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Domani dalle ore 10.00 in Piazza Gae Aulenti, ci sarà la terza edizione della Itala Photo Marathon Milano: una originale maratona fotografica in Milano.

MERCOLEDI’ 4 DICEMBRE I NOMADIdiPAROLE RAPPRESENTANO DUE LIBRI IN UN UNICO EVENTO:

"SI FA NON SI FA di Barbara Rochi della ROCCA

"L'ELEGANZA DELL'ANIMA" di EMIKO KATŌ (ED. VALLARDI)

 

Ritorna  quello che è diventato un appuntamento fisso per gli aperitivi milanesi: la rap-presentazione dei romanzi, che ha ormai conquistato il cuore degli appassionati che amano vedere la letteratura interpretata dalla maestria di questi artisti.

Mercoledì 4 dicembre alle 19.00 all’Ese House by Otzium di Via Tortona 7, I NOMADIdiPAROLE portano in scena due libri in un unico evento: "SI FA NON SI FA – LE REGOLE DEL GALATEO 2.0" di Barbara Rochi della Rocca e "L'ELEGANZA DELL'ANIMA" di Emiko Kato, entrambi editida Vallardi Editore.

Protagonisti della serata saranno gli attori Giulia Telli, Gianluigi Guarino e Simone Gerace.

Saranno presenti anche l’autrice Barbara Ronchi della Rocca e la traduttrice italiana de "L'eleganza dell'anima" Ramona Ponzini, nonché il moderatore del collettivo artistico Christian Mascheroni, scrittore e conduttore televisivo.

 

Il tema della serata sarà l’eleganza, nelle sue mille sfumature: conoscere le  conoscere le regole fondamentali di una vita armoniosa per essere capaci allo stesso tempo di infrangerle, condividendo così il gusto della trasgressione con le persone che amiamo.

 

Mercoledì 4 dicembre

Dalle ore 19

Presso Ese House by Otzium di Via Tortona 7

Per info

 https//:www.nomadidiparole.blogspot.it

su Facebook https://www.facebook.com/NOMADIdiPAROLE?ref=hl e su Twitter @nomadiDIparole

 

 

 

La galleria Patricia Armocida ospita la prima mostra personale di Marco Mazzoni a Milano, "Il ricordo è un consolatore molesto".

L'artista rende omaggio a figure appartenenti alla tradizione popolare italiana, le guaritrici, che secondo la credenza sarda seducono, incantano, maledicono e guariscono.

 

I disegni raccontano storie legate alle arti segrete detenute da queste donne: nelle composizioni circolari, che alludono al ciclo della natura, si compenetrano piante medicinali, farfalle e volatili che si abbeverano del loro nettare e, seminascoste, emergono le sagome di volti femminili, costrette a nascondere la propria sensualità e i loro saperi.

 

Le guaritrici erano molto rispettate per la loro conoscenza delle erbe medicinali e questo conferiva loro un potere che la Chiesa e lo Stato medievale osteggiavano.

Con la Controriforma, la presa di posizione contro coloro che curavano con le erbe si inasprì e si attuò una politica di controllo delle pratiche terapeutiche per cui solo quelle accademiche esercitate dagli uomini furono consentite, mentre le guaritrici furono accusate di stregoneria e costrette a nascondersi per non subire ritorsioni.

 

Marco Mazzoni riprende ed evidenzia l'importanza dell'interazione tra le donne e le piante sviluppando un progetto che assume ad icona il volto femminile incorniciato da flora e fauna.

Ne svela la percezioni più intime, ricordi narrati su pagine di diario, visioni immaginifiche di animali impossibili, frutto dell'esplorazione estatica di viaggi allucinatori.

 

L'artista non disegna mai gli occhi del soggetto: non si tratta di ritratti, ma di nature morte in cui tutti gli elementi assumono la stessa importanza e si fondono tra loro.

Il risultato è un'opera che racconta del momento in cui la donna prende il controllo di tutto, in completa armonia con la Natura.

 

La mostra, che si concluderà il 4 maggio, espone 15 disegni nuovi, 12 realizzati su carta moleskine ed un'installazione site-specific.

 

 

 

Orari e costi

Da martedí a sabato: dalle ore 11.30 alle 13.00 e dalle ore 15.30 alle ore 19.00

Ingresso Gratuito

 

Patricia Armocida Galleria d'Arte

Via Lattanzio, 77 (Zona Porta Romana)

Milano

Il pensiero comune ci induce ad associare la cerimonia giapponese del tè ad una pratica antica, di valenza prettamente estetica; un rito composto ed elegante che ha fatto il suo tempo e piacevole da osservare.

