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Chi non conosce Il Brutto Anatroccolo? Una tra le più belle fiabe di Hans Christian Andersen, dove si parla di crescita, amore e tanto altro, da domani a La Casa delle Storie.

In realtà il titolo avrebbe potuto essere anche storia di Cesare e Vittorio. Storia nel senso stretto del termine perché i due protagonisti vivono e percorrono una parabola di vita fatta di insuccessi e rivalse, di brutture e bellezze metropolitane e di angosce e passioni personali.

 

Il leit motiv attraverso tutta la pellicola rimane infatti il desiderio costante di essere cattivi per scelta degli altri e quindi di potersi alla fine salvare per volontà e mezzi propri.

 

Cosa si fa per tirarsi fuori da una periferia dimenticata e ridotta a brandelli dove per sopravvivere devo essere necessariamente cattivo e violento?

Devi amare la vita e cercare di afferrarla anche con azioni e pensieri non proprio deontologici.

 

Cesare e Vittorio ragazzi sbandati e di vita che ricordano i giovani pasoliniani del secolo scorso decido così a un certo punto di affrancarsi dal ruolo degli emarginati e degli extraterrestri e di decidere del proprio futuro da soli.

Si innamorano, si sposano e cercano di trovare sostegno e forza dalle rispettive compagne anche esse innamorate della vita e di un futuro migliore per tutti loro.

 

Il personaggio borderline è stato scelto dal regista perché per decenni lo stesso autore e cineasta è stato considerato un asociale, scontroso, fuori da ogni logica del cinema di botteghino e di festival e mostre internazionali.

 

Claudio Caligari è stato (culturalmente e artisticamente parlando) il personaggio che ha proposto e che ha fatto conoscere fin dal suo successo con un film difficile e cupo come l’odore della notte.

Ora che è scomparso prematuramente per una malattia, la sua pellicola postuma è stata scelta per rappresentare l’Italia agli Oscar americani.

Naturalmente chi ama il cinema veramente e lo stesso produttore del film, Valerio Mastrandrea, si augura che la scelta sia stata fatta per la qualità indubbia dell’opera.

Se così non fosse, c’è da augurarsi almeno che chi giudicherà la pellicola di Caligari abbia la consapevolezza che Non essere cattivo non è solo fiction, ottima fotografia filmica e riprese da grande produzione ma è il cinema italiano di alta fattura. Una vecchia scuola che reinterpretata in maniera moderna e con le tecniche più avanzate riesce comunque a fare dei sentimenti e delle emozioni il fulcro essenziale dell’arte cinematografica.

Non resta che aspettare quindi e sperare che la storia di Cesare e Vittorio tocchi le menti e i cuori degli spettatori e dei giurati internazionali, come sarebbe giusto che andasse.

Antonia del Sambro

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Fatemelo dire, è triste constatare che quando il cinema italiano ritorna alla propria origine e natura viene irrimediabilmente snobbato. Perché creare atmosfere e dialoghi sapienti fa incavolare i cineasti stranieri che non ci riescono, pertanto è più semplice premiare il caos e le battute scontate e sempliciotte, è più semplice dare rilevanza a La grande bellezza (il film più brutto mai visto a dar retta alla perduta e compianta Virna Lisi), alla sua denuncia sprezzante e irriverente della nostra capitale ma che è piaciuta così tanto, evidentemente, agli stranieri.

E così quando Sorrentino cerca di riscattarsi mettendo in scena, nel senso più letterale dell’arte visiva, una storia vera con dei personaggi che sono presentati soprattutto come persone, con dialoghi saggi e ben distribuiti e silenzi cinematografici altrettanto esplicativi allora non va bene e al diavolo il cast di eccezionali interpreti internazionali.

