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La pellicola chiude ideologicamente la trilogia del regista e autore Von Trier sulle mille sfaccettature della depressione umana che dopo Antichrist e Malancholia presenta allo spettatore un film sulla sessualità più cruda e dolente.

Il mondo della ninfomania raccontato e descritto da una vittima e protagonista della stessa patologia.

Von Trier è il regista che riconoscendo nel porno la più brutta forma di espressione filmografica ma anche quella più redditizia cerca con un pool di esperte sessuologhe, di dottoresse e psicologhe di parlare della pornografia nel modo più sociale e intellettuale possibile e di presentarla al pubblico rivestita di una nuova forma narrativa e cerebrale.

Nymphomaniac è diviso volutamente in due parti perché il regista ha bisogno di tempo e spazio per esplorare tutto l’universo che si nasconde sotto e dentro questa estrema forma di masochismo mentale che attraverso lo sfinimento del corpo cerca di appagare un vuoto spirituale e mentale sintomo di una grande patologia.

Il film si apre con suoni e rumori che richiamano volutamente a una periferia distratta e fintamente impegnata a vivere dove in una sera di inverno l'affascinante scapolo Seligman trova Joe, una donna riversa in un vicolo, picchiata quasi a sangue e priva di forze. L’uomo così decide di portarla nel proprio appartamento e di curarle le ferite. Subito dopo comincia a farle domande sulla sua vita e Joe risponde apaticamente che se lui vuole lei è pronta a raccontargli tutto ma che lo stesso racconto sarà lungo e richiederà molto tempo. Seligman accetta e la donna esordisce confessando di essere una ninfomane e tutto d’un fiato comincia a raccontare in otto differenti capitoli la sua parabola erotica, dalla nascita fino a quel momento. Un'esistenza fatta di incontri e disgrazie, di episodi immorali e di desideri da accontentare, di conflitti e di richieste viziose e depravate.

Non si nasconde Joe, anzi, vuole raccontare, descrivere minuziosamente, far entrare in quel mondo negativamente straordinario il suo spettatore Seligman che incarna e rappresenta a sua volta tutti gli spettatori della pellicola, tutto il pubblico a cui vuole rivolgersi Von Trier nella sua visione personale del sesso.

Quanto Nymphomaniac sia immorale è difficile dirlo. Il regista non risparmia nulla allo spettatore né dal punto di vista della narrazione né da quello delle immagini ma se qualcuno si aspetta il porno classico sarà probabilmente deluso.

In realtà nella pellicola di Von Trier c’è troppa filosofia, antropologia e distacco per fare della stessa un film immorale per definizione.

Incommensurabile, invece, la prova artistica di Charlotte Gainsbourg nel ruolo della protagonista.

 

 

 

La gente continua a morire per mano della setta del killer più persuasivo degli Stati Uniti.

Muore per caso, perché si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato, muore per un disegno preciso come i coniugi fondatori della setta usurpata da Carroll, muore perché tra la redenzione o il carcere sceglie di immolarsi ancora per l’idea del mondo che il proprio mentore gli ha instillato.

Joe invece è vivo e più determinato che mai. In un video inviato ad una emittente nazionale il serial killer più famoso del momento parla addirittura di restaurazione, di una nuova era di paura e sconforto, di morte e uccisioni, di stragi e di vittime da sacrificare perché nessuno deve e può sentirsi al sicuro. Hardy è messo con le spalle al muro. La caccia spietata al suo alter ego negativo lo fa girare in tondo inutilmente, facendolo passare dall’ex professore e guida di Carroll all’università, alla sua adepta con contatti nell’FBI, dagli esecutori dell’ultima strage in libreria alle tracce di lasciate dal killer nei suoi luoghi di passaggio, ma niente. Joe Carroll è imprendibile.

E soprattutto sembra davvero immortale.

Furbo, spietato, manipolatore di menti e di personalità, dissimulatore professionista Joe si infiltra nelle vite degli altri e le fagocita. Entra come un povero rifugiato e derelitto con Emma e Mandy nella setta segreta e nascosta dei coniugi visionari e mistici e finisce con l’uccidere entrambi e prendere il comando dell’intero gruppo che lo investe come nuovo sacerdote e guida spirituale e lo loda come nuovo dio. Sia lode perciò a Joe Carroll che restaurerà il clima di terrore e morte con nuove forze e con nuovi adepti e farà in modo che nessuno si senta più al sicuro.