In realtà, nella terra del Sol Levante, la condivisione di una profumata tazza di tè è un'usanza ancora fortemente radicata e assume precisi connotati simbolici e filosofici, soprattutto se inserita nel più complesso contesto cerimoniale.

Il tè fu importato in Giappone dalla Cina dai monaci intorno al VI Sec., insieme al buddismo, e il suo impiego accompagnava le meditazioni, infondendo vigore. Nei riti in onore di Buddha, l'assunzione di tè era intesa come “illuminazione”, il risveglio al quale i buddisti aspirano.

Un mercante, Sen no Rikyu, decise di codificare il rito zen in una cerimonia ben definita, per rendere possibile alla gente comune uno spazio di condivisione, fondato sulla preparazione e il consumo della bevanda, volto alla ricerca di un senso di pace.

Il rituale si basa su pochi semplici dettami: può svolgersi alla presenza di un numero massimo di cinque individui (amici, familiari o ospiti di prestigio), i presenti devono predisporre il proprio animo alla condivisione e al raggiungimento di un senso di pace, oggetti e individui devono disporsi in modo da creare un ambiente armonico.

 

La cerimonia del tè si svolge nella cosiddetta stanza del tè (cha shitsu), un angolo dedicato all’interno di un’abitazione o, nel caso delle antiche dimore tradizionali, parte di una costruzione apposita, la casa del tè (sukiya).

La stanza si caratterizza per la sobrietà e l’essenzialità: la quasi totale assenza di mobili ed i materiali umili (paglia e legno) richiamano un senso di purezza e soprattutto la dimensione del vuoto, cui la meditazione zen aspira, lasciando spazio al pensiero, alla contemplazione che allontanano ansie e i richiami alla materialità della vita quotidiana.

Prima di entrare nella casa del tè, gli invitati devono attraversare il roji (il giardino del tè), per predisporsi ad un contatto più diretto con la natura e fare in modo che, all'ingresso, l’animo si sia già placato.

 

Al centro della stanza è posto il braciere sul quale scaldare l’acqua: intorno ad esso si dispongono ordinatamente coloro che intervengono alla cerimonia. Durante l'assunzione e la preparazione della bevanda, i presenti assumono la tipica seduta giapponese perché, nel predisporsi ad accogliere la serenità, non deve mancare il rispetto per le persone presenti e per la loro meditazione.

Sen no Rikyu decretò, infatti, che colui che partecipa alla cerimonia deve entrare in possesso di 4 virtù: armonia, rispetto, purezza e serenità.

In ottemperanza alla prima virtù, all'interno della stanza sono volutamente convogliati i 5 elementi base della concezione dell'universo: il legno (degli utensili e della stanza); il fuoco (del braciere); la terra (le tazze in ceramica), il metallo (il bollitore); l'acqua.

 

La cerimonia del tè può avere una durata variabile: dai pochi istanti di un incontro fugace, può prolungarsi sino a 4 ore e sebbene si componga di fasi definite, essa di delinea come un lento flusso in cui attese, conversazioni e degustazioni si alternano piacevolmente.

I 3 momenti principali che la compongono sono: il kaiseki, intervallo durante il quale gli invitati consumano un pasto leggero in attesa che l'ospite predisponga la stanza del tè; il goza iri (fase del tè denso), in cui viene servito il koicha (tè grossolano); l'usucha, in cui viene servito un tè più fine. Come già detto, gli invitati possono usufruire del tempo che ritengono necessario per rinfrancarsi.

 

Durante la cerimonia, ognuno dei 5 sensi assume una valenza primaria e viene coinvolto da differenti sensazioni:

il gusto: in base al tipo di tè servito, cambia il modo di berlo e assaporarlo. Gli stimoli che pervengono sono differenti, così come le sensazioni suscitate: il koicha viene servito in una sola tazza, che viene offerta prima all’ospite di maggior rilievo il quale ne beve un sorso, si sofferma ad assaporare il tè, quindi la porge alla persona accanto che farà lo stesso. Il senso di condivisione è molto forte. L’usucha viene invece servito in tazze singole, sorseggiato brevemente per 2/3 volte, quindi si procede con un più ampio sorso per abbeverarsi e abbandonarsi alla quiete.

