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Inge Morath: la vita, la fotografia. Una donna che fu in grado di trovare il suo spazio in un ambiente principalmente governato da uomini e che riuscì, grazie alla sua bravura, ad affermarsi. Fece il giro del mondo per realizzare i reportage a cui si dedicava con molta cura. Dal 28 febbraio al 9 giugno 2019, in mostra presso la casa dei Carraresi a Treviso.

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Istintiva, appassionata e versatile: è Noemi Cilenti, giovane e talentuosa fotografa milanese.

Esattamente 50 anni fa, I Beatles, il quartetto più famoso della storia della musica, andavano in scena al velodromo Vigrelli di Milano e oggi, come un tuffo nel passato, tornano in città con una mostra, dal titolo "I Beatles in Italia. 1965 – 2015: 50 anni dall’unica tournée italiana", all'associazione Chiamamilano, che espone le foto di quella indimenticabile giornata.

I "Fab Four" hanno fatto sognare migliaia di ragazzi e quello di mezzo secolo fa fu l'unico tour italiano della band, che come prima tappa scelse proprio il capoluogo lombardo, prima di toccare Genova e Roma.

Oggi è possibile rivivere quell'emozione, quella "beatlemania" che mandò in visibilio un'intera generazione, ma che ancora oggi, sarà per merito del ritorno al vintage, riesce a coinvolgere i più giovani, grazie a uno strumento tanto potente quanto immediato: la musica.

Ospiti di quella serata indimenticabile furono Peppino di Capri, come apripista insieme ai suoi Rockets, Fausto Leali  e i New Dada, che insieme ai quattro più famosi caschetti dell'epoca fecero esplodere un pubblico di ventiseimila spettatori urlanti, raggiungendo il massimo dell'emozione quando i Beatles fecero il loro ingresso sul palco.

Dal 24 giugno fino al 5 luglio sarà possibile ammirare un'esposizione celebrativa di quella giornata, composta da fotografie e memorabilia della band, realizzata grazie al contributo del collezionista Umberto Buttafava e alcuni materiali unici della famiglia Watcher, la stessa che organizzò, per mano di Leo Watcher, proprio quell'indimenticabile tournée del 1965.

L'allestimento e il progetto fotografico sono a cura di Marcella Ricci e Maria Pietrogrande che cercheranno di rendere omaggio a quell'evento grazie anche alla partecipazione straordinaria di musicisti importati, alcuni dei quali presero proprio parte al live di cinquant'anni fa, attori e personaggi di spicco della cultura italiana.

Adesso, come allora, la febbre da Beatles colpisce proprio tutti e questa sera la grande inaugurazione sarà accompagnata dalla musica dell'associazione Twist and Shout, per mano del suo fondatore Alessio Granata, in consolle per animare la serata con il giusto ritmo, che ha già portato decine di migliaia di persone in Italia e in Europa a rivivere l'atmosfera degli anni '50 e '60.

Questa originale esposizione è dedicata a tutti i nostalgici, ma anche a tutti coloro che non riuscirono ad essere presenti a quel doppio concerto, rappresentando così un'incredibile occasione per rivivere quegli attimi, respirare quell'aria e, perchè no, tirare fuori dagli scatoloni impolverati qualche vecchio vinile, riascoltando quei singoli che resero famosi i quattro britannici al mondo intero.

Perchè si sa, tutto prima o poi torna di moda: dai pantaloni a vita alta, ai tagli un po' retrò e per la musica questo discorso è forse anche più profondo. Quando qualcuno è diventato così grande e così famoso da segnare, in piccolo o in grande che sia, la vita di migliaia di persone non passerà mai di moda. E poi, in ogni caso, la parola d'ordine in queste situazioni è sempre la stessa: "Non è vecchio, è Vintage!"

