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In attesa dell’appuntamento di sabato 11 maggio, ore 21.00, al Teatro Bello di Milano, La Musica del cinema, che lo vedrà al pianoforte e alla voce, a fianco di Lele Micò (pianoforte), Nerospinto ha incontrato Tonino Scala, musicista e cantautore di Avola (SR), “naturalizzato” milanese.
Tra le sue collaborazioni Morris Albert, Bruno Lauzi, Mario Lavezzi, Fausto Leali, Paolo Belli, Claudio Baglioni, Franco Fasano, Paolo Tomelleri, Bruno De Filippi, Luisa Corna, Ornella Vanoni.

Ci racconta qualcosa degli inizi, come autore, all’IT di Vincenzo Micocci?

Avevo 17 anni quando ho incontrato Vincenzo Micocci in una delle mie tappe a Roma, dove giravamo per studi vari a fare ascoltare i nostri provini. Capitammo alla IT in un momento in cui Micocci si stava occupando della produzione di Grazia Di Michele. Ci mise a lavorare con Gaio Chiocchio, allora direttore artistico della IT. Provammo a fare qualcosa ma gli impegni scolastici e la situazione familiare non ci permisero di andare avanti con i progetti. Per dei ragazzi come noi, però, che arrivavano dall’estremo Sud, che sognavano di fare musica, è stata una bella palestra, anche se è durata poco!

Vuole parlarci della gestazione dell’album “Bagliori” (Riverrecords, 2021)?

Bagliori è un cosiddetto album Soundtrack, ovvero musica composta per supportare delle immagini. Parlare di Bagliori come di un disco di colonne sonore sarebbe molto azzardato. Io definisco questi brani come una serie di incipit per poi sviluppare un’opera completa in seguito. Chi ascolta Se, Bagliori, Ale e gli altri brani può chiudere gli occhi e provare a immaginare quello che suscitano i suoni, le melodie di questi pezzi in quel momento. Ad esempio il brano U carrettu l’ho scritto guardando dei paesaggi della mia Sicilia; contadini che raccoglievano arance e, dopo averle sistemate in grosse ceste, li trasportavano su dei classici carri trainati da muli (u carrettu sicilianu). Ho visto il sudore, le facce bruciate dal sole, le camicie arrotolate sulle braccia che sollevano casse di frutta, l’allontanarsi lentamente del carro guidato con maestria da un contadino con tanto di “coppola” e toscano in bocca in sentieri polverosi. Lo stesso brano, un mio amico regista di documentari, lo ha pensato, immaginato, per essere utilizzato su alcune immagini delle valli Lombarde. Questo, per dire che questi brani non sono accompagnate da immagini ben precise, ognuno può usarli come meglio crede. E chiaro che si tratta di un disco rivolto soprattutto a chi si occupa di opere audiovisive.

A proposito di musiche per il cinema, qual è, a suo avviso, il sodalizio più riuscito tra compositore e regista?

Io sono un amante del cinema italiano, e quindi per me quelli più riusciti sono Morricone e Sergio Leone, Fellini e Rota e- come non ricordarli- Sordi e Piero Piccioni… Sordi in alcune colonne sonore è anche autore di testi come “Amore Amore Amore”, scritta per il film “Un Italiano in America” o come “Breve Amore”, scritta per il film “Fumo Di Londra”. Tra questi registi e questi autori c’è stata una complicità che va oltre il rapporto di lavoro. C’è stata stima, amicizia, rispetto per il lavoro di ognuno di loro. E questo è molto importante. In questi casi c’è stata una totale identificazione di film e colonna sonora.

Ci dà qualche anticipazione sullo spettacolo dell’11 maggio al Teatro Bello, che la vedrà affiancare sul palco Lele Micò?

Conosco Lele dai tempi dei Villaggi Turistici, lavoravamo per la stessa società, ma sempre in posti diversi. Ho sempre considerato Lele un bravissimo pianista, un cultore del jazz e un bravo esecutore e autore. Io sono più un pianista pop. Viaggiamo in due mondi diversi, ma abbiamo una cosa in comune: il gusto musicale. Questa cosa ci avvicina e ci permette di sperimentare. Ci vedranno sul palco seduti su due pianoforti, il mio digitale e il suo acustico. Rileggeremo, secondo il nostro gusto, alcune delle colonne sonore del cinema classico. Alcune verranno cantate da me e da una bravissima cantante che si chiama Annalisa Cantando. Lele è quello che darà ad ogni esecuzione il cosiddetto “tocco di classe”.


