato].

 

L: So che apprezzi il tè, soprattutto se servito a Brick Lane in un vintage tea party dove si parla di stile. Quindi, anche se non saremo fisicamente uno di fronte all’altra e non potrò ringraziarti di persona per l’intervista, la prima domanda è: latte o limone?

A: Nessuno dei due! Amo il Chai tea latte (caffelatte aromatizzato con tè speziato) ed è molto difficile trovarne uno cremoso al punto giusto!

 

L: Ė difficile presentarti a chi non ti conosce, come tutte le personalità particolarmente eclettiche. Fashion stylist che vanta innumerevoli e importanti collaborazioni con esclusivi designer di moda come Sergei Grinko e brand sportivi ad esempio Adidas. Fashion Editor, DJ e consulente personale di numerose celebrità non solo musicali del calibro di Bruno Mars,  Jessie J, Likke Li, Nicola Roberts, M.I.A. e Daisy Lowe per citarne alcuni.

In Italia ti basterebbe solo pubblicare un libro di cucina per raggiungere la celebrità e ci sarebbero persone pronte anche a candidarti in Parlamento.

Ma per tornare al tuo lavoro, quali sono gli elementi della tua personalità che ritrovi in ogni tuo progetto, pur diverso che sia?

A: Penso sia molto importante, in quanto stilista, non dominare un progetto con il proprio stile personale, ma invece prendere in considerazione tutti gli aspetti dello stile e del gusto di una persona. Buona parte del mio lavoro è colorato e istrionico e penso che gli elementi cyber kawaii fumettosi siano il mio marchio di fabbrica e che non siano solo ciò che faccio e che amo fare. L'onestà è ciò che contraddistingue ogni mio progetto: ad esempio, quando vesto un artista, non mi intrometto dicendogli cosa indossare, si tratta sempre di una collaborazione. Sono lì per far emergere la sua personalità e renderla visibile all'esterno.

 

L: “It’s all about attitude” è una tua citazione che ho letto in giro per descrivere la tua idea di stile.

Quando si lavora con celebrità musicali con una chiara e ben definita personalità, come riesci a trovare un terreno comune su cui sviluppare la tua visione di stile cucita sulla loro immagine?

A: Comunicare è vitale.  Mi piace conoscere in anticipo l'artista con il quale lavoro o, se il tempo stringe, mi basta una breve chiacchierata prima di cominciare. In questo modo loro (gli artisti ndr) sanno che non sono lì per prendere il loro posto, ma per lavorare al loro fianco, per ottenere qualcosa di originale e memorabile.

 

 L: Quali celebrità italiane, se ce ne sono, ti piacerebbe vestire?

A: Amo Bianca Balti, è cool e ha un'attitudine positiva verso la vita. In più è bella, ma la bellezza non è ciò che mi interessa.  Amo il modo in cui è in grado di portare la sua personalità e il suo senso dell'avventura nella carriera di modella.

 

 L: Hai collaborato con lo stilista Sergei Grinko non solo come fashion stylist ma anche come special guest per il suo after show party SS2014.

La sua ultima collezione si chiama Anatomically Correct, contro una ricerca di perfezione anatomica, una sorta di celebrazione della bellezza dell’imperfezione umana.

Quando ti guardi intorno, quali sono le imperfezioni o le alterazioni di quello che si indossa che ti fanno pensare “Questo è un nuovo stile”?

A: Amo lavorare con Sergei Grinko e il suo fantastico team. Sergei ha la mia stessa visione della vita: trovare il bello in ciò che è oscuro e distorto. Inoltre giocare con le forme e le silhouttes è qualcosa che ispira entrambi.

Nel mio lavoro, prendo ispirazione da molteplici fonti, che siano la sottocultura notturna o l'arte concettuale. Non si può essere sempre certi che quel qualcosa sarà un successo, si tratta quasi sempre di nuova fase emergente, di qualcosa che è sul punto di esplodere. A volte vale la pena rischiare ...

 

L: Sei uno dei 5 creativi dall’ UK che è stato scelto per il progetto MIADIDAS, dove ti è stata data la possibilità di personalizzare un paio di Adidas trainer.

Raccontaci qualcosa di questa esperienza, a cosa ti sei ispirata?

A: Adoro Adidas, vestendo tutti i giorni Adidas per me è stata un' esperienza eccitante. Sapevo esattamente quale tipologia di scarpe usare, le Adidas Superstar 2, anche dette " dita dei piedi a conchiglia".

Sono appassionata di street style della vecchia scuola, passando dall' HipHop allo stile ska. Perciò le Superstar 2, essendo profondamente legate allo stile hiphop, erano il paio di scarpe giusto sul quale concentrarmi.

Indosso molte stampe, ci tenevo a mantenere un design audace, in maniera da indossare le scarpe per molto tempo. Ho dunque scelto il nero, il bianco e il rosso. Ho provato con il giallo e il verde, ma ho pensato che qualcosa di più pulito e grafico potesse adattarsi meglio al mio stile. Penso che la gente si aspetti di vedere una scarpa super colorata, ma il mio stile da giorno è estremamente grafico e street, non qualcosa di già visto.

 

L: Ho estrapolato da alcune interviste le tue indicazioni per un corretto outfit e, più in generale, per farsi guidare nella scelta di quello che si indossa.

