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É uscito "Il vestito della sposa", primo romanzo di Margherita Antonelli, attrice comica (Zelig, Colorado, Kalispera) e attualmente impegnata in teatro con lo spettacolo "Comedians".

Dal 5 marzo al 10 maggio Bologna ospita la prima mostra fotografica dedicata al maestro Masayoshi Sukita, che per oltre quarant'anni ha immortalato e ispirato David Bowie.

La galleria ONO arte contemporanea di Bologna avrà l'onore di ospitare le più suggestive fotografie del "Duca bianco", scattate dalla mano sapiente di Masayoshi Sukita.

Autore della copertina del disco "Heroes" del 1977, Sukita e Bowie si sono conosciuti a Londra nel 1972. Dall'incontro, è nata una solida amicizia che nel tempo si è trasformata in un vero e proprio sodalizio fra gli artisti, che ha dato vita a scatti intimi e di disarmante bellezza.

La mostra ripercorre diverse tappe della carriera del cantante e il suo evolversi. Dal Bowie glam degli anni '70, a quello in visita in Giappone, la cui cultura lo ha profondamente ispirato nella sua estetica, fino a quello di fine anni '90 inizio 2000, sempre più sfuggente e nascosto al pubblico.

L'inaugurazione è prevista per giovedì 5 marzo alle 18,30, mentre il vernissage ufficiale con la presenza dell'artista Sukita sarà sabato 7 marzo alle 19.00

Orari

martedì e mercoledì dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19.30 giovedì e venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 21.30 sabato ORARIO CONTINUATO dalle 10 alle 21.30 domenica dalle 16 alle 21 lunedì CHIUSO

Galleria ONO arte contemporanea via Santa Margherita 10, Bologna 051/262465 www.onoarte.com

 

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Uno scambio di mail, quattro chiacchiere ed ecco un mondo che mi si apre dinanzi agli occhi. L'eroina di questo universo scintillante è Veronika Vesper, performer, cantante, musicista, modella inglese, giunta da un pianeta lontano.

È lei la protagonista di questo incontro, nel quale si parla di moda, musica ma anche di felicità, malattia e di un lungo e tortuoso viaggio, chiamato vita.

 

N-Ciao Veronika, Presentati ai lettori di Nerospinto!

V-Mi chiamo Veronika Vesper e sono una strana creatura creativa giunta dallo spazio. Canto, scrivo canzoni, suono il flauto, amo esibirmi, anche come modella e adoro tutto ciò che ha a che fare con la moda. Credo nell’importanza di seguire i propri sogni, vivere la propria vita senza paura, essere autentici ed avere in mano le redini del proprio destino.

 

N-Dalla tua biografia: “Una bellissima creatura giunta da un altro pianeta. Quale pianeta?Hai una missione qui sulla terra?

V- A dire il vero, anche tu sei una creatura molto particolare :)  Si, la mia missione è ispirare le persone o meglio, incoraggiarle a credere in loro stesse, ad usare il loro potere e a “sguinzagliare” il loro genio. Mi piacerebbe vedere un mondo pieno di gente felice che vive in accordo con il proprio essere. Mi trovo qui anche per divertire e per rendere questo nostro mondo più bello. Che casualità :)

 

N-Hai definito la tua musica “pop spaziale”. In cosa si differenzia dal pop tradizionale, quello che di solito ascoltiamo in radio o su MTV?

V- Ha un sapore più “spaziale” :) Penso che la mia musica abbia sia un qualcosa che appartiene ad un’altra dimensione, sia una qualità cinematografica, e che sia dunque in grado di avvolgere completamente l’ascoltatore, trasportandolo altrove.

 

N-Le tue influenze musicali sono molto eterogenee, giusto per citarne alcune:David Bowie e Nirvana, ma anche Depeche Mode e Bjork. Cosa hai preso da ciascun artista e come hai usato questi “prestiti” nella tua musica?

V- Bjork è la mia più grande fonte di ispirazione. Onestà, il non aver paura di sperimentale musicalmente e la combinazione di suoni sinfonici e musica elettronica; I Depeche Mode mi trasmettono una certa eleganza dark, unita a splendide armonie; I Nirvana per me sono il sentimento, la passione, la sensuale trascuratezza con cui Kurt canta, è qualcosa difficile da descrivere; David Bowie: stile impavido e coraggioso.

 

N-Parliamo della tua immagine: ti descrivi come un incrocio tra Lara Croft e la protagonista del film “Il Quinto Elemento”. Come sei arrivata a creare questo look? Quale messaggio vuoi trasmettere al tuo pubblico?

V-Non si tratta di una scelta pianificata. Sono appassionata di sci-fi e super eroi. Mi piace indossare cose che mi facciano sentire imbattibile. Il mio messaggio è: sii te stesso, non avere paura e fregatene di ciò che la gente dice di te.