Fatemi dire anche che per fortuna il pubblico non si fa ingannare, che gli spettatori se il Cielo vuole sanno ancora scegliere con la loro testa e premiano Youth, La giovinezza facendole vincere la più importante e reale sfida del botteghino. La pellicola di Sorrentino sbanca nel primo fine settimana di uscita, quello cruciale per rientrare nei costi produttivi e se ne fa un baffo dei premi storici e blasonati. La giovinezza è peraltro un film crudele e romantico, riflessivo e di azione decisionale, fermo e liquido insieme.

Tutto gira attorno alla decisione dei due protagonisti, non più giovani e non più ambiziosi o arrivisti di completare il senso della loro vita assaporando il tempo e la possibilità data loro dall’età di scegliere. E lo fanno partendo dalla vacanza che scelgono, un centro benessere sulle Alpi svizzere. Chi ha letto e amato La montagna incantata non può non cogliere il sottile e magari involontario omaggio di Sorrentino a Mann.

Nel silenzio e nella sospensione dell’altezza e della location tra le montagne cominciano le riflessioni, ricomincia la vita e si risvegliano i sensi. Non per nulla l’icona su cui ruota tutto il film è la scena della giovane ragazza che entra nella stessa vasca idromassaggio dove si trovano i protagonisti. Un movimento di macchina perfetto in campo e controcampo che sospende il tempo e il linguaggio e spiega allo spettatore la filosofia del non ritorno nell’esistenza dell’essere umano. Primi piani e piani americani che traducono in immagine la struttura robusta e matura della sceneggiatura, anche questa di Sorrentino che finalmente fa pace con la sua parte di cineasta più puro e confeziona la migliore pellicola della sua vita.

Gli spettatori plaudono, gli estimatori del regista ritornano dopo la delusione della penultima pellicola e i francesi lo snobbano. Ma fatemelo dire, chi se ne importa.

Antonia del Sambro

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Il cinema italiano e anche quello internazionale sono a un bivio vero e proprio: devono decidere se continuare con lavori scritti e pensati per il teatro e per la letteratura o dare vita a nuove pellicole con sceneggiature originali, prove più fresche e giovani di scrittori attuali e contemporanei. Purtroppo è più facile e anche più comodo, lavorare su testi e scritture già esistenti e magari adattarle alla società e alla vita attuale, ma bisogna essere capaci di fare anche questo, altrimenti, come succede esattamente per il film di Placido, si rischia una melodrammaticità che non sa essere moderna e che non sa neppure essere evocativa di cento anni: tutto resta a metà, sospeso tra il 1919 e il 2015 senza manifestarsi in nessuna completezza.

"La Scelta" avrebbe dovuto essere nei piani del regista e degli sceneggiatori, la versione moderna della novella di Pirandello dello scorso secolo che trattava il difficilissimo e inaccettabile (per l’epoca) tema della donna che mette al mondo il figlio di uno stupro e cerca contemporaneamente di farlo accettare al suo legittimo consorte. Era il 1919 e si comprende bene a cosa andava incontro Pirandello scardinando tabù sulla famiglia, la condizione femminile, il ruolo di padre e uomo nella società del tempo e tutte le implicazioni sociali e religiose che una condizione simile riversava su una famiglia e su un matrimonio. Cosa fa Michele Placido? Lascia intatte queste implicazioni del testo originale e trasporta il tutto nel nostro tempo, presentando una coppia in crisi che non riesce ad avere un figlio proprio e che alla fine deve accettare una creatura nata da uno stupro subito dalla donna e continuare a vivere insieme come se nulla fosse, perché i tempi sono cambiati e i drammi legati a questa condizione possono essere superabili. "La Scelta" però, proprio per questo tentativo di mettere di nuovo nel cinema italiano il ruolo della donna da una parte e quello dell’uomo dall'altra, non regge. Non regge come pellicola e non regge come esperimento sociale. Il fatto è che i maschi restano tali anche dopo la rivoluzione femminile, la modernità dei ruoli appaiati, la possibilità di scelta delle donne moderne e la sensibilità che la nuova società prova ad avere su determinati temi, come questo, appunto, e le donne a loro volta, restano sempre femmine, con tutto il loro mondo fragile e personalissimo dove uno stupro è sempre un dolore, una tragedia e un fatto privato che sconvolge e dilania, anche quando da un atto così crudele ed estremo può nascere e crescere una nuova vita nel ventre delle stesse. Non c’è bisogno di un film per capire cosa succede a famiglie e a coppie che subiscono una tale tragedia, perché anche a distanza di cento anni, alcune cose non cambiano. Una violenza resta sempre tale e il figlio di un altro mette sempre in crisi ogni uomo di qualunque tempo ed età. Placido ci prova a costruire anche un po’ di azione e di pathos nella pellicola, ma rimane un film già visto, un racconto troppo antico, una prova di scarsa originalità completa. Raoul Bova lascia il tempo che trova nel ruolo del padre surrogato e del marito degli anni duemila e Ambra Angiolini ce la mette tutta, ma i ruoli drammatici proprio non le si addicono.

