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In questi lunghi pomeriggi mi ritrovo sempre più spesso a collassare sul divano senza preoccuparmi particolarmente delle scadenze, dei doveri e degli impegni presi. Verso le tre migro dalla scrivania al divano, una birra in mano e una sigaretta nell'altra. Allungo le gambe e con i piedi su una sedia mi dedico all'ozio, che mi piacerebbe fosse otium letterario, ma a conti fatti mi limito a procrastinare.

L'unico aspetto positivo di quest'attività è il poter ascoltare buona musica da un ottimo impianto con la cassa dei bassi più grande dello schermo del mio computer. E' in uno di questi pomeriggio che ho scoperto i Gentleman's Dub Club. Guardando il cielo grigio fuori dalla finestra cercavo giustificazioni per il mio pessimo comportamento e i GDC si spandevano nell'appartamento col loro sound prettamente inglese e un poco mi è sembrato di essere a Londra, in periferia, o a Edimburgo, in un appartamento per studenti accanto al Royal Mile, vista sul castello e malinconia a catinelle.

 

Oggi però sacrificherò il mio ozio per parlarvi proprio del gruppo che mi ha tanto contagiato nell'ultimo periodo. Non sono reggae, non sono dub, non sono ska, sono tutto questo e molto di più. I Gentleman's Dub Club: un club di gentiluomini dediti a nient'altro che la musica, la loro musica.

 

Sono in nove i protagonisti di questo viaggio, nove ragazzi di Leeds che hanno conquistato il pubblico di mezzo mondo con il loro sound variegato e profondamente radicato nella più pura tradizione Dub inglese.

Il 12 ottobre hanno suonato a Milano, al Leoncavallo, e il 18 è uscito il loro primo album, preceduto solo da 2 Ep. Ne abbiamo approfittato e, grazie agli amici di Low Fi Promotion, organizzatori dell'evento, ci siamo procurati un'intervista che vi proponiamo senza censure! W: Com'è possibile gestire un gruppo di 9 membri? Non è difficile prendere delle decisioni e trovare il sound giusto che vada bene a tutti? GDC: Si, può essere difficile, sebbene condividiamo tutti una passione per la dub e la musica reggae, per questo tiriamo avanti da sette anni. Sappiamo cosa va bene per i GDB e cosa no. In passato abbiamo sperimentato diversi modi per scrivere e registrare la nostra musica, ma alla fine ci limitiamo a suonare qualsiasi cosa funzioni al meglio Live e che faccia uscire di testa il pubblico!

 

W:  Come descrivereste il vostro sound?

GDC: Ci ispiriamo alla dub, alla dubby-dubstep, roots, levers e allo ska. Non vogliamo limitarci a un genere, semplicemente suoniamo la musica che ci favenire voglia di ballare!

 

W: Chi sono gli artisti che vi hanno influenzato di più?

GDC: Tutti, da King Tubby a Mala, dai Iration Steppas a J DIlla, dai Madness ai Beach Boys, dai Channel One  a Capleton. E tutto quello che ci sta in mezzo. SIamo in 9 e abbiamo background musicali molto diversi, le nostre influenze sono tantissime.

 

W: Quali sono i punti forti della vostra carriera? GDC: Abbiamo rilasciato 2 EP negli ultimi anni, ma ad ottobre abbiamo rilasciato "FourtyFour", il nostro album di debutto e siamo molto eccitati per questo. Sono sette anni che lo prepariamo e adesso abbiamo aspettato fin troppo...! Questo è un importante passo per la band. Siamo stati abbastanza fortunati da poter suonare in alcuni locali e festival impressionanti negli anni. I più famosi sono l'Outlook Festival in Croazia (n.d.r. Il più grande festival di Bass music d'Europa), il Glastonbury Festival e il Bestival.

 

W: Cosa c'è dietro al nuovo album? GDC: In passato non abbiamo rilasciato molto materiale e la ragione è che volevamo intrappolare l'energia di un Live anche nelle produzioni. Tuttavia la soluzione è arrivata dal nostro bassista Toby Davi, che ha prodotto le registrazioni ed è responsabile della gestione di ricreare l'energia dei live nel disco. Questo è stato un grosso passo avanti per noi nella produzione dell'album, ma volevamo anche mostrare gli altri lati della band, infatti in "44" abbiamo inserito dub, ska, lovers e digi-dub.

 

W: Ho sentito la preview dell'album su ITunes e sembra avere molte più influenze electro delle altre produzioni, ho sentito bene? GDC:Certo. Negli ultimi anni la band è stato più che influenzata dall'EDM di tutti i tipi e abbiamo assorbito le influenze riportandole nei nostri show live e nelle produzioni. E' qualcosa che penso esploreremo ancora di più in futuro.

 

W: Perchè si chiama "44"?

GDC:Ottima domanda! Abbiamo cominciato a suonare a Leeds e ci riunivamo nel seminterrato di Niall e Toby, che è al 44 di Otley Road... Abbiamo voluto lasciare una traccia di come abbiamo cominciato e delle idee originali dietro il progetto, così "44" sembrò un ottimo titolo.

 

W: Qual'è la storia della canzone e del video dietro il singolo dell'album, Riot? GDC: ovviamente, la canzone Riot stata influenzata da quello che è successo a Londra 2 anni fa. Tutti nella band vivono a Londra e sono stati coinvolti in quello che è successo. La traccia (e il video) non sono una dichiarazione politica, ma solo una riflessione su quello che è successo.

 

W: Quanto è influenzata la vostra musica dalla politica e dalla lotta sociale?

GDC: Non scriviamo niente di apertamente politico, tantomeno le nostre lyrics. Sentiamo che il fatto stesso di suonare musica sia abbastanza un atto politico e una protesta.

 

W: Se foste le ultime persone sulla terra, cosa fareste? GDC: Ci faremmo una birra e una Jam! E proveremmo a trovare qualche ragazza...

 

Buon ozio con i Gentleman's Dub Club!

 

 

In questi giorni a Milano piove. Il cielo si è riempito di nuvole e il grigio ha preso il sopravvento, scortato dal freddo e i primi mal di gola. Di colpo siamo stati catapultati nell'autunno dei primi giorni di scuola, della pioggia lenta sui vetri, delle prime coperte di plaid e delle tisane. Scappare da questa malinconia non ha senso, molto meglio immergersi al meglio in questi sentimenti e godersi questi giorni di confusione prima di ritornare a  non accorgersi più di niente presi dalla routine e da altri impegni.

Andreya Triana è una di quegli artisti che incarnano al meglio l'inquietudine pacata di questo Ottobre. Come stare in una foresta, nudi, circondati dalla neve, ma riscaldati dalla consapevolezza di vivere un momento magico, al di sopra delle preoccupazioni e dei doveri. La profonda voce della cantante londinese riscalda l'animo trasportandoci tra foglie secche e ricordi sul filo del vento del cambiamento.

Andreya canta col cuore sulle note di un contrabbasso e una batteria. Nu Soul, downtempo, ritmi lenti, una chitarra accennata e le vere protagoniste di questa musica:  le emozioni.

Qualche settimana fa Andreya ha suonato per la prima volta in Italia, a Bari, e noi siamo riusciti a strapparle un'intervista, grazie agli amici di Low Fi Promotion, agenzia che ha curato l'evento.

 

W. La tua passione per il canto è cominciata quando eri molto piccola e ho letto che l'ambiente multiculturale in cui sei cresciuta ti ha aiutato parecchio nello sviluppare il tuo lato artistico. Come sono stati quei primi anni a Londra? A. Sono cresciuta al sud di Londra ed ero circondata da tantissime culture e generi musicali diversi. Quando sei esposto a questo ambiente fin dalla tenera età ne rimani per forza influenzata. Così sento che le canzoni che scrivo hanno radici profonde nella musica soul, ma hanno anche elementi della musica che ho ascoltato crescendo...

 

W. E chi sono gli artisti che ti hanno influenzato di più crescendo?

A. Nina Simone, Lauryn Hill, Bill Withers, Stevie Wonder, Bjork...

 

W. Il primo passo nel diventare una cantante professionista è stata la band che avevi a Worcester, i Bootis, che hai anche riformato a Leeds. In quel periodo è stato difficile trovare delle serate in cui suonare? Cosa mi dici di quel periodo?

A. E' stata una grande esperienza essere in una band e di sicuro mi ha insegnato molto. Ho cominciato esibendomi alle serate di Open Mic e poi ho riformato la band con nuovi membri mentre studiavo all'università a Leeds. Abbiamo suonato in molti posti a e nei dintorni di Leeds, ma per fortuna era tutto facilmente gestibile mentre stavamo studiando.