 

N-Passiamo allo stile: nella tua bio leggo tre parole chiave, “punk”, “cyber” e “alternativo”. Potresti definirle? In più ti chiedo se sia davvero possibile essere alternativi in questo mondo, dove praticamente tutti si adattano ad un’idea comune di moda e dove l’individualità è quasi una rarità.

V-Penso che sia possibile essere alternativi e con questo intendo dire che è possibile essere creativi e cercare nuovi modi per esprimere sé stessi attraverso la moda. Se non lo facessimo, smetteremmo di sperimentare e di crescere artisticamente. Dal punk ho preso alcuni elementi che adoro, come le teste rasate, le catene, le spille da balia, i vestiti strappati … e l’attitudine all’indifferenza. Il cyber è ciò che mi contraddistingue, tanto argento, vestiti olografici,zeppe, rasta (penso dunque di rientrare in questa categoria), tutine,stampe futuristiche e forme.

 

N-Eccoci al mondo della moda. Nomina almeno tre stilisti che ami.

V- Alexander McQueen, Iris Van Herpen, Hussein Chalayan, Gareth Pugh… tutti super creativi e innovativi.

 

N-Musica contemporanea: cita almeno tre cantanti/band/progetti che ti affascinano e perché.

V- Lana Del Rey: mi piace la complessità della sua musica e il modo in cui si esprime attraverso l’immagine; Grimes: diverso,creativo, bello… in un certo modo mi ricorda Bjork; Angel Haze:una rapper fantastica, è autentica ed è un vero talento.

 

N- Come descriveresti il tuo mondo di icona fashion e cantante?

V- Intenso, eccitante, bello e veloce.

 

N- Il concept del tuo album è “dall’oscurità alla luce”. Penso che esso nasconda anche un messaggio di speranza?

V- Questo è proprio il punto focale del mio album. Ho deciso di raccontare la mia storia attraverso la musica, sperando di ispirare la gente attraverso di essa. Ho voluto sottolineare il fatto che è possibile superare anche le situazioni più difficili e rinascere come uno splendido fiore, come un bocciolo di loto che nasce dal fango.

 

N- Le tue canzoni parlando degli anni bui della tua adolescenza. Pensi che la musica sia un modo per elaborare il passato e per superare un’adolescenza difficile? Parli anche di una malattia mortale. Ti senti una donna più forte? Hai un messaggio che vorresti portare alle donne che stanno vivendo la situazione che tu hai affrontato in passato?

V- La musica può davvero essere terapeutica. Inoltre, più è connessa con le emozioni autentiche dell’artista, più la gente sarà in grado di relazionarsi ad essa. Penso che le difficoltà che incontriamo durante la vita, ci rendano più forti. Se le prendi dal lato giusto, possono insegnarti qualcosa e farti crescere. Si, mi sento più forte e apprezzo di più la mia vita e il tempo che ho a disposizione. Se ho un messaggio da condividere?  Credete in voi stessi e non abbiate paura di vivere e seguire i vostri sogni, date voce alle vostre idee e lottate per esse. Non vi fate carico dei problemi degli altri.

 

N- Scoperte spirituali: ne sono molto affascinata. Penso che gli uomini necessitano di qualcosa o di qualcuno a cui fare riferimento, durante i momenti di difficoltà. Che tipo ci consapevolezza spirituale hai raggiunto?

V-  Ho capito che la mente è tutto, che noi costruiamo le realtà e il sogno attorno a noi stessi e che essi sono connessi all’intero universo. Mi piacerebbe imparare a vivere maggiormente  il momento. È un viaggio lungo una vita intera... o anche di più :)

 

N-La felicità: questa è una grande parola. Mi piacerebbe che mi parlassi della tua idea di felicità. Esiste o si tratta di qualcosa che noi inventiamo per vivere meglio ed affrontare le difficoltà quotidiane?

V- Stiamo andando sul filosofico :) Certamente, la felicità esiste, e ne hai una prova anche dalle reazioni chimiche del nostro corpo. La mia idea di felicità è cioccolato puro  e tanto sesso :)

 

N-Hai in programma una visita a Milano? Cosa sai a proposito di Milano e dell’Italia in generale?

V-È per caso un invito? J Complimenti agli Italiani per aver inventato il pianoforte, il violino e la musica classica. Per aver dato i natali all’Opera! Mio Dio, che musica avremmo senza gli Italiani? Anche le due più grandi popstars hanno sangue italiano. In più, l’essere stati dei pionieri nel mondo della moda e, per finire, il buonissimo gelato e gli uomini passionali. Sono stata a Milano solo una volta, avevo appena preso la patente e devo dire che è stato PAZZESCO :)

 

N-Se ti dico “Nerospinto”, cosa ti viene in mente?