Intanto, mentre Hardy brancola nel buio e prosegue nella sua caccia infruttuosa gli agenti dell’FBI e i suoi ex collaboratori hanno un asso nella manica che sconvolgerà tanto le azioni future di Ryan che quelle del serial killer.

Claire è viva! L’ex moglie di Joe Carroll ferita a morte sotto gli occhi del suo amante Hardy in realtà è stata salvata in ospedale e posta nel programma di protezione dell’FBI.

Con il suo rientro nella serie si capovolgerà tutto di nuovo e tra i due protagonisti sarà guerra all’ultimo sangue. Le vittime si moltiplicheranno e il duello sarà più feroce che mai.

 

 

 

 

Allacciate le cinture è l’ultima fatica cinematografica del regista turco più italiano che ci sia ed è un vero e proprio omaggio alle donne.

La storia del film non è una storia d’amore come si potrebbe pensare in un primo momento, non è neppure un omaggio al Salento e ai meravigliosi paesaggi pugliesi e non è un film sull’omosessualità e sull’accettazione di essa da parte della società.

La nuova pellicola di Ozpetek è un ritratto veritiero e attuale sulla condizione femminile nel ventunesimo secolo dove le donne si innamorano ancora perdutamente ma devono fare i conti anche con l’essere mamme e figlie di donne che a loro volta pretendono continua attenzione e dedizione.

Chi sono gli uomini di queste donne del duemila?

Semplice: sono uomini vecchi, nel senso di uomini antichi che continuano a tradire, ingannare, corteggiare nel modo sbagliato e pretendere che la propria donna perdoni sempre e comunque.

Capita anche ai protagonisti di Allacciate le cinture dove Antonio è il macho conquistatore e proletario che conquista la bella Elena, donna impegnata, volitiva e moderna.

I due si abbandonano alla passione, si amano profondamente e si sposano.

Ma mentre Elena cresce ogni giorno di più, diventa mamma, donna in carriera e moglie perfetta, Antonio resta il conquistatore superficiale e un po’ becero di quanto era giovane.

Fino a che la malattia colpisce Elena in maniera improvvisa e terribile.

Allora tutto deve cambiare per forza. In una sorta di vite parallele dove l’unico punto fermo e reale resta il profondo amore di Elena per Antonio e viceversa.

Il film è bellissimo per molti motivi, primo tra tutti la trasposizione temporale che Ozpetech sa creare magistralmente e che stupisce e affascina lo spettatore fino all’ultimo fotogramma.

Ma la pellicola è bellissima anche per tutti i personaggi minori e di contorno che arricchiscono e valorizzano i due protagonisti e la loro vita.

L’amico del cuore gay, l’amante popolana e divertente, l’amica fragile e bugiarda, la mamma onnipresente e protettiva e la zia svampita e seguace delle tendenze, la compagna di stanza di ospedale improbabile e meravigliosa e la dottoressa conosciuta quando ancora era solo una studentessa.

Ognuno di questi personaggi è interpretato da attori di grande bravura e di lunga gavetta come Elena Sofia Ricci e Luisa Ranieri, Carla Signoris e Paola Minaccioni, Filippo Scicchiatano e Giulia Michelini. Insomma un cast eccezionale che dà vita al più bel film corale di Ozpetek.

Bravissimi, credibili e intensi Kasia Smutniak e Francesco Arca a riprova di quanto essere dei bravi registi vuol dire anche immaginare per primi gli attori in quel preciso ruolo.

In Allacciate le cinture vincono le donne, anche quelle che si abbandonano alla malattia, anche quelle tradite, anche le amanti abbandonate e le zie svampite e inconcludenti.

Ancora una volta viva Ozpetek.

 

 

 

Nel copione oramai collaudato della serie televisiva più inquietante degli ultimi anni c’è sempre qualcosa che colpisce lo spettatore più di altro. Il cordone ombelicale che unisce da tempo i due protagonisti Ryan e Joe. Sempre più antagonisti e sempre più legati da un filo invisibile che a volte viene tirato da una parte e a volte dall’altra.

