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Sabato, 20 Febbraio 2016 15:54

TABEMONO NO BI. L'ARTE DELLA CUCINA WASHOKU

Tabemono No Bi è il titolo della mostra, visitabile fino al 25 giugno 2016, al Museo d'Arte Orientale Chiossone di Genova, dedicata alla cucina Washoku, letteralmente "cucina giapponese".
 
Ancora una volta è proprio il mondo nipponico ad affascinarci e se la gran parte di noi ormai è diventato un vero e proprio "jappo addicted", perché non approfondire la conoscenza di un'arte culinaria così lontana dalla nostra tradizione, ma al contempo ormai presente nella nostra quotidianità?
 
 
 
Questo è l'intento di Donatella Failla, che ha curato la mostra. Un percorso espositivo articolato attraverso sei temi chiave, dalle influenze shintoiste e buddhiste sulle abitudini culinarie giapponesi, per poi giungere alle risorse delle acque e dei campi, riso e sake, e passando poi per i tradizionali suppellettili in ceramica decorati da lacche finemente lavorate, funzionali anche alle cerimonie del té, Chanoyu e Sencha, giungendo fino ai primi ristoranti alla moda del periodo postmoderno, per concludere poi con le influenze derivanti dalle culture occidentali, già a partire dal periodo Meiji (1868-1912).
 
Come già detto, la cucina giapponese è tra le più antiche e apprezzate al mondo, fino ad essere riconosciuta come patrimonio intangibile dell'umanità dall'Unesco. Questa rassegna indaga una cultura profondamente diversa dalla nostra, anche per le modalità in cui si manifesta: lacche, stampe policrome, dipinti, porcellane, bronzi e oggetti tradizionali compongono la collezione del museo Chiossone, una collezione che basta a sé stessa ed al contempo cangiante, in grado di evidenziare diversi aspetti che, come nel caso di Tabemono No Bi, esalta la tavola e del gusto giapponesi.
 
 
Francesca Bottin
 
Tabemono No Bi [Dal 30 ottobre 2015 al 25 giugno 2016]
Museo d’Arte Orientale Chiossone
Piazzale Mazini 1, Genova
Mar - Ven h.8:30 - 18:00
Sab e Dom h.9:30 - 18:30 Info: Tel. 010 542285 – www.museidigenova.it
TABEMONO NO BI - GALLERY - NEROSPINTO
 
Lunedì, 17 Dicembre 2012 22:09

Dopotutto Bene

"Io sono il vortice insensato delle trottola il movimento e la sua negazione, sono l'antiumanesimo, Lorenzaccio che decapita le statue, Aguirre che si firma il traditore. Carmelo Bene, perché, soggetto alla necessità del nome, come rassegnazione al destino."

Carmelo Bene

Straordinario attore, regista, drammaturgo, a dieci anni dalla scomparsa, si inciampa ancora, per fortuna, nei resti di Carmelo Bene, vaganti monadi nello spazio cosmico.

Non c'è un dopo Carmelo Bene semplicemente perché CB continua ad essere l'unica eredità possibile di se stesso. Avendo compiuto un vorticoso spietato lavorio di cancellazione, segno dopo segno, contenente l'immemorialità del suo stesso futuro.

Al tempo stesso ciò che manca di Carmelo Bene è proprio Carmelo Bene, in quanto "artifex". Come nel Teatro della crudeltà di Artaud, ciò che conta nell'arte è il prodursi dell'artefice e non il prodotto artistico. L'opera è il cadavere dell'evento, dell'esecuzione, del gesto, dell'atto. L'escremento derridiano del corpo attoriale.

(S)finito il suo percorso, ciò che rimane sono i danni, i detriti e, a chi resta, il duro compito di fare i conti.

Dopo la sua scomparsa, ho frequentato il fantasma di Bene per un anno e mezzo, lavorando nella sua casa romana di via Aventina alla cura del lascito artistico. Sotto lo sguardo vuoto degli angeli del Bernini dell'Hommelette for Hamlet adagiati nel giardino, immerso tra carte, spartiti, nastri, scenografie e velluti, ho avuto modo di constatare il rigore con cui Carmelo Bene concepiva il proprio lavoro. Una ricerca dell'impossibile, puntualmente compiuta spettacolo dopo spettacolo, scena dopo scena.

L'attentattore Carmelo Bene, nel viola dell'ombra dei drappi della sua abitazione, studiava clinicamente come dissezionare il linguaggio. Come operare sull'opera. Tra miliardi di appunti, stratificazioni di autori, emergeva il riflesso del gesto artistico, di cui lo spettacolo era solo, effettivamente, lo sconcerto. Il diabolico contro il simbolico.

E' un lavoro difficile cercare di restituire almeno in parte l'alone di quello che Carmelo Bene è stato. Forse addirittura impossibile perché ciò che sfugge, ora ancora di più, è il corpo dell'attore. Sempre negato da CB sulla scena, come negli altri linguaggi da lui frequentati, ed ormai svanito una volta per tutte.

Sottratto il corpo, rimane però il corpus delle opere sui cui riflettere. Tentativo, tra i tanti in questo decennale, è il volume da me curato per i tipi di Bompiani dal titolo PANTA CARMELO BENE che offre al lettore una selezione delle migliori interviste rilasciate da CB nell'arco di tutto il suo percorso artistico. Oltre ad offrire una lente per osservare meglio il maestro, questo lavoro cerca di far emergere l'uso violento che Bene faceva degli strumenti di comunicazione, in questo caso la carta stampata.

Pur sottraendosi al dialogo, al confronto, Bene andava affermando che l’unica verità del discorso è l’ esperienza stessa del suo errore. Rifiutando la normale dialettica, svelava l'ipocrisia del linguaggio, l'assoluta falsità di ogni mediazione. Medium, invece lui, di un alto discorso.

 

Pubblicato in Cultura

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