V-Creativo, stimolante, oscuro

Grazie per avermi intervistata, è stato un onore.

 

Per maggiori informazioni:

https://www.facebook.com/veronikavesperofficial

http://veronikavesper.com/

http://www.youtube.com/user/veronikavesper

https://twitter.com/VeronikaVesper

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https://soundcloud.com/veronikavesper

 

 

Testo originale e traduzione a cura di Letizia Carriero

 

Nerospinto questa volta vuole raccontarvi di un film un po' di nicchia, un piccolo gioiello, passato quasi inosservato all'uscita nelle sale italiane, che ha suscitato nel nostro paese ben poco clamore al momento ma che ora sta diventando un cult. Stiamo parlando del film "Noi siamo infinito".

Il film del 2012 "Noi siamo infinito" alias "The perks of being a wallflower" diretto da Stephen Chbosky è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di formazione epistolare, edito in Italia con il titolo "Ragazzo da parete", scritto dallo stesso Chbosky. Il romanzo, uscito nel 1991 negli Stati Uniti, fu molto contestato, perché nonostante i giovani protagonisti il libro tratta, sebbene in maniera piuttosto garbata, di tematiche quali droga, omosessualità, suicidio, disagio psichico, sesso.

È il 1991, nella periferia di Pittsburgh. Il protagonista nel libro, come nel film, è Charlie, un giovane al primo anno di liceo, timido ed introverso, che passa la sua vita un po' in disparte, leggendo romanzi, ascoltando musica, pensando molto, osservando gli altri,  chiedendosi se ed in che modo le persone che lo circondano possano essere felici, e scrivendo appunto i suoi pensieri ad un amico di cui non rivela il nome, ma che crede davvero possa comprenderlo ed ascoltarlo. Ad interpretarlo sullo schermo è l'attore Logan Lerman, noto per i film del ciclo "Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo" , che regala qui una performance inedita, davvero convincente e toccante.

"Ok, questa è la mia vita. E desidero che tu sappia che sono felice e triste al tempo stesso, e che sto ancora cercando di capire come ciò sia possibile." 

Scrive Charlie all'inizio del romanzo.

Ė il punto di partenza di un percorso esistenziale e personale di incontro con il mondo e con sé stessi, che porta il personaggio  a riscoprirsi in relazione agli altri ed ai propri desideri e sentimenti, in quel periodo così complicato e difficile che è l'adolescenza. Ma non aspettatevi una storiella giovanilistica né un banale cliché da romanzo per teenagers, questo film, così come il libro, ha un suo linguaggio, una sua estetica ed una sua poetica personali.

Oltre a Lerman, nel film troviamo altri due giovani promesse del cinema americano, Ezra Miller, rivelazione già nel film del 2011 We Need to Talk About Kevin,"... E ora parliamo di Kevin", che qui interpreta Patrick e la famosissima Emma Watson, che abbandonati i panni, per certi versi troppo stretti, di Hermione Granger nella saga di Harry Potter, ci regala tutta la sua abilità di attrice nel ruolo di Sam, in cui risulta così naturale e affascinante che non pare neppure stia recitando. Patrick e Sam sono i due co-protagonisti e personaggi principali insieme a Charlie, coloro che lo accoglieranno nel proprio mondo, "il luogo dei giocattoli difettosi" come lo definisce Sam nel film, che sapranno essergli amici e offrirgli comprensione e affetto.

Charlie è quel ragazzo da parete che "fa tappezzeria", come si dice in gergo, e come ci suggerisce il titolo (Wallflower) non balla durante le feste, non parla con nessuno che non sia il suo professore di letteratura o la sua famiglia, non lega con i suoi coetanei, ma sa che deve trovare un punto d'incontro con il mondo, qualche cosa che lo smuova, e questo avviene quando incontra i due fratellastri Patrick e Sam, lui, omosessuale con difficoltà ad essere accettato, lei, così sicura e al tempo stesso così fragile, che si innamora delle persone sbagliate, e trova solo con il fratellastro e con Charlie la propria dimensione. Eppure Patrick e Sam colgono la sua personalità, così sensibile, così delicata, segnata da numerosi traumi molto profondi, come la morte del suo solo amico e un altro segreto, impronunciabile e violento, così nascosto in fondo al cuore, che non riesce neppure a tornarci col pensiero. Questo lo rende strano, diverso, e questo ce lo fa amare aggiungo io.

Patrick: "Tu osservi le cose da lontano e le comprendi. Non ti metti in mostra"

Charlie: "Non credevo che qualcuno potesse notarmi!"