La nuova stagione di The following avendo un pubblico affezionato e abituato ai mutamenti di scena e ai salti di trama si può permettere di rendere il rapporto tra i due personaggi principali ancora più intimo e indissolubile, tanto che l’ex agente Hardy non ci crede neppure per un attimo che Carroll può essere morto; perché lui lo “sente”, gli arrivano i moti dell’anima del killer e anche tutti i suoi pensieri. E a lui non resta che continuare a tenere in allerta tutti i sensi e cercare di trovarlo. Nella nuova stagione della serie, tanti e molti sono i nuovi coprotagonisti.

A partire dalla strana famiglia dei gemelli assassini e psicotici e della loro splendida e pericolosissima madre. Poi c’è la nuova pupilla di Hardy. L’adolescente innamorata e adorante del serial killer quanto lo era nella prima stagione la fedelissima Emma. Anche lei uccide la madre naturale per seguire il suo Messia, per farsi guidare da lui e per servirlo in ogni piano e azione da lui comandati. A differenza di Emma, però, la giovane età di Mandy la spinge a vedere in Carroll anche una sorta di padre putativo, un uomo che può diventare la sua nuova famiglia.

Il senso di famiglia e di appartenenza allora diventa una sorta di lit motiv per incentrare tutte le nuove puntate di The Following 2. Madre e figli che si uniscono alla lotta e ai disegni personali di Joe Carroll e che non agiscono più in modo indipendente e isolato ma che si appoggiano, paradossalmente, agli affetti più cari per agire all’unisono e all’unisono distruggere e uccidere.

La piccola Mandy che incontra Emma e che con Carroll pensa che il senso di famiglia e di unità possa venire finalmente realizzato, agendo come agiscono i suoi predecessori, che sono anche mentori ma soprattutto la sua nuova unità familiare. La bella e preparata ex agente dell’FBI che passata nelle file dei seguaci di Joe usa la sua famiglia per carpire informazioni utili alla setta, procurare documenti falsi al killer e muovere i meccanismi di difesa a favore del gruppo utilizzando i suoi due bambini.

In tutto questo, come nelle vite parallele dei personaggi più particolari Ryan Hardy ancora una volta è solo. Lui che non riesce a formarsi una famiglia e che armato delle migliori intenzioni per combattere il male viene sopraffatto e vinto dallo stesso.

Niente familiari o congiunti per l’uomo che sembra destinato a nuocere chiunque lo avvicini o gli voglia bene. L’insondabilità del destino è anche in questo.

Hardy e Carroll. Il primo costretto dalla vita e dagli eventi a lottare e muoversi quasi sempre da solo, l’altro che della vita e del destino se ne infischia da sempre perché ha il potere di accentrare intorno alla sua figura, gente, passioni, ammirazione e assoluta fedeltà

I tempi, però, stanno per cambiare e la più fragile e sfortunata delle vittime di Carroll finirà con il decidere la sorte di entrambi i protagonisti. Bisogna solo aspettare.

 

 

 

Alice Herz-Sommer si è spenta a Londra all’età di 110 anni.

Un traguardo di vita di tutto rispetto considerando che Alice era la più anziana sopravvissuta dell’Olocausto nazista e che la morte l’aveva vista da vicino più e più volte.

Alice, nella sua Praga dei primi del Novecento, aveva imparato a suonare il piano, un po’ perché le signorine di buona famiglia dell’epoca lo facevano quasi tutte e un po’ perché a lei suonare piaceva davvero tanto.

La musica, anzi, era la sua più vera e autentica passione.

Alice conosceva alla perfezione il repertorio classico ma si dilettava a suonare anche brani di compositori contemporanei e lo faceva sempre con il sorriso sulle labbra e con a gioia nel cuore.

Quando conobbe Alfred fu amore a prima vista e con la dolcezza e la grazia che contraddistinguevano da sempre Alice, i due si sposarono e misero al mondo Stephen.

Amore e musica, quindi, per una famiglia che viveva la normalità del suo tempo pur in mezzo alla straordinarietà degli eventi e della storia.

Nel 1938, le leggi razziali fecero sì che molte famiglie ebree emigrassero in cerca di pace e salvezza in altre parti del mondo e lasciassero quella vecchia Europa che sembrava preda della follia più assurda e inspiegabile.