 

W. Sei stata selezionata dalla redbull music academy per un'esperienza unica in Australia, dove hai potuto confrontarti con numerosi artisti e professionisti del settore. Come ti ha aiutato quest'esperienza a trovare il tuo stile?

A. Essere selzionati per la RedBull Music Academy mi ha aperto un sacco di possibilità creative. Ho conosciuto persone con cui non avrei mai collaborato altrimenti. E' stata una delle migliori esperienze creative di tutta la mia vita.

 

W. Hai viaggiato molto nella tua vita, e viaggiare è una grande opportunità per esplorare nuovi modi di pensare e entrare in contatto con altre culture, ma d'altro canto, può essere anche destabilizzante. Come ti ha cambiato tutto questo? Forse la canzone, e l'album, "Lost where I belong" è un manifesto a questo sentimento malinconico?

A. Amo viaggiare e se rimango in un posto troppo a lungo mi prudono i piedi e sento il bisogno di fare i bagagli e andare da qualche altra parte. Sono davvero grata di aver viaggiato così tanto. Viaggiare ti apre la mente, ma amo anche avere la stabilità di essere a casa.

 

W. Molti artisti hanno remixato le tue canzoni, mr Scruff, Tokimonsta, Flying Lotus, ma c'è qualcuno in particolare con cui vorresti collaborare? A. Amerei lavorare con Danger Mouse. (n.d.r. se non lo conoscete andate subito ad ascoltare l'album ROME)

 

W. Qual è stato l'ultimo album che hai comprato?

A. Seven di Emily King.

W. Se fossi l'ultima persona sulla terra, cosa faresti? A. Salterei dalla cima del mondo e andrei a vivere nel mare!

 

Buon inizio Autunno con Andreya Triana!

 

 

“Ha insegnato Leonardo Sciascia che la Sicilia non è una. Ne esistono molteplici, forse infinite, che al continentale, forse al Siciliano stesso, si offrono e poi si nascondono in un giuoco di specchi”.

Vorrei iniziare questo articolo cosi, con una citazione di Paolo Isotta, giornalista campano, per introdurre all’incontro con un giovane, ma già pluripremiato, fotografo siciliano.

La Sicilia non solo come espressione geografica e burocratica, terra racchiusa tra quattro punti cardinali, ma una Sicilia che è una e trina, o forse di più. Un modo di essere, uno stato d’animo, un profumo, una voce, un ricordo, un luogo, un sapore.

Non è un caso che i siciliani siano tra gli italiani più legati alla loro terra, quasi vi fosse un filo invisibile che parte dal cuore e che si dipana mano a mano che i chilometri aumentano, mano a mano che la terra natia si allontana, fino a diventare un’Itaca al di là delle nuvole.

È proprio da qui che sono voluta partire nel mio incontro con Giuseppe La Spada, fotografo, regista, poeta e ambientalista.

Lo raggiungo nel suo studio nel centro di Milano, un luogo incastonato tra antichi palazzi e chiese, un rifugio dai colori del mare, elemento predominante dell’opera di La Spada e sua musa ispiratrice.

Sei nato a Palermo e cresciuto a Milazzo. Ho conosciuto molti siciliani nella mia vita e tutti mi hanno confessato di sentire un legame indissolubile  con la loro terra. Nonostante la delusione e la rabbia contro un sistema che, inevitabilmente,li costringe ad emigrare, essi sentono dentro un orgoglio, un amore per le proprie radici che raramente ho riscontrato altrove.

Noi Siciliani abbiamo un legame viscerale con la nostra terra. La Sicilia è la culla della civiltà mediterranea, in cui fondamentale è stato il contatto con le culture che, nel corso dei secoli, vi ci sono avvicendate. Questa ricchezza  fa si che , a volte, vi sia una sorta di chiusura mentale, una presunzione che tutto sia li. Credo invece che sia vitale il continuo confronto con genti, culture e pensiero diversi

Quanto ha influito sul tuo lavoro, il tuo essere cresciuto a Milazzo, cittadina incastonata tra due golfi, affacciata sulle Isole Eolie e sul  Mediterraneo?

Innanzitutto direi la palette dei colori che utilizzo nei miei lavori: il turchese del mare, la luce, il verde, il giallo dei campi riarsi d’estate. I profumi, che hanno la capacità di trasportarti in un tempo e un luogo lontani ma vivi nella memoria e i valori, quelli della famiglia, del rispetto, del sacrificio.

Come vivi il tuo essere siciliano?

Manlio Sgalambro (scrittore e filosofo, collaboratore di Franco Battiato ndr), ha espresso benissimo, nei suoi testi, il legame viscerale che ci lega alla nostra terra. Chi nasce in un’isola avverte sempre la paura di inabissarsi. Il continuo aleggiare della morte, si tramuta in una sorta di incombenza a fare qualcosa, a darsi da fare, a mettere in atto le cose.

La Sicilia la vivo anche attraverso il mio lavoro fotografico direi che mi sento quasi un esportatore della mia terra: l’acqua, la figura femminile, il concetto dell’amore. In questo modo riesco a colmare la mancanza di casa, la nostalgia che, inevitabilmente, mi coglie.

L’acqua è l’elemento primario delle tue foto. Molte delle tue opere ritraggono figure femminili in acqua con il viso celato. Veri e propri quadri viventi cesellati dalla luce che trafigge il tutto, dando forma e movimento.

L’acqua è una delle protagoniste delle mie foto, assieme al soggetto o ai soggetti interessati. Le foto sott’acqua consentono una sospensione della realtà: la percezione del reale cambia, si acuiscono i sensi e, contemporaneamente, si ha la sensazione di essere trasportati in un’altra dimensione.

Inoltre l’acqua del mare non è sempre la stessa, ma cambia a seconda del luogo, della luce e dei momenti della giornata.

Le mie modelle vogliono rappresentare una donna che non esiste nella realtà, una figura direi Ottocentesca. Una delle mie fonti d’ispirazione è sicuramente la pittura dei Preraffaelliti, con le sue eteree giovani dai capelli rossi e dalla pelle d’alabastro , le sue cromie e la saturazione dei colori.  Nella mia fotografia ricerco anche la figura della donna siciliana, che dà la vita e la morte, forte e fragile allo stesso tempo, contemporanea nel suo essere eterna.

Mi incuriosisce il fatto che le tue modelle abbiano il viso celato. Cosa vuoi trasmettere attraverso questa precisa scelta stilistica?

Ho voluto soffermarmi sull’estetica dell’atto: non visualizzare il viso permette di potersi concentrare su altri aspetti e sui gesti che raccontano più delle parole. Cogliere l’attimo, che è uno dei concept alla base della fotografia.

Vi è poi l’amore, altro concetto che ritorna sempre nei miei lavori: permettimi di citare il regista francese Jean Vigot, il quale disse “È necessario mettere sott’acqua il viso per incontrare l’amore”.

Nel 2007 hai vinto il Webby Awards per la creazione del sito web “Mono No Aware” (Il sentimento delle cose ndr), a supporto del progetto “Stop Rokkasho”, creato dal musicista Ryuichi Sakamoto, il cui scopo è evidenziare i pericoli ambientali legati all’attività nucleare in Giappone. Cosa puoi raccontarci di quella esperienza?

Ho contattato il Maestro Sakamoto tramite mail nel 2006: ai tempi ero già  fan della sua musica e mi aveva incuriosito il fatto che un artista di quel calibro avesse dato vita ad un progetto cosi importante.

Sono infatti dell’idea che ogni artista debba essere un sismografo del suo tempo e che debba, in un certo senso, sfruttare la sua fama per divulgare argomenti di cui si parla poco o per niente.

Il progetto Rokkasho ha coinvolto artisti con ambiti e background diversi e davvero permesso di informare la popolazione non solo giapponese, ma mondiale, circa i pericoli derivanti dal riprocessamento nucleare.

Ho avuto l’onore di collaborare con il Maestro Sakamoto e Fennesz ad una tournée, “Cendre” (Cenere) che si è conclusa con un concerto a Ground Zero, un luogo colmo di energia negativa ma allo stesso tempo di speranza per poter costruire un futuro diverso.

Lavorare con il Maestro Sakamoto è stato per me emozionante, grazie anche alla sua estrema disponibilità e all’amore e impegno che mette in ogni iniziativa che intraprende.

L’attenzione all’ambiente e l’amore per l’ecologia ritornano nel live show “Afleur” del 2009 con il musicista Con-cetta, poi divenuto un libro. Cosa puoi dirci a proposito?