La colonna sonora del film, che occupa un ruolo importante anche nel libro, è straordinaria, si va dalla canzone preferita di Charlie "Aspleep", degli Smiths, ai Sonic Youth, alla splendida "Heroes" di David Bowie, la storia si svolge all'inizio degli anni Novanta e potete ben immaginare quali fossero le musiche più ascoltate all'epoca, ma naturalmente oltre alle hits del momento, non mancano i riferimenti a molti "classici" della musica rock e pop. Interessante inoltre la citazione del Rocky Horror Picture Show, interpretato dagli amici di Charlie.

Moltissimi sono anche i libri che segnano il percorso di Charlie, dietro suggerimento del suo professore, dal Giovane Holden, a Peter Pan, al Buio oltre la siepe, il problema di Charlie è che pensa troppo, che tende ad immedesimarsi nei protagonisti dei libri che legge, in un mondo di fantasia, ed appena terminato, ogni libro diviene il suo preferito. Per questo spesso sogna di diventar scrittore, ma gli mancano gli argomenti, non è ancora abbastanza immerso nel mondo o forse lo è già  troppo.

Il suo professore, Bill, interpretato al cinema da un fantastico Paul Rudd, qui in un piccolo ruolo, è solito nel libro chiedere a Charlie come si sente e quali siano le sue emozioni.

"Pensi sempre così tanto Charlie?"

"E' un male?" Volevo solo che qualcuno mi dicesse la verità.

"Non necessariamente. E' solo che, a volte, le persone usano il pensiero per non partecipare alla vita."

E alla domanda più grande, sul perché si accetti di essere trattati male da chi dice di amarci, il saggio professore risponde:

"Charlie, ognuno di noi accetta l'amore che pensa di meritare".

Ed è così che si svolge il film, come il romanzo, tra piccole preziose massime che accompagnano una voce narrante fresca e autentica che racconta l'adolescenza, una voce sensibile, delicata, a tratti commovente, che narra con disinvoltura del disagio personale e familiare, delle pulsioni amorose, di traumi che non si riescono a dimenticare e delle speranze per il futuro. Descrive la vita di ogni giorno a scuola, a casa e con gli amici, gli autori e le canzoni preferite, le atmosfere che vengono vissute, la difficoltà della diversità ed il suo valore, il malessere e la solitudine che spesso si associano ad un'età complessa, ma anche quelle gioie, quei momenti irripetibili e grandiosi, che colmano la vita di significato, così come le emozioni che si accompagnano alle prime volte.

Ed anche se il momento che si sta vivendo sembra piccolo, o privo di senso, è parte di una storia più grande, di un percorso di crescita, per questo, in macchina, ascoltando musica, in compagnia dei suoi migliori amici, il senso di libertà e la gioia riempiono l'esistenza di Charlie per la prima volta, ed è allora, e solo allora, in quell'istante, che pure avrà fine, che egli riesce a sentirsi veramente infinito.

 

Giovanna Canonico

Erano i mitici e compulsivi 80's.

Un decennio con il quale avrebbe dovuto fare inesorabilmente i conti tutto quello venuto dopo.

Erano gli anni della new wave, del post punk, del synth, dell'electro e i primi passi dell'indie-pop, della dance e dello sperimentalismo musicale. Dei jeans a vita alta, dei capelli cotonati e i colori fluo.

 

Erano e ritornano a partire da sabato 5 ottobre per una volta al mese al POLYESTER CLUB, l'unico party a Milano 80's oriented dove tutti gli stilemi underground e pop degli anni 80 confluiscono in una sola one night.

Dopo quattro stagioni al Toilet, la factory del POLYESTER si sposta al Q21 (Via Padova 21, Milano), nella Room 2, durante il Cockette Party (in scena nella Room 1).

 

Difficile definire la miscela vincente che ha portato al successo di un progetto che con gli anni ha visto crescere sempre di più il numero dei suo affiliati. Per questo motivo la redazione di Nerospinto ha incontrato per voi le tre anime della serata, i djs resident di questa edizione del POLYESTER: Simone Black Candy, Ziggy e Starcrazy.

 

Simone, volevo cominciare l'intervista con te che ormai da 5 anni sei al timone di quello che più che un semplice party si presenta come un vero e proprio progetto creativo. Come prende origine e da dove nasce l'idea del "POLYESTER" e la scelta del suo nome? 

Black: POLYESTER riunisce tutti i cliché dei vari party underground, con una miscela fresh che alla fine diventa mainstream: immagina di prendere un party in casa, con qualche amico artista e gente pazza, casuale ma non troppo, immagina poi di trasportare questa festa in un club (stile Sound, quello dove andava Christiane F), ecco l'idea è pressappoco questa. Un club party ma con l'anima da festa in casa. In breve ciò che rende Polyester differente da altre serate con lo stesso tema è l'attitudine: prendere gli anni 80 come spunto, per mixarli con tutto quello che c'è di buono oggi, dall'elettronica al rock. Un modo nuovo e tutt'altro che nostalgico di concepire gli 80's. Un'influenza che si respira oggi ovunque, dall'arte alla pubblicità, dalla moda alla musica.