Quali sono gli artisti che hanno maggiormente influito sulla sua formazione e che in qualche modo hanno influenzato le sue scelte autoriali?

Sono cresciuto ascoltando la musica che girava per casa, era quella di Bindi, Endrigo, Mina, Paoli, Vanoni. Nel 1972 ascoltai un disco di un certo Simon Luca, era un 45 giri che conteneva due tracce, Chiara e Spegni La Luce. M’innamorai di questo personaggio, che dopo ho scoperto ancora nel mondo pop-rock. Nello stesso anno partecipai ad un concorso cantando Spegni La Luce, arrivai terzo. Poi venni a conoscenza di un altro personaggio, Maurizio Monti. Aveva pubblicato un album che si chiamava Amore. Una copertina bianca e lui seduto in una poltrona, elegantissimo, con dei pattini a rotelle ai piedi. Quel disco l’ho consumato e ancora lo conservo. Monti ha scritto tanto per Patti Pravo, e di quel lavoro nel mio disco Etica vita ho ripreso il brano Bella Mia. Da allora mi sono dedicato solo alla canzone d’autore, studiando tutta la scuola genovese (Paoli, Lauzi, Bindi, Tenco) e soprattutto Fossati… ma anche la scuola romana, quella del Folkstudio.

È spesso coinvolto in spettacoli live che omaggiano la grande musica d’autore…si sente maggiormente cantautore o interprete?

Sono di moda i tributi a vari gruppi e personaggi della musica, ma è una cosa che a me non piace tanto. Andare ad un concerto e ascoltare qualcuno che imita nella voce, negli arrangiamenti e quindi nei suoni un cantante famoso o un gruppo, mi intristisce. Non trovo personalità negli esecutori pur bravi tecnicamente. Ma io penso che la musica, oltre che con la tecnica, si faccia col cuore, con l’anima. E ognuno ha il suo, di cuore, e la sua personalità. Preferisco interpretare un brano di Dalla anziché imitarlo. Mi piace dare una mia lettura di De André con suoni e colori completamente diversi, ma senza toccare l’essenza del brano. Quindi quando sono coinvolto in questo tipo di spettacoli, sono un interprete. Ma volevo sottolineare che mi piace capire, studiare e fare in modo che diventi qualcosa di mio, tutto quello che canto e suono.

In periodo pandemico ha preso parte al cortometraggio- canzone “Si troverà una sera”, fra l’altro musicando, insieme a Franco Fiume, ed interpretando il brano scritto dal regista Giulio Guerrieri. Che ricordo conserva di quella esperienza?

Il periodo pandemico è stato un trauma per tutti, ma soprattutto, per quelli come me, che vivono di questo lavoro. Non potersi esibire in pubblico, nei locali, nei teatri, ha generato tanti casi di depressione e- diciamolo pure- di impoverimento finanziario. Si suonava a casa, si collaborava con tanti musicisti a distanza. Si sono prodotti tanti di quei video casalinghi in tutti i modi e maniere… Si faceva musica sui balconi, sulle terrazze, ma “A GRATIS”, e questo ti deprimeva ancora di più. Il non poter suonare significava anche non guadagnare, e questo ha creato ripercussioni sulla salute e sul portafoglio. Tutti abbiamo pensato: finirà questo momentaccio? Si ritornerà a cantare e a suonare ancora tutti insieme? Lo ha pensato anche Giulio, che ha scritto il testo di “Si troverà Una Sera”, e con Franco lo abbiamo musicato. Poi Giulio ha pensato al video e lo abbiamo realizzato durante gli ultimi giorni di lockdown. Eravamo gasatissimi e fiduciosi allo stesso tempo. È stata la prima canzone che ho cantato sul palco al ritorno della musica dal vivo, con la gente in sala. Mi tremava la voce, è stata una serata bella ma faticosa, era troppa l’emozione. Adesso è diventata la mia sigla nelle serate in teatro. E quando l’ascoltiamo pensiamo: meno male che “questa sera” è arrivata.