I Beatles in Italia. 1965 – 2015: 50 anni dall’unica tournée italiana Dal 24 giugno al 5 luglio 2015; tutti i giorni dalle 12 alle 20. Ingresso liberopresso l'associazione Chiamamilano, via Laghetto 2,  Milano  

Adele Di Giovanni

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"Non credo che questo libro sia soltanto scandaloso e sexy. È la storia di una ragazza che diventa adulta nel migliore dei mondi possibili. Erano tempi di confusione religiosa e sessuale, droghe, pericolo ed estasi. Come annunciava il mio eroe, Bob Dylan, i tempi stavano cambiando e volevo annunciare anch’io questi imminenti cambiamenti, dare una mano a buttare giù le porte. Mi considero una donna americana pioniera della sessualità, e continuo a spassarmela tutti i santi giorni! Spero che vi godiate questa mia giovane vita ben vissuta, e spero che vi riporti a un tempo in cui il mondo era in fermento per l’entusiasmo e le gioiose aspettative. Sono onorata di avere passato del tempo con ciò che di più bello e splendente avesse da offrire il Rock’n’Roll. Rifarei tutto quanto in un battito di cuore."

E' Pamela Des Barres a parlare, la protagonista di un libro forte ed entusiasmante,  "Sto con la band", edito da Castelvecchi.

La musica e i gruppi rock emergenti quando Pamela ha solo 14 anni diventano per lei un richiamo seducente e irresistibile: grazie alla sua bellezza e alla sua intraprendenza diventa una vera e propria groupie, a spasso per il mondo con i più grandi musicisti dell'epoca.

Pamela in realtà è una ribelle, una donna forte senza paura, paura di dimostrare la sua sensualità e il suo corpo, paura di non desiderare una famiglia, dei figli e una vita legata alla provincia.

Realizza i suoi sogni, essere se stessa in un momento storico travagliato e difficile, denso di cambiamenti culturali e sociali e seguire la musica dalla parte di chi la promuove tra le persone, da chi la vive ogni giorno, portando una rivoluzione nel mondo, svegliando le menti, solleticando gli spiriti.

Diventa un'icona, realizza diversi shooting fotografici per artisti famosi, diventa l'amante di musicisti come Mick Jagger, Jimmy Page, Keith Moon, Frank Zappa e altri mostri sacri del rock e anche in questo modo afferma la sua sete di libertà, lontana dalle inibizioni e dal perbenismo bigotto che l'aveva soffocata per tutta la sua infanzia.

Una vera pioniera e rivoluzionaria.

 

 

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Chissà se le due amiche Eva e Barbara stavano ascoltando i Beatles quando, nell'autunno del 2007, hanno deciso di realizzare il sogno di aprire un piccolo negozio di moda.

A dispetto della canzone, particolarmente malinconica, Baby's in Black è in realtà una piccola esplosione di gioia e di colori: un negozio-laboratorio dove le ragazze propongono capi ed accessori realizzati artigianalmente e a buon mercato, nonostante spesso si tratti di pezzi unici e di edizioni limitate.

Nel rispetto dell'ambiente, ma anche in nome della buona tradizione manifatturiera italiana, Baby's in Black da sempre realizza e vende prodotti non omologati, che le creatrici per prime amano ed indossano. Questo, che potrebbe sembrare un dettaglio trascurabile, è ciò che rende la visita al loro negozio un'esperienza assolutamente genuina e piacevole, molto distante dallo shopping frenetico ed impersonale a cui, ahimè, siamo abituate: è uno di quei rari posti dove entri per comprare un regalo - degli orecchini a forma di pinguino o un fiore di seta per i capelli - e ti ritrovi con un'amica in più! Vi consiglio di farci un salto: questa piccola "bottega" è a Milano in via Eustachi 6, a pochi passi dal centro dello shopping convenzionale.

Vi rallegrerà la giornata.