l'olfatto: prima di bere sia il koicha che l'usucha, i presenti ne aspirano il profumo (più intenso nel primo, dolce nel secondo), pregustandone il sapore: l'aroma che li pervade preserva lo stato di pace. Prima di lasciare la stanza, se gradiscono, gli invitati possono odorare un'ultima volta le tazze per portare con sé il ricordo delle sensazioni provate.

la vista: continuamente stimolata, assume un ruolo importante per favorire la costruzione di un'armonia interiore. Sin dal roji, gli invitati si rapportano con un ambiente che richiama una natura semplice ed incontaminata. Giunti all'interno della stanza del tè, l'aspetto essenziale, unito ai sobri ed incantevoli decori, come gli ideogrammi alle pareti e l'ikebana (composizione floreale simbolica), accolgono uno sguardo alla ricerca di quella bellezza che si vuole vedere riflessa nel proprio animo.

Lo stesso colore del tè è determinante: solo quando il verde della bevanda avrà il tono della "giada liquida", questo sarà pronto per essere servito e ammirato.

l'udito: la scansione del tempo durante la cerimonia è dettata dal suono del gong, le cui vibrazioni risuonano sin nel profondo dei presenti.

Una volta all'interno della cha shitsu, le conversazioni vengono abbandonate sino al momento in cui il tè sarà servito, il silenzio avvolge la sala e l'assenza di suono si tramuta in un condiviso stato di serenità e meditazione.

il tatto: l’ingresso nella sala del tè avviene carponi: questo implica un contatto ed una prima conoscenza dell’ambiente e dei materiali, con i quali entrare maggiormente in sintonia; inoltre, sfiorare con le labbra la medesima tazza porta ad avvertire una maggiore empatia con le persone nella stanza. Per concludere, il metodo corretto di sostenere la tazza e portarla alla bocca implica che entrambe le mani vi aderiscano completamente, in modo che il calore irradiato venga completamente assorbito dalla persona.

Ciò che ad un osservatore distaccato appare come un coreografico susseguirsi di gesti e posture, in verità è un metodico percorso per predisporsi al meglio ad un momento più solenne e profondo, uno stato di armonia in cui l'individuo è coinvolto nella sua interezza e nel suo relazionarsi con l'ambiente.

Porgere una tazza di tè è molto più che un gesto di cortesia: è un invito a condividere un luogo, un tempo, un sentire interiore.

Tutto quello che avreste voluto sapere sullo “Yoga” ma non avete mai osato chiedere.

Un articolo capitato per caso, un argomento capitato per caso, un titolo dato all’istante; si sa che, alla fine, le migliori prodezze umane sono quelle che nascono dall’istinto, senza stare a pensarci molto su (concetto, tra l’altro, linkabile ad uno yogico).

Questo è, in realtà, un articolo “compendium” di tutti i quesiti che mi sono stati fatti in questi anni sullo Yoga e dintorni.

Domande anche banali, se vogliamo, ma che, alla fin fine, a tutti sono sorvolate nella mente per almeno mezzo secondo, soprattutto quando ci si affaccia o ci si interessa a qualcosa di nuovo o esotico.

Nessuna vergogna e nessun imbarazzo: l’uomo è un animale curioso di natura e la paura di chiedere è sempre stata un limite, non una sua caratteristica innata.

Un giorno, mentre ero al Frida a bere qualche birra (diciamo qualche), una ragazza con cui stavo scambiando quattro chiacchiere mi chiese:

“ Sai, mi sono iscritta a Yoga ma non ho chiesto mica come si va vestita…tu come ci vai V?”

L’argomento “come vado vestito”, soprattutto a Milano, è scottante e a momenti fondamentale. Arrivando da un paese molto caldo come l’India lo Yoga meno si pratica vestiti meglio è. La comodità è un must che nello Yoga premia come premia il fatto di vestirsi leggeri.

Al contrario di quello che comunemente si pensa, lo Y. è una disciplina che può produrre sudorazione poiché le Asana (posizioni yogiche) stimolano le ghiandole del nostro corpo tra cui quelle sudoripare. Quindi,tra gli innumerevoli effetti prodotti dalla pratica dello Yoga sulla fisiologia dell’intero sistema psico-fisico, esiste ed è auspicabile la possibilità di sudare in maniera diversa per ognuno.

Questa disciplina favorisce una forte attivazione energetica e la sudorazione è uno degli effetti più fisici e evidenti, collegata ad un processo di purificazione che iniziando dal corpo (eliminazione di tossine attraverso il sudore) arriva sempre più all’interno.

Un buon insegnante, inoltre, apprezza l’allievo con più parti del corpo visibili (gambe e spalle soprattutto) in modo tale da correggere eventuali errori durante la pratica della postura.