Molti dei famigliari di Alice, prima che arrivasse il peggio, decisero di emigrare nell’allora Palestina, altri fuggirono in America ma Alice preferì restare a Praga per accudire la madre che era molto ammalata.

Per lei, sua madre, il marito e suo figlio Stephen fu il disastro più assoluto.

Alfred venne imprigionato per primo e condotto prima ad Auschwitz e poi nel campo di concentramento di Dachau dove morì senza poter rivedere o riabbracciare sua moglie e suo figlio.

Alice e il piccolo Stephen furono portati nel campo di Teresin, restando in Cecoslovacchia ma tagliati fuori dal resto del mondo. Schiavizzati, umiliati, affamati e distrutti nel corpo e nell’animo dai nazisti e dal regime autoritario.

Con Alice e suo figlio a Teresin c’erano quasi centocinquantamila ebrei, quasi quarantamila di questi morirono.

Alice e Stephen riuscirano a sopravvivere fino all’arrivo dei liberatori e allo smantellamento del campo di concentramento. Come? Alice spiega e racconta che è stato merito della musica, delle note che le permettevano di evadere con la mente e con lo spirito e che permutavano questa stessa illusoria evasione anche a suo figlio a i tanti prigionieri che dividevano con lei gli spazi di morte e distruzione del campo di Teresin e la sua stessa infelice sorte.

Prima che la più anziana sopravvissuta all’Olocausto ci lasciasse per sempre, però, è stato girato un documentario The Lady in number 6 candidato come miglior corto alla serata deli Oscar del prossimo mese di marzo. Un omaggio a una dolce e fortissima donna.

Un documento da tramandare alle future generazioni per raccontate la forza della vita anche tra la più atroce follia e l’oppressione della morte. Addio Alice. E grazie per la tua musica.

 

 

Parlare della morte è sempre un fatto triste ma quando a lasciarci è Shirley Temple allora il ricordo si impone e ci sembra che la bella bambina che conquistò Hollywood e il mondo del cinema internazionale negli anni Trenta del secolo scorso sia ancora con noi e soprattutto che non sia mai cresciuta. Questo è stato un po’ il destino di Shirley in vita e lo sarà malgrado tutto anche nel tempo a venire, anche per le nuove generazioni che continueranno a guardare i suoi film e che la immagineranno sempre piccola e graziosa. La Temple non è riuscita a “crescere” sul grande schermo e non lo ha fatto neppure nell’immaginario collettivo perché dopo di lei davvero nessuna mai è riuscita a imporsi come enfant prodige né negli Studios di oltreoceano né nel cinema europeo o orientale. Shirley aveva imparato a ballare a tre anni, cantare a quattro e recitare perfettamente a cinque, in un’epoca in cui le sue coetanee nelle altre parti del mondo erano quasi tutte analfabete e le sue coetanee statunitensi appena sapevano leggere e scrivere.

Il cinema, quello vero delle grandi produzioni e dei grandi attori, era cosa per adulti.

Per questo quando la Temple arriva sul grande schermo con i suoi vestiti corti di cotonina colorata, i suoi riccioli biondissimi, le sue adorabili fossette e il suo sorriso da birichina erano già tutti innamorati di lei, gli spettatori, i suoi colleghi adulti e già famosi e naturalmente i registi e i produttori. A Shirley sarebbe bastato questo. Incantare tutti con il suo candore, con la sua bellezza infantile e con la sua capacità di dire a tempo le battute del copione.

La Temple però era una bambina prodigio e nelle sue pellicole dimostra che sa anche ballare e cantare come una vera professionista, sa reggere la scena quanto e come i divi dell’epoca e che a volte sa anche surclassarli.

I suoi film sono un successo dopo l’altro, i suoi fan sono in delirio e i produttori di Hollywood se la contendono. Lei, bella, innocente e dotata si comporta come una vera professionista e non delude mai nessuno diventando non solo l’attrice bambina ma un fenomeno di costume e di imitazione studiato anche dal punto di vista sociale.

Le dedicano una stella sulla fame road e le costruiscono un Oscar per le interpretazioni infantili apposta per lei. Shirley Temple è la bambina più famosa del mondo.