Caro, vecchio, nuovo Macca

Eccolo di nuovo, sir Paul, il baronetto più prolifico che il pop ricordi: niente, non lo fermi, lui sforna un album via l’altro, spaziando dalla classica all’elettronica e prendendosi pure il lusso di fare il Cobain della situazione sul palco insieme ai reduci dei Nirvana. Il suo ultimo album, “New”, si presenta con le sembianze di un’opera di arte contemporanea, ma dentro porta stampigliate dappertutto le stimmate del Macca. Hai voglia a mettere Paul Epworth (Adele, Bloc Party) e Ethan Johns (Kings of Leon) al mixer – seppure supervisionati e forse frenati da Giles Martin, figlio di voi-sapete-chi – ma a scrivere è sempre la penna d’oca di McCartney: qui di “nuovo” non c’è altro che la facciata, fatta di percussioni taglienti (il singolone Queenie Eye) e qualche bel synth (I Can Bet, la piaciona Looking at Her), ma basta un’occhiata dietro i paraventi per riscoprire il gonfio, morbido cuore pop che solo Paul sa far battere con un ritmo talmente naturale. E si torna alle melodie-mastice, quelle che ti accompagnano per settimane dopo un unico ascolto, quelle che assomigliano sempre a qualcosa ma non riesci mai a identificare cosa: l’apertura di Save Us, con i suoi barocchismi rock scippati ai Queen, la psichedelia sintetica di Appreciate, il singalong da concertone di Everybody Out There. Insomma, a volte sembra persino di riascoltare i Beatles (Alligator), e scusate se è poco. Certo, non c’è l’epicità dei tempi migliori, e si fatica a rintracciare un brano da inscrivere nel già corposo greatest hits del Fab One (se dovete scegliere un solo disco nella produzione recente di McCartney, tanto per dire, preferite il più sostanzioso “Chaos and Creation in the Backyard”), ma parliamo comunque di una collezione pop di livello, compilata da una vecchia gloria sempre più determinata a porsi come gloria, sì, ma non certo vecchia. Perché Paul, i suoi settant’anni, mica li rinnega: se li tiene tutti distintamente appuntati sul gilet. Ma il suo gilet è più cool del tuo.

Voto 6,5/10

Ha compiuto 40 anni (pubblicato in UK il 24 marzo 1973) e continua ad essere il disco più popolare della storia della musica: 1.600 settimane nelle classifiche mondiali e 89 milioni di copie vendute. 30 anni di permanenza nelle classifiche degli album in UK. Un americano su 12 lo ha comprato nell’ultimo ventennio. I numeri impressionanti contribuiscono ad alimentare la leggenda. Ma ci sono degli elementi oggettivi che rendono questo disco “Il disco” dei Floyd. Le canzoni: "le migliori che avessimo mai scritto" disse una volta il compianto tastierista Richard Wright, "canzoni che parlano dello stress e dell'alienazione della vita moderna, cose in cui si possono rispecchiare milioni di persone, e sentirle proprie". Poi il suono: non una semplice raccolta di canzoni, ma un flusso ininterrotto, che all'epoca fu una novità assoluta, grazie anche al tecnico Alan Parsons che con il nuovo sedici piste appena allestito negli studi di Abbey Road fece autentici miracoli. Senza poi parlare degli arrangiamenti perfetti e assolo passati alla storia (quello vocale di Claire Torry in The Great Gig In The Sky, quelli chitarristici di Gilmour in Money e Time). E poi i misteri mai svelati: negli ultimi 30 secondi dell’album un’orchestra suona in sottofondo Ticket to ride dei Beatles. Perchè? I Floyd non hanno mai voluto spiegarlo. D'altronde Dark Side, più che un album, è una scatola magica, un universo di suoni, voci, suggestioni, citazioni da film, allusioni colte, viaggi lisergici e un concept di fondo: ognuno di noi ha un suo lato oscuro. E il tuo riesci a vederlo?

 

Ecco il lato oscuro di alcune canzone di Dark Side of the moon:

 

Speak to Me

La canzone (come l'album) è disseminata di parlati misteriosi. Sono le voci dello staff dei Pink Floyd, chiamato a registrare in sala d’incisione le risposte ad alcuni quesiti che Roger Waters aveva consegnato a tutti tipo: “Qual è l'ultima volta che sei stato violento?”. Lo stesso Paul McCartney fu "vittima" dell'interrogatorio-esperimento, ma le sue risposte furono considerate troppo scherzose.