Il nome, invece, è un chiaro omaggio al film "Polyester" di John Waters, nonché manifesto indie-pop della serata.

 

Ziggy, questo è il tuo primo anno da resident dj al Polyester, ma già a partire dal tuo nome d'arte è dichiarata l'appartenenza ad un decennio che in gran parte porta la firma di Bowie. In che modo secondo te uno dei protagonisti di quell'epoca ha condizionato le tendenze non solo musicali degli anni 80 e in che misura ha poi segnato anche la tua di formazione musicale?

Ziggy: "no one reads a moment better than Bowie"

Non si può parlare di anni 80 senza parlare di Bowie. Tutti quelli che hanno lasciato un segno in quegli anni sono figli della sua ricerca senza tempo.     Bowie, piuttosto che rivolgersi al mainstream, ricercava il suono del suo tempo negli stili periferici, nelle avanguardie. In un certo senso con la sua musica ci ha dato una guida per leggere la nostra era. Ziggy era l'apoteosi dell'apparenza, era l'artificio supremo, la posa portata alla massima espressione, ma sapeva essere anche un'anima frammentata, un'anima disperatamente in cerca del proprio io.

Io sono figlio della sua schizofrenia. Nella mia selezione musicale c’è la ricerca continua di suoni e colori di frammenti che mi ha lasciato in eredità.

 

Starcrazy, abbiamo parlato con Ziggy dell'impronta che ha avuto Bowie nella sua ricerca musicale. Quali sono stati per te invece i modelli o le tendenze musicali di quel decennio a cui si ispirerà la tua selezione musicale della serata?

Sicuramente le mie influenze musicali hanno origini non essenzialmente da un genere, ma dal fatto che sin da piccola ho coltivato una passione per ciò che riguarda la musica e la creazione musicale, infatti oltre a mettere i dischi canto e creo musica con la mia band. Anche l'aver scelto studi artistici prima al liceo e poi all'Accademia di Belle Arti hanno arricchito certe visioni nell'ambito musicale. Se devo entrare nello specifico però posso dire che durante l'adolescenza ho vissuto il periodo Grunge con una colonna sonora caratterizzata da gruppi come i Nirvana. Crescendo poi ho iniziato ad amare bands che fanno parte di quello che viene considerata l'era indie anni '90 come gli Suede, da dove nasce il mio nome come Dj, o gruppi come le Elastica, i Menswear o i Mansun tanto da spingermi a trasferirmi a Londra per un paio di anni. Anche il periodo londinese ha influenzato la musica che suono durante le serate perchè diciamo che il mio orecchio si è formato ascoltando Djs come Erol Alkan quando ancora agli albori aveva creato Trash, la prima serata Indie a Londra e dove i Djset sono un'amalgama di generi alternativi ma comunque diversi tra loro. Ovviamente c'è una ricerca costante di suoni nuovi e di nuova musica, ma diciamo che la base rimane la mia storia.

 

Questa è una domanda per tutti e tre. Gli anni 80 ci hanno consegnato delle icone non solo musicali, ma anche di stile e tendenza che sono entrate a far parte dell'immaginario collettivo poi delle generazioni successive. Perciò per libera associazione d'idee, qual è la prima cosa che vi viene in mente pensando a quel decennio?

Black: Bowie che canta Let's Dance, la Mute Records e lo spot dell'AIDS.

Ziggy: un sacchetto pieno di Marshmallow e il walkman blu senza l’autoreverse e con le cuffie di spugna arancioni.

Starcrazy: Se penso agli anni 80, che seppur fossi molto piccola ho vissuto di riflesso grazie a mia sorella maggiore, le cose che mi vengono in mente così d'impulso sono: il primo concerto che ho seguito in diretta in televisione di Madonna a Torino e la celebre frase “Siete caldi? Anch'io!”, i braccialetti neri di plastica ricavati dalle guarnizioni che dovevano riempirti l'avambraccio, il primo video di Cindy Lauper che canta “True Colors” trasmesso su Superclassifica Show il sabato pomeriggio con la faccia tipo mirror ball che presentava , i poster dei Duran Duran che tappezzavano la stanza , gli scaldamuscoli, i calzettoni colorful glitterati, gli orecchini a croce e da non dimenticare assolutamente le mega spalline.

 

Tre modi per definire il POLYESTER:

Black: Trascinante. Pazzo. Lisergico.

Ziggy: Sinergico. Compulsivo. Etereo.

Starcrazy:  Punk, Fun & Done!