In “Etica Vita”(Riverrecords, 2015), nonostante una narrazione a tratti dura del nostro tempo, sembra prevalere la spinta a non lasciarsi sopraffare. Ha mai avuto la tentazione di retrocedere a quello stato- per certi versi comodo- degli “uomini senza idee” cui si riferisce nel brano?

Il rispetto per la propria vita e per quella degli altri ritengo che sia una cosa importante. Distinguere il bene dal male, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato è una cosa che dovrebbe appartenere a tutti gli uomini. Ma -purtroppo- non appartiene proprio a tutti, anzi direi proprio che appartiene a pochi. E proprio in questi giorni, ce ne stiamo rendendo conto. “Gli uomini senza idee” stanno prendendo il sopravvento in qualsiasi parte del modo. Ma- come dice il buon Tenco- ”appena si alza il mare” sono questi gli uomini che per primi vanno a fondo, trascinando con sé anche quelli che non avrebbero voluto avere niente a che fare con loro. Io cerco di stare sempre vicino a persone che hanno delle idee da coltivare. Mi piace sognare e vivo sognando che ci possa essere un mondo migliore per tutti, magari con tanta musica….bella.

 

 

 

 

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di Cinzia Giordanelli

"Sotto l'equatore" è la nuova pubblicazione musicale di Emanuele Inserto, il chitarrista, cantante, scrittore di canzoni e poeta romano.

Emanuele ha collaborato dal 2009 al 2015 con Enrico Petrucci nel progetto "Hijos del Compás", formazione volta alla ricerca e alla diffusione dei patrimoni musicali del Sudamerica e della Penisola Iberica, in veste di chitarrista, cantante e autore di testi in lingua spagnola e portoghese.

Da sempre appassionato della forma canzone e del rock acustico, ha pubblicato ad oggi quattro album solisti di canzoni proprie e, dal 2016, ha deciso di dedicarsi prevalentemente a repertori originali in lingua italiana.

Ha collaborato e collabora tuttora con altri autori, compositori e musicisti, tra cui Alfredo Tagliavia, Frencys (Francesco Ferrarelli), Giava Giombini, Questione di Prospettiva e Katia Picciariello, con i quali ha condiviso eventi dal vivo e lavori in studio.

E’ autore di libri di poesie, pubblicati di recente dalle case editrici “Progetto Cultura” e “Porto Seguro”.

La redazione di Nerospinto ha ascoltato il nuovo album, "Sotto l'equatore", in uscita oggi per l'etichetta La Stanza Nascosta Records, e raggiunto telefonicamente l'artista romano per qualche dichiarazione a caldo.

Alla domanda di rito sulle circostanze della "gestazione" del lavoro Inserto è un fiume in piena.

Marzo 2020, la pandemia da coronavirus arriva in Italia e il Governo annuncia la chiusura prima parziale e poi totale di tutto nonché il fermo alla libera circolazione delle persone. Sono annullati tutti gli spettacoli dal vivo, le prove, le registrazioni in studio, insomma, tutto! Anche gli incontri privati tra familiari non conviventi. Così, all’improvviso, mi ritrovo solo e chiuso in casa in un silenzio quanto mai irreale nel quartiere romano di Torpignattara.

E allora, che fare? Piangersi addosso? Morire di paura? Guardare la televisione con il solo effetto di spaventarsi ancora di più? Direi proprio di no! Ho tutte le mie chitarre, il piano elettrico, il sintetizzatore, un multipista e un computer. E allora perché non iniziare a pensare a quando l’emergenza finirà in modo di poter uscire subito con materiali nuovi. Tanto, questa emergenza, ma quanto mai potrà durare? Tra tre mesi sarà tutto finito! Lo hanno detto anche al telegiornale. L’idea quindi è quella di incidere tre nuovi singoli da far uscire a fine covid l’uno a breve distanza dall’altro. Di canzoni ne ho molte ma ne scelgo tre abbastanza leggere: “Pace”, “Sotto l’Equatore” e “Salomè”.