Si tratta di un progetto che mi sta molto a cuore: il libro prodotto con alghe provenienti dalla laguna di Venezia, con carta priva di cloro e altre carte giunte appositamente dal Giappone. Perché l’alga? Perché penso che rappresenti benissimo la fragilità dell’amore come lo conosciamo noi oggi, un sentimento difficile da incontrare e da vivere, che può essere trovato solo in apnea, immergendosi. Non a caso il libro si compone di brevi riflessioni, scritte da me, con tema l’amore, il mare e la nostra ricerca interiore e da foto, ritraenti le già citate figure femminili  immerse nel mare dinanzi Milazzo.

La necessità di sensibilizzare i cittadini, Milanesi in questo caso, circa il problema dell’inquinamento , ti ha portato, nel 2011, a collocare un grande albero in Piazza Duomo, in una sorta di performance collettiva. Raccontaci di più

Si, si è trattato di un esperimento di “architettura ecologica”, commissionatomi da un cliente che lavora nel settore dell’architettura e molto sensibile alle problematiche dell’ambiente. Ho immaginato un albero costruito con borse di colore verde e marrone, che sono state distribuite ai passanti e a tutti coloro che hanno preso parte alla performance.

Oggi, oltre che artista , sei anche docente presso l’Istituto Europeo di Design di Milano e l’Accademia di Brera. Cosa puoi raccontarci della tua esperienza da professore?

All’inizio, essendo molto giovane, ho avvertito un certo imbarazzo nel confrontarmi con alunni quasi miei coetanei. Sono dell’idea che si debba mantenere un rapporto umano con gli studenti, pur pretendendone il dovuto rispetto.

Insegnare è una missione, i docenti devono trasferire agli studenti l’esperienza, il rigore, i valori reali e soprattutto far capire che ogni mestiere creativo, richiede passione e sacrificio.

Ritengo che il docente abbia un dovere sociale, ossia accompagnare i ragazzi lungo il percorso della vita, infondendo loro l’amore per la bellezza, dando loro i riferimenti culturali che stanno dietro essa e che oggi,inevitabilmente, molti tendono ad ignorare.

Oltre che fotografo, sei anche regista di un video musicale da più di 18 milioni di visualizzazioni (L’Essenziale di Marco Mengoni). Nel video ritorna l’elemento dell’acqua: vediamo un giovane camminare per Milano e, ad un tratto, cadere in acqua, circondato da una musicista e da spartiti. Cosa hai voluto significare con questa scena?

Si dice che ogni uomo aneli ad un ritorno alla vita intrauterina e che insegua le immagini impresse nella sua memoria prima della nascita.

L’acqua simboleggia una dicotomia: il momento di crisi che ti attanaglia, durante il quale inciampi in qualcosa che ti permette di conoscere te stesso, attraverso un percorso verticale. Inoltre essa fa pensare ad un viaggio spirituale, di riscoperta di ciò che è più importante nella nostra vita, di ciò che è essenziale.

Come ti vedi nel futuro? Pensi anche tu di emigrare, come fanno molti, all’estero?

Per ora escludo la possibilità di trasferirmi all’estero, non che l’attuale situazione italiana non invogli a farlo. Credo tuttavia che la crisi faccia venir fuori ciò che noi siamo, in un certo senso ci sproni a metterci in gioco, a produrre un qualcosa che possa arricchire la società, che dia un valore al nostro passaggio su questa terra.

In futuro, quando il lavoro e le circostanze me lo permetteranno, spero di tornare in Sicilia, per ricongiungermi con le mie radici più profonde. Questo si, sarebbe l’ideale.

 

http://www.giuseppelaspada.com/

http://www.mono-no-aware.org

 

Dario Aggioli, attore, regista e direttore artistico romano ci parla del suo nuovo spettacolo: Porno Mondo, un'interessante sperimentazione intorno al binomio sesso-nuovi media in equilibrio tra mockumentary, mascherine e social dating, il cui debutto è previsto per marzo 2014.

N: Da cosa nasce Porno Mondo?

D: Lo spettacolo nasce da uno scherzo telefonico che un mio alunno del liceo mi ha fatto. Invece di darmi il numero di sua madre mi ha dato quello a cui rispondeva la segreteria (molto fantasiosa) di una prostituta. Poi la ricerca sul web di questa tizia per capire se era vera o meno. E il mondo che gira intorno al porno è stata una scoperta. I forum che recensiscono le escort su tutto!

N: Lo spettacolo è frutto di una coproduzione tra tre realtà del territorio romano: Teatro Forsennato, Teatro dell’Orologio e Teatro Tor di Nona. Chi c'è dietro queste realtà e perché si è deciso di collaborare ad un progetto di questo genere?

D: Per la verità il Teatro dell'Orologio per ora ci ospita soltanto, ma stiamo valutando di farlo entrare per lanciarlo (loro hanno proposto conferenze stampa in club privé o qualcosa di simile) Il Tor di Nona è il teatro che dirigo e che ci ospiterà per le prove (e perciò una spesa si abbatte così facilmente) mentre Teatro Forsennato è la mia compagnia.

N: Dalla presentazione dello spettacolo sembra che lo spettatore sia chiamato a partecipare ad un insolito gioco/reality ispirato ai più comuni social network per "incontri". C'è una propensione verso il voler far vivere un'esperienza al pubblico?

D: Solitamente nei miei spettacoli il pubblico in minima parte è coinvolto, qui verrà rimorchiato prima senza saperlo attraverso delle applicazioni come Grindr oppure verrà coinvolta gente che non sa nemmeno che esiste lo spettacolo...

N: Attraverso la pratica teatrale e la messinscena probabilmente quello spazio protetto dalla virtualità dell'azione viene meno:  da dove nasce l'esigenza quasi scaramantica di rendere pubblico qualcosa che solitamente è assolutamente intimo e personale?

D: L'esigenza nasce dal fatto che intimo e personale ormai non lo è più. Sta mutando. Immaginate solo che per i pochi che hanno i google glass, molti hanno fatto avatar sessuali che su google earth o maps puoi incrociare e sostuire a chi hai di fronte, solo indossando degli occhiali... Oppure immaginate che nei ragazzi sotto i 18 anni, 1 su 4 ha ripreso un atto sessuale (e spesso sono le donne a proporlo).

N: Nella presentazione si parla anche di “Mockumentary”, una sorta di finto documentario, ma la pornografia appartiene già all'ambito della fiction, anche se il tutto è 'realmente giocato dagli attori'. Qualcosa che assomiglia molto al teatro. Qual'è dunque nello spettacolo il confine tra realtà e finzione?

D: Per prima cosa non non parliamo di pornografia (almeno non solo), ma del rapporto tra sesso e nuovi media. Lo facciamo usando il linguaggio del mockumentary, ma ribaltandolo. Nel senso che il mockumentary è un finto documentario che usa quel linguaggio per costruire e raccontare come verità ciò che è finto, mentre noi vogliamo fare un documentario che usi il linguaggio del mockumentary per raccontare quanto c'è di falso in quella verità.

N: Leggendo la sinossi di Porno Mondo mi viene da pensare ad uno studio sociologico. Che ne pensi?

D: Uno studio sociologico? Può darsi... C'è anche quello... E' uno sguardo che non vorremmo, almeno per ora, indirizzare aprioristicamente...

N: Utilizzerete degli elementi particolari durante la messa in scena, come le mascherine per attori e spettatori e i pop-up. Perché questa scelta?

D: I pop-up saranno delle vere e proprie scene, costruite come quelle disturbanti pubblicità. Le mascherine sono un elemento importante nell'estetica del mondo delle cam e funzionale a quel momento. Queste saranno funzionali anche in un momento in cui "qualcuno" vedrà il nostro pubblico e noi per evitare di fare 50/100 liberatorie a replica, le faremo indossare al pubblico presente in sala!

N: Che cos'e per te la pornografia e quali interazioni può avere con l'arte?

D: Non so cosa sia la pornografia o meglio non me lo voglio domandare in questa fase del lavoro. Vorrei approcciarmi al tema come se fossi il Candido di Voltaire (anche se candido non sono). Ma a parte tutto è un termine ottocentesco come origine, anche se in greco vuol dire disegno osceno o qualcosa di simile ed è un termine che è nato proprio per distinguere questi disegni o immagini dall'arte. Perciò interagisce in tutto dato che molte cose possono essere al confine tra una e l'altra.

N: Se dovessimo parlare di "efficacia" e di "confini" (non per forza intesi come limiti) della provocazione praticata nell'oggi, a te cosa verrebbe da dire?

