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Nei giorni 15 e 16 maggio, si terrà sui Colli Berici l’evento gastronomico Le Alture, organizzato dallo chef Alberto Basso, in memoria dello chef Stefano Leonardi.

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Como accoglie la Grande Mostra nella splendida cornice di Villa Olmo, una delle dimore storiche più affascinanti del Lago di Como. E’ stata inaugurata sabato 23 marzo, la Mostra "La città nuova. Oltre Sant'Elia”: un’esposizione che porta in scena un secolo di visioni urbane, attraverso 100 opere. Dipinti, modelli, installazioni di artisti, architetti, registi quali Antonio Sant'Elia, Umberto Boccioni, Le Corbusier, Fritz Lang, Chris Burden e tanti altri.

Una mostra multimediale con una doppia esposizione, che si svolgerà non solo a Villa Olmo, ma anche a Palazzo Volpi, sede della Pinacoteca Civica, nel centro storico di Como. La Pinacoteca Civica propone  50 disegni di Sant'Elia di proprietà  del Comune da anni inaccessibili al grande pubblico. Qui si potranno ammirare alcune ipotesi progettuali di Antonio Sant'Elia. La mostra di Villa Olmo, si apre con «La Città  Nuova»,  dodici disegni che Sant'Elia aveva presentato alla mostra milanese delle Nuove Tendenze del 1914. In questi dodici tavole sono sintetizzate le visioni urbane dell’architetto comasco. A Villa Olmo, una sala è dedicata a Metropolis , il film fantascientifico di Fritz Lang, del 1927, ambientato in una “città santeliana”… In scena anche opere contemporanee quali  Pizza City, il plastico di una città composta da centinaia di giocattoli dell’artista americano Chris Burden e il video della cinese Cao Fei che rappresenta una città sospesa in uno spazio virtuale. Opere dallo spirito futuristico.

"La città nuova. Oltre Sant'Elia” è una mostra omaggio non solo al grande architetto comasco Sant’Elia ma anche ai 100 anni di idee e progetti  “Oltre Sant’Elia”… Una mostra riflessione sul paesaggio urbano e sulla sua evoluzione.

Per informazioni: Villa Olmo, Via Cantoni 1 – Como La mostra è aperta fino al 14 luglio 2013. www.lacittanuova.it

 

I 10 noir che hanno fatto la storia del cinema

Tre regole per cominciare: è già difficile scegliere solo dieci film, quindi rinunciamo a un ordine di importanza. Il noir è solo e rigorosamente in bianco e nero, perciò nessuna pellicola a colori. Niente Hitchcock, il suo è un cinema a parte.

Cominciamo dal capostipite riconosciuto: Il Mistero del falco (1941) tratto dal romanzo di Dashiel Hammett, esordio del regista John Huston e irruzione nel cinema ‘che conta’ per l'icona del noir, Humphrey Bogart, nei panni del detective Sam Spade alla ricerca di una statuetta d'oro: sigaretta pendente all'angolo della bocca, cappello di traverso, sguardo disilluso. Ci sono già tutti gli ingredienti tipici del genere: inganni continui, violenza sempre in agguato, una galleria di personaggi loschi e inquietanti, un protagonista in bilico tra il Bene e il Male.

Restiamo con “Bogie” nel ruolo di private eye per un'altra scelta obbligata: Il grande sonno (1946), sceneggiato da William Faulkner a partire da un romanzo di Raymond Chandler. Il protagonista è Philip Marlowe, alle prese con un susseguirsi infinito di colpi di scena e stravolgimenti: si narra che anche gli attori, tra cui spicca una stupenda Lauren Bacall, non riuscissero a orientarsi nella trama, ma l'atmosfera del film è quanto di più noir si possa immaginare.