I bambini però crescono. E con l’infanzia e la fanciullezza se ne vanno anche il fascino e l’incanto di Shirley che si ritrova negli anni Quaranta ad essere una adolescente come tante, senza più l’attrazione dei suoi riccioli biondi, delle sue fossette e dei suoi vestiti da bambina adorabile.

La riccioli d’oro del cinema internazionale è scomparsa per sempre.

La nuova Temple è quasi anonima, poco attraente dal punto di vista della recitazione, normale come può esserlo qualsiasi altra adolescente dell’epoca a Hollywood.

La favola è finita e l’ex bambina prodigio colleziona un flop cinematografico dopo l’altro.

Alla fine degli anni Quaranta la Temple si ritira definitivamente dalle scene e si dedica alla famiglia e successivamente alla politica e al sociale, diventando ambasciatrice USA.

Ora la riccioli d’oro di tante belle pellicole in bianco e nero ci ha lasciato definitivamente.

Shirley però no. La bambina bella e bravissima resterà così per sempre.

E tutti potranno continuare ad ammirarla nei suoi tip tap scatenati, nei suoi duetti canori e nelle sue interpretazioni più fortunate. Potere e magia del cinematografo. E non è poco.

 

 

 

Hoffmann è morto a quarantasei anni, in un appartamento del Village a New York, probabilmente di overdose, dopo aver avuto problemi di alcool e di depressione.

Se il tutto non fosse tristemente tragico si penserebbe all’ennesima sceneggiatura sull’attore famoso che fa una fine drammatica e desolata. Invece è tutto vero.

Il difficile mestiere di vivere sembra colpire prima di tutto proprio i personaggi più in vista e glamour del jet set internazionale. La depressione, l’angoscia e la ribellione si insinuano nelle pieghe dell’anima di chi invece agli occhi del mondo sembra avere tutto, avere conquistato tutto.

Fama, soldi, successo e consensi.

Philip Seymour Hoffmann era stato molto fortunato a suo modo. Gira il primo film nel 1991 e l’anno dopo già lo vogliono tutti a Hollywood, offrendogli ruoli di secondo piano ma in pellicole importanti come Profumo di donna e accanto ad attori apprezzati e famosi.

Sarà per il suo aspetto non proprio da bello classico, per i suoi capelli così rossi e perennemente spettinati o perché davanti a una macchina da presa sa imporsi con disinvoltura e naturalezza, fatto sta che Hoffmann in poco tempo conquista tutti.

Incredibilmente antipatico e convincente il suo personaggio ne Il talento di mister Ripley e poi Magnolia, Il grande Lebowsky, La 25esima ora, Red Dragon ruoli da non protagonista ma che lo consacrano come interprete versatile e di grande bravura.

Pellicola dopo pellicola Hoffmann si impone, convince e si fa notare. Arrivano le nomination a premi e festival importanti e infine la grande occasione, il ruolo da protagonista come Truman Capote in A sangue freddo. È il trionfo. La parte della sua vita. Il personaggio che lo consacra e che gli si attacca addosso come un vestito fatto su misura.

Philip vince l’Oscar ma nessuno si stupisce più di tanto. La gente lo conosce, lo apprezza e o lo vede sullo schermo da tempo. La prestigiosa statuetta è solo la conferma di un grande talento.

Eppure tra le luci, gli applausi, i riconoscimenti e una vita privata all’apparenza normale e appagante la personale Medusa di Hoffmann stende i lunghi tentacoli nel suo cuore e nella sua mente e lo spinge sempre di più verso il baratro.

Alcool, droga, disintossicazioni dolore, depressione e psicofarmaci minano la sua esistenza e la sua vita privata. Non bastano allora gli amici di sempre, che lo amano e lo stimano. Non basta la sua bella famiglia, né le case prestigiose e da sogno sparse tra le due coste degli Stati Uniti.

Il difficile mestiere di vivere si fa sentire anche con lui. Con l’attore americano ricco e famoso.

Philip alla fine cede. E non servono speculazioni o indagini approfondite sulla morte di un attore hollywoodiano per cambiare le cose o per esorcizzare le paure universali.

Hoffmann sarà ricordato per il suo talento. Anche tra molti anni.

Questa è l’unica cosa che serve sapere.

 

 

 

Anno nuovo e novità anche per la serie evento dedicata ai serial killer e ai loro seguaci.