D: Bisogna capire cosa si intende per provocazione: spesso oggi la provocazione, come anche la satira, non è efficace perché è utilizzata per far ridere e non per smuovere. Spesso si fa satira e si provoca il politico per farlo ridere di sé, interrogarlo, ma non farlo incazzare, smuovere qualcosa, fargli ribaltare la sedia, farlo licenziare. L'ormai compianto Salone Margherita, le sue ballerine e i Pippi Franchi, invitavano addirittura i politici a mischiarsi con le loro macchiette. O il Bersani che appare e fa il doppio al Crozza suo sosia/socio. Questa non è satira, non provoca, non è provocazione, perché i confini non sono più presi in considerazione come un luogo da provare a valicare, ma delle linee da rimarcare; l'efficacia non è più un obiettivo, una necessità, ma una opzione alla provocazione.

N: Come vivi il tuo essere un teatrante?

D: Come vivo il mio essere teatrante? Come l'ho iniziato: non sapevo di volerlo fare, non ero intenzionato a farlo, poi ho iniziato per fare altro (il mio primo spettacolo doveva essere la mia tesi in filosofia), poi delle persone mi hanno chiesto di lavorare con me, poi ho continuato, mi sono divertito e continuo a giocare. Lo vivo giocando.

N: Dal libro del significato dei nomi:

Dario. Dal greco Dareios, le parole persiane daraya e vahu significano insieme "che possiede il bene". Dario è pratico, socievole, eloquente e positivo, solo dopo una giovinezza incerta e un po' schiva punta alla meta. Ama la compagnia, la vita comoda e la buona tavola. Non gli piace avere difficoltà sia nella vita che con gli affetti, anzi vuole essere sempre coccolato e protetto dall'amore della sua compagna che la ricerca fedele, serena ed equilibrata. Dario è molto vanitoso, gli piace apparire, per nulla diplomatico ed incapace di curare i propri interessi. Ipocondriaco.

Nomen omen?

D: Totalmente uguale a me, tranne per il vuole essere coccolato. La mia vita è andata oltre al nome, ho passato un momento della mia crescita in totale solitudine e perciò non potevo essere coccolato da nessuno. Perché non avevo nessuno vicino a me, fino ai 18 anni. E per l'ipocondriaco. Non ho paura delle malattie perché non ne ho: ho avuto l'influenza 2 sole volte nella vita (a 8 e 14 anni), ho preso l'ultima volta l'aspirina nel 2005... difficilmente ho la febbre...

https://www.facebook.com/teatro.forsennato

Credits foto by Marco Ventimiglia

Nerospinto incontra Simone Pismo, tra gli ideatori di uno dei nostri club di Milano preferiti, il Toilet.

Tra nostalgie anni 80 e letture impegnate, Simone ci mostra un lato introspettivo di sé, aprendoci il suo mondo di grafico di giorno e comunicativo di notte.

Ciao Simone, presentati ai lettori e alle lettrici di Nerospinto

Da lunedì a giovedì: mi chiamo Simone, ho 35 anni, vivo da solo in un borgo alle porte di Bergamo; sono un grafico, faccio vita da ufficio e in settimana esco poco. Da venerdì alla domenica: sempre Simone, un po’ più giovane, mi trasferisco alle porte di Milano e di notte mi trovate al Toilet Club

Qual è il tuo ruolo all’interno del progetto Toilet?

Faccio sempre il grafico, mi occupo della comunicazione, delle scartoffie, di qualche relazione esterna, in serata sto all’entrata, sempre a che fare con le persone. In realtà i ruoli interni sono sempre condivisi: non faccio tutto questo da solo, ci aiutiamo tutti a vicenda

Il bello e il brutto del tuo mestiere?

Quale dei due? In generale il bello è che mi diverto sempre e il brutto è doversi far venire delle belle idee per forza, anche quando non c’è l’ispirazione né  la voglia (e ovviamente non sempre ci si riesce)

Ultimo libro letto?

Non sono un lettore assiduo, i libri che acquisto sono per lo più di consultazione. Quindi rispondo “M to M of M/M (Paris)”, Thames & Hudson Edizioni (in verità mi vergogno di citare le mie letture da scaffale Esselunga)

Ultimo cd acquistato?

Il greatest hits delle Perfume o delle Girls Aloud, non ricordo di preciso

Quali sono i tuoi punti di riferimento in campo musicale?

Ascolto parecchia musica, di svariati generi, ma niente come una buona canzone pop mi esalta di più. Cerco di rimanere aggiornato, ma in generale ammetto di essere un nostalgico: per me i riferimenti più alti arrivano ancora dagli anni ’80 e ’90

Cosa detesti in una donna? E cosa invece in un uomo?

Non faccio mai differenze di genere. Delle persone non detesto nulla di base, ma non riesco ad avere troppo a che fare con chi è troppo permaloso (un po’ come me), lunatico, indeciso, triste e depresso. Adoro invece chi sorride e prende le cose con leggerezza

Il tuo miglior difetto e il tuo peggior pregio?

È difficile parlare di se stessi in questo senso, comunque: miglior difetto: sono troppo preciso, organizzo tutto, anche la noia. Peggior pregio: credo di essere molto generoso, anche con chi conosco da poco

Stai partendo per un viaggio da eremita su di un’isola deserta e hai solo 5 minuti per decidere cosa mettere in valigia. Cosa scegli e perché

Cose di prima necessità, sicuramente qualcosa di comodo da indossare e lo spazzolino da denti. Poi della musica, cd, lettore e tante batterie

Se ti dico Nerospinto, cosa ti viene in mente?

La liquirizia e la pelle nera, ma non chiedermi perché

 

Piazza Medaglie d’Oro, uno di quei giorni piovosi che ultimamente Milano ci riserva un po’ troppo spesso: è lì vicino, all’inizio di Corso Lodi, che ho appuntamento con l’ispettore Crespo…o meglio con il suo ideatore, Gianluca Veltri.

 

Dopo il successo del noir meneghino “L’Odore dell’Asfalto” (Nobeer 2011), ecco la seconda indagine dell’ispettore Crespo: “La dimora del Santo” (Happy Hour Edizioni ). Era ora, Crespo ci è mancato in questi anni e il suo ritorno non delude, anzi convince più di prima.

Sarà che sono interista come lui e come Gianluca Veltri (non a caso “Crespo” è il soprannome dato all’ispettore  Leonardo Marazzuti in virtù della somiglianza con l’ex attaccante dell’Inter), ma ne “La dimora del Santo” il personaggio ha una maturità e uno spessore che lo rendono più credibile e umano. Certo non manca un pizzico di disincanto e fragilità che in “L’Odore dell’Asfalto” non c’era, ma è il segno dei tempi non facili che anche Milano e i suoi abitanti sono costretti ad affrontare.

 

In una  città colpita dalla crisi economica, non servono supereroi, ma persone che sappiano rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani. Restano invece i titoli dei capitoli che indicano la zona della città in cui si svolgono le avventure dei protagonisti, nonché Aurora, la splendida fidanzata di Crespo dal passato torbido, e Fulvio, lo sventurato fratello dell’ispettore.

Prostituzione, droga, usura, gioco d’azzardo, violenza, questi gli ingredienti del noir che mettono in evidenza il lato più squallido di una società in cui i valori sono in crisi, mentre sarà il dubbio a mettere alla prova l’amore tra Crespo e Aurora. E’ lo stesso Gianluca Veltri a parlarcene.

 

Come sono cresciuti in questi anni l’ispettore Crespo e Gianluca Veltri?

Siamo cresciuti insieme in questi tre anni: io mi sono sposato e sono diventato padre e ovviamente il mio personaggio è stato influenzato dalla mia crescita personale e dalla mia maturazione. Oltre a ciò, in La Dimora del Santo troviamo un Crespo più tagliente e arrabbiato rispetto a L’Odore dell’Asfalto, dove invece era a suo modo romantico e in questo secondo romanzo l’uomo prende il posto del supereroe.

 

A fare da sfondo alla storia, c’è ancora la relazione tra l’ispettore e Aurora?

Si, la relazione c’è ed è sempre turbolenta; d’altronde è una storia che mi diverte e diverte anche i lettori tant’è vero che dopo L’Odore dell’Asfalto in molti mi hanno chiesto che cosa sarebbe successo fra loro e se la loro relazione sarebbe continuata. Aurora peraltro è un personaggio che mi piace molto e mi piace il senso che dà alla vita di Crespo per cui ho deciso di dare un seguito alla loro storia.

