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“Il mio concerto al Blue Note di Milano del 26 maggio? Un sogno che si realizza. È un palco dove suonano i grandi artisti... E poi le persone come me”. L'umiltà, insieme alla bravura, è il tratto caratteristico di Giulia Malaspina, uno dei talenti più brillanti del jazz italiano.

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Il Bonaventura Music Club di via Bonaventura Zumbini, riprende a ritmo di jazz, la sua attività di “Music First” con una sfilza di appuntamenti all’insegna del live, per appassionati o per appassionarsi. Un calendario che si riempie di sorprese a cominciare da martedì 11 settembre.

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Feeling Blue è il primo video del disco d'esordio di Bolla trio: il jazz diventa interattivo

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Mercoledì, 16 Marzo 2016 22:13

Jazz al Parenti: arriva Donny McCaslin

Secondo appuntamento con Jazz al Parenti, Lunedì 21 marzo 2016 alle ore 21.00.

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Toledo. Un aereo della compagnia iberica “La Península” diretto a Città del Messico vola sopra la città spagnola in attesa di un pista per un atterraggio di emergenza causato da un' avaria al carrello. I passeggeri, terrorizzati dal vedersi  a un passo dalla morte, si lasciano andare, raccontano la loro vita. Ognuno di loro rivela  emozioni, desideri, speranze, paure che, seppur bizzarre, in fondo, non ci sono così estranee.

 

A prima vista potrebbe sembrare il tipico inizio di un thriller ad alta tensione, invece è la trama della nuova pellicola di Pedro Almodóvar dal titolo "Gli amanti passeggeri" uscita nelle sale cinematografiche il 21 marzo, che segna il  ritorno del regista spagnolo alla “commedia di riflessione”.

 

La spregiudicata comicità che si spinge filo al grottesco non è una sterile provocazione ma vuole smuovere noi spettatori a riflettere sul nostro modo di essere e sul mondo che ci circonda.

 

In  un’atmosfera fuori dal tempo, surreale e incantata come quella di un aereo che vola nel cielo senza meta, si muovono i diversi personaggi. Almodóvar non li sceglie casualmente, ognuno di essi con la propria personalità e storia rappresenta una tipologia umana.

 

Come due anfitrioni aprono il sipario Antonio Banderas e Penelope Cruz nelle veci di una coppia di lavoratori distratti che causano il guasto al carrello dell’aereo.

 

Animano la scena un pilota sposato con una vita parallela da gay (Antonio de la Torre), un copilota etero attratto dagli uomini (Hugo Silva), un trio di steward omosessuali sfacciati, sboccati e autoironici (Javier Càmara, Raùl Arévalo, Carlos Areces) , una stravagante veggente ancora vergine ossessionata dal sesso (Lola Dueñas), una ex regina del gossip che si è data al mondo dell’hard come dominatrice (Cecilia Ruth), un imprenditore truffatore in fuga (Josè Luis Torriio), un killer professionista (Josè Maria Yazpik), un attore playboy (Guillermo Toledo), una coppia di sposi senza limiti (Miguel Angel Silvestre e Lava Marti).

 

Personaggi diversi l’uno dall’altro, ma tutti con faccende in sospeso che sembrano trovare una soluzione una volta atterrati.

 

Almodóvar mette sulla scena le tematiche più controversie in modo sfrontato, senza alcun filtro. Omosessualità, bisessualità, promiscuità sessuale, sregolatezza, alcol, droga, tabù che vengono spontaneamente sfatati dalla sapiente ironia del regista.

 

Amore, sesso, morte, le ossessioni dell’autore riaffiorano nei singoli episodi raccontati dai protagonisti e diventano il motore principale dell’intera narrazione.

 

I personaggi scelti dal regista con le loro storie scandalose ed eccentriche, a tratti paradossali, presentano un chiaro riferimento alla società spagnola: playboy, imprenditori che fuggono all’estero per evitare condanne, escort che minacciano uomini potenti, persone disposte a fare qualsiasi cosa per soldi.  Questa non è solo la realtà che Almodóvar vive nel suo paese, ma riguarda l’intera società contemporanea dominata da un senso di ipocrisia, decadenza, precarietà, priva di ideali e personalità forti in cui credere per innestare il cambiamento.