 

 

POLYESTER / Opening party / Q21 CLUB 5 ottobre 2013 / dalle 23.30 alle 5.00 Q21 CLUB – Via Padova 21, Milano (MM Loreto). Ogni primo sabato del mese, Room 2 Ingresso con drink incluso: 18 euro / riduzione 15 euro Liste: 345 4670794 - 345 6054350

 

RESIDENT DJ > BLACK CANDY / STARCRAZY / ZIGGY

LIVE ART & HUMAN COLLAGE > MELANCHOLIE (MIT MONSTERN)

I pazzi di Melancholie ti trasformeranno ogni mese in un'opera d'arte vivente. I loro strumenti sono la carta e le immagini, il loro supporto sarà il tuo volto.

 

Partecipa all'evento su FB> http://www.facebook.com/events/612302095488660

 

 

 

 

 

Appuntamento imperdibile, quello del 3 luglio presso il Palazzo Reale di Milano, per gli amanti del genio in musica.

Ad esibirsi sarà infatti Marco Castoldi, in arte Morgan, cantautore, polistrumentista, personaggio comunicativo a 360° e talent scout.

L'amore per la musica nasce in Morgan in tenera età avvicinandolo allo studio della chitarra, strumento che abbandona qualche anno più tardi a favore del pianoforte.

Sarà tuttavia l'avvento nella new wave e del new romantic, a folgorare Morgan sulla via dei Depeche Mode, David Bowie e Lou Reed, spingendolo ad acquistare un sintetizzatore e un basso elettrico.

Nel 1991 conosce Andrea Fumagalli, in arte Andy, con il quale fonderà, due anni dopo, i Bluvertigo, il gruppo seminale per eccellenza del synthpop/electronic rock italiano.

Nel 2001 ha inizio la sua esperienza da solista, impreziosita da gioielli quali "Canzoni dell'appartamento", "Non al denaro, non all'amore nè al cielo", "da A ad A "e "Italian Songbook Vol.1 e Vol.2" (omaggio ai grandi  nomi del cantautorato italiano).

Uno stile unico quello di Morgan, ispirato al glam rock  e con un tocco eccentrico very british, camaleontico e sempre in anticipo sulle mode e sui tempi.

 

Morgan in concerto

Sala delle Cariatidi, Palazzo Reale di Milano

Start h 21

Ingresso gratuito fino ad esaurimento posti

http://www.inartemorgan.it/

http://www.provincia.milano.it/cultura/progetti/la_milanesiana/

 

 

 

 

I Killers, la band americana capitanata dal bel Brandon Flowers, ritorna in Italia per 3 date esclusive: si comincia martedi 11 giugno presso l’Ippodromo delle Capannelle (Roma) per poi continuare il 12 nell’Ippodromo del Galoppo (Milano) e il 17 nella splendida cornice di Piazza Napoleone a Lucca, teatro del Lucca Summer Festival.

I nostri saranno accompagnati da due gruppi di tutto rispetto: i gallesi Stereophonics nelle date di Roma e Milano, e gli statunitensi Black Rebel Motorcycle Club in quel di Lucca.

I 4 di Las Vegas sono reduci dal successo internazionale del loro ultimo album, Battle Born, uscito nel settembre 2012  e trascinato dal singolo Here with me, impreziosito da un video diretto nientemeno da Tim Burton (già regista del singolo Bones del 2006) e che vede la partecipazione della sempre eterea Winona Ryder.

Il video riprende le atmosfere decadenti Burtoniane ed è stato girato a Blackpool, amena destinazione vacanziera britannica rimasta ferma, per stile ed atmosfera, agli anni ’50.

Il main concept del video sta nella storia d’amore tra un giovane e la statua di cera di Winona Ryder, creata per l’occasione dai celebri maestri del Museo di Madame Tussauds di Londra.

L’album segue i fortunati  Day &Age (2008), Sam’s Town (2006) e Hot Fuss (2004), disco di esordio e di maggior successo per la band, grazie alla presenza di veri e propri inni generazionali come Mr.Brightside e Somebody Told Me .

La musica dei Killers risente di molteplici influenze, a partire dalla new wave per proseguire con David Bowie, U2, i New Order e i Queen.

La fede mormone non impedisce al leader Brandon Flower, di dedicarsi anima e corpo alla musica, tanto da pubblicare nel 2010 il suo primo album solista, Flamingo, anticipato dal singolo Crossfire, il cui video vede come protagonista una Charlize Theron in versione Rambo.

Una band americana dalle sonorità britanniche: questi sono i Killers, che tra eyliner, piume e lustrini, ci raccontano di fanciulle in fiore, amori da casinò e fughe nel deserto del Nevada.