 

Lo spunto per questo secondo romanzo dove è nato?

Lo spunto è nato prevalentemente dall’aggravarsi della crisi economica, infatti in questo noir c’è una Milano umiliata dalla crisi, per nulla romantica o poetica, ma zoppicante e malinconica, niente a che vedere con la “Milano da bere” del passato. Ovviamente anche la vita dei milanesi è cambiata per cui nel romanzo si parla di giri di denaro poco puliti e di come la crisi influisce sulle persone.

 

Finisce qui il mio incontro con Gianluca Veltri, patron a perfetto agio nel suo atelier Anadema Haircut dove l’arte e la letteratura hanno un posto di primo piano così come l’accoglienza,  lo lascio, ospitale e sorridente, ai suoi clienti. E’ tutto per ora… alla prossima ispettore Crespo!

 

LA DIMORA DEL SANTO di Gianluca Veltri

Happy Hour Edizioni – Prezzo €12,50

 

SINOSSI

Il cadavere di una lap-dancer rinvenuto nei campi del Parco agricolo sud Milano, irrompe nelle prime pagine del romanzo sconvolgendo la vita di Fulvio, il fratello dell’ispettore Crespo, e di un’amica della vittima. A seguito di una rocambolesca successione di eventi, l’ispettore Crespo verrà incaricato di indagare sul caso e si troverà , suo malgrado, ad affrontare uno spregiudicato criminale a capo di una potente organizzazione che opera in Lombardia, oltre che i suoi demoni interiori. A complicare tutto, il difficile rapporto tra la giustizia, quella burocratica, e i metodi non sempre ortodossi dell’ispettore Crespo, che lo metteranno spesso in contrasto con il piemme Di Mattia, incaricato a seguire le indagini. E come se non bastasse, la bellissima fidanzata dell’ispettore, un’ex prostituta di lusso, contribuirà a rendere ancora meno serene le notti del protagonista. Sullo sfondo la metropoli meneghina che appare offesa e maltrattata dalla profonda crisi economica che da anni la sta umiliando.

 

Ironica e sagace come non mai, Bea Buozzi mette a segno un altro goal con il suo “Chi dice donna dice tacco” (Morellini Editore), la terza pubblicazione della misteriosa social networker, dopo “Beati e Bannati” (Ed. Perrone) e “Sesso e Volentieri” (Morellini Editore).

 

Si aggira in maschera e tacco 12 tra eventi fashion e party esclusivi dove le donne e le loro passioni la fanno da padrone, oppure ci si può imbattere in lei nel luogo dove predilige raccogliere le storie che poi ispirano i suoi romanzi: Facebook. E si perché i social network, se ben usati, possono davvero essere una fonte inesauribile di racconti tutti da scrivere, nonché un vero e proprio spaccato dell’attuale società.

 

Che il migliore amico della donna, oltre al diamante s’intende, fosse il tacco, lo si sapeva da tempo, che ogni modello di scarpa rappresentasse un certo tipo di donna ce lo potevamo immaginare, che partendo dalla scarpa si potesse parlare di amore, sesso, illusioni, delusioni, gioie e dolori, è invece più insolito e ci voleva Bea Buozzi per farlo, raccogliendo le confidenze dei social-internauti e trasformandoli in una carrellata, o meglio in una scarpiera di racconti, che hanno in comune sua maestà il tacco.

 

Bea mi ha conquistata fin da suo primo libro e quest’ultimo lo trovo un capolavoro per la capacità di divertire e far sorridere celebrando il feticcio per eccellenza delle donne che tanto piace anche agli uomini… a quanto pare su qualcosa le due metà dell’universo sono d’accordo!

 

D’altronde io stessa leggendolo ho riso davvero tanto, di questi tempi non proprio divertenti peraltro mi sembra già una grande cosa, e ho sorriso molto, forse perché anch’io Cenerentola nell’animo, mi sono  identificata con le debolezze tutte femminili che ruotano attorno alle scarpe.

 

Finito il libro non ho saputo resistere e ho chiesto all’autrice un’intervista, rigorosamente 2.0 in perfetto Bea Buozzi style.

 

Se Bea Buozzi fosse un modello di scarpa quale sarebbe e perchè?

Se BB fosse un modello di scarpa sarebbe una pump di vernice nera con punta rotonda e la suola inequivocabilmente rossa (Pantone 186C, per l'esattezza)

 

A proposito di tendenze: "mai senza" quale tipo di scarpa?

Tre sono le scarpe indispensabili: un paio di sneaker per correre in ufficio, un paio di décolleté nere per sedurlo e un paio di Havaianas da lasciare come ricordo (e come scalpo del nostro passaggio) a casa sua.

 

Quali sono le scarpe a cui sei più affezionata?

E' stato amore a prima vista per un paio di Pigalle, comprate a Parigi in Rue de Rousseau. Un pezzo meraviglioso che, però, non ha la suola firmata dal guru dei tacchi Louboutin. E, poi, una Chanel con fibbia gioiello di Valentino: quasi come un anello di fidanzamento ricevuto da un amore del tempo che fu.

 

Quali sono invece i "pezzi" più preziosi della tua collezione di scarpe?

Direi che il gioiello dei gioielli è un sandalo in opossum della linea FG (disegnato dalla stilista Alessandra Tonelli) con allacciatura alla schiava in raso di seta. Un vero gioiello da zarina! E un paio di Gaetano Perrone, pump dal tacco vertiginoso.

 

Quali invece non fanno ancora parte della tua scarpiera, ma sono nei cassetti dei tuoi desideri?  

Se ti dico il modello della scarpetta di cristallo che Louboutin ha disegnato per la Cenerentola contemporanea, mi scoppi a ridere in faccia?

No, cara Bea non ti scoppio a ridere in faccia, anzi sogno anch’io quella scarpa (ovviamente con tanto di principe azzurro in dotazione), d’altronde non potrebbe che essere così, lo testimonia anche la tua dedica sulla mia copia del libro, di cui vado orgogliosa: “A Debora, amica di tacco e di zeppe”

 

 

CHI DICE DONNA DICE TACCO di Bea Buozzi

Morellini Editore – Prezzo €9,90

SINOSSI

La matematica non è un’opinione, ma si può sintetizzare in un’equazione: gli uomini stanno alle macchine, come le donne ai tacchi. Se però una vettura costa dai diecimila euro in su, il vantaggio per le donne è che con la stessa cifra possono acquistare una montagna di scarpe. Con le debite eccezioni. Esistono modelli di edizioni limitate, avvicinabili solo da mogli di emiri o da rockstar famose.

Ogni donna ha il suo paio prediletto con cui ama identificarsi. Dal mocassino scamosciato per le top manager che non svestono il pantalone nemmeno al mare, al cuissard per la pantera metropolitana. Dalla zeppa per la mamma in lotta con i sampietrini del centro storico, al sabot per la figlia dei fiori contemporanea. L’infradito per la donna freak che ucciderebbe per vivere sulla spiaggia di Ipanema o la décolletée di vernice dalla suola rossa e dal tacco dodici, passepartout dell’eleganza per la donna emula di Coco Chanel.

Una carrellata di scarpe (strizzando l’occhio alla loro storia), ma soprattutto di donne, giocando alla ricerca del corrispondente modello a seconda del tipo. D’altronde, come si sarebbe corretto Archimede se fosse nato nel nostro millennio, “Datemi un tacco e vi solleverò il mondo”, perché “chi dice donna, dice tacco!”

Ci sono artisti che si fossilizzano e altri che hanno improntato la loro crescita sulla continua ricerca, Luca Kronos Cassarà ha scelto questa via. Il corpo è per lui lo strumento sul quale sperimentare, tramite il quale provare a raccontare il suo mondo e la sua fotografia.

MAB: Il corpo è al centro della tua ricerca fotografica, l’interpretazione del corpo come figura statuaria è parte di un tuo progetto di ricerca, da dove sei partito e chi ti ha ispirato se sei stato ispirato in qualche modo?

LC: Ciao Marco e innanzitutto grazie per questa inaspettata intervista che senz'altro mi lusinga. Potrei facilmente darmi un tono rispondendoti di esser stato influenzato dalla ricerca fotografica di Robert Mapplethorpe (di lui stimo più il famoso "The X Portfolio" ), in realtà non è cosi. L'idea di "Absolute" è nata osservando le modelle durante gli istanti in cui stavano cercando una posa: il loro corpo era in continuo movimento e dava vita a delle forme astratte, a volte sembrava scomparire la testa, a volte un braccio...così una notte pensai l'idea di un progetto in cui il corpo venisse snaturato per creare forme diverse, per andare oltre la visione di un bel corpo nudo. Dopo tanti progetti più estremi e complessi era nata l'esigenza in me di un attimo di puro minimalismo, quasi fosse una tisana depurante. Proposi la mia idea a una modella amica, provammo, realizzai il primo scatto e il primo pensiero fu "Sembra una scultura astratta di marmo bianco"...qualcosa di incorruttibile, puro, solido, perfetto...Assoluto.