 

Brain damage

Il riferimento diretto è all'ex leader e cantante dei Floyd Syd Barrett, che uscì dal gruppo per la pazzia provocata dall’uso smodato di Lsd.

 

Any colour you like

Il brano cita Henry Ford che, nel 1908, presentando al pubblico l’auto Model T, disse ironicamente: «Potete averla di qualunque colore vi piaccia, purché sia nera».

 

Time

Inizia con il suono di decine di sveglie registrato in un negozio londinese di orologi e pendole antiche. Nel brano i temi della morte e del tempo vengono trattati avendo come riferimento il filosofo tedesco Martin Heidegger (1889-1976).

 

The Great Gig In The Sky

Con l'assolo vocale di  Claire Torry entrato nella storia del rock. I suoi vocalizzi superbi portarono la canzone strumentale oltre la semplice performance. A parte qualche indicazione da parte dei musicisti, Clare improvvisò la melodia e nel giro di due ore terminò il suo lavoro totalmente ignara di quello che sarebbe diventato poi quel pezzo. La ragazza fu pagata 30 sterline per tre ore di lavoro.

 

 

Finalmente anche in Italia arriva Spotify. Da oggi è possibile avere un negozio virtuale dove ascoltare tutta la musica che desideriamo. Tutta? Almeno 20 milioni di canzoni on demand. Spotify è il futuro, l'inizio di un nuovo modo di fruire musica. Proviamo a riassumervi, punto per punto cos’è e come funziona questo nuovo sistema di ascolto, che ha rivoluzionato e rivoluzionerà il mercato musicale mondiale, per permettervi così di capire come poterlo sfruttare a vostro piacimento.

1. Che cos'è. Lanciato in Svezia nel 2008, Spotify è un servizio di ascolto musicale “in streaming”. Significa che le canzoni non vengono scaricate e conservate, ma si ascoltano senza salvarle, un po' come la radio. A differenza della radio, però, il servizio è on demand: l'utente non riceve passivamente una selezione di brani, ma può scegliere cosa ascoltare.

2. Come funziona. Sul proprio PC ci si iscrive su www.spotify.com, si sceglie il proprio abbonamento e si scarica/installa il software. L'intera esperienza di ascolto avviene attraverso questo software, su cui si cercano le canzoni, si costruiscono le playlist, si ascoltano quelle degli altri. Si può anche solo scaricare l'app per smartphone e tablet (in questo caso però si paga, come vediamo tra 2 punti).

3. Il catalogo. 20 milioni di brani approssimativamente. Cosa manca? Mancano i gruppi che iTunes ha in esclusiva per il Web (un nome su tutti: i Beatles). E mancano i dischi di artisti che preferiscono seguire una strategia di distribuzione ibrida, vendendo prima la propria musica in download e solo in un secondo momento aggiungendola su servizi some Spotify (Coldplay, Adele, Black Keys). Alcuni grandi assenti: Led Zeppelin, Pink Floyd, Ac/Dc.

4. Gli abbonamenti. Ci sono 3 possibilità. C'è Spotify Free, gratuita, che permette di ascoltare musica sul proprio pc senza limitazioni, ma con banner e annunci pubblicitari audio (circa tre minuti ogni ora di ascolto). Spotify Unlimited costa 4,99€ al mese ed elimina tutta la pubblicità. Queste opzioni richiedono un collegamento costante a Internet: la musica si ascolta solo online e su desktop. Diverso il discorso per Spotify Premium , a 9,99€ al mese, in questo caso funziona anche su tablet e smartphone e permette di scaricare fino a 9999 brani su tre dispositivi (3333 per dispositivo). I brani scelti non diventano “tuoi”, rimangono nella app e sono accessibili solo finché si rimane abbonati al servizio, ma, e questa è la grande differenza, possono essere ascoltati anche offline, senza connessione.

5. Playlist + Social. Su Spotify si possono sentire album e singole canzoni, ma il centro della fruizione musicale sono le playlist con le quali si crea la propria libreria personale: “Anni 80”, “Metal scandinavo”, "indie made in uk", a seconda dei gusti. Le playlist si condividono. E' la regola social che permette interazione e viralizzazione.  Possono essere pubblicate su siti, blog e tumblr, oltre che sui social network. Altra opzione interessante: si possono inviare playlist e singole canzoni come messaggio privato a un altro utente.