Ma, come sappiamo tutti, l’emergenza non finisce. Arriva l’estate del 2020 e siamo tutti in “libertà vigilata” poi, in autunno, tutti di nuovo dentro con tanto di coprifuoco. E niente! I brani non escono ma i musicisti ci sono ed è un’ottima squadra di lavoro. Durante l’estate ho scritto “Canto di Eco”, una canzone che mi piace molto e che voglio incidere subito. Le affianco “Nel quadro astratto”, brano scritto tanti anni fa a cui sono molto legato. Penso di far uscire un EP di cinque brani nella primavera del ‘21 ma niente. Non c’è nulla da fare. L’emergenza non rientra. Il 2021 è un altro anno terribile che dà adito a malinconie e tristezze. Scrivo infatti “Buona fortuna” e “L’altra faccia dell’amore”, due brani più introspettivi che includerò in quello che sta diventando a tutti gli effetti un album vero e proprio. A queste si aggiungerà “La testa tra le nuvole”, una canzone leggera e autoironica , scritta apposta per contrastare la mia innata indole malinconica.

Vabbe’, insomma. Nella primavera del 2022 l’album è registrato e mixato, seppur provvisoriamente. Ma non si può fare ancora nulla.

Emanuele Inserto però non si perde d'animo. Si riscopre poeta e pubblica la raccolta "Astri negli abissi". Nel frattempo non rinuncia a proporre "Sotto l'equatore" a diverse etichette discografiche.

I pareri delle etichette a cui presento il mio lavoro  sono contrastanti. Oscillano tra due poli opposti di giudizio. Ad alcune piace molto ad altre assolutamente no. Ma alla fine con “La Stanza Nascosta Records” si raggiunge la quadra e, dopo essermi dedicato a "Le stagioni del borgo", seconda silloge poetica ad opera del sottoscritto, eccoci qua, a coronare l’uscita di un lavoro durato quasi tre anni. Tre anni in cui non ho mai smesso di avere collaborazioni e di incontrare il pubblico. Tre anni veramente strani, come mai ci sono stati.

 

Insomma, il percorso (complice la pandemia) è stato tortuoso, ma ne è valsa la pena. Quello che ci troviamo ad ascoltare è un album di otto tracce, in prevalenza acustiche e con un tocco  dichiaratamente rétro. Nel lavoro si riversano suggestioni latino-americane- iberiche, fuse sapientemente con il cantautorato classico italiano (Battiato in primis) e e con alcuni trend musicali italiani degli anni ‘80 e ‘90 (CSI, primi Litfiba). 

Per la prima volta- prosegue Inserto- ho scritto io tutte le parti e suonato strumenti diversi dalle chitarre. 

 

Credo che “Sotto l’Equatore” - racconta Inserto- sia un album di riscoperta di stili musicali passati e un omaggio a grandi artisti diversissimi tra loro, che hanno dato al mondo della musica leggera qualità, autenticità e bellezza.

Particolarmente degno di nota, a nostra avviso, è il il singolo "Canto di Eco", apripista del progetto e accompagnato da un suggestivo videoclip (per la regia di Dario Magnolo), che gioca su rotazioni ed enigmatiche simmetrie, trasponendo visivamente le fascinazioni e le inquietudini della dialettica identità/alterità.

Scritta nell’estate del 2020, in pieno caos pandemico, nella casa di famiglia ai confini tra Lazio e Abruzzo- racconta l'artista- “Canto di Eco” è una canzone che affronta il tema del narcisismo, rifacendosi al mito ellenico di Narciso ed Eco. L’io narrante riprende il punto di vista della vittima ed è, intuitivamente, una metafora di molte situazioni patologiche.

Dal punto di vista musicale “Canto di Eco” rappresenta un mio personale omaggio ai Diaframma, gruppo New Wave fiorentino che negli anni ‘80 ha prodotto brani abbastanza rivoluzionari. In particolar modo il mio apprezzamento va al loro primo cantante Miro Sassolini.

Poliedrico, sofisticato, malinconico, Inserto sembra fare suo l'approccio stilistico della new wave, motivato e lucido, rielaborando sonorità passate in quella che risulta essere una sintesi inedita rispetto al passato per gusto, prospettiva storica e sensibilità individuale.