Ritroviamo la coppia (sul set e nella vita) Bogart/Bacall ne La fuga (1947), celebre per una riuscita scelta stilistica del regista Delmer Daves: grazie a un perfetto gioco di ombre e inquadrature in soggettiva, per la prima ora gli spettatori non vedono il volto del protagonista, che dopo l'evasione dal carcere ha fatto ricorso alla chirurga plastica. Tolte le bende, compare il volto magnetico di “Bogie”, braccato dalla polizia e alla ricerca del colpevole dell'uxoricidio di cui è ingiustamente accusato.

Ma il noir è anche il genere dei malviventi alla ricerca del colpo che gli cambierà la vita o che ne segnerà il crollo definitivo, in una spirale di avidità, sfiducia, disillusione, autodistruzione. Di loro racconta meglio di chiunque altro John Huston in Giungla d'asfalto (1950), aiutato da un cast di bravissimi caratteristi poco conosciuti, tra cui una quasi esordiente che farà strada: Marilyn Monroe. Perché nel noir ci sono anche le donne, bellissime e distruttive: le dark lady.

Ne La fiamma del peccato (1944) di Billy Wilder la biondissima Barbara Stanwyck trascina un normalissimo agente d'assicurazioni in un perfido intrigo ai danni del marito: nel noir l'incontro con la dark lady è sempre travolgente, il suo fascino precipita gli uomini più comuni in spirali inarrestabili.

Per continuare con i registi austriaci trapiantati a Hollywood, non possiamo assolutamente tralasciare Fritz Lang, uno dei padri di quell'Espressionismo tedesco da cui il genere ha tratto alcuni dei suoi aspetti peculiari: i netti contrasti di luci e ombre, l'emersione delle passioni più violente, la dimensione onirica. Il film che meglio sintetizza l'equilibrio precario tra realtà ed apparenza, innocenza e colpevolezza, è La donna del ritratto (1944), in cui un criminologo viene coinvolto da una ragazza in una vicenda di omicidio e ricatto.

Il forte simbolismo visivo, tipico dell'Espressionismo, caratterizza anche il capolavoro di uno dei grandi maestri del noir, straordinario creatore di atmosfere inquietanti nel loro bianco e nero che nasconde e rivela: La scala a chiocciola (1945) di Robert Siodmak, in cui un killer minaccia di uccidere una ragazza muta, in un crescendo di suspense.

Restano tre posti in videoteca. Non può mancare Orson Welles: scegliamo L'infernale Quinlan (1958), l'ispettore obeso, razzista, arrogante, dal fiuto infallibile e dai metodi sbagliati. “Era uno sporco poliziotto, ma a suo modo era anche un grand'uomo” dice di lui un'indimenticabile Marlene Dietrich con parrucca nera, come indimenticabili e nere sono le atmosfere quasi opprimenti di quest'opera magistrale.

Non può mancare la scuola francese: tralasciamo le escursioni nel genere dei maestri della Nouvelle Vague e scegliamo Grisbi (1954) di Jacques Becker. Perché c'è Jean Gabin, che sta al noir francese come Bogart a quello americano, con la medesima disillusione. Perché ci sono il miraggio del “colpo della vita” e il codice d'onore dei vecchi malavitosi. Perché c'è la forza dell'amicizia virile messa in pericolo da una donna. Perché l'antagonista ha il volto di Lino Ventura e la femme fatale quello di Jeanne Moreau.

Non può mancare, infine, il “cult B-movie” per eccellenza, cioè il film a basso costo, girato fuori da Hollywood, che nonostante le umili origini è entrato nella storia del cinema: Detour (1945) di Edgar G. Ulmer, storia di un pianista qualunque in viaggio da New York a Los Angeles per incontrare la fidanzata. Il suo viaggio si trasforma in un incubo, a causa di una serie di eventi inattesi e incontrollabili che lo precipiteranno nell'abisso della colpa. Un lungo flashback con la voce narrante del protagonista, classico del genere, ricostruisce le tappe della caduta: pochi soldi, tanto mestiere, indelebilmente noir.

 

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