Pazienza Placido… sarà per la prossima.

Antonia del Sambro

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"Se Dio Vuole" è il film di esordio di Edoardo Falcone, di mestiere sceneggiatore poco bravo e molto ripetibile. La pellicola però straccia tutti i pronostici e i giudizi sul regista e si pone come un prodotto originale e di grande spessore, cosa non affatto scontata dato l’argomento alquanto ostico della trama, e la capacità di far sorridere gli spettori in proposito. Invece Falcone riesce nel suo intento, e anche molto bene. Il merito va sicuramente e principalmente al cast, tutti attori che negli ultimi anni hanno saputo rendersi credibili e portati per i ruoli più classici della commedia all’italiana, oltre che capaci di cambiare completamente stile e forma, come uno dei protagonisti di "Se Dio vuole", Alessandro Gassman nel ruolo di don Pietro, ma anche alla capacità di Falcone che, appellandosi alla fortuna del principiante, confeziona un prodotto bello e possibile. La trama e la storia del film sono complicate nella giusta misura e presentano una famiglia altoborghese completamente spiazzata e sconvolta dalla decisione del figlio, promettente studente in medicina, pronto a lasciare tutto per farsi prete. A convincerlo è proprio don Pietro, carismatico e non allineato sacerdote cittadino che con astuzia, grazia e conoscenza dell’animo umano, prima convince il giovane Andrea a seguire la propria vocazione e poi cerca di portarsi dalla propria parte anche il padre di quest’ultimo, Tommaso (Marco Giallini), che decide di incontrarlo per scombinargli i piani. Un “duello” di bravura e d'eccezione allora si presenta agli occhi dello spettatore che non può che divertirsi ad assistere alle scaramucce verbali e psicologiche di Alessandro Gassman prete e attore e Marco Giallini, padre e interprete. Mentre l’intera famiglia assiste incredula e preoccupata agli sviluppi della propria storia personale, la trama filmica fila liscia fino all’epilogo atteso e indovinato. Il film di Falcone fa ridere ma anche pensare e lo fa con garbo, perché il tema delle vocazioni, del sacerdozio e della Chiesa rimane solo un pretesto e non si entra mai nel merito vero di argomenti più ampi e complicati. Al centro c’è la famiglia nelle sue declinazioni moderne e sociali e nella tendenza dei genitori del duemila a confrontarsi con la capacità singola a essere dei buoni babbo e mamma, la voglia di ascoltare e comprendere i propri figli e al bisogno sostenerli o consigliarli. Il divino se c’è è solo accennato e lasciato comunque al personale, al proprio modo di essere e sentire. Tutto questo fa di "Se Dio Vuole" un film leggero e profondo insieme, divertente e misurato, riflessivo e comico. Un buon pretesto per andare al cinema anche in primavera.

Antonia del Sambro

 

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Bando alle scene da fumetti delle ultime pellicole di successo, bando agli effetti speciali e alle scene di inseguimenti e macchine distrutte e bando anche alle produzioni milionarie.

David Dockin ha un budget limitato e quindi decide di fare solo il regista e da bravo direttore si affida solo a bravi attori.