Ecco che Inserto rimescola le carte e tira fuori dal suo cilindro gioiellini musicali come "Pace", una rumba rock dalle coloriture etniche, il walzer triste- di ispirazione deandreaiana- "L' altra faccia dell'amore", la sorprendente title- track, "Sotto l'equatore".

L’ispirazione di questo brano- ci racconta Inserto- nasce da alcune mie ricerche condotte in passato sulla musica brasiliana. Il ritmo della canzone si rifà infatti al “lundu”, uno stile di musica e danza afro-brasiliano molto antico che ha diversi elementi in comune con la morna e il fado portoghese. Sia la musica che il testo si riferiscono ai riti di fertilità che si tengono in Brasile in onore della dea Yemanja.

I riti della fertilità in onore della dea Yemanja diventano l'occasione per una celebrazione dell’amore passionale a ritmo quasi di “Lundu”, considerato uno dei capostipiti della Musica Popular Brasileira, mentre il pensiero, per associazione, corre a quegli  aborigeni d'Australia che, ne "Il ballo del potere" di Battiato," Si stendono sulla terra/Con un rito di fertilità/Vi lasciano il loro sperma".

In chiusura Inserto parla, orgogliosamente, delle collaborazioni presenti nel disco.

Molte sono le collaborazioni che impreziosiscono i brani. Prima fra tutte quella con Francesco Ferrarelli, in arte “Frencys”, con cui ho collaborato anche nel disco precedente e che nella canzone “Pace” si conferma un ottimo arrangiatore. Ci sono poi Giuseppe d’Ortona, già batterista di Coez, che ha- ritmicamente parlando- “salvato” i brani da alcune mie “derive” un po’ azzardate; Christian Antinozzi, funambolico bassista e professionista di altissimo livello; Alex Araujo, amico e geniale chitarrista esperto in slide guitar; Elisa Andriani, che in passato è stata il “flauto magico” di diverse mie canzoni; infine Katia Picciariello, Paola Antonelli e Camilla Passani, eccellenti cantanti dalle voci meravigliose.

Ho scritto i testi dell’album contestualmente alle musiche. Si è trattato di una nascita sincronica di testo e melodia. 

"Sotto l'Equatore" è un disco complesso, piacevole già al primo ascolto ma che necessita, per essere decifrato ed apprezzato appieno, di tempi più lunghi. E' un album punteggiato di riferimenti biblici (Salomè, San Giovanni) e alla mitologia ellenica ed egizia (Eco, Amon-Ra), nel quale gusto esotico e ricercatezza d’antan vestono testi dalla profonda vocazione poetica. L’antico diventa suggestivo di allegorie e fascinazioni, si riversa nel contemporaneo, apre la strada alla rappresentazione di una condizione umana senza tempo.



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Chi l'ha detto che la canzone di protesta non esiste più? Che il cantautorato "impegnato" è morto? Si ascolti "Walter", il nuovo lavoro in studio del cantautore sardo Stefano Mele, appena pubblicato dall'etichetta La Stanza Nascosta Records. Stefano Meleclasse 1978, cantautore nuorese che vive e lavora a Firenze da circa 15 anni- è uno che, artisticamente parlando, non le manda a dire. Un lavoro denso di impegno civico e politico, da parte di un artista che si fa interprete del nostro tempo non lesinando stilettate al mondo in cui stiamo vivendo.

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E' disponibile su tutte le maggiori piattaforma digitali il brano “La costellazione del cane” del  prolifico poeta e cantautore Giovanni Luca Valea.

Il singolo, prodotto e distribuito da La Stanza Nascosta Records, anticipa l'uscita del terzo lavoro in studio di Valea, “Canzoni”, prevista per sabato 25 novembre.

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Dal 27 ottobre 2023 disponibile su tutte le piattaforme digitali il nuovo singolo del cantautore Eduardo De FeliceSeduto su un piedistallo”, distribuito da La Stanza Nascosta Records.

Da domenica 29 disponibile per tutti, sul canale You Tube dell'artista, il videoclip che accompagna il brano, oggi in anteprima esclusiva su Nerospinto.

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Intervista a Stefano Barotti.