MAB: Quanto è importante la luce nei tuoi progetti e in questo specificatamente?

LC: La luce è uno degli elementi fondamentali dei miei progetti. A volte in modo ossessivo. Non è solo l'elemento fotograficamente utile a illuminare bene un soggetto,  ma spesso il catalizzatore dell'emozione stessa impressa in quella foto. In Absolute, paradossalmente, la luce non è co-protagonista, non crea giochi particolari, tende a volte ad appiattire ombre e volumi che in altri progetti sono fondamentali. La luce qui ha la funzione di rendere tutto ancora più asettico e a-temporale perchè è il corpo-forma il protagonista. È lui che deve solleticare l'immaginazione di chi lo guarda.

MAB: Quale è il tuo modo di porti di fronte al corpo delle persone che fotografi?

LC: Questa è una domanda dalle mille sfumature che mi vien posta spesso nel quotidiano: da chi con superficialità mi chiede come faccio a fotografare i corpi nudi di donne cosi belle, a chi mi chiede cosa penso in quel momento, cosa vedono i miei occhi, quali siano le mie emozioni. Proverò a dare un'unica risposta a tutte quelle sfumature. Il corpo della persona che ho di fronte è un magnifico blocco di argilla, ogni volta con una sua specifica sostanza e consistenza. Di fronte ad esso è un continuo scavare tra le emozioni tue e della modella, i vostri pensieri, le vostre aspettative, paure e insicurezze. Questo vortice di emozioni diventano mani che modellano quell'argilla. In questo vortice, rispondendo ai curiosi che vi sono sempre, le pulsioni sessuali sono davvero l'ultima cosa a cui penseresti

MAB: In un momento storico in cui l'immagine più è urlata più è ascoltata, un progetto minimalista ed estremamente elegante, come riesce a essere "ascoltato"?

LC: Amo gli estremi e la continua ricerca, per cui quasi contemporaneamente ad "Absolute" ho portato avanti  "Libero et compos mentis", progetto in cui le immagini urlano e veicolano messaggi anticlericali, provocatori, satirici, sarcastici. Probabilmente quest'ultimo ha suscitato più scandalo e fatto più "rumore", ma alla fine entrambi sono stati ascoltati e apprezzati in eguale misura, ma da pubblici diversi. È come scegliere tra la voce vivace di una ragazza e quella sensuale di una bella donna: sono diverse e, anche se si vive in una società che sbava dietro l'immagine della ragazza-velina, ci saranno sempre tantissimi ad apprezzare e preferire la sensualità e bellezza di una donna

MAB: Corpo e pubblicità sono da sempre un accoppiata vincente adatta per presentare ogni prodotto, sia sulle pagine delle riviste che attraverso gli schermi televisivi. Ma il corpo veicola ancora messaggi o è usato come "carne da macello"?

LC: E' un buon 50%, dipende anche qui dall'ambito, dall'artista, dal committente.

http://www.lucacassara.it http://www.facebook.com/luca.kronos.cassara

“Oggi chiacchiero con” è una chiacchiera, uno scambio di pensieri sullo Yoga che periodicamente farà parte dei miei articoli per farvi conoscere meglio gli insegnanti e gli insegnamenti che Milano offre. Con queste interviste vi svelerò i punti di vista dei maestri sullo yoga e sul modo di presentare le scuole di Yoga che abitano il tessuto della città.

Oggi sono nella sede di Milano di [Hohm] street Yoga, via S. Calocero 3.

Hohm street Yoga è un accogliente spazio open space nel quale si praticano diverse attività, dallo yoga, massaggi, cucina veg, a worskhop atti ad arricchire ed ampliare gli orizzonti dei propri partecipanti.

Oggi chiacchiero con Marco Migliavacca uno degli insegnanti Yoga e fondatore di [Hohm] street Yoga.

Marco arriva da una formazione artistica prima il liceo poi l'accademia di belle arti di Brera di Milano, un percorso  tra la critica, la filosofia estetica, la fotografia, gli archivi d'arte, il teatro e la pubblicitá. Ha vissuto all'estero prima a Lisbona ed è poi a Barcellona dove grazie a un amico ha iniziato a praticare  Ashtanga Vinyasa Yoga. Un cammino iniziato nel 2005 che nel 2009, attraverso il teacher training con Gordana Vranjes e Gloria Rosales presso  Yoga Dinamico Mandiram a Barcellona, lo ha portato ad approfondire e  investigare questo cammino. L'inizio di un viaggio che è continuato India, in Himalaya e per diversi ritiri in giro per il mondo con insegnanti illuminati tra i quali John e Lucy Scott, Sharon Gannon e David Life. Una continua ricerca tra i testi, le scritture e gli esempi di spiriti liberi e appassionati come Desikachar, Krishnamurti, Iyengar, Dharma Mittra, Paulie Zink, Donna Farhi, Daniel Odier e la sua nonna centenaria che  è stata il più grande esempio di presenza, compassione e amore incondizionato.

"Con lo yoga mi sento sempre all'inizio e solo nell'iniziare ritrovo quel vibrante entusiasmo di chi non ha un fine ma vede davanti a sé uno sconfinato territorio da esplorare senza dovere raggiungere nulla se non quello che è l'infinito presente."

DOMANDE:

 

1-  Qual è la tua visione personale dello Yoga? Cos’è per Marco lo Yoga?

 

Non ho una visione personale dello yoga. Cerco di viverlo come un'esperienza quotidiana senza definirlo ma posso parlarti della mia visione personale della “pratica”. Parola usata sia per definire la pratica delle Asana ma anche la possibilità di mettere in pratica in senso contrario e opposto alla teoria ciò che desideriamo essere. La pratica è esercizio: dal tendere un muscolo, al parlare con onestà. Praticare l'ascolto ad esempio è un esercizio per indagare noi stessi non solo attraverso uno strumento limitato quale l'intelletto ma anche attraverso l'intelligenza del corpo che spesso viene considerato invece inferiore alla mente.

Lo Yoga è “esperienza pratica di sé”, non lontano dal  “conosci te stesso” socratico.

La pratica è un cammino per guardare la realtà senza cercare di piegarla al nostro volere, che trova nell'accettazione e nella distanza dal giudizio di bene e male la vera esperienza di noi stessi, la meraviglia nello scoprire appieno ciò che siamo. E' una possibilità di liberarsi dall'illusione e dall'inadeguatezza tra quel che viviamo e  quel che desideriamo, dalle contraddizioni della nostra vita per com'è e non per come la vediamo. E' una sorta di scienza chirurgica per ascoltare e indagare la vastità di ciò che siamo senza identificarci solo nelle nuvole di passaggio.

Lo Yoga per me è un kit completo per imparare ad essere qui e ora nonché un cammino per conoscere e accettare la nostra natura potendo scegliere consapevolmente quale cultura sociale politica, umana e spirituale coltivare.

 

2-  Perché una persona è “spinta” a far Yoga? Quali sono secondo te i motivi per cui i tuoi allievi solitamente si avvicinano a questa disciplina?

Ci possono essere mille ragioni: dal desiderio di un corpo più bello alla espressione massima dell'individuo in modo consapevole e cosciente, alla pura curiosità. Non credo vi siano intenzioni giuste o sbagliate.

In una esperienza così totalizzante e viva quale quella della pratica,  è importante ricordare che lo Yoga non è e non dovrebbe creare nuovi dogmi o “formule magiche” in cambio di una promessa di felicità. Credo fermamente che nessuna pratica atta allo sviluppo della consapevolezza dovrebbe dare risposte o soluzioni, altrimenti rischiamo di aderire ancora una volta a un modello che è altro dal noi generando  nuova sofferenza, inadeguatezza, dolore.

Imparare a porci domande precise per avere risposte lucide, essere consapevoli delle nostre scelte, dei nostri desideri e accettarci sono parte del processo di questo cammino ma non vi é alcuna condizione preliminare per iniziare. "Il punto da cui iniziamo è assolutamente personale e individuale ed è il punto preciso dove ci troviamo in questo momento. Nello Yoga si dice di iniziare da dove si è e per ciò che ci piace" scrive Desikachar.