What happens in Vegas doesn’t stay in Vegas

The Killers-Here with me

http://www.youtube.com/watch?v=7SxTyvOixJA

David Bowie è tornato e non è cosa da poco. ‘The Next Day’ esce dieci anni dopo un ‘Reality’ che non è piaciuto né alla critica né ai fan, un tempo enorme dato che i suoi lavori precedenti venivano pubblicati ogni due anni circa. Tutti lo davano per spacciato, il silenzio poteva essere benissimo una presa di posizione sul non fare più musica. David Bowie ci ha fregato, di nuovo, tutti quanti e nel migliore dei modi perché ‘The Next Day’ è un gran bel disco.

Personalmente avevo una gran paura di sentire il suo nuovo lavoro, ero davvero troppo legato al periodo berlinese e a molte sue ‘immagini’ del passato. Icone che rimangono se guardiamo la copertina: è quella originale di ‘Heroes’, che si ispirò a Erich Heckelil, ma con il titolo cancellato da un tratto nero e al centro troviamo un quadrato pieno di colore bianco con la scritta ’The Next Day’ in nero (chiunque avrebbe potuto farla anche con Paint). L’artwork sembra comunicare che, sì, è l’artista che tutti conoscono ma bisogna andare oltre perché è tornato e ha ancora tanto da dare.

Troviamo Berlino, con i suoi studi di registrazione, anche nel primo singolo ‘Where are we now?’, dove subito se ne esce cantando: “Had to get the train from Potzdamer Platz, You never knew that, That I could do that”. Nel video del secondo singolo (ha un coro eccezionale e un riff anfetaminico), girato dalla nostra Floria Sigismondi e con la presenza di Tilda Swinton, Bowie è grandioso sia con il carrellino della spesa che durante i vari giochi di personalità (androgine) multiple; ci sono rimandi (oh caro e vecchio Ziggy) e citazioni un po’ ovunque ma questa è una cosa che ritroverete lungo tutto il disco. ‘The Next Day’ è prodotto dal fedele Tony Visconti, presente sia nel trittico d’oro Low/Heroes/Lodger che nei due album scadenti datati anni zero. I testi pescano davvero nel languido e nell’indecifrabile: trovandosi faccia a faccia con l’amore e con la guerra Bowie si alza e invoca l’avant William S. Burroughs.

La title-track apre con un art-rock spavaldo, non me l’aspettavo; mentre in ‘Dirty Boys’ Steve Elson e il suo Bariton Sax accompagnano la voce magnifica di Bowie. ‘Love Is Lost’ è insicura nel suo incedere, le chitarre con i loro riff grattano l’ansia che si respira durante l’ascolto. ‘Valentine’s Day’ è pop sixties di quello ruffiano ma ben fatto, seguita da brani che scorrono tranquilli senza troppi rumori (‘If You Can See Me’ e ‘Boss of Me’). ‘Dancing Out in Space’ è una variazione di ‘Lust for Life’ camuffata per l’occasione, ma cosa possiamo dire al Duca Bianco? ‘How Does The Grass Grow?’ è stupenda, un mix di tutti i Bowie che furono con un coretto nato dalla strumentale ‘Apache’ degli Shadows. ‘You Feel so Lonely You Could Die’ ma soprattutto ‘Heat’ rimandano a Scott Walker, come se Bowie volesse fargli un bel tributo in chiusura. Per finire con le tre bonus track, posso dire che, per due minuti circa ciascuna, chiudono piacevolmente un album che in pochi si sarebbero aspettato così.

Non è un disco monumentale ma un ritorno in pompa magna, perché Bowie ha fregato tutti e ci fregherà sempre. Lui è il Re dei Goblin, è Ziggy Stardust e il Duca Bianco, bianco come la luce che contiene tutti i colori ma con l’unica differenza che contiene anche il nero. Insomma, lui può.

 

Andrea Facchinetti

 

Lou Reed, inguaribile trasformista

Iniziamo dai giorni nostri. Partiamo pure dalla fine, andando poi a ritroso, e citiamo il nome di una donna, Lulù, che è anche il nome di un disco. Lou Reed con i Metallica (2011), non è uno scherzo e non so quanti tra i rispettivi fan abbiano gridato allo scandalo. Magari gli adepti del newyorkese hanno addirittura pensato: “Ancora? Dai, basta con queste cose folli, rimani per un po’ te stesso”. Il Problema è che Lou Reed ama questi giochini, desidera ardentemente fare qualcosa di diverso, cambiare e trasformarsi – da solo o grazie ad altri – per creare qualcosa di cui parlare. Sì, perchè le sue molteplici facce non sono state apprezzate da tutti, c’è chi storceva il naso e chi lo avrebbe adorato comunque, anche se avesse deciso di musicare un film Disney.