In tram ero con un cliente mentre andavamo in una location. Parla del più e del meno, cosa fai e cosa non fai e la domanda a brucia pelo fu:

“ Eh ma V, piedi scalzi o calzine antiscivolo quando fai Yoga?”

Sembrava un po’ una domanda alla “ma tu chi voti alle elezioni?”, mi fece sorridere un po’ fino a quando ripresi un tono semi-serio. I piedi sono scoperti nello Yoga per apprezzare il contatto della pianta del piede con la terra/pavimento (che di solito è in legno). Il contatto del piede nudo con la materia ci fa riscoprire il concetto molto importante dello stare scalzi con la pianta del piede così com’è, senza “filtri” come la gomma delle scarpe o i tacchi. E’ proprio stando semplicemente in piedi a piedi nudi che ci rendiamo conto, anche da soli, dei nostri squilibri posturali o se graviamo di più su una gamba piuttosto che su un’altra. Inoltre, se come me si soffre di crampi da piede cadaverico e freddo, ci sono dei massaggi di preparazione per riscaldare le basi (i piedi in questo caso) delle posizioni yogiche.

Ma poi, facendo scendere di un gradino (anche più di uno) il livello della mia risposta, con il calzino scivoli! E mentre esegui alcune asana rischi anche di aprirti come un compasso! (L’avevo detto che la conversazione stava andando sul pratico).

Inaugurazione di un nuovo negozio in zona Montenapoleone. Una di quelle persone con cui chiacchieravo al bancone del bar mi disse:

“ Massì, lo Yoga è stretching”

Tolgo questa convinzione appena ne sento minimamente l’odore nell’aria. Tralasciando il discorso che per formulare un giudizio su una qualsiasi questione come minimo bisognerebbe provarla vorrei porre l’attenzione su un fattore fondamentale della pratica dello Yoga.

Lo Yoga è uno strumento che agisce sia a livello mentale che fisico. Disciplina la mente e rafforza il corpo ,sia attraverso un’azione che scaturisce dai muscoli ,ma soprattutto da uno stato di maggiore consapevolezza di sè. La pratica deve avere vigore e concentrazione nello stesso tempo. L’intensità necessaria per praticare lo yoga nasce da una respirazione equilibrata e consapevole in cui non bisogna esser né troppo avari né troppo precipitosi nell’utilizzare il proprio corpo. In questo senso mi piace accostare lo Yoga alla via di mezzo del Buddhismo o al famoso detto latino in medium stat virtus.

Il Circo delle pulci, meravigliosa manifestazione multisfaccettata e coloratissima. Un venditore, sentendomi parlare di una posizione yogica mi disse:

“ Eh ma io non riuscirò mai a fare tutte le posizioni dello Yoga”

Beh, neanche io! Ovviamente noi siamo occidentali e come tali fin da bambini non c’è stata data la possibilità (se non in rarissimi casi) di sviluppare il nostro corpo in modo tale da renderlo predisposto a tutte le Asana.

A parte ciò penso che l’atteggiamento dell’esser prevenuti sia innanzitutto un auto-limite che ci poniamo prima di provare a fare delle cose. Come mi ha giusto detto la mia maestra di Yoga Manuela stasera “nello yoga nulla è impossibile ma tutto viene raggiunto con un percorso”. Magari non riusciremo per un nostro limite fisico e oggettivo a non fare determinate posizioni dello Yoga ma troveremo anche in una sola Asana il beneficio di tutte le posizioni dello Yoga. E, ricordo, lo Yoga non è solo Asana anche se, erroneamente, nel mondo occidentale, è ciò che si fa vedere maggiormente dello Yoga, in quanto siamo abituati a vedere lo strato superficiale e visivo delle cose.

“ Ma lo Yoga che cos’è?”

Qui non faccio neanche riferimento alle persone che me l’hanno chiesto e alle innumerevoli situazioni in cui mi è capitato che mi facessero questa domanda.

Solitamente la mia risposta è breve ed è una frase rubata da un grande maestro come B.K.S. Iyenegar:

“ Applicando lo Yoga al nostro corpo, il nostro primo strumento, noi impariamo a suonarlo e a trarne il massimo di risonanza e armonia

Per il resto, Yoga è ciò che noi sviluppiamo praticandolo, è superamento delle nostre paure. Se abbiamo paura di noi stessi e del nostro corpo allora ne avremo sempre anche del prossimo.

 

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Se vuoi scriverle: direttore@nerospinto.it

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