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Una mostra in perfetto stile Nerospinto dove l'ossessione per il corpo diventa l'ossessione per il progetto, il concept, l'oggetto. Creature meravigliose sublimiamo i nostri istinti e creiamo arte, ma soprattutto spingiamoci qui!

Triennale Design Museum presenta KAMA. Sesso e Design, una grande mostra che analizza il rapporto tra eros e progetto. Fin dal titolo, che rievoca il dio indiano del piacere sessuale, dell'amore carnale e del desiderio, KAMA prova a fare i conti con uno dei fantasmi più esasperati, ma al contempo più rimossi, della contemporaneità.

Sono così indagati modi, forme e strategie con cui la sessualità si incorpora nelle cose e ne fa strumento di conoscenza. Per chi le progetta, ma anche per chi le usa.

Cuore della mostra è una rassegna, a cura di Silvana Annicchiarico, che rintraccia radici storiche, mitiche e antropologiche per arrivare fino ai giorni nostri, con oltre 200 fra reperti archeologici, disegni, fotografie, oggetti d’uso e opere di artisti e designer internazionali. Una selezione ampia e sfaccettata che vuole andare oltre la stereotipizzazione delle luci rosse, della pruderie o dei facili scandali: dai vasi a figure rosse etruschi agli amuleti fallici di epoca romana, dai disegni di Piero Fornasetti alle fotografie di Carlo Mollino e di Ettore Sottsass, dal divano Mae West di Salvador Dalí fino al sorprendente e provocatorio The Great Wall of Vagina di Jamie McCartney, formato dai calchi dei genitali di 400 donne.

In parallelo, per ampliare i punti di vista e restituire un racconto corale e collettivo, otto progettisti internazionali - Andrea Branzi, Nacho Carbonell, Nigel Coates, Matali Crasset, Lapo Lani, Nendo, Italo Rota e Betony Vernon - si confrontano con questo tema e ne presentano la propria personale interpretazione attraverso inedite installazioni site-specific.

Orari: Martedì - Domenica 10:30/20:30 Giovedì 10:30/23:00

Pubblicato in Cultura
Sabato, 09 Febbraio 2013 11:55

Broken City promosso da Nerospinto

Per una che idolatra Ellroy come me andare al cinema a vedere film noir che parlano di potere, corruzione, polizia e belle donne che tradiscono è praticamente un must.Ci vado a prescindere e senza farmi troppe domande.

È successo anche per Broken City, l’ultima fatica da regista di Allen Hughes, e naturalmente mi è piaciuto. Sicuramente perché è il mio genere di pellicola, certamente perché ci sono andata ben disposta e anche perché il film ha dei punti di forza che lo rendono piacevole e interessante da guardare.

Gli ingredienti affinché una pellicola possa dirsi buona o no sono molti, non sempre combaciano tra loro e non necessariamente devono essere tutti presenti. Broken City è promosso perché gli attori protagonisti, Mark Wahlberg e Russell Crowe, sono bravissimi, molto credibili e sanno dividersi la scena in maniera intelligente e saggia.

In Broken City però c’è molto altro: una fotografia strepitosa. Chi ama il noir come genere non può non farci caso perché il noir è essenzialmente un concetto letterario, ovvero è stato creato mettendo in fila parole che devono dare sensazioni e ricreare atmosfere.

Con le immagini, quindi, dovrebbe essere più facile, invece no: nella pellicola non sfugge niente.

Lo spettatore deve essere catturato anche di più del lettore perché quello che vede deve essere credibile, intenso, seducente. I film gialli non posso prescindere dall’ambientazione e Broken City risulta così anche, e soprattutto, un film di ambientazione dove le scene di azione e di suspense si mescolano e si intersecano a meraviglia con la location naturale data dalla città. La vera coprotagonista della pellicola con cui il detective privato e il sindaco devono fare i conti.

Un altro ottimo motivo per andare a vedere il film è che si tratta di una pellicola trasversale.

Non è I ponti di Madison Country né Il giustiziere della notte, non si deve discutere in famiglia per decidere a chi tocca scegliere il film da andare a vedere nel fine settimana.

Broken City mescola sapientemente azione e sentimento, sesso e potere, attori tenebrosi e attrici sensuali, così come deve fare un vero noir, che sia un libro o un film.

L’elemento meno convincente e debole della pellicola sono sicuramente i dialoghi e di conseguenza la storia del film: troppo semplice, troppo lineare, troppo prevedibile. E così, se lo spettatore si aspetta di rimanere in suspense per una trama che non si decide a decollare, alla fine del film si rende conto che a tenerlo in apprensione sono stati tanti altri elementi, come i movimenti di macchina, le scene di azione e il fatto di non sapere assolutamente se alla fine vincerà il cacciatore o la preda. Certo è che la città descritta e mostrata da Hughes non può indignare e non può sconvolgere più di tanto lo spettatore perché è lo specchio fedele della nostra società dove corrotti e corruttori si scambiano i ruoli e si cambiano di posto a velocità siderale.

Hughes non è ancora Clint Eastwood o Spike Lee, ma la prova di Broken City è buona e merita di essere vista.

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