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Secondo appuntamento con Jazz al Parenti, Lunedì 21 marzo 2016 alle ore 21.00.

Nella prima settimana di giugno uscì una sorta di documentario, un 'making of' sul nuovo album di David Lynch che, senza approfondire troppo, presentava ai fan del regista il suo secondo disco: 'The Big Dream', a soli due anni dal debutto visionario di 'Crazy Clown Time'. Gli Artisti (sì, con la 'a' maiuscola) spesso non sono molto bravi ad esprimersi a parole, e nel caso di Lynch dobbiamo anche tenere presente quella sua vena yoga ricca di meditazione; ma bisogna lasciar parlare la sua arte.

 

Nel grande sogno di Lynch troviamo buona parte dei suoi film o, forse è meglio, possiamo immaginare le canzoni come parte di una nuova colonna sonora: è qui che si fonde l'ispirazione del maestro, la sua sperimentazione sonora e vocale e quel brivido che David Lynch sente al sound giusto con Twin Peaks, Strade Perdute e Velluto Blu. Per dare una giusta collocazione alla musica vorrei riportare le sue stesse parole: “questo è un blues moderno, i pezzi partono come delle jam session e vanno per la loro strada, una sorta di modernizzazione del blues più scarno, il blues è una forma onesta ed emozionale e continuo a tornarci perché suona così bene”. Musica dell'anima, quindi, per un'anima inquieta e oscura, moderna grazie all'aiuto dell'ingegnere di studio Dean Hurley che mette a proprio agio la sua elettronica in un binomio artistico che viaggia sulla stessa lunghezza d'onda.

 

La title track parte proprio dal blues scarno e ancestrale, con una frase che ci era già stata anticipata dal twitter del regista: “Love is the name, in the wind”; la successiva 'Star Dream Girl' è un omaggio indiretto a Tom Waits, mentre 'Last Call' con quel beat caldo ci porta dalle parti del trip-hop con una semplicità disarmante. 'Cold Wind Blowin' potrebbe essere un omaggio a se stesso, al suo cinema e al famosissimo Twin Peaks; 'The Ballad of Hollis Brown' è una cover di Bob Dylan (pescata da 'The Times they are A-Changin') oltre che un esempio chiarissimo del modern-blues: torbido e psichedelico con un po' di dub. 'Wishin’ Well' è ancora trip-hop, 'We Rolled Together' è tetra e legata agli immaginari lynchiani mentre 'Sun Can’t Be Seen No More' con una voce assai bizzarra viene dai classici rock.

 

'I Want You' è tanto sensuale quanto sporca, seguita da 'Are You Sure' che chiude l'album spostando il tiro su una musica più d'atmosfera. C'è però una bonus track per coloro che hanno la versione digitale o LP (con il 7”): la sognante 'I'm Waiting Here' cantata perfettamente da Lykke Li che questa volta sfoggia tutta la sua bravura, non c'è che dire. La voce di David è unica, riconoscibile, è uno strumento vero e proprio che si unisce perfettamente con il tipo di musica che sta creando; lui lo ammette, e l'ha sempre detto, che non è un musicista e non è un bravo chitarrista ma ama la musica e la musica gli dà quell'eccitazione che difficilmente riesce a provare in altri mondi artistici.

 

Con un carisma simile e questa sua devozione per il suono, 'The Big Dream' non poteva che essere un gran bel disco. Caro David, non smettere e continua a fare tutto ciò che credi, massì anche la meditazione che tanto ti piace, mischia anche i tuoi mondi ma non scendere più da questo livello, promettimelo!

 

www.davidlynch.com

 

 

Andrea Facchinetti

 

“Chi ha ucciso Laura Palmer?”: era il 1991 quando su canale 5 viene lanciato il promo di una nuova serie tv, l’immagine che la annuncia è agghiacciante: il volto di una ragazza pallidissima, una cerniera le si chiude davanti perché è ormai cadavere. Twin Peaks rivela al pubblico italiano un mondo oscuro dove niente è come sembra. Una cittadina della provincia americana nasconde segreti terrificanti, e l’investigatore, chiamato ad indagare sull’omicidio della giovane studentessa, viene risucchiato in un mondo parallelo popolato di sinistre presenze. Atmosfere inconfondibili per chi lo ama, ma forse non molti sanno che dietro quella serie tv divenuta culto c’è la mente geniale di David Lynch, regista americano classe ‘46, arrivato al successo internazionale con Mulholland Drive, Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2001. Il film, nato come pilota di una nuova serie tv, ha una trama che scardina tutti i normali riferimenti del racconto al cinema. Protagoniste due donne, un’attrice e un’aspirante attrice arrivata a Hollywood con il sogno di entrare nel mondo del cinema, ma le loro identità non rimarranno identiche fino alla fine della pellicola. A chi guarda, appare a un certo punto una realtà del tutto diversa, dove è sempre più difficile segnare un confine tra allucinazioni, incubi e vita vera; dove creature mostruose e indefinibili irrompono all’improvviso sullo schermo senza alcuna apparente funzione narrativa. Non basta vedere una sola volta Mulholland Drive se si cerca ad ogni costo di imprigionare in schemi razionali la storia; tentazione irresistibile per uno spettatore abituato a spiegare tutto, al cinema come nella vita. Altra cosa, è invece vivere un’esperienza visiva e lasciarsi trascinare dal regista in una dimensione che sfugge al controllo della mente, che racconta una città, Los Angeles, e le sue sfumature più oscure e controverse. Perché dietro la dorata patina hollywoodiana si agitano inquietudini profonde, e sono le donne a incarnarle in Mulholland Drive, ma non solo: le figure femminili attraversano tutto l’immaginario cinematografico lynchano, così come i luoghi-non luoghi, fatti di immagini astratte e di paesaggi dal respiro esistenziale, e gli oggetti simbolo che segnano il passaggio dall’onirico al reale con la precisa volontà di fondere e confondere i due piani. Difficile per Lynch trovare nel corso della sua carriera produttori in grado di sposare il suo universo creativo che da candidato all’Oscar The Elephant man, passando per Velluto blu, Fuoco cammina con me e Strade perdute, assumerà un’identità ben definita, pur nella continua fatica della ricerca di finanziamenti. Fino alla provocazione, accolta con prevedibile entusiasmo da una critica stanca di visioni oniriche, di Una storia vera, pellicola con una trama lineare e ispirata ad una vicenda reale, che risponde ai detrattori del regista, accusato di non aderire ai tradizionali canoni del linguaggio filmico, di sfuggire ad ogni costo dalla costruzione del significato. E’ l’istinto a muovere nei suoi film i legami tra immagine e parola, espressione dell’inconscio tormentato e irrisolto dell’epoca postmoderna, dove niente è risolto. E interpretare una storia significa, allora, trovare non uno, ma infiniti orizzonti di senso, con una libertà che diventa per Lynch la vera esperienza cinematografica, spinta fino all’assenza totale di un copione nel suo ultimo lungometraggio, Inland Empire - L’Impero della mente, presentato al Festival di Venezia nel 2006. Ancora una volta femminile e mistero, labirinti dell’anima aperti sul nuovo millennio, in attesa della prossima visione.

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