 

3-  Parliamo dello “stile” di Yoga che tu insegni, quali sono i capisaldi di questa filosofia yogica?

Dal mio punto di vista tutto è yoga. Parlare di stili è più una necessità per comunicare all'esterno ciò che si va a fare dato che lo Yoga non ha un retroterra condiviso in Occidente come lo ha storicamente o culturalmente in Oriente. Io nello specifico Insegno Vinyasa che significa “unire, mettere insieme, connettere, fluire” e Yin Yoga, due pratiche complementari e molti distinte, una dinamica e una di totale abbandono. Qui è dove mi ha portato sino ad ora il mio cammino. Sai, quando intendiamo che tra me e te non c'è nessuna differenza: allora quello è yoga. Ciascuno ha il suo cammino e nessuno è uguale nella liberazione dai veli che oscurano la possibilità di vederci come parte di una natura più grande e non duale,  non vi sono regole o corsie preferenziali più giuste o meno giuste. Allora quando mi accorgo che quel che desidero  negli altri è ciò che posso iniziare a praticare sin da ora, non fa più differenza  e non ha importanza lo stile o il cammino che abbiamo scelto.

 

4-  Ho usato prima la parola stile virgolettata. Cosa ne pensi di tutte le differenziazioni di stili, modus operandi, ecc ecc riguardo le diramazioni dello Yoga? Pensi che creino confusione a chi si approccia alla pratica per la prima volta?

 

Credo che potrebbero esistere tanti stili e tanti cammini quanti sono gli esseri viventi. Ciò che ritengo fondamentale è non attaccarsi alla propria pratica, al proprio stile, ma lasciare che tutto fluisca e si trasformi, si evolva o muti costantemente. Lo Yoga ci insegna a non restare inchiodati al nostro punto di vista ma ad allargare il nostro cono visivo. Ad esempio, se resto con il muso attaccato alla terra vedrò sempre la terra ma se inizio ad alzare la testa, se esco dalla mia zona di conforto, mi accorgerò che quel pezzo di terra fa parte di un prato con meravigliosi alberi e un orizzonte sconfinato e che io ne sono parte.

Ci rendiamo conto che la grande differenza sta nel modo in cui ci disponiamo ad osservare, senza preconcetti, senza resistere, accogliendo e ascoltando senza metterci davanti a quel che la vita ci offre ma lasciandoci attraversare. Lo Yoga ci invita ad osservare e citando Krishnamurti a liberaci dal conosciuto. Io ovunque mi trovi nel mondo vado a praticare, vado a conoscere. Se non  ti aspetti nulla, in qualsiasi pratica anche in quella che ti è apparentemente più distante puoi imparare qualcosa. Bisogna esperire, mettersi in gioco e imparare ad ascoltare senza presunzione o preconcetti che altro non fanno che trasformare le nostre paure in fobie bloccandoci. La pratica si trasforma per mantenerci presenti e non per mantenerci attaccati a un'idea o a qualcosa che è trascorso e non conta lo stile che scegliamo ma l'intenzione con cui ci mettiamo a praticare sul tappetino. E a questo punto invito sempre a chiederci: perché pratichiamo? Che cosa ci spinge a farlo? Questa domanda cambia radicalmente il nostro modo di praticare.

 

5-  Perché hai iniziato ad insegnare Yoga?

Perché la vita mi ci ha portato. L'occasione di condividere ciò che ho ricevuto è un dono che non posso tenere per me. E' come tenere solo per sé l'amore, appassisce. Non me lo sono mai prefissato come scopo. La mia insegnante mi esortò ad approfondire e in lei ripongo grande stima e fiducia, il resto si è evoluto poi pian piano.

 

6-  Noto uno stampo fresco e contemporaneo in generale: dal sito alla vostra grafica, immagini, interazioni con Fb,ecc. Uno stile che si discosta dal metodo tradizionale di presentare una scuola di yoga che alle volte risulta un po’ “da invasati”. E’ una scelta voluta?

 

Si, certo. Una scelta vicina anche all'esperienze che ho fatto fuori dall'Italia. Credo che ci sia una volontà chiara di sentire lo Yoga come una pratica che è qui, ora, in questo momento e in Occidente con tutto quello che questa vita comporta. E' importante che la pratica abbia una comunicazione adeguata all'epoca in cui ci troviamo; lo yoga è presente e non una messa in scena di qualcosa che è trascorso. Il linguaggio, l'accessibilità, i codici e la contemporaneità sono fondamentali per comunicare e trasmettere.

La filosofia che soggiace alla pratica Yogica ritengo vada trasmessa nel contesto in cui si vive inserendosi in modo fluido e organico nella vita quotidiana e urbana di oggi. Non in un eremo lontano, con il massimo rispetto per chi sceglie una via ascetica, ma qui e ora alla portata della vita di tutti.

Ci terrei anche a ricordare che [hohm] vive di uno splendido team di giovani appassionati in continua ricerca e sperimentazione quali sono i miei compagni di viaggio: Elena, Jonathan e Giovanna e dell'estro culinario di Manuel aka Unocookbook.

 

7-  Cosa trasmetti ai tuoi allievi nelle tue lezioni? Qual è la cosa che a tuo avviso è più importante insegnare?

Questo dovresti chiederlo a loro (sorriso).Cerco di trasmettere quello che ho ricevuto,  avere fiducia in quello che siamo e sentiamo. Imparare ad arrendersi e a lasciare andare. Affidarsi e conoscere la compassione. Provare ad ascoltare senza pensare.

La cosa più importante credo sia guardare senza dover decidere da che parte stare, non cercare alcuna supremazia tra mani e piedi, corpo o mente ma vivere appieno ciò che siamo in tutto il nostro potenziale. Essere le scelte che facciamo e  le parole che esprimiamo.  Sorridere.

 

8-  Cosa secondo te è più frainteso in generale della pratica dello Yoga nel mondo Occidentale?

 

Credo che la cosa più fraintesa sia quello di affidarsi allo Yoga vivendolo come un nuovo rituale dal gusto esotico che ci renderà indenni da dolori e infelicità. Certo, lo Yoga porta grandissima gioia ma non è uno scudo che ci rende immuni dalla vita stessa e dai suoi cicli naturali. É una filosofia, una disciplina che ci insegna a cogliere in piena consapevolezza le opportunità che la vita ci offre. Una mente flessibile in un corpo sano capace di adattarsi e  trasformarsi ,in equilibrio e sintonia con l'universo di cui siamo parte.

Un altro pericolo all'interno della pratica credo sia non accettare quello che siamo per cercare di raggiungere un risultato che é altro da noi, dimenticare che lo yoga è il fine, il mezzo e la pratica stessa é la ricompensa.  Confondere la pratica con una gabbia, uno schema al quale aderire o entro il quale rientrare anziché vedere nella pratica un coraggioso cammino per scoprirci e riconoscerci identici in tutte le nostre differenze. Trasformare le nostre esperienze in nuove regole é rischiare di guardare all'oggi con gli occhi di ieri. Sentirsi solo corpo o mente ci porta inevitabilmente a compararci agi altri e a noi stessi generando competizione, aggressività, insoddisfazione e una nuova ferita tra chi siamo e chi crediamo di  essere o di dover diventare.

 

9-  Cosa consigli alle persone che dicono “vorrei ma non me la sento di far Yoga perché non ho una buona preparazione fisica, non sono molto flessibile, non mi piego abbastanza, sono troppo vecchio, ecc.

 

Penso che corpo, età o flessibilità siano fattori irrilevanti per lo Yoga.

A ogni età e con qualsiasi corpo si può praticare in modo adeguato e con rispetto del corpo in quel preciso momento della propria vita. Io consiglio sempre di provare, di esperire e di non affidarsi a preconcetti, a opinioni o a quel che si è sentito dire. Di usare un poco il cuore e non la testa, di avere coraggio e darsi una opportunità prima di giudicare. Lo yoga non è quello che tu pensi ma quello che senti.

 

10-  Può lo Yoga cambiare la vita delle persone? E in che modo ha cambiato la tua vita?

 

Se può la consapevolezza di ciascun individuo cambiare il mondo pensa allora come  la consapevolezza di un solo individuo possa cambiare il suo piccolo mondo.

Si certo la mia vita è cambiata, sono qui ora e non più là. :)

 

BOTTA E RISPOSTA: UNA DOMANDA – UNA PAROLA COME RISPOSTA

 

1-           L’Asana che preferisci di più_ Sirshasana

2-           Lo stile di yoga che senti più tuo_ quando pratico provo a dimenticarmi di mio e tuo e comunque non li ho ancora provati tutti ma ti terró aggiornato.