The Judge è la quintessenza della recitazione hollywoodiana più classica, quella per capirci che ha reso grandi attori del calibro di Gregory Peck e James Stewart.

E così anche nella pellicola di Dockin tutto è affidato alle capacità interpretative dei due protagonisti Robert Duvall e Robert Downey Jr, rispettivamente padre e figlio, giudice e avvocato, accusato e difensore.

La trama è quasi banale e narra la storia dell’avvocato di successo della grande metropoli, Hank Palmer, che torna a casa in una piccola cittadina di famiglia per il funerale di sua madre.

Qui ritrova i vecchi amici, l’ex fidanzatina del liceo, interpretata da una altrettanto bravissima Vera Farmiga, i suoi due fratelli e naturalmente suo padre, l’inossidabile, severo e arido Joseph Palmer, giudice della contea.

Dopo aver sbrigato tutte le faccende familiari Hank si appresta a lasciare il suo “vecchio” mondo e a ritornare nello scintillio della Chicago legale ma suo padre il giudice viene accusato di omicidio e rischia la pena di morte.

Messo alle strette dalle circostanze, Hank deve trasformarsi in avvocato difensore di suo padre, un genitore che non gli ha mai dimostrato affetto, che gli è sempre stato nemico e che ha reso la vita famigliare un vero inferno a tutti.

E in questo momento, allora, che The Judge diventa pellicola intimista e sussurrata dove il melodramma della sceneggiatura si fa dramma per immagini e dove tutti i protagonisti strizzano l’occhio agli spettatori per portarli ognuno dalla propria parte.

La buona recitazione dei protagonisti ma anche di tutti gli altri personaggi minori è il vero filo conduttore del film di Dockin, più della trama stessa perché questa a volte si appesantisce inutilmente e devia in tanti piccoli dettagli inutili.

The Judge è una pellicola intimista e bisbigliata, una grande prova di regia e di interpretazione per tutti gli amanti del buon cinema.

 

 

Antonia del Sambro

 

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Antonia Del Sambro, con il suo primo romanzo breve, racconta la storia di un' Italia proiettata nel 2029, ancora impantanata nella crisi di inizio secolo, divisa in tre macroregioni, le consuete Nord, Centro e Sud.

Si tratta di uno scenario fantapolitico che mette in risalto una suddivisione da sempre percepita, che per ragioni economiche diventa anche politica.

Il titolo stesso, Bordetown, richiama i confini di provincia in cui la storia è ambientata, e i posti di confine da dover attraversare per poter viaggiare da una regione all'altra.

A fare da "padroni" al nostro Paese sono dei gruppi di potere, che, convinti dell'incapacità dei cittadini italiani di gestire le potenzialità e le ricchezze del Belpaese e un volta persa l'unità, mirano ad un colpo di Stato, diventato ormai pressochè facile da mettere in atto.

Ma questo loro progetto ambizioso e criminale viene lasciato sempre nell'ombra, anche tra le righe del romanzo stesso, lasciando spazio ai veri protagonisti della storia: un ambizioso giornalista e una ragazza in fuga che vengono coinvolti loro malgrado solo per essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Una appassionante lettura in cui poter intraprendere un immaginario viaggio per l'Italia, arricchito dalla descrizione delle ambientazioni che fanno da cornice al romanzo; non le grandi città metropolitane di Roma o Milano, bensì la provincia, luoghi sconosciuti che diventano lo scenario ideale per il districarsi della trama.

Si tratta di un ritorno al passato o di un viaggio nel futuro? Forse nessuna delle due, ma sicuramente uno spunto per una sana ed individuale riflessione: la presa di coscienza di tutti quei segnali sempre più preoccupanti che la politica internazionale ci riserva giorno dopo giorno.

 

 

 

 

 

Wes Anderson prova l’impossibile. Prova a far sorridere e divertire lo spettatore con una commedia che parla in realtà di razzismo, di sospetto per il diverso e di intransigenza contro tutto ciò che non si conosce e che non si desidera approfondire.