Tra i prossimi appuntamenti live dell’artista massese la data del 27 novembre (ore 21.30) allo storico teatro Besostri di Pavia, con la Painter Loser Band.
Oltre vent’anni di carriera, Stefano Barotti ha negli anni condiviso palco e canzoni, tra gli altri, con John Popper, Jono Manson, Kevin Trainor, Paolo Bonfanti, Joe Pisapia, Momo, Max De Bernardi, I Gang, Jaime Michaels, Nada, Kreg Viesselman, Nima Marie.
Un anno fa ha pubblicato su etichetta La Stanza Nascosta Records, il suo quarto lavoro ufficiale in studio, registrato tra l’Italia e gli States con un cast musicale d’eccezione, che lo ha a tutti gli effetti consacrato come musicista a tutto tondo, capace di travalicare certe stereotipie del cantautorato classico.                                                                                                                                            Finalmente al via le date live di presentazione dell’album, cancellate l’anno scorso a causa dell’emergenza sanitaria.                                                                                                                             

E’ di questi giorni la notizia che il suo album di esordio Uomini in costruzione del 2003 torna ad essere disponibile in digitale (su etichetta La Stanza nascosta Records).                                              Che effetto le fa?

Come raccontavo giorni fa ad alcuni amici fa un effetto davvero strano. Ai tempi era tutto così “analogico”. Da molto non riascoltavo quel disco. E sinceramente faccio un po’ fatica a sentire la mia voce così giovane, acerba, e anche un po’ inesperta.
Mi sono tornati in mente i viaggi in New Mexico per le registrazioni, la produzione di Jono Manson, la mia prima volta con gli americani in studio, ma anche il grande lavoro che era stato fatto coi musicisti italiani qua in Italia, è stato come riaprire l’album dei ricordi.

Dallo scorso aprile è di nuovo disponibile in digitale (sempre per La Stanza Nascosta Records, N.d.R.) anche Gli ospiti, prodotto da Jono Manson nel 2007. Da una parte pubblica il suo ultimo lavoro anche in vinile, dall’altra sembra tenere molto anche alla distribuzione sui digital stores. E’ un nostalgico che tiene il passo con i tempi?

Beh, ho resistito finché ho potuto. Tengo molto alle mie produzione passate. Ho pensato che essere assenti nelle piattaforme digitali ormai è come scegliere l’invisibilità, inoltre si è creato questo binario digitale/vinile che mi piace molto.
Il disco in vinile dà sollievo alla freddezza del digitale, e il digitale facilita la curiosità di quel pubblico che acquista musica in vinile.
Chi non c’è, chi mi manca occupa casa e letto canta in Quando racconterò, contenuta nell’ultimo album Il grande temporale. Assenza, più acuta presenza, per dirla con Attilio Bertolucci…?

O, come cantava Piero Ciampi, La tua assenza è un assedio. Da sempre, scrivere di assenze, di qualcuno che c’è stato e non c’è più rende quel qualcuno più presente nella mia vita, nella mia quotidianità. Ho toccato l’argomento anche in altre canzoni.
Credo che perdere qualcuno che è stato parte della nostra vita e ci ha accompagnati per un pezzo di strada più o meno breve causi un dolore che non si può superare, lo si può solo accogliere.
Scriverne è un po’ questo… parlarne, esorcizzare la cosa cantando il ricordo, sottolineando che tutto passa ma tutto resta.

Il suo esordio venne accolto un po’ tiepidamente dalla critica, che ne sottolineò il carattere “derivativo”. Ora gli addetti ai lavori, compatti, la elogiano, sottolineando la sua peculiare cifra artistica, lontana da certi stilemi del “cantautorato” tradizionale. Ritiene, negli anni, di essere riuscito a creare uno stile personale?

Le critiche che accompagnarono il disco le ho ascoltate e assorbite e mi hanno spinto a fare meglio, ad uscire appunto da alcuni schemi prettamente cantautorali (specie musicalmente).
Un po’ mi è dispiaciuto per il disco che pagò un caro prezzo, erano buone canzoni e anche la produzione era ottima. Ma ricevere critiche fu per me un’opportunità di cambiamento.                            Ormai sono passati vent’anni, e in questi vent’anni sì… sono cambiato molto e le mie canzoni con me.