3-           Un libro utile (in generale)_ “Libertà dal conosciuto” di Krishnamurti

4-           Un viaggio utile_ tutti

5-           Una citazione o una tua frase utile_ “quel che resisti persiste, quel che accetti si trasforma” Anonimo

6-           Un consiglio per chi pratica Yoga_ Non dimenticare di ascoltare il tuo respiro

7-           La cosa da evitare per chi pratica Yoga_ nulla, esperire é conoscere.

8-           Cosa ti rende felice quando insegni_ distaccarmi completamente dal mio quotidiano, da Marco,  sentire l'unione di tutti i respiri e l'arresa di tutte rivendicazioni individuali.

9-           Colore preferito_ blue ma anche verde

10-          Una bevanda che consigli a tutti_ Ginger + Lemon + Honey

 

 

 

Il centro [Hohm] street Yoga lo trovate in Via San Calocero, 3 Milano.

Web: http://hohmstreetyoga.com/  - MM SANT’AMBROGIO/SANT’AGOSTINO

 

Namasté,

 

Vittorio Pascale

 

Allievo praticante di Yoga Integrale presso il Centro Parsifal Yoga, Milano

Fondatore della pagina Fb: Yogamando

Studioso e praticante di Buddhismo Tibetano

 

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Affine a Nerospinto per i temi che affronta, dall’erotismo in senso lato all’arte, una creatura meravigliosamente borderline, una personalità forte e fragile allo stesso tempo, che si riversa tutta nel suo libro, tela sottile di personaggi labili che si perdono e cercano una via di uscita dalla tragica involuzione della propria esistenza. Ecco per voi l’intervista esclusiva di Nerospinto a Simone Bisantino, autore de Il ragazzo a quattro zampe.

 

Com’è nato il progetto del libro Il ragazzo a quattro zampe?

 

Ho lavorato a Il ragazzo a quattro zampe a partire dal 2007 con l’idea di fare un libro che fosse prettamente di racconti, in realtà più andavo avanti più mi piaceva che i personaggi tornassero, quindi alla fine è diventato un corpo unico: i personaggi passano da un racconto all’altro e sono, alla fine, essenzialmente gli stessi, legati tra loro. È venuta fuori questa storia che tutto sommato non è né un romanzo né un libro di racconti, troppo omogeneo per essere un libro di racconti e troppo breve per essere un romanzo. Potrebbe essere un romanzo per racconti, anche se queste storie, precisissime dal punto di vista cronologico, potrebbero rimanere slegate tra loro e funzionare lo stesso da sole.

 

Ti sei ispirato a personaggi reali? Come sono nati questi racconti?

 

Più che altro mi sono ispirato a delle storie comuni, a partire dalla cronaca di oggi. Le vicende narrate sono talmente universali – sia quelle estreme che quelle più ‘normali’ – che risultano attualissime. Molte tematiche le avevo già affrontate quando facevo collaborazioni con le raccolte di narrativa erotica di Mondadori. Tematiche come quella della pedofilia c’erano già all’epoca, ma qui sono più organizzate. C’è un’interazione maggiore tra adulti e ragazzi, dove gli adolescenti sembrano più adulti degli adulti stessi.

 

Quali sono gli elementi che ti affascinano di più, che cos’è che ti attrae e che poi ti porta a scrivere di determinate situazioni?

 

I meccanismi che s’instaurano all’interno di una storia, anche dolorosa, che prevede anche elementi tragici. Tutti i meccanismi che si affrontano nelle storie che viviamo, che non sono facilmente riconoscibili o subito comprensibili, ma che hanno bisogno di uno sguardo un po’ diverso. Un incastro di vite e personaggi, di situazioni anche ripetute che si ritrovano nel continuum dei racconti.

 

Durante la lettura de Il ragazzo a quattro zampe ci s’imbatte in scene forti, quasi terrificanti… sono tue paure quelle che emergono dai racconti?

 

No, non come episodi di vita, ma come sensazioni, che poi nel libro sfociano in situazioni molto più tragiche. La descrizione di scene violente non è la parte dei racconti più importante, in realtà, (molti riferimenti sessuali piuttosto spinti li ho tagliati di mia spontanea volontà) volevo invece che la sessualità fosse una cosa sfumata e molto narrativa, che non fosse appunto la protagonista vera e propria del libro. Gli elementi più importanti ne Il ragazzo a quattro zampe sono i dialoghi, le pause, i silenzi. Il modo di sentire, il punto di unione tra gli uomini e le donne che a volte combattono le stesse cose. Per me, non esiste femminismo e non esiste maschilismo, siamo tutti vittime e carnefici degli altri e di noi stessi.

 

Non volevi che i racconti fossero autoreferenziali?

 

Infatti, mi piaceva l’idea che questi personaggi interagissero tra loro in modi diversi, anche se in scenari molto estremi.

 

Quali sono gli autori a cui ti ispiri, o nei confronti dei quali senti di avere un debito?

 

Per quanto riguarda questo lavoro, in particolar modo Sylvia Plath: mi piacciono molto i suoi libri (La Campana di vetro, uno dei miei preferiti) e i racconti pubblicati postumi. Racconti che sembrano non avere una vera e propria trama, ma risultano eccezionali per come sono trattati dal suo occhio, dalla sua sensibilità di scrittrice. Nel libro ci sono moltissime donne protagoniste, con echi che portano a Virginia Woolf  e Ingeborg Bachmann, ad esempio. Mi piace poi tantissimo la narrativa americana degli anni ’80, la transgressive fiction, il postpunk e il cyberpunk.

 

Come definiresti il tuo stile di scrittura?

 

Non so se si possa parlare di stile, è un po’ presto. Questo libro (che io chiamo racconto per ritratti) non è un romanzo, non è un libro di racconti, ma un libro in cui si succedono ritratti di vari personaggi, di varie storie, per riuscire un po’ a creare una sinergia tra i diversi elementi. Mi piacciono i testi brevi, per me le letture contemporanee non dovrebbero superare le 150 pagine. Preferisco siano brevi, con dettagli piccoli ma incisivi, frasi che riescono a rimanerti in mente e a farti riflettere.

 

Quali sono i tuoi interessi oltre alla scrittura?

 

La musica sicuramente, oltre a fare il selector ho un progetto in cui mi occupo di re-edit e mix. Amo l’arte moltissimo, (volevo fare il pittore) e alla fine capisci che tutte le cose che fai servono a creare un percorso. In passato non avevo mai pensato di poter scrivere dei racconti. Leggevo e leggo tuttora molto, ma scrivere è una cosa molto difficile, nonostante ci siano delle scuole che ti possano insegnare a farlo, scrivere richiede delle basi, una predisposizione.

 

Questo libro l’hai scritto anche per te?

 

Sì, principalmente l’ho fatto per me. Dopotutto si tratta di un progetto destinato alle piccole case editrici. Non è in ogni caso nemmeno stato facile trovare l’editore giusto.

Quando gli editori non capiscono sotto quale etichetta far rientrare un determinato libro, difficilmente riescono a promuoverlo come si deve, a darti un’identità in libreria.

 

Come ti vedi in un futuro?

 

Non ci pensavo neanche prima della pubblicazione (anzi, di ogni pubblicazione dato il secondo romanzo), per me è importante raggiungere degli obiettivi. Non vedo mai le cose che faccio legate al successo, ciò che conta è fare quello che mi piace, e soprattutto farlo da solo. Ci metti anni magari, a pubblicare o persino farti leggere, ma se sei convinto lo fai e vai avanti. Non è vero che se non conosci le persone giuste non puoi nemmeno sperarci: io inizialmente non conoscevo nessuno, eppure un po’ di cose le ho fatte. Di sicuro non è un lavoro per vivere: scrivere non è remunerativo, ma rende felici.

 

L’AUTORE: Simone Bisantino è nato nel 1978. Ha pubblicato il romanzo Amore e altri veleni e in varie antologie, tra le quali Delitti d’amore (Supergiallo Mondadori 2004), Hard Blog (Mondadori 2005) e Watersex (Mondadori 2006). Vive a Milano, dove lavora inoltre come dj sotto il nome d’arte Black Candy.

 

Il ragazzo a quattro zampe.

Autore: Simone Bisantino

Casa Editrice: Caratteri Mobili

Dettagli: ISBN 978-88-96989-34-0, formato 12×20, 90pp.

Prezzo: 10 euro

 

http://www.youtube.com/watch?v=Ohsf_EAGMDU

 

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