Lou non arrivò a tanto nemmeno con i Metallica. Forse l’opera più discussa e distante da tutto ciò che ha fatto è stata Metal Machine Music (sottotitolo: An Electronic Instrumental Composition, 1975): cacofonie, distorsioni, rumori e riff messi insieme a differenti velocità. C’è ben poco di melodico o di classic, anche se, in un’intervista a Lester Bangs, il musicista dichiarò che nella cagnara dell’album erano stati inseriti appositamente dei rimandi a composizioni di musica classica. Cosa significa questo lavoro? Si tratta di una voglia di mandare a quel paese la casa discografica o i fan che richiedevano sempre le stesse canzoni? La RCA Records ha avuto le sue colpe, è vero, chiedendo al musicista di fare un album commerciale (Sally Can’t Dance, 1974) e un Live, in seguito alla pubblicazione di Berlin (1973) imposta da Lou Reed stesso. Berlin risulta essere troppo difficile, anarchico, triste e non ha riscontri di pubblico e di critica anche se si tratta di un lavoro elevatissimo, ovvero uno dei dischi fondamentali di Lou Reed.

Ma cosa ci fu prima di questi album e dopo che Lou Reed ebbe abbandonato i Velvet Underground (durante le registrazioni di Loaded, 1970), per ritirarsi in disparte a “leccarsi le ferite”? Dopo il suo primo e omonimo disco da solista (un flop), la stessa RCA gli presentò David Bowie (divenuto famosissimo all’epoca), proponendogli di farsi produrre il disco con Mick “Ronno” Ronson: due pesi massimi della musica, in pieno periodo glam. Lou accettò, l’affinità con loro cresceva di giorno in giorno e iniziò anche a collaborare con i musicisti (assolutamente degli estranei per lui, non aveva più un gruppo al suo fianco). Lou Reed cambiò in qualcosa di più glam, molto più vicino all’immagine del periodo di Bowie: trucco pesante giapponese, contorno occhi neri e sbrilluccichini vari.

Siamo nella Londra degli anni settanta ma il mondo della Factory e la persona di Andy Warhol non scomparirono, anzi, furono d’ispirazione per i testi delle canzoni di Tranformer (1972). La copertina del disco è un chiaro riferimento al decadentismo del periodo, i testi portano alla luce alcune zone, alcuni personaggi e delle tematiche che difficilmente resisterebbero in classifica: Lou assieme ai due produttori riuscì a fare questo ed altro. “Vicious” è nata da una richiesta di Warhol che voleva un testo per parlare del vizio e del rapporto tra amanti, un rapporto sado dove si picchia il partner con un fiore (cantato ambiguamente su un rock gaio: Vicious, you hit me with a flower, You do it every hour oh baby, you’re so vicious); “Andy’s Chest” è una filastrocca piena d’amore e d’odio, dedicata sempre a Warhol dopo che rischiò di morire per mano della femminista Valerie Solanas. La jazzy song “Perfect Day” è perfetta sul serio, tanto da ritornare in classifica, al numero uno, anche dopo venticinque anni (nel 1997, fu scelta dalla BBC come singolo in favore dell’UNICEF e cantata da diversi artisti).

“Satellite of Love” è la ballata glam per eccellenza, David è straordinario e il suo accompagnamento vocale è da brivido; il testo è ironico e beffardo e parla fondamentalmente di gelosia, ma di quella pesante. “Make Up” è l’inno al travestitismo sostenuto dalla tuba di Herbie Flowers e da queste semplici parole: Now, we’re coming out of our closets, Out on the streets. “New York Telephone Conversation” è in presa diretta: assieme alla voce di Reed c’è quella di Bowie e l’atmosfera è frivola, quasi si fosse in un cabaret, dove le persone non smettono un secondo di chiacchierare sui pettegolezzi del momento.

“Walk On The Wild Side” è il singolo, e un pezzo enorme nella sua semplicità, con un contrabbasso e un basso che, assieme a una batteria suonata con le spazzole, formano lo scheletro portante e ritmico. Lou Reed doveva fare delle canzoni per adattare il libro di Nelson Algren, A Walk on the Wild Side (1956), che Andy Warhol voleva trasportare a teatro; non se ne fece più nulla ma a Reed rimase questo brano che raccontava di spacciatori, attori, travestiti e drogati che giravano attorno alla Factory. Insomma, ha fregato tutti anche la BBC, che la fece passare parecchio senza capire fino in fondo il testo, forse perché sedotta dal sax finale di Ronnie Ross: una bomba.

Che sia stato tutto un compromesso, un travestitismo per diventare famoso o che sia solo l'inizio dell'evoluzioni di Lou Reed, cosa importa? Lui stesso, davanti alle telecamere disse: “E’ solo un album. Sono solo canzoni su un semplice album. Si fa un album e si ha tutta la vita d’avanti”.

 

Andrea Facchinetti

 

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