La seconda stagione di The Following è tornata sugli schermi questa volta su Fox Crime, ogni martedì alle 21.15…e non è la sola novità che attende gli spettatori.

I creatori, infatti, hanno deciso di rivoluzionare quasi l’intero cast sfidando alleanze e rapporti personali e dimostrando che il pericolo e la suspense si possono sempre creare anche smontando la sceneggiatura e il cast.

Punto fermo e geocentrico della seconda serie resta solo il rapporto tra Hardy e il suo alter ego, il cattivo, affascinante e imprevedibile Carroll. Nell’intenzione dei creatori della serie gli spettatori devono sempre avere presente che alla fine ne resterà uno solo e chi dei due trionferà sull’altro è il senso ultimo dell’intera storia.

Intanto con un colpo di spugna da maestro il regista e gli sceneggiatori hanno fatto morire la dolce Claire e fatto sparire dalla storia il figlioletto di lei e di Carroll che tanta parte invece aveva avuto nella prima serie. Morta e sepolta anche la compagna detective di Ryan e buona parte dei follower protagonisti accanto al killer delle azioni più criminose e cruente della prima stagione.

I nuovi arrivati pertanto sono molti e tutti pronti a diventare presto famosi e indispensabili per i loro ruoli e per l’importanza che avranno nello svolgimento della storia.

Tra questi di grande impatto è il ruolo dei gemelli killer Luke e Mark, interpretati da Sam Underwood e Zach Hamilton, strenui seguaci di Carroll e spietati assassini e terroristi.

La vera novità della seconda stagione, però, sono due donne che con le loro storie e con i loro rapporti intricati accentreranno buona parte della trama di The Following 2.

Lily Gray, interpretata da Connie Nielsen, e Mandy, interpretata da Tiffany Boone. La prima è l'unica superstite al massacro della metropolitana di New York, e forse, con lo sviluppo della storia e dei rapporti interpersonali la nuova compagna dell’agente Hardy, mentre Mandy è la figlia della groupie di Carroll che ovviamente resta affascinata dalla grande personalità del killer e che diventerà parte fondamentale per i suoi piani e progetti criminali futuri.

Ed Emma? La dolce, amorevole e spietata assassina, innamorata fedele di Joe Carroll nella prima serie che fine ha fatto? Se molti degli spettatori pensavano che il professore killer l’avrebbe eliminata per fare spazio ad altri adepti si sono sbagliati. La dolce Emma è sempre l’alleato più prezioso di Carroll, la fedele assassina a cui fare riferimento nelle occasioni più difficili.

La donna che meglio di tutti gli altri sa creare pathos e paura anche in questa seconda serie.

 

 

 

I fratelli Coen ritornano al cinema delle loro origini e lo fanno con una pellicola divertentemente amara dove le speranze e i sogni di un giovane e aspirante cantante si scontrano e si fondono con la dura realtà dei sobborghi operai di New York City e la difficoltà di emergere nel mondo dell’arte e della musica dei primi anni Sessanta del Novecento.

In Inside Llewyn Davis, presentato all’ultima mostra del cinema di Cannes e nei cinema italiani in questi giorni, c’è una realtà oggettiva fatta di sacrifici e di speranze e c’è il mondo onirico e intimamente drammatico del protagonista. Due universi che non possono incontrarsi e che sono destinati a rimanere paralleli nonostante la fatica, l’impegno e le indubbie doti artistiche del giovane Llewyn Davis. Gli anni Sessanta al Greenwich Village hanno visto la nascita e l’affermazione della musica folk come genere emblema di una generazione di musicisti e di appassionati, un genere che avrebbe cambiato per sempre la storia della musica internazionale e che avrebbe avuto in Bon Dylan il suo guru più importante.