Il regista è bravo a richiamarsi alla commedia corale, alla struttura narrativa classica e alla creazione di tanti personaggi quante sono le storie e gli ambienti raccontati o solo presentati nella pellicola.

È onestamente un azzardo quello di Anderson perché lo spettatore moderno se non è un appassionato del cinema classico dei pionieri hollywoodiani rischia di perdersi e di non carpire fino in fondo lo scopo reale della narrazione filmica.

Scopo che è invece importante da cogliere e da assaporare perché Grand Budapest Hotel è la commedia dove più ci si può indignare per quei comportamenti, quelle azioni e quelle scelte che ancora persistono nell’Europa attuale e che tanto strazio e dolore hanno portato nei secoli più bui del nostro continente. E pensare con forza e coraggio: mai più.

La trama del film è complicata e semplice allo stesso tempo, il direttore dell’hotel è un uomo affabile e servizievole e per questo gode delle simpatie e delle confidenze di molte delle clienti più mature del Grand Budapest, tanto che una di loro gli lascia in affidamento un prezioso quadro.

Quando la donna muore, però, il figlio della stessa accusa il direttore di furto e lo fa imprigionare.

Ad aiutarlo e assisterlo in questo difficile momento è un suo dipendente straniero e immigrato, Zero, che pur neoassunto e poco pratico delle questioni che si svolgono nell’hotel farà qualsiasi cosa per salvare il suo datore di lavoro, dimostrando un attaccamento e una riconoscenza davvero esemplari. Wes Anderson oltre a costruire la pellicola in questione richiamandosi alle commedie più classiche del cinema internazionale fa della stessa anche un omaggio importante e significativo a uno dei pacifisti più convinti e attivi degli anni Venti e Trenta del secolo scorso, lo scrittore Stefan Sweig, ebreo austriaco a cui i nazisti hanno bruciato tutte le opere nel 1933.

Per questo Grand Budapest Hotel diventa un modo per riflettere ancora su a che punto siamo. Quanti passi avanti abbiamo fatto come società e come individui dal 1933, dall’orrore delle leggi razziali, dalla paura dello straniero e dall’accettazione del diverso?

L’Europa è cambiata, è più pronta, è più matura?

Quando la commedia corale, divertente e un po’ irreale diventa un momento e una occasione per parlare e riflettere sulle frontiere geografiche, mentali e culturali allora il cinema diventa arte educativa e vale sempre la pena di essere visto.

Indira Fassioni

 

A volte succede che la fama e il successo non interessano, che non essere riconosciuti per strada quando si crea e si fa arte risulta più proficuo, interessante e affascinante di una copertina su una rivista o un articolo sul giornale.

Perché a volte fare arte implica mistero, trasformismo, segreti e anche bugie.

Vivian Maier aveva deciso di fare della sua vita un palcoscenico nascosto dove la sua arte sarebbe stata celata attraverso i suoi innumerevoli travestimenti, il suo lavoro da baby sitter in casa di famiglie agiate, il suo falso accento francese e la sua noncuranza nell’interpretare ruoli e personaggi. Solo così Vivian sapeva di poter sperimentare tutte le mille sfaccettature delle forme artistiche in cui amava cimentarsi. Prima di tutto la fotografia. Intensa, realistica, cruda eppure modificata dal suo genio, dalla sua percezione sconfinata della realtà circostante.

Raccontare per immagini è qualcosa di estremamente suggestivo e affascinante. Lo sanno tutti i maggiori fotografi ma lo sanno anche i più grandi registi. E dalla fotografia al cinema il passo è quasi inesistente. Così Vivian Maier sperimenta anche forme di cinema personali, scrivendo sceneggiature e storie e dando vita a particolari documentari di cronaca, anche questi smitizzati nella loro durezza e modificati come reportage ironici.

In poche parole tutto un mondo creativo che fa di Vivian Maier una delle artiste più complete della sua epoca.