3 regole: fondere la propria personalità alle mode, buona qualità dei capi e divertimento, senza prendersi mai troppo sul serio.

Ne ho dimenticata qualcuna? Ci sono altre regole da seguire?

A: Penso che vadano bene! La chiave sta nel sentirsi a proprio agio con ciò che si sta indossando, anche se si tratta in realtà di un outfit scomodo, l'importante è che per noi sia il migliore.

 

L: Quali sono in questo momento, i fashion designer più interessanti e chi ami particolarmente?

A: Ovviamente Sergei Grinko, la sua  teatralità ed eleganza nel ritrarre una donna "con le palle", per me è fonte di ispirazione. Amo Maria Ke Fisherman e i suoi vestiti cyber che uniscono la street culture e l'alta moda. Mi piace il brand di moda maschile AdaXNik di Nik Thakkar e Ada Zanditon, la sua realizzazione tecnica e l'attenzione per il brand e le campagne, che sono semplicemente perfette.

Amo anche Tolga Ozturks (abbigliamento maschile), che è audace e colorata pur restando prettamente maschile, la sua attitudine street, che rende i suoi vestiti perfetti per il ragazzo dei nostri sogni. Quando si sceglie nel proprio guardaroba, al di là della personalità e dello stato d’animo, è imprescindibile pensare all’occasione o alle persone per cui ci si veste.

 

 L: Se dovessi uscire per incontrare te stessa, cosa indosseresti?

A: Indosserei qualcosa che metta in evidenza i miei punti forti, ma allo stesso tempo confortevole e che non richieda troppe cure, qualcosa che non parli al posto mio. Ovviamente, se si tratta di un appuntamento, indosserei qualcosa che possa attirare l'attenzione! Apprezzo chi ha il senso dello stile, l'importante è che ciò sia naturale e che non richieda sforzi, altrimenti non è credibile e perde tutta la sua magia.

 

L: Ho letto che la tua esperienza di DJ è nata collaborando al Circus, locale esclusivo londinese frequentato anche da molte star. I club spesso sono le vere giungle dove nascono fenomeni e stili che anticipano le mode o rivelano quelle che avranno successo.

Sei d’accordo? Quali sono i club o le città nel mondo che da questo punto di vista sono fonti di ispirazione per il tuo lavoro di fashion stylist?

A: Jodie Harshs Circus è stato davvero un punto di riferimento durante il periodo trascorso a Londra. Ho iniziato gestendo le liste alla porta, dunque potevo decidere chi far entrare e chi no. In quel periodo era uno dei miei nightclub preferiti assieme al Boombox e Tailor Trash. Era un posto pieno di ragazzini, drag queens, amanti della moda e celebrità. Avevamo tutti, da Kate Moss a Amy Winehouse e Alexander McQueen e, come potete immaginare, stare alla porta mi ha consentito di conoscere molta gente! Al termine, salivo nella postazione del dj e raggiungevo Jodie e DJ Kris di Angelis e fu allora che Jodie mi passò i piatti! Kris mi disse poi come era andata la serata.

Londra sarà sempre la mia casa e una grande fonte di ispirazione. Mi piacerebbe visitare il Giappone e la Corea e trascorrere più tempo a Los Angeles e New York. Ovviamente adoro stare a Milano il più tempo possibile, le strade sono piene di passanti eleganti e perfetti.

 

L: Venerdì sarai ospite della serata inaugurale della nuova stagione di Alphabet, presso il Rocket in Alzaia Naviglio Grande 98.

I tuoi DJ set si chiamano “I love this song!” perché spesso lo senti dire dal pubblico delle tue serate. Ho intercettato alcune tue performance, so che ami molto l’old fashion garage  e in generale la musica anni '90. Che cosa hai in mente per la tua selezione musicale? Dai una piccola anticipazione a noi di Nerospinto?

A: Porto sempre con me una buona dose di Girl power! Ci saranno dei momenti in cui canterò come una vera diva e in più amo il rave e dunque pomperò molte basi.

 

L: Cosa c’è invece nella tua playlist e cosa ascolti ultimamente?

A: Girl Power sotto forma di Destiny's Child, Brooke Cand, Spice Girls e Iggy Azalea; ritmi cattivi sotto forma di French Montana, Migos, NERD e ASAP Rocky.

 

 L: L’uomo e la donna più fichi degli anni '90.

A: Uomo più fico non saprei, donna più fica Geri Halliwell aka Ginger Spice

 

 L: Un consiglio a chi oggi pensa di diventare una Fashion Stylist.

A: Divertiti molto, lavora molto e sii sempre gentile. Essendo un lavoro da sogno, sei fortunato anche solo a  metterci un piede, sii riconoscente per ogni esperienza che fai e fai qualunque cosa meglio di quanto potresti.

Dopo aver conosciuto il mondo di Alexis Knox, non potrete fare a meno di vederla in veste di dj, per una serata da iscrivere negli annali della notte milanese, riservatevi una poltrona d'onore!

[Intervista di Luca Mirmina/Traduzione a cura di Letizia Carriero]

 

ALPHABET OPENING PARTY, Special Guest ALEXIS KNOX (London)

Friday November 8th Rocket Alzaia Naviglio Grande 98 Milano

Info e liste: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Mob: 348/8826632

 

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Direttore Responsabile
INDIRA FASSIONI

Se vuoi scriverle: direttore@nerospinto.it

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