6. Quello che verrà. Molti giornali (tipo NME o Rolling Stone), etichette (la Ninja Tune per esempio), siti musicali e radio (la prima italiana è quella di Rockol) propongono le loro playlist. A marzo arriveranno anche servizi follow per seguire gli account di artisti, celebrità e trendsetter per scoprire tutte le novità in fatto di musica. Il futuro, insomma, è sempre più social.

 

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…A la Garconne, Carrè, Bob cut, Bub, Caschetto…uno fra i primi, reali, simboli dell’emancipazione Femminile .

Nato a Parigi dall’estro creativo di Antoine, parrucchiere polacco che lo lancia nel 1909 ispirandosi, per taluni, allo stile battagliero di Giovanna d’Arco, acquisisce popolarità in Europa e negli Stati Uniti antecedentemente alla prima guerra mondiale. Prerogativa delle donne del tempo è, infatti, il potersi liberare dalla costrizione dell’intoccabile femminilità suggerita dal capello lungo, verso l’indipendenza e l’avanguardia dettate dal nuovo taglio fresco e d’impronta prettamente maschile.

Prima fra tutte la splendida Louise Brooks, disinibita americana che diviene una celeberrima attrice del cinema muto, nonché simbolo della modernità femminile, grazie sopratutto al suo Carrè nero corvino con frangetta scolpita e nuca scoperta. Inizialmente uno scandalo per la società del tempo, per trasformarsi poco dopo in un’entusiasmante novità.

Con il finire della prima guerra mondiale, è la leggendaria stilista Coco Chanel fautrice del nuovo look, promuovendo con successo un’immagine femminile forte e contemporanea che trova immediato riscontro nelle Flappers Girls, giovani donne ribelli rispetto ai radicati e conservatori dogmi societari, spesso ballerine di Charleston, dall’allure indipendente ed emancipata coadiuvata da corti abiti a frange e piume, gambe e braccia scoperte, bocchino, sigaretta ed immancabile Caschetto, icone di stile dei ruggenti anni Venti.

Tuttavia nei decenni successivi cade nel dimenticatoio, fino a quando il parrucchiere londinese Vidal Sassoon nel 1963 ne reinterpreta l’iniziale versione, portandola ad una semplificazione stilisticamente architettonica, propria delle esigenze dell’epoca. Le nuove geometrie assimilate alla pettinatura vengono adottate e sfoggiate da personaggi come l’indimenticata modella Twiggy, la famigerata stilista Mary Quant e la poliedrica artista Juliette Greco, arrivando a sconfinare nell’universo maschile in versione sbarazzina, sebbene composta, con i rivoluzionari Beatles, indiscussi promulgatori delle nuove linee semplificate.

Contemporaneamente, in Italia, la diffusione del taglio trova in Caterina Caselli la massima esponente, sopranominata Caschetto d’oro proprio per l’acconciatura creata appositamente per lei dai parrucchieri milanesi Vengottini. Anche Raffaella Carrà contribuisce a propugnarne l’immagine, finchè l’autore Guido Crepax ispirato alla fisionomia di Louise Brooks in uno dei suoi più conturbanti personaggi, Lulù, di cui fu da sempre grande ammiratore, inventa nel 1965 il personaggio di Valentina, fra i più ricordati sex symbol della storia del fumetto.

Dopo quasi cinquantanni dalla reinterpretazione di Sassoon, milioni di donne nel mondo sono tutt’ora devote all’acconciatura, costantemente in voga sebbene non dominante.

Memorabile e provocante è il Bob di Uma Thurman in Pulp Fiction, raffinato ed elegantemente classico il taglio di Anna Wintour, tanto per citarne di contemporanei nell’ambito dello show business, confermando la pettinatura come un emblema indiscusso di una rivoluzione tutta femminile.

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Se vuoi scriverle: direttore@nerospinto.it

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