Ma chi è Vivian Maier e come mai nessuno o quasi ne ha mai sentito parlare fino a ora?

Sicuramente Vivian non voleva che si parlasse di lei e non voleva essere famosa per cui aveva inventato un escamotage dietro l’altro per rendersi invisibile e per celare a tutti la propria arte.

Però la vita è strana, piena di coincidenze inspiegabile e forse meno prevedibile di quanto si pensi.

Così succede che un giovane filmaker con la passione per la fotografia, John Maloof, trova in un mercato delle pulci di Chicago una scatola piena di negativi non ancora sviluppati. La compra, sviluppa le foto e si imbatte nella vita e nell’arte di Vivian Maier. Donna poliedrica e artista nascosta. Persona dura e riservata ma anche ironica e visionaria.

Ne nascono una mostra di grande successo e ora un documentario in proiezione nella sale italiane.

Alla ricerca di Vivian Maier così diventa l’unico modo per avvicinarsi a questa artista, morta nel 2009, e che ha desiderato rimanere nascosta per tutta la sua vita.

Ma soprattutto vuol dire avvicinarsi alla sua arte e al suo mondo onirico e fisico insieme.

Non sapremo mai cosa penserebbe Vivian di tutto questo tardivo successo e di questa fama postuma e questa in realtà è la domanda primaria che ci si dovrebbe fare scoprendo Vivian Maier.

 

 

 

 

Ebbene sì, ci tocca!

Come ogni primavera ecco in arrivo l’ennesima commedia newyorkese garbata e ironica, dove si sorride un po’ e ci si annoia nelle parti centrali della storia.

A proporcela questa volta è John Turturro alla sua quinta prova da regista, che si ritaglia per sé il ruolo da protagonista ma che soprattutto convince un recente appannato Woody Allen a farsi dirigere e a interpretare il ruolo del coprotagonista. Fioravante e Murray, amici nella Grande Mela che si divertono a improvvisarsi l’uno gigolò di donne sole e particolari e l’altro manager e consigliere smaliziato e disincantato.

Non è una commedia sul sesso e neppure sulla seduzione vera e propria e più una pellicola per raccontare la crisi economica e sociale anche nella città più viva e frenetica del mondo.

Un crisi condotta e vissuta da due uomini di mezza età che nonostante tutto si giocano gli ultimi sprazzi di una esistenza che non vogliono triste e dimessa.

Fiorante, che come Turturro nella realtà delle cose ha sia origini italiane che ebree presenta inevitabilmente il mondo americano che conosce e tratteggia i personaggi con maestria e consapevolezza. Le donne che lui incanta con fiori, parole e azioni non sono affatto lontane dalla realtà del mondo newyorkese contemporaneo e perciò risultano più belle e più credibili, e la stessa Comunità ebraica dove incontra la donna du cui si innamora è abbastanza vicina all’essenza e al portamento di molte comunità chiuse e gelose delle proprie origini e dei propri costumi.

Sia Turturro che Allen in questo caso lo possono fare. Un po’ come fanno i fratelli Cohen nei loro affreschi impietosi e divertenti.

Il romanticismo della commedia di Turturro poggia sulla grazia e sulla raffinatezza con le quali il suo “gigolò” si muove e conquista e sulla speranza di vivere un amore reale e dolce con Avigail, vedova di un rabbino e donna che lui immagina al proprio fianco.

Tra amore cortese e corteggiamento artificiale e fasullo Fioravante e Murray si muovono ognuno a proprio agio in una fiaba contemporanea dove all’ingenuità del protagonista si contrappone la saggezza e il pragmatismo del coprotagonista nel ruolo del grillo parlante.

Gigolò per caso è una commedia senza infamia e senza lodo, dove si ride il giusto ma in compenso si può riflettere molto sulla solitudine maschile, un tabù che se sdoganato bene come fa Turturro può risultare indubbiamente interessante per molti spettatori.

 

 

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