Painter Loser affronta il problema di guadagnarsi il pane,“when the music don’t pay”. In Italia è possibile vivere unicamente di arte?

Non credo di saperti rispondere. Ci sono meccanismi in Italia fuori dal mio mondo, e dal mio modo di intendere la musica. Vedo però un paese povero d’interesse verso la cultura, la bellezza e il merito. Non siamo neppure curiosi di conoscere, vedere o ascoltare. Abbiamo quasi paura di evolverci, di avere dei gusti propri. Magari differenti da quelli degli altri e della maggioranza.
Ci siamo appiattiti, assorbiti da uno status dettato dagli ultimi vent’anni. Tra Tv, comunicazione, radio fuffa, e l’esplosione di generi musicali monocolore.
Io canto when the music don’t Pay con grande ironia. Non sono certo arrabbiato per come mi vanno le cose. E credimi, in questo paese il problema del guadagnarsi il pane non riguarda solo i musicisti o chi fa arte. Basta pensare a un laureato, un commerciante, una semplice partita IVA per capire che siamo un paese con poca strada davanti. Ognuno di noi è un mattone per la costruzione di un qualcosa, ma mi accorgo che in molti quel qualcosa vanno a costruirlo altrove e non in Italia.

Sovente registra tra l’Italia e gli Stati Uniti. Quali sono le ragioni di questa scelta?

Molto semplice, Con L’America è stato più facile. Ho avuto riconoscimenti, proposte, collaborazioni. Quando avevo vent’anni il mio primo produttore è stato Jono Manson. Da lì ho sempre avuto una forte alchimia coi musicisti statunitensi.
Avere collaborazioni, attenzioni americane mi ha fatto conoscere anche qui in Italia.
Ho fatto un giro largo…

Sogno e realtà, scarpe e ali sembrano abbracciarsi nel suo canzoniere. Lei è, artisticamente, l’uomo degli opposti…o sbaglio?

Decisamente, la realtà nel sogno e viceversa. Anche se non voglio le scarpe spuntano sempre nelle mie canzoni, e sono quasi sempre slacciate. Così come parlo di ali per sottolineare la grande paura di volare degli uomini. Volare nei sentimenti, nella vita, nelle scelte.                                                                                                                                                                                              Anche nella felicità.

La musica dal vivo sembra essere in ripartenza…
Finalmente si torna a suonare… e con una band tutta nuova! Porteremo finalmente in giro il mio grande temporale.
Abbiamo diversi concerti a fine novembre, alcuni nella mia zona…
Poi saremo all’Armadillo di Courmayeur e al teatro Besostri di Mede a Pavia. Con me ci saranno Vladimiro Carboni/batteria, Pietro Martinelli/contrabbasso e il giovanissimo Michelangelo Surdo/Chitarra elettrica e ukulele. La Painter Loser Band.

 

“Tu eri lì” di Sambiglion|||

Chi citerebbe l’omicidio Scazzi (delitto di Avetrana) ed Ivan il Terribile in una canzone d’amore? Chi accosterebbe, in un brano, il boss di Cosa nostra Totò Riina e il Mastro Misciu verghiano di “Rosso Malpelo”? Queste scelte (apparentemente) stranianti sono l’emblema di un esordio discografico, quello del cantautore di Vigevano, Ruben Caparrotta (in arte Sambiglion) - già finalista, nel 2018, di “Emergenza - il Festival per le band emergenti” - decisamente fuori dagli schemi.

È uscito "Inno della Pettegola", il primo singolo di Dario Gay e Mauro Coruzzi (alias Platinette)|||

S'intitola "Inno della Pettegola" il nuovo singolo dell'inedita coppia composta dal cantautore Dario Gay e dal celebre conduttore radiofonico Mauro Coruzzi, meglio conosciuto come Platinette. Il brano segna l'inizio di un nuovo progetto artistico ed è scritto da Dario Gay e Giovanni Nuti, già noto per aver musicato gran parte delle poesie di Alda Merini

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Sono passati vent'anni da quel giorno d'inverno che ci ha portato via uno dei più grandi cantautori italiani. 

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È uscito ieri, 19 gennaio, Canzoni ravvicinate del vecchio tipo, il primo album del cantautore palermitano Giuseppe Anastasi.

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