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Pubblicato in Nigthlife
Sabato, 20 Aprile 2013 12:50

Hitchcock: dietro il successo di Psycho

Si potrebbe pensare che Hitchcock, il film di Sacha Gervasi, sia una celebrazione dell'indiscutibile talento del maestro della suspense e di Psycho, il suo film più clamoroso.

Nulla di più sbagliato.

 

La pellicola verte sui dubbi, i turbamenti, le difficoltà emotive e pratiche affrontati dal regista in un periodo specifico della sua vita, i suoi 60 anni ed il vertice della propria carriera (dopo il successo eclatante di Intrigo internazionale), in cui la fiducia nelle proprie capacità e nel proprio talento vacillano, o quantomeno vengono messe in discussione.

 

È un Hitchcock dalle mille ossessioni quello presentato sullo schermo, un uomo tanto legato alla moglie, quanto distolto dalle mille tentazioni cui non riesce a sottrarsi: il lusso, il buon cibo, l'alcol e le bionde attrici dei suoi film, sulle quali sfoga il proprio voyeurismo.

 

Sono proprio quelle debolezze ed insicurezze che lo inducono a prestare attenzione al romanzo di Psycho, un testo aberrato dalla società che tratta di incesto, istinti brutali, sesso e violenza, in cui il protagonista incarna in modo estremo pulsioni e frustrazioni che in parte coinvolgono lo stesso regista.

 

Il parallelo tra le due figure è reso molto bene dall'intrecciarsi di 3 diversi livelli narrativi lungo il dispiegarsi della storia: la commedia che affronta la vita sentimentale e professionale di Hitchcock, segnata profondamente dal legame e dal conflitto con la figura di Alma, la moglie e il cardine della sua vita; la trama di Psycho, resa a tratti dalle scene che ne mostrano la realizzazione in studio (peraltro fedelissime all'originale); ed un livello intermedio, sospeso tra sogni ed allucinazioni, in cui il regista dialoga e si confronta con Norman Bates, protagonista del libro, scoprendolo e scoprendosi.

 

Per realizzare la pellicola, disprezzata ed osteggiata da tutti (Paramount Pictures, giornalisti e, inizialmente, anche da Alma), Hitch è disposto a mettersi in gioco totalmente, sia sul piano finanziario -ipoteca la casa per autofinanziarsi-, sia su quello emotivo per raggiungere un traguardo che non è solo quello del successo economico, ma dell'affermazione di un talento che ancora brucia dentro di lui e non dev'essere dato per scontato.

 

Giunto al termine della produzione, non ancora del tutto soddisfatto del risultato, Hitchcock si rende conto che non è solo il suo ruolo a dover essere preservato, ma anche il suo rapporto con Alma, imperdibile supporto che lo ha sempre sostenuto nella vita, valorizzandolo come uomo e indirizzandolo nel lavoro, contribuendo praticamente alla riuscita dei suoi film.

Il suo intervento in sede di montaggio e la brillante intuizione di inserire la colonna sonora all'interno della scena più famosa del film, quella della doccia, salva l'esito materiale del film e il rapporto fra i due.

 

Il film di per sé non rappresenta un caso emblematico.

Indubbiamente il cast presenta attori di rilievo: Anthony Hopkins eccellente interprete, Hellen Mirren (nel ruolo della moglie), Scarlett Johansson e Jessica Biel come perfette bionde hollywoodiane, i quali interagiscono con estrema naturalezza, ma senza particolari virtuosismi.

 

La stessa trama non è particolarmente brillante: il punto di forza della pellicola è suscitare curiosità e interesse verso il mito del film di cui viene mostrato il making of, facendo leva su tanti piccoli dettagli che non possono sfuggire agli occhi degli appassionati.

Per un neofita del genere, Hitchcock è banalmente il racconto delle vicende che si snodano intorno al regista, ma per chi segue con passione il lavoro del maestro del brivido, il film si configura come un omaggio esplicito, un collage di citazioni che solo un esperto può cogliere, favorendo una lettura più ricca e approfondita del testo filmico.

 

L'impressione generale è che il film non si rivolga a tutti, ma parli ad una nicchia che può comprendere ad ogni livello di cosa tratta, un gruppo di pochi che, forte della propria passione, riscopra nuovamente l'amore per il cinema del grande maestro.

 

Pubblicato in Cultura
Sabato, 02 Febbraio 2013 16:08

Quello che (Muccino) sa sull’amore

È sempre difficile parlare male degli italiani, soprattutto dei registi italiani e in particolar modo di quelli che sembrano possedere un certo credito all’estero.

È il caso di Gabriele Muccino, che con la sua ultima fatica cinematografica Quello che so sull’amore ha lasciato molto tiepidi gli spettatori americani e deluso davvero tanto quelli italiani.

Sarà che in Italia siamo abituati bene. Registi autorevoli e pellicole importanti non ci mancano.

E così possiamo permetterci di bocciare in tronco filmetti da seconda serata.

Eppure il regista ce l’ha messo tutta. Ha chiamato un cast di grandi nomi femminili e un protagonista maschile di vero talento e ha cercato di imbastire una sceneggiatura che richiamasse molto da vicino la vita reale di tante famiglie moderne.

E allora cosa non ha funzionato?

Semplicemente non è stato bravo a commuovere e a emozionare. Gli ingredienti all’apparenza ci sono tutti, ma dosati male e con scarsa capacità di chi doveva confezionare la “pietanza”; il risultato è che lo spettatore si annoia dopo dieci minuti scarsi di film e una pellicola che avrebbe dovuto, nelle intenzioni del suo creatore, far riflettere e intenerire, fa ridere.

Non sorridere. Ridere per l’incapacità del regista e per alcune scene affidate, in particolar modo al cast femminile. Jessica Biel, nella vita reale fresca sposa del bel Justin Timberlake, è troppo giovane e poco credibile nei panni della moglie divorziata e della mamma matura e adulta e di rimando Uma Thurman e Catherine Zeta Jones appaiono troppo rifatte e troppo anziane per giocare ancora a interpretare le donne fatali che partono alla conquista di un padre giovane e di nuovo single e pensano di sedurlo.

Insomma, un vero disastro di pellicola. La trama è scontata e noiosa. Le attrici appena mediocri e il film non presenta nulla che possa essere ricordato o citato dopo la prima visione da parte dello spettatore. Quello che so sull’amore non merita di essere visto neppure in televisione. Figuriamoci sul grande schermo!

Gabriele Muccino sembra essersi dimenticato della strana magia che deve accogliere ogni spettatore quando si siede nel buio della sala cinematografica.

Non è solo una questione di effetti speciali o di grandi scene difficili e complicate, che però fatte bene rendono le pellicole immortali, è anche e soprattutto feeling. È questa la magia del cinema: Quanto mi sento simile al protagonista di ciò che sto guardando e quanto la storia raccontata è anche solo in parte uguale alla mia, o a quella di qualcuno che conosco.

Sono davvero così come li presenta Muccino i padri separati? Ogni spettatore si è dato una risposta e lo scarso entusiasmo con cui è stato accolto il film potrebbe far immaginare quale essa sia. E pensare che Gabriele Muccino era partito così bene negli Stati Uniti, aveva messo in scena tematiche sociali di grande importanza e conquistato premi e consensi. Probabilmente l’insuccesso del suo ultimo lavoro potrebbe essere racchiuso nel titolo stesso della pellicola: Muccino dell’amore sa poco. O peggio non sa proprio come raccontarlo.

 

Antonia del Sambro

Pubblicato in Cultura

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