 

Forse “Gli amanti passeggeri” non hanno quella incisività e brio che ha sempre incantato il pubblico delle commedie di Almodóvar, ma senza dubbio sono un film da vedere per la  capacità attraverso l’assurdo e il  paradosso di rappresentare in maniera così spaventosamente reale la nostra epoca.

Pubblicato in Cultura

“L'unica cosa autentica che ho sono i sentimenti e i litri di silicone”. Agrado ha avuto un figlio, morto tragicamente in un incidente stradale, ne ha avuto un altro ma da un’altra donna, e non una donna qualunque. Una suora. Una suora che ha avuto un figlio da un uomo che ora per vivere fa divertire gli altri, che litri di silicone hanno trasformato in Agrado, un travestito bellissimo e pieno d’amore. E’ solo una parte, questa, del mondo di passione e colore in cui ci si immerge guardando Tutto su mia madre, premio Oscar come miglior film straniero nel 1999, espressione piena dello stile Almodovar. Il divino Pedro apre in Spagna una nuova era nella storia del cinema, gli anni ’80 condensano nelle sue pellicole le esplosioni artistiche e le contraddizioni di un paese dalla storia forte, intensa, che non potrebbe raccontarsi come succede negli interni borghesi di molto altro cinema europeo. Lo sguardo del regista entra dentro l’anima dei suoi personaggi con sfrontatezza, con violenza persino, alla continua ricerca di un’autenticità da imporre ai suoi spettatori, costretti ad abbassare le difese, incapaci di decifrare scelte stilistiche – si pensi a Parla con lei, all’incursione nel surrealismo che scorre nelle vene almodovariane, come spesso sottolineato dalla critica – legate a una visione del mondo e delle relazioni umane eccessiva e originale. L’eccesso diventa colore, rabbia e amore spinti fino alle estreme conseguenze, in un universo di personaggi mai riconciliati con se stessi e con la vita, perché lo schermo non maschera, non è finzione ma esasperazione di sentimenti selvaggi, dolci e disperati interpretati da attori-feticcio legati al regista quasi da un culto: Antonio Banderas e Penelope Cruz, per citare i nomi legati anche all’orizzonte cinematografico hollywoodiano, ma altri grandi nomi in Spagna come Carmen Maura, Bianca Portillo e Marisa Paredes. Un gruppi di attori che in 30 anni ha lasciato i set di Pedro per poi tornarci come si ritorna al primo amore, che incarna nel corpo, prima ancora che nello spirito, le parabole esistenziali estreme definite dal regista film dopo film. Specchi sporchi di vita, riflessi distorti della realtà. Le amatissime donne di famiglia, la loro forza di generazione in generazione – quella forza che in Volver si scontra con l’orrore, nel surreale spazio di una canzone portata dal vento – i variopinti travestiti alla continua ricerca d’amore in fuga dalla prigione delle apparenze, sembrano delle maschere, ma l’intima unione del regista con i loro volti, con i loro corpi – attraversati da inquadrature di poetica simbiosi – restituisce al pubblico la loro autenticità, anche quando questa significa violenza, disperazione e morte, come succede all’Antonio Banderas de La pelle che abito, apoteosi del male oltre ogni umana comprensione. Almodovar alza i toni per raccontare qualcosa che esiste, confinato nell’abisso della normalità, senza giudicare, senza risolvere con un lieto fine l’estrema ricerca di amore e di verità delle sue creature. con un linguaggio denso di riferimenti alla storia del cinema – il conterraneo Luis Bunuel prima di tutto, ma anche i maestri italiani – che diventano citazioni d’arte, pennellate dal tocco leggero e al tempo stesso abbagliante su una tela affascinante e mai banale, freneticamente animata, col segno netto e inconfondibile del grande Pedro, lui stesso icona dei suoi personaggi, affamato di verità senza compromessi, senza rinunciare a dire e mostrare perfino l’indicibile e l’inguardabile, restituendo al corpo e all’immagine il valore di simulacro perso nelle logiche consumistiche, con la bruciante passione per l’arte in tutte le sue forme.

 

 

Pubblicato in Cultura

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