Il folk, però, nasce da più lontano. Come inno di passione e di speranza ad opera di giovani dei sobborghi operai della City che tra un turno in fabbrica, un lavoro estivo e uno provvisorio arrivano al Village pieni di sogni e speranze ma soprattutto con l’irrefrenabile desiderio di dare una svolta alla loro vita. Figli di operai che sognano il palcoscenico e la loro musica che passa nelle radio più famose d’America. Llewyn Davis è uno di questi ragazzi. Vive alla giornata, dorme da conoscenti ogni volta diversi che lo ospitano su piccoli e logori divani in altrettanto piccoli e dimessi appartamenti e non riesce a guadagnare neppure un dollaro al giorno. E come per i migliori personaggi ebrei pensati dai fratelli Coen per le loro pellicole è perseguitato da una sfortuna incredibile. Che lo stesso Llewyn ha contribuito a costruire e di cui è in buona parte responsabile. Fragile, malinconico, introverso e irresistibile, il giovane protagonista riesce a non concludere nulla neppure con il socio musicista con cui parte alla conquista di New York immaginando di suonare in un duo e di conquistare così pubblico e critica. Il socio però lo molla presto e Llewyn rimane solo a gestire la sua vita e la sua ebraicità cercando il successo ma sentendosi in colpa per questo, desiderando essere famoso al più presto ma volendo conservare il suo purismo artistico.

Llewyn è probabilmente uno dei personaggi più infelici e belli mai creati dai fratelli Coen.

Il film è per i nostalgici dell’epoca e anche per chi da contemporaneo ne vuole respirare l’aria più autentica. I registi sono riusciti a riportare fedelmente le ambientazioni degli anni Sessanta, gli studi di registrazione, i locali dove la musica folk spopolava e perfino i tipici appartamenti newyorkesi con le scale antincendio esterne improvvisando un omaggio cinematografico a Colazione da Tiffany facendo anche apparire un gatto che, a differenza dell’altro con la bella protagonsita del film del 1961, riesce a essere più scaltro, fortunato e vincente del protagonsita Llewyn.

È l’amaro di tutti i film intimisti dei fratelli Coen, il loro marchio di fabbrica più famoso e meglio riuscito e che fa di Inside Llewyn Davis la pellicola più struggente dell’ultima mostra del cinema di Cannes. Il protagonsita del film è l’attore Oscar Isaac ma c’è anche una piccola e divertente parte interpretata da Justin Timberlake che canta in maniera intimista e dolce e che dà al film dei Coen un paio di fotogrammi di commercialità pura.

Inside Llewyn Davis rimane soprattutto un film emozionante dove lo spettatore vive con apprensione e compassione le vicende del protagonsita fino al suo provino più importante dove si esibisce nella ballata triste e intimista davanti al manager che lo liquida con una delle frasi più comiche e irriverenti di tutta la narrazione.

Le speranze non fanno mangiare. L’arte non paga e la musica folk è solo per pochi eletti.

O almeno sembra. Ma non è tutto vero. Llewyn Davis canta, continua a cantare.

In fondo il vero senso della vita rimane quello di essere fedeli al proprio, irrealizzabile, sogno.

 

 

Paolo Genovese è un bravo sceneggiatore, tanto che i suoi colleghi non mancano di coinvolgerlo e chiedergli supporto tutte le volte che possono o che devono imbastire la classica commedia all’italiana. E per colmo di fortuna, Genovese è anche un bravo regista. Nel senso che il cinema l’ha studiato davvero e non lesina movimenti di macchina indovinati, scelte intelligenti di primi piani e inquadrature da maestro. Però quello che doveva dire lo ha già detto. E avendolo fatto molto bene finisce ora con il ripetersi e l’essere ridondante.

Succede al suo ultimo lavoro, Tutta colpa di Freud che racconta le vicissitudine di uno psicologo cinquantenne costretto dalla vita a crescere ed educare le sue tre figlie da solo.

La commedia potrebbe anche essere divertente se tante (troppe) cose non ricordassero sue cose già viste e come regista e come sceneggiatore. Come ad esempio l’amore inconfessato del protagonista per una donna sposata e che a stento conosce. Il conflitto generazionale e gli equivoci classici della commedia tradizionale.

Per cui, lo spettatore si diverte ma non si stupisce.

Ed è grave perché per un’artista come Paolo Genovese che ama fare il cinema e possiede tutte le carte in regola per farlo di qualità è un vero peccato.

Tutta colpa di Freud è un film da vedere a casa, magari con le amiche, giusto per farsi qualche risata in più. Ma niente altro. Unica vera nota positiva, l’intero cast di attori che si muovono benissimo ognuno nel proprio ruolo, regalando un effetto corale interessante e da gustare.

 

 

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